In breve:

La festa senza santi

SEUI CARMINE

di Tonino Loddo
Con l’estate è arrivato anche il tempo delle feste. Ce ne sono di tutti i tipi, per tutti i gusti, in ogni angolo d’Ogliastra e di Sardegna. È sempre stato così;

non c’era paese, talvolta – persino – non c’era vicinato, che non avesse le sue feste. Ed ogni festa aveva il suo santo. E poiché ogni giorno aveva il suo santo, di feste ce n’erano davvero tante. Nel 1914 (giusto per fare un esempio) in un piccolo paese come Ilbono si contavano 28 feste in onore di vari santi, tolte – si badi bene – le feste comandate come Natale, Pasqua, Corpus Domini … Si può agevolmente calcolare che tra festa vera e propria e relativa ottava non ci fosse settimana senza festa! Ed ogni festa aveva la sua Messa solenne, il suo panegirico, la sua processione, i suoi (più o meno) lauti pranzi e i suoi balli in piazza. La festa scandiva il ritmo della vita della comunità e tutti esprimevano in essa il proprio sentimento religioso, ringraziando o implorando intercessione.
Ma negli ultimi trenta anni molto è cambiato. Le feste, da celebrazioni prevalentemente o fortemente religiose si sono trasformate in celebrazioni del passato diventando spettacolo per sé stessi o per il turista, momenti in cui esaltare il proprio sentimento identitario e mostrarlo come una sorta di trofeo: così ci siamo sempre vestiti, così abbiamo sempre mangiato, così abbiamo sempre fatto festa nei nostri paesi. Della Madonna delle Grazie, di sant’Efisio, di san Lussorio, di san Giovanni, dello stesso Cristo Redentore …, poco o nulla ci si cura. E a voler essere impietosi fino in fondo, si potrebbe anche dire che le feste dei nostri paesi si sono più o meno consapevolmente trasformate in tappe dell’industria del tempo libero di massa, riproposte al turista come sfoggio di colore locale e come tali anche sovvenzionate con cospicui fondi pubblici. Le processioni, poi, costituiscono l’esempio più fragoroso della progressiva desacralizzazione delle feste, trapassate come sono, da testimonianza di fede a spettacolo o parata puramente folkloristica. Questo aspetto è posto particolarmente in evidenza, infine, dalla non occasionale proposizione di show serali caratterizzati da comportamenti o linguaggi oltremodo triviali.
Ed ancora, non può non rilevarsi come a questo risultato si sia pervenuti anche a motivo dell’atteggiamento abbastanza permissivo della Chiesa in materia di religione popolare, con la conseguenza che organizzazioni strutturate e/o estemporanee (i comitati) e Pro Loco hanno cominciato ad intervenire in tutti i momenti celebrativi con il talvolta anche nobile intento di arricchirli e vivacizzarli, affiancandovi manifestazioni eno-gastronomiche, comparse di interesse folkloristico ed altri eventi collaterali che hanno finito per prendere il sopravvento sul tempo sacro della festa riducendolo a tempo profano. Così tutto quello che poteva anche esser utile ad esprimere e stimolare una festività popolare ha sostituito di fatto quel sentimento religioso originario che proveniva da una fede semplice e profonda.
Ecco perché, con sensibilità ma anche senza ulteriori tentennamenti, occorre ribadire una decisa contrarietà alla prevalenza, nell’organizzazione delle feste che ancora si richiamano al sacro (e non facciamo parola, ovviamente, delle tante e innovative sagre che richiamano folle sempre più ingenti di estimatori) , di elementi apertamente estranei alle espressioni di genuina religiosità, quando non perfino configgenti con essa. Pensiamo che sia, infatti, ancora possibile cercare di distinguere tra una festa religiosa e una festa profana, non per demonizzare le seconde, beninteso!, ma per riaffermare che ogni gesto religioso è innanzitutto un’azione di lode in cui l’uomo, in modo personale e comunitario, si presenta dinanzi a Dio per rendergli grazie, affinché la fede che attraverso di esso esprime, divenga un atto sempre più maturo ed autentico.

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