In breve:

Spiritualità

DOMENICO TORNABUONI,
Predicazione del Battista,
1485-1490, Firenze,
Cappella Tornabuoni

“Voce di uno che grida nel deserto…”

di don Luca Fadda.
Giovanni Battista: “il più grande tra i nati di donna” dice Gesù. Egli è colui che è chiamato a preparare un popolo

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Sansone, il piccolo sole oscurato da una donna

di Giovanni Deiana
La fama di Sansone.
Se volessimo stilare una graduatoria dei personaggi biblici più popolari, Sansone figurerebbe ai primi posti, anche se il suo successo non è dovuto alle sue doti morali, ma al regista Cecil DeMille il quale, con il film “Sansone e Dalila”, ha contribuito in modo determinante alla sua fama. Naturalmente l’ingrediente che maggiormente ha solleticato la fantasia popolare è la forza fisica di Sansone, che nel film diventa una specie di Ercole biblico. In effetti qualche elemento in comune i due personaggi l’hanno avuto: entrambi, grazie ai loro muscoli, riuscirono a strangolare, a mani nude, un leone. Il libro dei Giudici, che a Sansone dedica ben quattro capitoli (Gdc 13-16), con questo racconto apre la sezione dedicata al nostro eroe: “Lo spirito del Signore lo (Sansone) investì e, senza niente in mano, squarciò il leone come si squarcia un capretto” (Gdc 14,6). Anche la mitologia greca attribuisce ad Ercole l’uccisione del leone di Nemea che terrorizzava le popolazioni dell’Argolide, una regione del Peloponneso. Non sono mancati gli studiosi che hanno visto dietro ai due racconti una fonte comune, ma si tratta di una tesi in cui la fantasia prende il soppravvento sul rigore della ricerca. Se proprio dobbiamo cercare degli agganci con la mitologia, si può esaminare il nome dell’eroe: Sansone, infatti, sarebbe un diminutivo derivato da shemesh, che in ebraico indica il sole e che in italiano potremmo rendere con “piccolo sole”; la spiegazione è plausibile perché il paese natale di Sansone, Zorea, è poco distante da Bet-Shemesh, una città nella quale si adorava il sole come divinità principale.

La nascita di Sansone.
La storia del nostro eroe inizia con la sua nascita miracolosa; sua madre, di cui non ci è stato tramandato il nome, infatti, essendo sterile, lo partorisce dopo l’apparizione di un essere divino il quale le dice: “Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e dal mangiare nulla d’ immondo. Poiché ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo consacrato a Dio fin dal seno materno; egli comincerà a liberare Israele dalle mani dei Filistei” (Gdc 13,3-5). I racconti biblici ci insegnano che la nascita miracolosa da una madre sterile prelude ad una vita straordinaria del nascituro; per fare un esempio, anche Samuele nacque da una madre sterile (1 Sam 1,5.20); ma è il Nuovo Testamento, con la nascita di Giovanni Battista, che riecheggia il testo di Giudici: il bambino che deve nascere “non berrà vino né bevande inebrianti” e sarà pieno di Spirito Santo (Lc 1,15).
Ma chi è il nazireo? Il libro dei Numeri (6, 1-2) ne fornisce l’identikit. Detto in breve, era una persona vincolata da un voto con cui si impegnava a non cibarsi dei prodotti della vigna: non solo di vino o altre bevande alcoliche, ma persino dell’uva sia fresca che secca (Nm 6,3). Inoltre “per tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; … si lascerà crescere la capigliatura” (Nm 6,5). È questa seconda prescrizione che risulterà fondamentale nella storia di Sansone! L’autore biblico, insomma con il racconto della nascita, ci vuole dire che Dio per questo bambino aveva preparato grandi cose! Il suo compito era quello di restituire al suo popolo la libertà dai Filistei, che avevano ridotto Israele in schiavitù.

Il tallone d’Achille di Sansone.
Purtroppo questo ragazzo dalle belle speranze, diventato adulto, sentirà irresistibile il fascino femminile e più precisamente delle donne filistee. Sansone voleva a tutti i costi una moglie filistea e al padre che cercava di farlo ragionare rispose: “Prendimi quella, perché mi piace” (Gd 14,3). Quest’ultima espressione diventerà il criterio del suo comportamento ed è facile intuirne la conclusione! L’autore del testo biblico si dilunga nella descrizione del comportamento insensato di Sansone; il lettore, se vorrà appagare la propria curiosità potrà leggere con gusto (Gdc 14-16) le avventure di questo personaggio munito di potenti muscoli, ma di poco cervello!
Probabilmente chi ha scritto la storia aveva anche il dente avvelenato contro le donne straniere in generale e quelle filistee in particolare: queste cercheranno di carpirgli il segreto della sua forza straordinaria per consegnarlo ai suoi nemici. Sansone sembra non imparare mai! Dopo essere riuscito a sfuggire a tutti i tentativi di cattura provocati dalle sue amanti, Sansone rivela all’ultima di queste il segreto della sua forza: se il suo capo venisse rasato egli perderebbe tutta la forza. Ella si chiamava Dalila, che alcuni studiosi collegano con l’ebraico Lajlah “notte”: è la notte che oscura il sole! Ella lo fece addormentare e gli fece tagliare i capelli; immediatamente la forza, che in precedenza aveva liberato il nostro eroe dai guai, l’abbandonò e Sansone cadde in mano ai Filistei, i quali “lo presero e gli cavarono gli occhi” e lo costrinsero a girare “la macina nella prigione” (Gdc 16,21).

Sinai al sorgere del sole

Dio si rivela a Mosè

di Giovanni Deiana

Il modo con cui Dio si è manifestato nell’ Antico Testamento è un argomento che mi ha occupato per molti anni; il mio interesse risale agli anni ‘70 quando, sotto la guida del compianto prof. M. Dahood, iniziavo lo studio dei testi ugaritici; in questa città, Ugarit, il dio più importante si chiamava El ed era considerato, tra l’altro, il creatore del cielo e della terra. Subito pensai al Dio altissimo di Gen 14,19 di cui Melchisedek era il sacerdote. Uno studio più ampio della Genesi mi fece scoprire come il Dio venerato dai patriarchi non fosse Jahvè ma proprio il dio El. Naturalmente la ricerca richiese un esame accurato di molto materiale epigrafico che pubblicai in articoli per specialisti e di cui è superfluo riportare i titoli. Basti dire che alla fine, nel 1996, cercai di riassumere tutta la materia in una monografia divulgativa dal titolo Il Dio dell’Antico Testamento in S. Panimolle (ed.), Dio. Signore nella Bibbia, Dizionario di spiritualità biblico-patristica: i grandi temi della S. Scrittura per la “Lectio divina”, per l’editore Borla di Roma, alle pagine 18-121.

Decenni di lavoro all’Urbaniana
In sintesi, si può affermare che i patriarchi veneravano il Dio El e solo più tardi il popolo ebraico ricevette la rivelazione di Jahvè sul monte Sinai. Ma tutta l’esperienza religiosa precedente non fu mandata al macero, ma recuperata e può rappresentare un prezioso insegnamento per la Chiesa di tutti i tempi. Come è facile intuire, il mio lavoro era essenzialmente teorico e speculativo, destinato a restare confinato nell’ ambito degli studi per gli addetti ai lavori o, al massimo, per appassionati di argomenti biblici. Fu solo intorno agli anni ‘90 quando fui chiamato all’Università Urbaniana ad insegnare prima lingue bibliche e poi teologia biblica che quella ricerca risultò importante.
Prima di procedere è necessario spendere qualche parola sull’Urbaniana: si tratta di una università della Santa Sede, più precisamente di Propaganda Fide, che ha il compito di formare i futuri professori dei seminari sparsi in tutto il mondo, ma specialmente in Africa e Asia. Essa tuttavia fu istituita nel lontano 1627 da Urbano VIII con un compito ambizioso, quello di individuare nelle culture dei popoli i valori religiosi che possono essere recepiti e integrati nel cristianesimo.

La cultura classica e la salvezza
Non si trattava di una novità: Eusebio di Cesarea (265-337 d. C.) aveva scritto una monumentale opera in tre volumi (Praeparatio Evangelica) per dimostrare che molti elementi della cultura greca e latina avevano costituito una provvidenziale preparazione alla predicazione del Vangelo. Fu proprio a contatto con questi giovani che venni a conoscenza di un conflitto culturale vissuto in prima persona e in modo drammatico da questi ragazzi. In molte culture era di fondamentale importanza il culto degli antenati. Per noi sembra un problema di scarsa importanza, per loro, invece, costituiva un grosso ostacolo all’accettazione del cristianesimo. In breve, molti antenati di questi studenti erano vissuti e morti nel paganesimo. Questo poneva loro un grosso problema: potevano essi venerare i loro antenati e valorizzare il loro patrimonio spirituale? Altra questione connessa: poiché non avevano ricevuto il battesimo, erano in paradiso o all’inferno?

Una sintesi illuminante
Fu alla luce dei miei precedenti studi che trovai la soluzione: come la rivelazione di Dio a Mosè non aveva annullato le esperienze religiose dei patriarchi, così il cristianesimo poteva recuperare il patrimonio religioso delle generazioni passate; detto in altri termini, come il popolo ebraico aveva recuperato la spiritualità dei patriarchi incentrata sul culto del Dio El, così il cristianesimo poteva accettare nel proprio patrimonio i diversi elementi delle religioni pre-cristiane. Naturalmente questo lavoro, che in linguaggio specialistico viene chiamato inculturazione, non si può fare a tavolino, ma nei singoli paesi di missione dove la Chiesa locale, in primo luogo i vescovi, in stretta collaborazione con i teologi e gli esperti delle diverse materie, individuano i valori da conservare e quanto, invece, è incompatibile con il cristianesimo.
Vediamo i testi che rappresentano il fondamento biblico di quanto esposto fin qui.

Dio si rivela a Mosè
La cornice narrativa dentro cui si svolgono i fatti è nota. Mosè, che porta un nome tipicamente egiziano, è costretto a fuggire, forse a causa di intrighi politici scoppiati alla corte del faraone, e trova ospitalità nel territorio di Madian. È tra questa popolazione dedita alla pastorizia ai margini della penisola sinaitica, che Mosè, sotto la guida forse del suocero Jetro, matura la sua esperienza religiosa, la quale giunge all’apice nell’ apparizione sul monte Sinai, durante la quale Dio gli rivela il suo nome Jahvè. Riporto il testo biblico nelle sue parti più importanti: «”Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”… Mosè disse a Dio: “Ecco, io arrivo dagli Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che colui che sono (ehjeh aer ehjeh!)! Questo è il mio nome per sempre”» (Es 3, 6-15).
La svolta
Il brano riportato è uno dei più importanti di tutta la Bibbia e segna una svolta nella religione del popolo ebraico. Mentre al tempo dei patriarchi Dio era chiamato El, come risulta chiaramente in Gen 28,19, qui appare a Mosè come Jahvè. e da quel momento Egli diventerà il Dio esclusivo del popolo ebraico. Ma questo non è avvenuto in modo traumatico ma in perfetta continuità: tutta la religiosità dei patriarchi è stata recuperata, come dimostra Es 6,2: «Dio parlò a Mosè e gli disse: “Io sono Jahvè ! Sono apparso ad Abramo, Isacco e Giacobbe come El Shaddaj, ma (con) il mio nome di Jahvè non mi sono manifestato a loro”».
Detto in termini più espliciti, nel culto di El, praticato dai patriarchi, era Jahvè, ancora sconosciuto ad essi, che agiva. Da questo si può arrivare ad un principio teologico fondamentale per il dialogo inter-religioso: le esperienze religiose possono assumere le denominazioni più disparate, ma, se sono autentiche, costituiscono una manifestazione dell’unico Dio, il quale può operare la salvezza anche nei contesti religiosi non formalmente ortodossi.

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Betel. Dio si rivela a Giacobbe

di Giovanni Deiana
Esaù aveva una fame nera: lui cacciatore di professione, in tutto il giorno non era riuscito a catturare neanche un uccellino con cui cercare di placare gli implacabili stimoli dello stomaco vuoto. Alla fine, di umore nero, si diresse verso l’accampamento con la speranza che i suoi genitori, Isacco e Rebecca, gli offrissero almeno un po’ di pane. All’avvicinarsi percepì un profumo di minestra che avvolgeva tutto l’accampamento: ma non proveniva dalla tenda dei suoi genitori bensì da quella del fratello Giacobbe.
Per un piatto di lenticchie
Con lui le cose non andavano bene; fin da ragazzi non facevano che litigare e con gli anni i rapporti erano diventati sempre più tesi per i loro caratteri diversissimi; Esaù, istintivo e ribelle, non sopportava la vita scandita dalle solite occupazioni: alzarsi presto, accudire il bestiame, arare, seminare, mietere! Che noia! Meglio vivere di caccia che offriva una vita piena di avventure. Giacobbe invece era l’opposto; gli piaceva programmare tutto: la terra era un dono di Dio e coltivarla era il modo migliore per ringraziarlo! Non ci fosse quel fratello fannullone, la vita sarebbe stata meravigliosa. Proprio in quel momento entrò Esaù: “Dammi da mangiare – gli disse- perché non sono riuscito a prendere niente!”. Era la solita storia che si ripeteva ormai da anni. Quando Giacobbe aveva bisogno di aiuto, suo fratello non solo non gli dava una mano, ma lo sbeffeggiava raccontandogli le sue avventure di caccia.
Questa volta Giacobbe decise di essere duro: “Va bene – gli disse- però mi devi vendere la tua primogenitura”.

La primogenitura
Qui è indispensabile aprire una parentesi. Per noi, essere il primogenito non significa proprio niente, ma nell’antichità era un’altra cosa: al primogenito era affidato il prestigio della famiglia e, per facilitargli il compito, a lui veniva affidato l’intero patrimonio; agli altri fratelli restavano le briciole: quasi sempre le figlie diventavano badesse di qualche monastero, mentre i maschi, meno inclini alla vita religiosa, venivano avviati alla carriera militare nella quale era possibile accumulare onori e ricchezze. Al tempo dei patriarchi il primogenito riceveva una benedizione che gli assicurava non solo il benessere ma anche il comando supremo sulla famiglia: “Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!” (Gen 27,29) Insomma era lui che subentrava al patriarca nella gestione degli affari familiari.

Esaù vende la primogenitura
Esaù si rese conto che morire di fame da primogenito non addolciva le cose e senza pensarci due volte accettò: ma Giacobbe pretese un impegno che nell’antichità era più vincolante di un contratto: “Giuramelo”, disse. Ed Esaù giurò e così cedette la primogenitura per il proverbiale piatto di lenticchie. Ovviamente perché l’accordo avesse effetto doveva essere ratificato dal genitore. A questo pensò la madre, Rebecca. Siccome Isacco, il padre dei due ragazzi, era piuttosto avanti negli anni e di conseguenza era quasi cieco, riuscì a fare benedire Giacobbe al posto del primogenito Esaù! Il patriarca quando si accorse dell’errore fu colto da un profondo sgomento, ma di fronte al povero Esaù, che sbraitava per l’ingiustizia subita, rimase irremovibile: “L’ho benedetto- disse- e benedetto resterà” (Gen 27,33), e a scanso di equivoci aggiunse: “ Figlio mio gli disse… Ecco, io l’ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l’ho provveduto di frumento e di mosto; ora, per te, che cosa mai potrei fare, figlio mio?” (Gen 27,37). Esaù capì che per rientrare in possesso del suo ruolo c’era una sola strada: uccidere l’usurpatore! Giacobbe fu costretto a cambiare aria: il fratello di Rebecca, Labano viveva a Harran e gli avrebbe offerto ospitalità sicura . Così, per evitare la vendetta di Esaù, Giacobbe si mise in strada verso il nord della Siria; un viaggio di oltre mille chilometri che ovviamente richiedeva diversi mesi.

Il sogno di Giacobbe

Una notte però gli capitò qualcosa che doveva cambiare la sua vita. Dopo aver camminato per diversi giorni alla fine arrivò ad un mandorleto e lì, visto che ormai era quasi sera, si preparò a trascorrevi la notte. Prese un sasso e lo sistemò come guanciale e subito piombò in un sonno profondo. E sognò: vide una scala …e gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa (Gen 28,12) e Dio stesso che gli parlava. “A te e alla tua discendenza darò la terra sulla quale sei coricato. 14 La tua discendenza sarà innumerevole come la polvere della terra; …E si diranno benedette, in te e nella tua discendenza, tutte le famiglie della terra” (vv.13-14). Giacobbe si svegliò e si rese conto di trovarsi in un luogo sacro dove abitava Dio: “La mattina Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz” (28,18-19).

Bet El
Ma chi era il Dio che gli aveva parlato; saremmo tentati di pensare fosse lo stesso che più tardi apparve a Mosè sul Sinai (Es 3,14) e che conosciamo come Jahveh; ma non è così. Il termine Bet El significa casa di El: lo stesso Dio El che abbiamo incontrato a proposito di Melchisedek. Ma chi era questo ‘El? La scoperta dei testi di Ugarit ha permesso di stabilire definitivamente che egli era la divinità più importante dell’antichità, venerata non solo nella Palestina ma in tutto l’oriente. Gli appellativi che gli venivano attribuiti sono illuminanti: era padre degli dèi e degli uomini, creatore del mondo, era benevolo e cordiale, fonte di benedizione e di fertilità e governava il cosmo con saggezza. Egli era venerato anche in Mesopotamia dove lo chiamavano Ilu. Siccome questa popolazione conosceva la scrittura, è significativo che l’ideogramma usato per scrivere Ilu sia quello della stella. C’è quindi da supporre che le popolazioni mesopotamiche identificassero la divinità con ciò che per loro era l’essere più eccelso: come il cielo, appunto . Ma come la mettiamo allora con Jahveh, il Dio unico dell’AT. Egli stesso l’ha spiegato a Mosè: “Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono Jahveh! Mi sono manifestato ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come El Onnipotente, ma non ho fatto conoscere loro il mio nome di Jahveh”». (Es 6,2-3). Ma questo sarà l’argomento del prossimo articolo.

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“Lo Spirito intercede con insistenza per noi …”

di Maurizio Picchedda

“Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio”. (Rom. 8, 26-27)

Siamo a Pentecoste. Tempo dello Spirito Santo. Alcuni cristiani si ricordano dello Spirito Santo solo in questo tempo. Un vero peccato. Qualcuno ha detto che lo Spirito Santo è il grande sconosciuto. È vero che delle tre persone della Santissima Trinità lo Spirito Santo è il più enigmatico e difficile da capire. Quando parliamo di Dio Padre ci è facile capire cosa vuol dire, tutti capiamo la figura del padre, ancora di più quando diciamo Dio Figlio, ci immaginiamo Gesù, il Figlio unigenito. Ma quando parliamo di Dio Spirito Santo non sappiamo bene a cosa associarlo. A volte si pensa allo Spirito Santo come ad una forza generica. Nel Credo diciamo di lui che “è Signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti”.
A me piace ciò che dice sant’Agostino: Il Padre è l’amante, il Figlio è l’amato e lo Spirito Santo è l’amore. Gesù ci parla dello Spirito Santo dicendo che è il Paraclito, cioè l’avvocato, il consolatore. Possiamo dire che lo Spirito Santo è la persona della Trinità che è protagonista in questo tempo, che è il tempo della Chiesa. È l’anima della Chiesa: ci guida, come ha detto Gesù, verso la verità intera. Tra i libri del Nuovo Testamento che parlano dello Spirito Santo non possiamo non ricordare gli Atti degli Apostoli definito a buon ragione come il vangelo dello Spirito Santo. Ma anche san Paolo ci parla spesso dello Spirito Santo nelle sue lettere. In questo brano egli ci parla di ciò che lo Spirito fa nella nostra vita. Prima di tutto viene in aiuto alla nostra debolezza. Lo Spirito agisce dal di dentro. Nel nostro cuore. Al centro della nostra coscienza. Ci abita dentro. Noi siamo nella completa incapacità persino a domandare. Non sappiamo cosa domandare. Lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili.
Non è facile capire cosa volesse dire san Paolo con queste espressioni, ma certamente il fatto che lo Spirito abitando dentro di noi ci guida in maniera misteriosa con gemiti e aneliti del cuore. Ci muove interiormente. Ci suggerisce in maniera silenziosa. Questi gemiti inesprimibili che noi in fondo non capiamo, il Padre li capisce e viene in nostro aiuto. Queste espressioni di san Paolo ci sono di grande consolazione. Dio non è lontano da noi. Non si disinteressa della nostra vita. Non siamo soli. Dobbiamo allora essere coscienti di questa presenza dello Spirito in noi e affinare le orecchie del nostro cuore per percepirne la presenza e assecondare le sue mozioni interiori. Lasciamoci dunque guidare.
La Pentecoste conclude il tempo di Pasqua ma non vuol dire che è l’appendice della Pasqua, anzi vuole dire che la porta a compimento. Lo Spirito ci guidi nei sentieri della fede. Ripetiamo ogni giorno: Vieni Spirito Creatore, visita le nostre menti, illumina con la tua grazia i cuori che hai creato …

abramo

“Lascia la tua terra e va’ …”

di Pietro Sabatini

 

“Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran”. (Gen 12, 1-2.4)

Nella Genesi, dopo le storie epiche dei primi undici capitoli, lettura sapienziale del mistero della vita, dal capitolo dodicesimo inizia la storia dell’incontro tra Dio e gli uomini, tra l’eterno e il temporale, tra l’infinito e il finito. Strumento di questo incontro è Abramo, che decide di intraprendere un viaggio, secondo l’invito di Dio. Dietro la decisione di Abramo, è possibile percepire il suo dramma, la sterilità del suo matrimonio, la paura di scoprire che la sua vita sia inutile, come inutili sono le sue ricchezze, senza un erede che possa garantirle nel tempo. Quel figlio, che Dio gli promette è bene primario per la sua vita, ma il suo ottenimento è subordinato all’abbandono della sua terra e delle sue sicurezze, richiede la capacità di mettersi in viaggio verso una meta del tutto incerta, fidandosi di Dio. Abramo accetta la sfida e parte, così diviene il padre della fede, e il padre del Popolo che Dio si è scelto.
Oltre a segnare la storia di Israele, la scelta di Abramo, ci insegna che l’atto di fede si lega sempre alla scelta di partire: il viaggio è la condizione dell’uomo che crede. Infatti, una delle prime professioni di fede, utilizzata nel rituale dell’offerta delle primizie, inizia con le parole: “Mio Padre era un Arameo errante” (Dt 26,5). Di Abramo non si dice il nome ma la sua condizione. In questo modo la fede di Abramo diventa emblema della fede di tutti i credenti. Credere è sempre lasciare le certezze conquistate, le nostre proprietà, tutto ciò che ci è d’impedimento nel viaggio, a cui Dio ci invita. Anche gli apostoli di Gesù, “tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,11). Così in questi duemila anni di cristianesimo tanti uomini hanno intrapreso la condizione di “erranti”: Antonio abate, Francesco d’Assisi, Charles de Foucauld e tanti altri chiamati da Dio, hanno trovato in Dio la forza per decidere di “fare il santo viaggio”(Sal 84).
Una decisione di partire, che potrebbe apparire stolta e per questo produce derisione e incomprensione e chiede una grande libertà rispetto alle cose del mondo e alla mentalità di peccato che lo abita, perché dal condizionamento del male, nessuno può dirsi esente. Per vincere le difficoltà bisogna avere un motivo molto forte e mantenerlo chiaro nella propria mente. Questo motivo, che si esprime con formulazioni e aspirazioni diverse, si può riassumere proprio con la parola “vita”. La vita ci chiede continuamente di lasciare qualcosa per ritrovare il valore del proprio essere. Chi non accetta di lasciare e di partire vive nel corpo ma è morto alla sua anima. La ricerca esasperata di sicurezza finisce per impedire di vivere la propria umanità. Anche l’attualità, spettatrice di un grande fenomeno migratorio, si può leggere a partire dall’esperienza di Abramo e le migliaia di persone, che ogni giorno mettono a rischio la propria vita, sono la versione più moderna della scelta di Abramo, della ricerca di verità e di libertà per la loro vita.