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	<title>OgliastraWeb &#187; Pensieri e Parole</title>
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	<description>Periodico Diocesano</description>
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		<title>La forza del diritto contro il diritto della forza</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 11:11:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri e Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. Si chiama Navanethem, ma per tutti è Navi Pillay. Premio Nobel per la pace 2026. Giurista. La sua storia inizia 85 anni fa a Durban, cittadina – si fa per dire – di oltre tre milioni e mezzo di persone, in Sudafrica. Origini tamil – gruppo etnico originario del sud-est dell&#8217;India e]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Carta</strong>.<br />
Si chiama Navanethem, ma per tutti è <em>Navi</em> Pillay. Premio Nobel per la pace 2026.<br />
Giurista. La sua storia inizia 85 anni fa a Durban, <em>cittadina</em> – si fa per dire – di oltre tre milioni e mezzo di persone, in Sudafrica. Origini <em>tamil</em> – gruppo etnico originario del sud-est dell&#8217;India e del nord-est dello Sri Lanka – quelle della sua famiglia. Nel suo Dna colori, culture, lingue e storie che la rendono subito cittadina del mondo. Aveva 8 anni quando l’orrore della segregazione razziale in Sudafrica iniziava ufficialmente il suo cammino. Ed è proprio durante l’<em>apartheid</em> che intraprende la carriera di avvocato,<span id="more-4514"></span>svolgendo un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti umani, difendendo Nelson Mandela e altri oppositori del regime.</p>
<p>Prima donna <em>non bianca</em> a entrare nell’Alta corte del Sudafrica, è stata magistrato presso la Corte penale internazionale, oltre che presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Nel 2015 entra nella Commissione internazionale contro la pena di morte e, più recentemente, ha presieduto la Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu sui territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. Nel comunicato diffuso il 16 settembre 2025 dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), Navi Pillay presenta le conclusioni del rapporto: le autorità israeliane hanno commesso atti di <em>genocidio</em> contro la popolazione palestinese di Gaza.</p>
<p>«Il Premio Nobel per la Pace 2026 – si legge nella lunga motivazione dell’assegnazione del Premio – va a una persona che con coraggio eccezionale e integrità ha aperto la strada verso un ordine giuridico globale più completo. Il vincitore di quest’anno ha svolto un ruolo fondamentale nel garantire che crimini di guerra, contro l&#8217;umanità e il genocidio vengano perseguiti».</p>
<p>Il commento della giurista è <em>quasi</em> sorpreso: «Perché dovrebbe servire coraggio per dire la <em>verità</em>? Abbiamo interpretato la legge, abbiamo analizzato tutti i fatti, è stata una decisione imparziale».</p>
<p>E invece di coraggio, oggi, ce ne serve tanto. Perché la pace va tutelata attraverso regole condivise e tribunali indipendenti; perché «la pace richiede giustizia» e non esiste pace vera e duratura se atrocità e crimini restano impuniti, se le vittime vengono abbandonate e private di tutela, se il diritto viene applicato in modo diverso a seconda di chi è l’accusato.</p>
<p>«Dinanzi al pericolo di un mondo dominato dalla potenza militare, economica o politica, che finisce per prevalere sulle norme comuni e schiacciarle – prosegue il Comitato – lo Stato di diritto, a livello nazionale e internazionale, costituisce il fondamento della pace e della risoluzione non violenta dei conflitti, perché un mondo privo dello Stato di diritto è ingiusto, irrazionale e disumano».</p>
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		<title>Tutto quanto</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 10:24:14 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Pensieri e Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. È difficile lasciar andar via Don Delussu. Una di quelle persone capaci di lasciare segni indelebili e tracce profonde. Di diventare punto di riferimento per l’acutezza del ragionamento, per la lucidità delle parole, per l’ampiezza dello sguardo, per la caratura culturale, per la dolcezza discreta. «Sia il vostro parlare sì, sì, no,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Carta</strong>.<br />
È difficile <em>lasciar andar via</em> Don Delussu. Una di quelle persone capaci di lasciare segni indelebili e tracce profonde. Di diventare punto di riferimento per l’acutezza del ragionamento, per la lucidità delle parole, per l’ampiezza dello sguardo, per la caratura culturale, per la dolcezza discreta.<span id="more-4480"></span><br />
«Sia il vostro parlare <em>sì</em>, <em>sì</em>, <em>no</em>, <em>no</em>». Ecco, la frase evangelica gli veniva naturale. <em>Il di più</em> non era contemplato.</p>
<p>Nell’uomo e nel sacerdote vibrava tutta la forza e l’ardore dell’annuncio, il richiamo costante all’impegno e alla testimonianza viva, attenta, concreta. E quante volte risuonava la sferzata davanti alla tiepidezza, all’ignavia, alla mancanza di entusiasmo e di vitalità: «Dov’è la gioia di Cristo risorto? – sottolineava spesso nelle sue omelie, sempre così incisive e totali –. Dove sono i cristiani della domenica di Pasqua? Come non vedere tutta la bellezza che ci è stata donata e che anche noi dobbiamo comunicare agli altri, invece di lamentarci sempre di tutto e tutti».</p>
<p>No, non aveva mezze misure, Don Delussu. Tanto meno aveva due pesi e due misure. Né barattava su nulla, sulla pastorale, sulla catechesi, sui sacramenti: «Siamo mica qui a dare caramelle», sentenziava. Fermo, determinato, sicuro di sé, testardo all’occorrenza. Profondo conoscitore dei testi sacri, della storia della Chiesa e della realtà, da appassionato sociologo quale era.</p>
<p>I giovani lo amavano, anche per il suo essere anticonformista, schietto, spesso oltre le righe, eppure così appassionato. Di Cristo, della vita. L’amore per la musica sacra e il canto corale era una delle sue forme di espressione più belle, semi gettati nei solchi delle comunità che hanno avuto la fortuna di averlo come guida, e che sono germogliati e tuttora fioriscono.</p>
<p>Uno così non si può <em>prendere</em> a metà. E chi lo conosceva davvero, e veramente gli voleva bene, lo apprezzava esattamente così com’era, o meglio, proprio perché era così. <em>Vero</em>. E di questo suo modo di essere, <em>burrascoso</em> e sanguigno, sapeva ridere, ridere molto. Anche se <em>non</em> tutti ridevano…</p>
<p>Infine la certezza di una presenza, la dolcezza di un sorriso e di un abbraccio, la bellezza di un incontro, l’attesa di una voce, la fragilità e la stanchezza degli anni e della malattia. Ma l’indole fiera era sempre pronta a rimettersi in piedi e rispondere a tono. Combattente infaticabile.</p>
<p>Ha fatto quello che ha voluto anche nell’uscire di scena, facendoci arrabbiare per non averci dato nemmeno il tempo di un <em>ciao</em>. Ma anche ora, vedendoci così scossi, amareggiati, tristi e piangenti, ci direbbe, per l’ennesima volta: «Siete un disastro». <em>Ciao Don Delù</em>.</p>
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		<title>Repubblica Italiana: 80 anni da custodire</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 10:17:59 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Pensieri e Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. Quel 2 giugno 1946 votarono in Italia 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini. L’89,08% degli aventi diritto (28.005.449). La prima volta delle donne alle urne. Un referendum. Monarchia o Repubblica? 12.718.641 scelsero laRepubblica. Due milioni di preferenze in più decretarono la fine della Monarchia e l’esilio dei Savoia. Ma]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Claudia Carta</strong>.<br />
Quel 2 giugno 1946 votarono in Italia 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini. L’89,08% degli aventi diritto (28.005.449). La prima volta delle donne alle urne. Un referendum. <em>Monarchia</em> o <em>Repubblica</em>? 12.718.641 scelsero la<span id="more-4448"></span>Repubblica. Due milioni di preferenze in più decretarono la fine della Monarchia e l’esilio dei Savoia.</p>
<p>Ma si votarono anche i membri dell’<em>Assemblea</em> <em>Costituente</em> – 535 deputati, 21 deputate – perché, fatta la Repubblica, occorreva scriverne le regole. Diritti e doveri. 1° gennaio 1948. La Costituzione è Legge da conoscere, rispettare, abitare.</p>
<p>Le Madri Costituenti. Adele Bei. Nadia Gallico Spano. Nilde Iotti. Teresa Mattei. Angiola Minella. Rita Montagnana. Teresa Noce. Elettra Pollastrini. Maria Maddalena Rossi. Laura Bianchini. Elisabetta Conci. Filomena Delli Castelli. Maria De Unterrichter. Maria Federici. Angela Gotelli. Angela Maria Guidi Cingolani. Maria Nicotra. Vittoria Titomanlio. Bianca Bianchi. Lina Merlin. Ottavia Penna. Forze politiche molto distanti. Eppure, ponti e non muri. Brecce e non barricate. Perché uguaglianza di diritti e pari opportunità fossero garantiti a tutti nella nuova Carta costituzionale.</p>
<p>Il modo migliore di onorare e custodire la Costituzione – e con essa la vita stessa della Repubblica, della democrazia, della pluralità – è leggerla, conoscerla, averci <em>confidenza</em>, come qualcosa di più intimo che a noi stessi, come luce sul buio di pericolosi oscurantismi, sull’indifferenza e la disaffezione alla politica e alla partecipazione, sulle «nostalgie del passato rimaste soffocate, ma non estinte, che potrebbero imprimere una spinta regressiva dagli esiti disastrosi», per dirla con Ernesto Balducci.</p>
<p>Sottolineava Don Luigi Sturzo: «La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti, verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà».</p>
<p>80 anni della Repubblica e non sentirli. O sentirli tutti. Dipende se la si guarda da spettatori o da protagonisti. Dipende se quella <em>Carta</em> ci è <em>caduta</em> dal cuore. Attenti perché la nostra Costituzione «soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere». Iniziamo dai <em>fondamentali</em>.</p>
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		<title>Nel pallone</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 10:30:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. Nell’uovo di Pasqua, l’undici di Rino Gattuso trova il regalo più amaro di sempre: un ritenta, sarai più fortunato, biglietto staccato alla lotteria più ansiogena e crudele che esista, quella dei rigori, sulrettangolo di gioco a Zenica, in Bosnia-Erzegovina. Da qualunque parte lo si legga, il risultato non cambia: no qualificazione, no]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Carta</strong>.<br />
Nell’uovo di Pasqua, <em>l’undici</em> di Rino Gattuso trova il regalo più amaro di sempre: un <em>ritenta, sarai più fortunato</em>, biglietto staccato alla lotteria più ansiogena e crudele che esista, quella dei rigori, sul<span id="more-4408"></span>rettangolo di gioco a Zenica, in Bosnia-Erzegovina.</p>
<p>Da qualunque parte lo si legga, il risultato non cambia: no qualificazione, no Mondiali. E se <em>tre</em> è il numero perfetto – è il terzo Mondiale fallito <em>perfettamente</em> dagli Azzurri –, c’è un altro numero che risuona prepotente, <em>sedici</em>, tanti sono gli anni senza la più grande competizione calcistica in cui figuri la nostra Nazionale: dalla partita giocata dall’Italia all&#8217;ultima fase finale di un Mondiale, in Brasile nel 2014, alla prossima a cui <em>potrebbe</em> – il condizionale è d’obbligo – partecipare, se mai dovesse finalmente riuscirci: quella del 2030, nell’edizione <em>diffusa</em> che si svolgerà in Spagna, Portogallo e Marocco.</p>
<p>E che dire della <em>prosa</em> comparsa sulle pagine dei giornali internazionali? A cominciare dalla Spagna: «Il dramma più grande del calcio mondiale» (<em>Marca</em>). «Porca miseria, Italia!» (<em>As</em>). «L’Italia brucia nel peggiore degli inferni» (<em>El Pais</em>).</p>
<p>I tedeschi, neanche a dirlo, usano il pugno di ferro e rincarano la dose: «Un’altra vergogna Mondiale per l’Italia!» (<em>Bild</em>).</p>
<p>Per fortuna ci pensa la Francia a sdrammatizzare, con quell’ironia <em>simpatica</em> che solo <em>les Bleus</em> sanno avere: «Ciao Italia!» e «L’Italia ancora a terra» (<em>L’équipe</em>), «Nuovo fiasco» (<em>Le Figaro</em>). E ancora «Dramma», «Tragedia», «Fallimento», rimbalzano dall’Europa oltre Oceano a raccontare l’ecatombe targata Bastoni e soci, col benestare della FIGC (<em>Federazione Italiana Giuoco Calcio</em>), Gabriele Gravina in testa.</p>
<p>Ora, soprassediamo solo un momento su quali siano le <em>vere</em> tragedie, i <em>veri</em> drammi e i disastri che ci circondano e ci levano il sonno tutti i giorni. Che il giocattolo <em>calcio</em> – e calcio italiano – si sia rotto da molto, è sotto gli occhi di (<em>quasi</em>) tutti. Il discorso è assai complesso. Solo una riflessione: un sistema – di oltre 21 miliardi di euro – in completa trasformazione, dove i fondi di investimento la fanno da padrone e dove ciò che importa non è tanto vincere, ma <em>guadagnare</em>. Trovate la differenza.</p>
<p>Ci salveranno i <em>dilettanti</em>, come qualcuno li ha definiti. Dal tennis alla pallavolo, dallo sci all’atletica, passando per il Motomondiale, il nuoto e gli sport olimpici. Italia e tricolore ai vertici assoluti. Forse perché qui si è ancora capaci di <em>giocare</em>?</p>
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		<title>Il volto e la voce</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 09:54:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Pensieri e Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. Sono trascorsi 22 anni – era il 4 febbraio 2004 – da quando un ambizioso e intraprendente studente di Harvard, che risponde al nome di Mark Zuckerberg, ha letteralmente stravolto il modo di comunicare, o meglio di socializzare: da allora, Facebook sfiora i tre miliardi di accessi, disponibile in oltre 111 lingue,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Carta</strong>.<br />
Sono trascorsi 22 anni – era il 4 febbraio 2004 – da quando un ambizioso e intraprendente studente di <em>Harvard</em>, che risponde al nome di Mark Zuckerberg, ha letteralmente stravolto il modo di comunicare, o meglio di <em>socializzare</em>: da allora, <em>Facebook</em> sfiora i tre miliardi di accessi, disponibile in oltre 111 lingue, divenendo il <em>social network</em> più diffuso al mondo.<span id="more-4374"></span>Dalla lettera a <em>Whatsapp</em>, dalla cornetta del telefono alla video chiamata, fino ad arrivare ai nostri volti e alle nostre voci che possono essere (o <em>non</em> essere) qualunque cosa grazie all’<em>Intelligenza</em> <em>Artificiale</em>.</p>
<p>Quanto è cambiata la comunicazione. E quanto stiamo cambiando – più o meno <em>consapevolmente</em> – anche noi insieme con lei. Ho usato una parola, <em>consapevolezza</em>. La lego volentieri ad altre: conoscenza, formazione, educazione, pensiero critico. Al tutto unisco creatività e passione <em>quanto basta</em>. È vero: sa un po’ di <em>ricetta</em>, ma fermo restando che un bravo <em>chef</em> sa far bene anche dosando <em>a occhio</em>, non si può prescindere dagli ingredienti, fondamentali in questo caso, non solo per una comunicazione autentica, vagliata, rispettosa dei fatti e delle fonti, utile a tutti, ma anche capace di mettere sempre al centro l’uomo (con i propri talenti) che è, al tempo stesso, autore e fruitore di siffatta comunicazione.</p>
<p>Diciamolo: siamo sempre più pigri in un mondo – anche il nostro personalissimo – che corre dieci volte più di noi. E, qualche volta, avere un <em>chatbot</em> per amico risolve parecchi problemi: per intenderci, uno che parla, risponde, fa (quasi) tutto ciò che gli chiedi, togliendoti la fatica (e il gusto?) di farlo tu. Intendiamoci: utilissimo e infinitamente creativo. Ma, scommettiamo che, sotto sotto, al risultato finale mancherà qualcosa? Eh già. Mancherà <em>l’anima</em>. Perché la soluzione trovata da <em>Chat GPT</em> potrà anche essere definita e “perfetta” (parliamone), ma sarà anonima e senza cuore.</p>
<p>Pensiamo ai capolavori dell’arte, della musica, della letteratura. Sono i capolavori dell’ingegno umano, le cui abilità passano anche dai moti dell’anima, dalla gioia come dalla sofferenza, dalla forza e dalla fragilità, dallo studio e dall’impegno. Un discorso infinito.</p>
<p>Ci aiuta Leone XIV: «Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto e silenziare la nostra voce. Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la <em>persona</em>. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica».</p>
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		<title>Tu, chi sei?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 10:11:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. Singolare la domanda. La fecero a un tale che rispondeva al nome di Giovanni il Battista, alcuni curiosi benpensanti del suo tempo che avevano sentito parlare parecchio di lui. Le folle lo seguivano, lo ascoltavano. Singolare la suarisposta: «Io non sono il Cristo». Curioso anche pensare cosa risponderemmo noi se ci ponessero]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Carta</strong>.<br />
Singolare la domanda. La fecero a un tale che rispondeva al nome di Giovanni il Battista, alcuni <em>curiosi benpensanti</em> del suo tempo che avevano sentito parlare parecchio di lui. Le folle lo seguivano, lo ascoltavano. Singolare la sua<span id="more-4341"></span>risposta: «Io <em>non sono</em> il Cristo».</p>
<p>Curioso anche pensare cosa risponderemmo noi se ci ponessero la stessa questione. Un misto di chi <em>sono</em>, chi <em>vorrei</em> essere, ma forse anche chi <em>non</em> vorrei essere. Per scoprire che siamo le scelte che facciamo, le parole che usiamo, le persone che frequentiamo.</p>
<p>Proviamo. <em>Una persona vicina fa un commento che mi ferisce</em>. Io: reagisco subito o mi chiudo per proteggermi; mi prendo un momento e cerco di non rispondere con rabbia. Ancora. <em>Dopo un’offesa, cosa rimane dentro di me?</em> Rancore, pensieri ripetuti, distanza; il desiderio di non lasciare che l’episodio governi il mio cuore. Oppure: <em>quando sento di essere stato trattato ingiustamente</em>: sento il bisogno di farmi valere; cerco una risposta che non generi altro conflitto. E <em>se l’altra persona non chiede scusa</em>: rimango interiormente legato all’accaduto; scelgo di perdonare per non restare prigioniero del risentimento. Infine, <em>davanti a un’offesa, la mia prima reazione è spesso</em>: difendermi; affidare la situazione a Dio e lavorare sul mio cuore.</p>
<p><em>Eh, ma così non vale! Dipende… </em>Eppure da cose <em>semplici</em>, ordinarie come queste, e ancor più dalle nostre reazioni, deriva la guerra o la pace. «La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio. E il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana». Le parole di Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, lo hanno ribadito in modo chiaro e diretto. E fanno eco a quelle di Leone XIV nel suo messaggio per la Giornata mondiale della pace: «La pace esiste, vuole abitarci, ha il <em>mite</em> potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “<em>basta</em>”, alla pace si sussurra “<em>per sempre</em>”».</p>
<p>Tu, chi sei? Uno che <em>grida</em> o uno che <em>sussurra</em>? Uno che alza le spalle sotto «il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno» e che fa dire «non posso farci nulla», o peggio «non cambierà mai nulla» o uno che cerca consapevolmente di dialogare, di trovare la strada, di percorrerla senza perdere la fiducia, di sostenere e farsi sostenere dagli altri? «Il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata». Disarmare il cuore, la mente, la vita. Oggi è la scelta più coraggiosa che dobbiamo fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Come un filo di paglia</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 11:48:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. I pastori che erano stati alla stalla di Betlemme a onorare il Bambino Gesù tornavano a casa. Erano arrivati tutti con le braccia cariche di doni, e ora se ne partivano a mani vuote. Eccetto uno. Un pastore giovane giovane aveva portato via qualcosa dalla stalla santa di Betlemme. Una cosa che]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Carta</strong>.<br />
<em>I pastori che erano stati alla stalla di Betlemme a onorare il Bambino Gesù tornavano a casa. Erano arrivati tutti con le braccia cariche di doni, e ora se ne partivano a mani vuote. Eccetto uno. Un pastore giovane giovane aveva portato via qualcosa dalla stalla santa di Betlemme. Una cosa che teneva stretta nel pugno. Gli altri, lì per lì, non ci avevano fatto<span id="more-4306"></span>caso, finché uno di essi non disse: «Che cos&#8217;hai in mano?». «Un filo di paglia – rispose il giovane pastore –, un filo di paglia della mangiatoia in cui dormiva il Bambino». </em></p>
<p><em>«Un filo di paglia! – sghignazzarono gli altri –. È solo spazzatura. Buttalo via!».</em></p>
<p><em>Il giovane pastore scosse il capo energicamente. «No – disse –, lo conservo. Per me è un segno, un segno del Bambino. Quando tengo questa pagliuzza nelle mie mani, mi ricordo di lui e anche quello che hanno detto di lui gli angeli». </em></p>
<p><em>Il giorno dopo, gli altri pastori chiesero al giovane: «Che ne hai fatto della tua pagliuzza?». </em></p>
<p><em>Il giovane la mostrò. «La porto sempre con me».</em></p>
<p><em>«Ma buttala!».</em></p>
<p><em>«No. Ha un grande valore. Su di essa giaceva il Figlio di Dio».</em></p>
<p><em>«E con questo? Il Figlio di Dio vale. Non la paglia!». </em></p>
<p><em>«Eh no! Anche la paglia vale tanto. Su che altro poteva stare il Bambino, povero com&#8217;era? Il Figlio di Dio ha avuto bisogno di un po&#8217; di paglia. Questo mi insegna che Dio ha bisogno dei piccoli, dei senza-valore. Sì, Dio ha bisogno di noi, che non contiamo molto, che sappiamo così poco». </em></p>
<p><em>Con il passare dei giorni sembrò che il filo di paglia diventasse sempre più importante per il giovane pastore. Durante le lunghe ore al pascolo lo prendeva spesso in mano: in quei momenti ripensava alle parole degli angeli ed era felice di sapere che Dio amava tanto gli uomini da farsi piccolo come loro.</em></p>
<p><em>Ma un giorno uno dei suoi compagni gli portò via il filo di paglia dalle mani, gridando: «Tu e la tua maledetta paglia! Ci hai fatto venire il mal di testa con queste stupidaggini!». Stropicciò la pagliuzza e la gettò nella polvere.</em></p>
<p><em>Il giovane pastore rimase calmo. Raccolse da terra il filo di paglia, lo lisciò e lo accarezzò con la mano, poi disse all&#8217;altro: «Vedi, è rimasto quello che era: un filo di paglia. Tutta la tua rabbia non ha potuto cambiarlo. Certo, è facile fare a pezzi un filo di paglia. Pensa: perché Dio ci ha mandato un bambino, mentre ci serviva un salvatore forte e battagliero? Ma questo bambino diventerà un uomo, sarà resistente e incancellabile. Saprà sopportare tutte le rabbie degli uomini, rimanendo quello che è: il Salvatore di Dio per noi».</em></p>
<p><em>Il giovane sorrise, con gli occhi luminosi. «No. L&#8217;amore di Dio non si può fare a pezzi e buttare via. Anche se sembra fragile e debole come un filo di paglia».</em></p>
<p><strong>Che sia un Natale buono e vero per tutti.</strong></p>
<div class='shareaholic-canvas' data-app-id='26121299' data-app='share_buttons' data-title='Come un filo di paglia' data-link='https://www.ogliastraweb.it/come-un-filo-di-paglia/' data-summary=''></div>]]></content:encoded>
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		<title>Esserci per cambiare</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 07:46:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. In milioni. Sulle strade e tra le piazze del mondo. Un unico grido: restiamo umani. Perché la barbarie, le crudeltà e l’odio contro gli innocenti non può essere tollerato oltre. E oggi che qualche spiraglio pare intravedersi all’orizzonte – che siapace vera sarà il tempo a dirlo –, resta negli occhi quella]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Carta</strong>.<br />
In milioni. Sulle strade e tra le piazze del mondo. Un unico grido: <em>restiamo umani</em>. Perché la barbarie, le crudeltà e l’odio contro gli innocenti non può essere tollerato oltre. E oggi che qualche spiraglio pare intravedersi all’orizzonte – che sia<span id="more-4272"></span><em>pace</em> vera sarà il tempo a dirlo –, resta negli occhi quella marea umana che si è data la mano lungo i crocicchi del mondo.</p>
<p>Bandiere. A dire <em>no</em>. A dire <em>siamo tutti Palestinesi</em>. Nel chiedere, pretendere, urlare la fine delle atrocità. Perché le atrocità non hanno colore. Perché i morti sono persone, non numeri. Perché la vita è vita, qualunque sia l’etnia, la nazione, la cultura. E quanto il mondo intero dice <em>no</em>, il chiasso è talmente forte che persino i folli della terra ci devono fare i conti.</p>
<p>I giovani. Milioni. Studenti universitari, ragazzi delle scuole, famiglie. Donne e uomini. Si può dire <em>no</em>. Si <em>deve</em> dire <em>no</em>. Perché ognuno ha un grande potere: fare la propria parte. Non ti piace? Cambia! E non può essere che siamo in milioni in piazza e quattro gatti alle urne. No. Perché io valgo. Tu vali. Noi valiamo. E se non ci piace l’aria che tira, dobbiamo e possiamo cambiarla. Quel voto è vita, partecipazione. È esserci. È crederci. È costruire alternative. E allora vorrei che quella forza, quell’indignazione, quella responsabilità trovasse d’ora in poi la forma più alta e nobile di espressione che ci è stata data: il diritto di voto. Rinunciare è lasciare che altri dispongano della nostra vita e della nostra libertà.</p>
<p>«<em>Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo: questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Ricordo queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta, perché aveva la sensazione di aver ritrovato la propria dignità: questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi, voi giovani dovete dare il vostro spirito alla Costituzione, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questo è una delle gioie della vita – che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto</em>». (Piero Calamandrei)</p>
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		<title>Carlo e Pier Giorgio. Santi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 10:30:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. «Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti, giorno dopo giorno, vedo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Claudia Carta.</strong><br />
«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti, giorno dopo giorno, vedo la santità della Chiesa militante.<span id="more-4253"></span>Questa è tante volte la santità <em>della porta accanto</em>, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio».</p>
<p>Così Papa Francesco nell’esortazione apostolica <em>Gaudete et exultate</em>, sulla chiamata alla santità nel mondo moderno.</p>
<p>Carlo e Pier Giorgio. Due vite semplici, ma intense. Due ragazzi come tanti, ma unici. Lo sport, la montagna, i libri. E poi il computer, l’informatica, gli amici. Sembra di osservare, vedere, ascoltare due ragazzi di oggi, nelle loro passioni, nel loro entusiasmo, nella loro quotidianità.</p>
<p>Ma… C’è un <em>ma</em>. Era, la loro, una quotidianità <em>piena di Dio</em>.</p>
<p>Le parole di Papa Leone ce lo spiegano: «Entrambi, Pier Giorgio e Carlo, hanno coltivato l’amore per Dio e per i fratelli attraverso mezzi semplici, alla portata di tutti: la santa Messa quotidiana, la preghiera, specialmente l’Adorazione eucaristica. Carlo diceva: “<em>Davanti al sole ci si abbronza. Davanti all’Eucaristia si diventa santi!</em>”, e ancora: “<em>La tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio. La conversione non è altro che spostare lo sguardo dal basso verso l’Alto, basta un semplice movimento degli occhi</em>”. Un’altra cosa essenziale per loro era la Confessione frequente. […] Tutti e due, infine, avevano una grande devozione per i Santi e per la Vergine Maria, e praticavano generosamente la carità. Pier Giorgio diceva: “<em>Intorno ai poveri e agli ammalati io vedo una luce che noi non abbiamo</em>”. Chiamava la carità “il fondamento della nostra religione” e, come Carlo, la esercitava soprattutto attraverso piccoli gesti concreti, spesso nascosti».</p>
<p>Non sarebbe male vivere questo nuovo inizio conoscendoli meglio, pregandoli, avendoli accanto, imitandone l’esempio. L’Azione Cattolica, il volontariato, la vita politica attiva, onesta e credibile, il servizio in parrocchia e nella propria comunità, la vicinanza agli anziani, agli ammalati, agli stranieri soli ed emarginati, la diffusione della cultura e dalla sua bellezza tra i giovani. Tanto hanno fatto Pier Giorgio e Carlo. E tanto possiamo fare anche noi. Con l’unicità e la straordinarietà della nostra esistenza. «<em>Non io, ma Dio</em>», diceva Carlo. E Pier Giorgio: «<em>Se avrai Dio per centro di ogni tua azione, allora arriverai fino alla fine</em>». Ricordiamoci di quel <em>ma</em>…</p>
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		<title>Com’è profondo il mare</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jul 2025 07:26:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudia Carta. Se iniziassi dicendo: «Ai miei tempi…» sarebbe certo deleterio e mi attirerei sopra l’ira funesta dei crociati ostili al si è sempre fatto così. Per carità. Dico allora semplicemente che ho conosciuto maestre, professori, docenti che prima diessere il ruolo che ricoprivano erano uomini e donne, magari anche padri e madri, difronte]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Claudia Carta</strong>.<br />
Se iniziassi dicendo: «<em>Ai miei tempi…</em>» sarebbe certo deleterio e mi attirerei sopra <em>l’ira funesta</em> dei crociati ostili al <em>si è sempre fatto così</em>. Per carità. Dico allora semplicemente che ho conosciuto maestre, professori, docenti che prima di<span id="more-4219"></span>essere il <em>ruolo</em> che ricoprivano erano uomini e donne, magari anche padri e madri, difronte a un esercito di bambini, ragazzi, adolescenti. Chiamiamoli per ciò che sono: <em>persone</em>.<br />
Dal <em>bravissima</em> all’<em>ottimo</em>, da <em>A</em> a <em>8</em>. Giudizi, valutazioni, numeri. <em>Quanto ti ha messo?</em> Domanda esistenziale. Con gli annessi e connessi, più o meno leciti, tra cui andare a frugare nel registro lasciato incustodito sulla cattedra, scorrere la lista dei nomi e seguirne col dito il “destino” sulla destra per scoprire <em>di quale voto morire</em>.</p>
<p>Alla maturità, in piena solidarietà con la mia classe, il compito di matematica fu il frutto di una copiatura perfetta, merito di una <em>versione circolata </em>– così disse il presidente della commissione (su una pallina di carta dagli effetti aereodinamici sorprendenti, sottolineo io) – che consentì a tutti di fare un <em>compito mediocre</em> (leggi 5), sempre a detta del presidente. Ma un 5, buttalo via: <em>appena appena </em>sotto il 6. All’orale, il professore – esterno – di italiano ci incastrò tutti su <em>I promessi sposi</em> di Manzoni, senza possibilità di appello. E fu lì che la nostra acerba fiducia nella <em>provvidenza divina</em>, celebrata dallo scrittore milanese nel suo capolavoro ottocentesco, subì un grosso contraccolpo. Sopravvissuti.</p>
<p>Oggi, quattro studenti su oltre 500mila maturandi in Italia – ma il numero potrebbe essere cresciuto quando riceverete queste mie parole – hanno deciso di sedersi davanti a quella commissione e dire: «Io non sono un numero». C’è chi l’ha fatto e ha scelto il silenzio. C’è chi ha argomentato la scelta, spiegando perché <em>maturità</em> è tante altre cose oltre il 60, il 100 e numeri intermedi. Mode, capricci, esibizionismo. Se n’è detto di ogni. Col ministro a tuonare: «Dal prossimo anno, tutti bocciati!».</p>
<p>Ognuno si sarà fatto la propria idea: ragazzi, genitori, docenti. Io ho la mia e vi do un consiglio di lettura per questa estate già rovente: è <em>L’appello</em> di Alessandro D’Avenia, noto scrittore e professore di lettere. Vi auguro buone vacanze così: «<em>È chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. E come pesce è difficile da bloccare perché lo protegge il mare. Certo, chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche. Il pensiero, come l&#8217;oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare, così stanno piegando il mare</em>».</p>
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