In breve:

Volti e persone

Mauro Angiargiu

La fantasia al potere

di Fabiana Carta.
Mauro Angiargiu mi risponde al telefono, direttamente dalla sua casa di Sanluri, dove vive da qualche anno. Una passione per il disegno scritta nei geni, nasce per ultimo in una famiglia dove tutti i fratelli hanno una vena artistica ben sviluppata. Prima dell’intervista telefonica mi tuffo dentro il suo mondo multisfaccettato, dove i forti colori mi afferrano per la mano e mi trascinano in una galleria popolata dalle opere più svariate ed eclettiche.
Scorrendo i suoi lavori comprendo subito che Angiargiu non si può incasellare o catalogare in una precisa corrente, non è un artista monocorde, può passare dalle tele di Arte Sacra ai murales con scene di vita quotidiana sarda, dai trompe-l’oeil (genere pittorico che illude l’osservatore di stare guardando un oggetto reale e tridimensionale, in realtà dipinto su una superficie bidimensionale) ai dipinti d’ispirazione surrealista, che riportano alla mente grandi nomi come Dalì e Magritte.
Sfugge e si mischia dentro queste opere a tratti oniriche, surreali, libere, ironiche, pare che lui non voglia fare troppo rumore, sono le sue opere che devono parlare. Poco dopo lui stesso ammette: «Sono molto schivo, mi piace vivere nascostamente. Non sono abituato a raccontarmi».
Nasce a Sanluri, avrebbe voluto frequentare qualche scuola d’arte, ma è spinto dal padre a iscriversi al Liceo classico vicino casa, non trovandolo per nulla nelle sue corde. Dopo varie sofferenze, dentro un vestito che non era il suo, decide di abbandonare la scuola e di partire in Germania il giorno del suo diciottesimo compleanno. Artista autodidatta, nel 1982 si trasferisce in Ogliastra, terra che ama intensamente per le sue bellezze naturali, dove lascia il segno con numerose opere. Ricorda ancora i primi lavori effettuati a Lanusei nel Tempio di Don Bosco e commissionati da don Mameli, dove dipinge su compensato personaggi del mondo salesiano, la bellissima libreria dipinta sul muro del palazzo dell’avvocato Demurtas, il reparto nascite dell’Ospedale di Lanusei o l’interno del cinema Garibaldi di Tortolì dove simulò una sorta di spazio esterno, una piazza, nei muri che circondano la sala. Ci sono tante opere a cui è fortemente legato, come le due tele a olio per la parrocchia di Cardedu, vari murales a Loceri e Talana o lavori per privati.
Ha iniziato a esporre dai primi anni ’80 in Italia, in Europa, fino ad arrivare a New York. «Vivere d’arte oggi è veramente difficile, ci sono dei mesi più difficili di altri, poi arrivano periodi dove le cose vanno meglio…», è molto poetico vivere solo di arte – osservo – ma subito mi riporta coi piedi per terra: «È da pazzi! Ho trasformato la mia passione in un lavoro, ma di questi tempi è complicato. Non posso permettermi di fare solo ciò che mi piace, mi devo adeguare alle richieste che arrivano», mi confessa. Mi sembra di percepire nella sua voce un leggero sconforto, di chi ha dentro un forte bisogno di esprimersi con libertà, ma che spesso è ingabbiato dalla necessità di eseguire in maniera meccanica le richieste. L’arte comunque resta il suo ossigeno: «Non riesco a immaginare la mia vita senza, è troppo importante, è un pensiero fisso, qualsiasi cosa è collegata alla proiezione sulla tela, un film in tv, la musica…».
Per Angiargiu l’arte deve far pensare, non deve essere una forma di espressione fine a se stessa, deve incuriosire. Ciascuno di noi di fronte all’opera deve vivere l’emozione in maniera personale, laddove arriva. «Non è detto che si riesca a suscitare un’emozione, ognuno deve poterci trovare dentro quello che vuole. Spiegare una tela, un dipinto, non penso sia necessario e lo ritengo poco interessante. Ciò che importa di più non è quello che mi ha portato a dipingere o l’idea che volevo trasmettere, ma quello che ci leggi tu».
Dipinge insieme alla sua compagna tedesca Gabi Shunzel: «È bellissimo respirare tutti giorni e insieme la voglia di creare. È qualcosa che ci appassiona e ci accomuna». Mauro e Gabi si propongono con esposizioni e mostre, hanno due stili molto diversi, ma riescono comunque a esprimere con garbo le loro diverse interpretazioni, come nella bella mostra dedicata a Klimt.
Gli chiedo quali sono le correnti a cui è più affezionato: «A me piace tutta l’arte, ogni forma d’arte è un’espressione di qualcosa sempre originale, incuriosisce e appassiona. La mia corrente preferita, che si avvicina a quanto posso sentire dentro e al mio modo di dipingere, è il Surrealismo».
Ancora abbagliata dall’intensità dei suoi colori, chiudo la telefonata convinta che la missione segreta di Mauro sia quella di dichiarare guerra alla ragione e alla razionalità, proiettando il bisogno di una realtà – altra, un po’con gli occhi di un bambino.

Alfredo Diaz

“Questa è la mia casa. Qui sarà il mio servizio”

di Alfredo Diaz.
Il 20 ottobre prossimo, in occasione del Convegno pastorale diocesano, Alfredo Diaz, originario del Venezuela, già da un anno nella nostra diocesi, riceverà il diaconato per mano del vescovo Antonello. In queste righe, l’espressione di una fede intensa che diventa gioia per un mandato a servizio della Chiesa.

Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita” (Salmo 26,4). Sono queste le parole che tutt’oggi risuonano nella mia vita, risuonano nel mio cuore, risuonano ogni giorno in tutto quello che vivo e faccio. Fin da quando sono venuto la prima volta in questa diocesi, esse mi accompagnano. Avevo in mente l’idea di una casa, di una comunità, di una Chiesa, ed è stata proprio questa la mia richiesta al Signore quando stavo per finire il mio ultimo anno di studio di teologia, mentre mi trovavo ancora in seminario, a Roma: quella di inviarmi a servire nella sua casa, che è la sua Chiesa, dopo aver lasciato qualche anno fa la casa dei miei genitori in Venezuela, i miei tre fratelli e i miei nipotini, per venire a scoprire qualche anno dopo questo territorio, senza neanche sapere dove si trovava questa diocesi e quest’Isola, che mi ricorda molto la mia terra.
Sono nato in una piccola città sulla cordigliera delle Ande, sul lato occidentale del Sud America, con una religiosità e una cultura molto simili a questo luogo e con dei valori umani e cristiani da custodire.
Sono stati molti a chiedermi: «Ma cosa farai quando avrai finito gli studi?», oppure: «Proprio in Sardegna dovevi finire!». E quando dicevo il nome della diocesi, mi dicevano: «Cosa? Ma dov’è questo luogo?».
Gradualmente conoscendo questa realtà sono riuscito a descriverla a chi mi chiedeva notizie, facendo rilevare che certamente era il luogo dove il Signore mi aveva inviato, per trovare “casa”. E non dimenticando di dire che sono venuto per servire, per servire questa Chiesa.
Il 20 ottobre prossimo, vigilia della Giornata Missionaria Mondiale, e giorno del nostro convegno pastorale a Tortolì nel quale si parlerà di vocazioni – di tutte le chiamate, da quella matrimoniale a quella sacerdotale e religiosa – il vescovo mi ordinerà Diacono, dopo oltre un anno dalla mia presenza in questa diocesi. E sono felice di quanto sta avvenendo nella mia vita, perché sarà la consacrazione del mio ingresso come “servo” in questo luogo, un servizio missionario in una Chiesa missionaria. Mettere insieme missione e diaconia è davvero far emergere il volto autentico del Vangelo e della Chiesa stessa, un modo di rispondere al Signore che chiama e che sceglie sempre le persone, qualunque sia la chiamata, per una vocazione e una missione.
Ringrazio Dio che mi ha permesso di conoscere questa Chiesa diocesana, il suo Pastore e nostro vescovo, i sacerdoti e tutte le persone incontrate nelle comunità. É una Chiesa dove mi sento a casa, nella quale mi sono identificato, e dove respiro un’atmosfera missionaria, nella certezza che in ogni luogo del mondo, quando c’è una comunità cristiana dove si annuncia il Vangelo, quello è un luogo di missione, un luogo dove il Signore si rende sempre presente.

Paolo Usai

Nei meandri della mente umana

di Fabiana Carta.
Psicologia: scienza de’ sentimenti, delle passioni e del cuore umano. A noi piace vederla così, con gli occhi di un poeta come Giacomo Leopardi.
Paolo Usai, psicologo trentaduenne ogliastrino trapiantato in Francia, ci racconta la sua storia. Dopo il diploma al Liceo Scientifico di Tortolì, in quella delicata fase di vita dove bisogna decidere cosa fare del proprio futuro, decide di partire a Roma e frequentare l’Università della capitale che vantava tra i docenti alcuni tra i più importanti pionieri e studiosi della psicologia italiana. «La psiche umana mi ha sempre affascinato, insieme al desiderio di esplorarne il funzionamento, di studiare e capire i meccanismi dietro diversi stati d’animo ed emozioni», mi spiega.
Dopo gli anni universitari arriva un’altra delicata fase, quella in cui bisogna scegliere se tornare a casa o trovare il proprio percorso lavorativo altrove. Da una parte Roma, la sua frenesia e i costi degli affitti, dall’altra la Sardegna e i suoi ritmi tranquilli che lo convincono a tornare in patria l’indomani stesso del conseguimento della laurea. «A Cagliari ho svolto il tirocinio post-laurea e ho ottenuto l’abilitazione alla professione di psicologo. Tra Cagliari e l’Ogliastra ho poi avuto diverse esperienze lavorative in qualità di educatore e operatore domiciliare nell’accompagnamento di persone portatrici di disabilità e di adolescenti in situazione di disagio psicosociale. Si è sempre trattato di incarichi brevi, con contratti a progetto, che mi hanno fatto toccare con mano la difficoltà di trovare un impiego stabile, adeguato alle competenze acquisite in formazione e che mi permettesse di fare progetti per il futuro». Decide temporaneamente di tornare a Roma per continuare a formarsi frequentando un master, nella speranza che un titolo in più potesse facilitare la ricerca di un impiego più stabile.
Poi la svolta: «Poco tempo dopo aver ottenuto il master, sono capitato quasi per caso su un bando per svolgere il progetto Leonardo all’estero, in ambito medico-sociale»: uno stage di tre mesi a Perpignan (nel sud della Francia) in un Ime (Istituto Medico-Educativo), un centro che accoglie bambini e ragazzi affetti da disabilità intellettive. «Mi sono ritrovato dall’oggi al domani in un altro mondo, un centro all’avanguardia dove tutto è pensato e strutturato in funzione ai bisogni particolari di ogni bambino: dagli arredi, alla disposizione degli spazi, ai colori delle pareti scelti tenendo conto delle particolarità sensoriali del pubblico accolto. Lì ho potuto appurare che un accompagnamento di qualità per le persone affette da disabilità psichica è possibile quando si dispone di risorse adeguate che permettono di finanziare le formazioni e i corsi di aggiornamento continuo per il personale, le attività pedagogiche ed educative, supporti e materiale specifico. E i risultati dell’accompagnamento proposto sono tangibili e misurabili, con progressi nell’autonomia negli atti della vita quotidiana, nella comunicazione, nelle abilità sociali, nel comportamento, etc.». Dopo lo stage Paolo capisce che il suo futuro lavorativo sarebbe stato in Francia, ma gli ostacoli non hanno tardato a presentarsi: per poter lavorare come psicologo c’era bisogno dell’equivalenza della laurea. Per ottenerla ha dovuto aspettare un anno, tra i tempi necessari per i documenti e certificati dell’Università di Roma, la traduzione dei documenti da parte di un traduttore certificato e in seguito l’invio di tutto al ministero competente di Parigi, insieme all’attesa che la commissione si riunisse per esaminare il dossier e rendesse il suo titolo di psicologo valido in Francia. «La ricerca di un lavoro come educatore nell’attesa di poter lavorare come psicologo si è subito rivelata un fallimento. I francesi sono molto precisi ed esigono un titolo di studio specifico per ogni mestiere: per fare l’educatore occorre avere il diploma da educatore, a differenza dell’Italia, i mestieri di psicologo ed educatore sono ben distinti. La mia tenacia mi ha comunque permesso di trovare un primo lavoro a Parigi per tre mesi, come auxiliaire de vie (una sorta di assistente domiciliare) presso una famiglia con un bambino autistico. Questo primo contratto mi ha permesso di ottenere alcuni diritti essenziali, come la copertura sanitaria e la possibilità di iscrivermi al Pôle Emploi (l’equivalente del nostro ufficio di collocamento). In seguito sono tornato nel Sud, sempre a Perpignan, dove ho lavorato essenzialmente come auxiliaire de vie presso famiglie con figli disabili e come animatore in soggiorni di vacanza specializzati per persone affette da disturbi mentali».
Una bella gavetta che lo ha condotto al lavoro dei suoi sogni. «Una volta ottenuto il riconoscimento della laurea, dopo cinque mesi di ricerche ho firmato un contratto a tempo indeterminato a l’Unapei66, un’associazione che gestisce tredici strutture e servizi rivolti a bambini e adulti portatori di handicap mentale e psichico. Nello specifico sono psicologo in un Sessad (servizio rivolto a bambini e ragazzi dai 4 ai 20 anni, con un ritardo mentale medio/leggero) e in una Mas (struttura residenziale specializzata per adulti con ritardo mentale severo e autismo)».
Un altro mondo rispetto all’Italia: «Le differenze sono tante, a partire dal fatto che vengono valorizzate le reali competenze e il livello di studi di ciascuno. In Francia la gavetta si fa durante i tirocini, ma poi ognuno fa il lavoro per cui ha studiato e le competenze le sviluppa attraverso dei corsi di formazione continua organizzati dall’azienda o chiesti dal dipendente stesso e in ogni caso finanziati dal datore di lavoro. Nel centro dove feci il tirocinio post-laurea in Sardegna c’erano ritardi di diversi mesi nel pagamento degli stipendi ai dipendenti e anche le risorse finanziarie per l’acquisto di materiale educativo necessario per l’animazione delle attività terapeutiche erano molto scarse, cosi come quelle per mettere benzina al minibus per proporre un’uscita. Qui le condizioni di lavoro sono migliori, le aziende prestano molta attenzione al benessere dei dipendenti. Ad esempio una volta all’anno ci vengono regalati dei cheques vacances del valore di circa 200 euro (buoni da spendere per le vacanze, ad esempio per pagare una camera d’albergo o delle cene in ristorante). Questo perché prevale l’idea secondo cui la qualità del lavoro è proporzionale alla qualità di vita in generale, quindi se hai una vita soddisfacente e ti svaghi rendi di più a lavoro»”.
Nonostante la forte mancanza della famiglia, degli amici e della buona pizza, Paolo mi conferma che sì, il suo futuro lo vede francese.

Anna Maria Congiu

L’espressione della materia

di Fabiana Carta.
Non si può restare indifferenti di fronte alle opere d’arte di Anna Maria Congiu. Non si può.
Si va a sbattere, ci colpiscono come un fulmine e ci costringono a pensare, a scavare dentro il nostro Io, ci danno fastidio. Non si può guardare una sua opera e poi passare oltre, come se fosse un paesaggio o un bel tramonto su tela. C’è la forza e la sofferenza, l’inquietudine, la provocazione, legate da un filo comune che è il passato, la storia, le nostre radici.
È la materia la protagonista: pezzi di muri, sabbia, pietre, metallo, tagli, buchi, incisioni, segni forti che vogliono smuovere e sensibilizzare. Possono esserci vari modi di interpretare l’arte oggi. La Congiu è convinta che debba avere una duplice funzione, educativa e provocatoria: «L’arte educa e favorisce la trasformazione sociale e personale. Oltre ad essere un atto creativo è una forma di comunicazione che ci permette di esprimere noi stessi e di plasmare la realtà secondo un punto di vista critico e personale, e quindi spesso provocatorio, o comunque funzionale ad una riflessione più profonda dell’esistenza».
Nasce a Lotzorai, sin da piccola sente il bisogno di esprimersi con creatività – «da ragazza mi esercitavo su fogli di un quaderno a quadretti e con la matita rappresentavo dei paesaggi, ma eravamo una famiglia numerosa, con un padre emigrato e una madre che doveva provvedere a tutti i problemi, quindi lo spazio per ammirare i miei scarabocchi non c’è mai stato» – e nel 1970 si trasferisce a Gavoi dove tutt’ora vive.
Abbiamo ormai appurato che dalle passioni non si può fuggire, loro tornano a prenderti, così un’Anna Maria quasi quarantenne decide di tornare sui banchi di scuola, frequentando l’Istituto d’Arte Ciusa Romagna a Nuoro, con grandi sacrifici, avendo contemporaneamente una famiglia da gestire. Subito dopo l’amore per l’arte si concretizza con l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti di Sassari, fino al raggiungimento del diploma accademico, successivamente i primi incarichi come docente di arte nelle scuole e varie mostre in Sardegna e in Europa. Chiedo cosa vuole trasmettere con le sue opere: «Nei miei lavori ritrovo la mia identità, il mio passato, e attraverso la mia ricerca artistica ritrovo i segni appartenuti al mio popolo. Da sempre i muri mi parlano, la polvere, la sabbia, la calce i pigmenti… e tramite l’impasto mi fanno sentire un tutt’uno con la materia, in un dialogo artistico silenzioso e sofferto. Vorrei trasmettere la forza di guardare oltre i muri, vedere, indagare, prestare attenzione, sentire, e avvertire che oltre le mura ci sono un’enormità di vicende e un’infinità di storie».
Vedereindagareprestare attenzione, non puoi sottrarti. Da dove può nascere l’ispirazione, se non dalla propria terra? «Mi ispiro al ricordo di vecchi muri del secondo dopoguerra, affrescati di candida calce in cui spiccava chiaramente la scritta del DDT, che segnalava il passaggio della disinfestazione. Un marchio infame, accostato a crepe profonde che ricordano le cicatrici e le rughe dei vecchi vissuti all’interno di quelle stesse mura. Lo studio sui muri che hanno il marchio DDT si concretizza in una serie di pitture materiche di grande formato, lavorate con materiali differenti e spesso arricchite di elementi che solitamente sono “estranei” a un quadro convenzionale (inserisco finestre, reti da pesca, foto, serrature antiche…), che mi riportano sempre al mio passato». Ritrovandosi faccia a faccia con opere di questo tipo ognuno può reagire in base alla propria sensibilità, il significato può non essere univoco e chiaro. Da parte dell’artista è allora necessario dare delle spiegazioni? «Se qualcuno mi chiede di spiegargli un’opera d’arte, qualsiasi essa sia, innanzitutto lo invito a fare lo forzo di osservarla, a provare delle emozioni (qualsiasi esse siano) e se vuole porsi delle domande, ognuno è libero di esprimere i propri sentimenti. Tuttavia quando si conoscono le motivazioni storiche, artistiche, personali dell’autore che ha creato una determinata opera (e qui l’importanza dello studio), si apprezza e si scopre di più il suo valore, che va al di là di un’emozione passeggera».
Ogni volta che si ha a che fare con dei maestri dell’arte tornano in mente delle domande come: artisti si nasce o si diventa? Anna Maria mi comunica il suo pensiero: «Artisti si nasce, abbiamo differenti esempi di geni che hanno espresso queste capacità precocemente, ma soprattutto, artisti si diventa. La sensibilità artistica è qualcosa che si apprende con l’esercizio, non è necessariamente custodita nei nostri geni. Si sviluppa con l’osservazione, con la curiosità e con la scuola, tramite uno studio approfondito della storia dell’arte a livello universale, con umiltà e confronto con gli altri artisti».
Affinare curiosità e sensibilità, dunque. È per questo che da anni si discute sull’importanza di introdurre l’arte anche nella scuola dell’infanzia. L’amore per il materico, ovvero l’accostamento di materiali come espressione di un bisogno, di una denuncia, di un grido, non possono che confermare il suo amore per quel movimento artistico sviluppatosi nel secondo dopoguerra: l’Informale. «Amo molto questa corrente artistica, nasce dal disagio degli artisti di fronte alla tragedia della seconda guerra mondiale e al disinteresse per l’umanità stessa, che di questo orrore ne è stata attrice. Gli artisti percepiscono la propria incapacità di trasmettere i loro messaggi e per far fronte a questa nuova urgenza comunicativa utilizzano i materiali più disparati: sabbie, calce, colle, stoffe, legni, sassi…».
Domanda provocatoria: a chi pensa che l’arte abbia già detto tutto, cosa risponde? «L’arte è sempre l’espressione di una società, e di questa ne riflette i suoi attori, i suoi eventi e di conseguenza i suoi prodotti. Ci sarà sempre qualcosa sui cui riflettere, basta guardarsi attorno, siamo circondati da eventi, cose, persone su cui riflettere, che probabilmente daranno lo stimolo per una nuova epoca creativa del XXI secolo». Ci sarà sempre qualcosa da dire e per usare le parole di Anna Maria: «l’arte, la musica, e tutte le espressioni della creatività svolgono una funzione trasformativa e un ruolo sociale fondamentale, sono dei modi per avvicinarsi, o fuggire allo stesso tempo la realtà e la vita in tutte le loro manifestazioni, gioiose o tristi che siano».

Becciu

Una “berrita” sarda fra i nuovi cardinali

di Claudia Carta.
Una diocesi intera, quella lanuseina, con il suo vescovo Antonello, lo ha accolto, abbracciato e ascoltato con gioia. La notizia della nomina a cardinale di Angelo Becciu – don Angelino, pattadese doc, classe 1948 – annunciata dal Papa lo scorso 20 maggio al “Regina Coeli”, in Piazza San Pietro, ha donato a quella gioia la sua naturale compiutezza.
Non basta. Sì, perché il Santo Padre lo ha voluto anche prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ufficio di cui prenderà possesso alla fine del mese di agosto prossimo, al posto del cardinale Angelo Amato, rimanendo intanto sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato fino al 29 giugno – giorno nel quale riceverà la berretta cardinalizia in Concistoro – e continuando come delegato speciale presso il Sovrano Militare Ordine di Malta.
In una intervista a Vatican News, il neo porporato, aveva palesato la sua meraviglia di fronte a una nomina attesa, ma non prevista così presto: «Per me è una sorpresa – ha detto l’arcivescovo sardo –. La vocazione dei cardinali è di essere fedeli totalmente al Papa ed essere disponibili a effondere il proprio sangue, ma proprio nella fedeltà, nell’amore alla Chiesa. E quindi dovremmo essere testimoni di comunione e di unità… e poi, direi anche ricchi di fantasia nel sapere trovare le vie giuste per l’evangelizzazione».
Il prelato sardo già nel Convegno pastorale di Tortolì, lo scorso ottobre, aveva sottolineato il suo profondo senso di appartenenza alla Chiesa: «Scopro la vostra bella cittadina e sono contento, oggi, di sentirmi parte della vostra Chiesa che lavora per crescere sempre di più. Ricordo con gioia il momento di grazia nel quale ho consacrato il vostro vescovo»; e il suo costante attaccamento alla Sardegna: «L’accento l’ho mantenuto – racconta sorridendo – non mi sono “normalizzato” né continentalizzato. Noi sardi siamo persone franche, non siamo adulatori. Il Papa forse avrà colto in me questo aspetto!».
E fu proprio lui a proporre l’isola Bergoglio, già pochi mesi dopo l’elezione al soglio pontificio, il pellegrinaggio ai piedi della Madonna di Bonaria, la Buenos Aires della Sardegna: «Pur dovendomi occupare della Chiesa universale, non posso dimenticare che sono nato e sono stato generato nella fede proprio nella Chiesa sarda, per la quale nutro particolare affetto».
Non è un caso che il 28 aprile scorso Becciu abbia presieduto la liturgia in limba in occasione di Sa die de sa Sardigna.
«Quando sono stato ordinato sacerdote – ha raccontato il Sostituto sulle colonne de La Nuova – non pensavo minimamente di entrare nel servizio diplomatico della Santa Sede, che consideravo qualcosa di alieno e di remoto per noi sacerdoti diocesani sardi. Un giorno il mio vescovo, monsignor Giovanni Pisanu, mi chiamò e mi disse che mi volevano a Roma nella Pontificia Accademia Ecclesiastica». Segnalazione partita dalla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. «Non mi fu facile dire di sì, i miei familiari non erano affatto contenti che mi allontanassi da loro e da buon sardo soffrivo ad abbandonare l’isola. Accettai, fedele al proposito di spendere la mia vita laddove il Signore mi avesse voluto». Nunzio apostolico in giro per il mondo e dal 2011 chiamato da Benedetto XVI in Segreteria di Stato.
E aggiunge: «Ho vissuto nella mia diocesi di Ozieri per sette anni come vice-rettore del seminario minore, ma appena libero prendevo gusto ad andare nelle parrocchie a fare pastorale a stretto contatto con la gente». Un cardinale con il gusto di stare tra la gente. Ci piace.

Pacha Mama

Pacha Mama. Bio? Logico!

di Augusta Cabras.
Fabiola Dettori per la sua azienda agricola ha scelto il nome Pacha Mama. Un nome musicale, dolce, che significa Madre Terra, dea dell’agricoltura e della fertilità. Elemento universale, presente anche in Sardegna. Per Fabiola è un nome e insieme una filosofia che presiede a un nuovo modo di pensare l’agricoltura, il cibo, la produzione e il consumo, la salute e il rispetto per la terra.
Fabiola, fino a qualche anno fa estetista di professione, è sempre stata appassionata di piante, fiori e terra. Da autodidatta ha iniziato a leggere e ad approfondire i temi dell’agricoltura biologica e sinergica e – un po’ per la voglia di sperimentare e molto per il desiderio di consumare e di far consumare alle sue due figlie, Anna e Maddalena e ai suoi familiari, prodotti genuini e sani – ha deciso, insieme al marito Sergio, di coltivare un piccolo orto, biologico e sinergico.
Niente diserbanti e fitosanitari chimici, ma fiori per allontanare gli insetti molesti, decotti di erbe da spruzzare sulle foglie di ortaggi e frutta, api per l’impollinazione, lombrichi per decomporre gli scarti, procedure che rispettano i tempi di crescita senza nessuna pressione sulla terra e i sui frutti; tanto lavoro con grande attenzione e profondo amore. Per la madre terra e per tutto ciò che sa regalare sotto forma di ortaggi, frutta, fiori e piante. Un trionfo straordinario di ricchezza e bellezza che nasce dall’atteggiamento di chi cammina sulla terra con leggerezza rispettando gli equilibri (spesso fragili), i tempi e le dinamiche naturali.
Dalla coltivazione di un orto per il consumo familiare, in due anni Fabiola è arrivata a coltivare due ettari, prendendo in affitto terreni e macchinari, grazie anche all’aiuto e alla consulenza dell’agronomo Giorgio Falchi: «Io non sono figlia di contadini, non ho terreni miei, né mezzi. Ho dovuto prenderli in affitto e darmi da fare. Ho frequentato un corso per diventare imprenditrice agricola, ma molto di quello che so lo devo alla mia grande curiosità e capacità di sperimentare».
Nel racconto di Fabiola, c’è la sua straordinaria energia, la voglia di portare avanti un progetto complesso ma appassionante, ricco di imprevisti legati anche alla situazione meteorologica, ma pieno di soddisfazioni. La certificazione Bio è arrivata dopo due anni di controlli, verifiche e ispezione sul terreno, sui prodotti e sui sistemi di coltivazione. Controlli severi e ripetuti nel tempo, effettuati da un ente preposto a garanzia della qualità e dell’essere biologico di frutta e verdura. Oltre il lavoro nella terra, Fabiola sostenuta in questa sfida da Sergio, non ha sottovalutato l’aspetto del marketing e della vendita dei prodotti. Oltre la rivendita sotto la propria casa, nel Corso Vittorio Emanuele a Bari Sardo, Fabiola ama il contatto diretto con i suoi clienti, sempre in crescita, facendo le consegne a domicilio anche in altri paesi. «In questo momento mi rendo conto di quanto siamo fortunati ad avere la tecnologia a disposizione per arrivare in tempo reale anche nei luoghi più distanti. Attraverso Facebook e soprattutto con il canale Youtube, raccontiamo in presa diretta, quello che si fa nel terreno, i mezzi che vengono usati (spesso realizzati con materiali recuperati e riutilizzati), quello che viene piantato e raccolto. Attraverso Watshapp invece mando settimanalmente ai gruppi d’acquisto presenti in tanti paesi dell’Ogliastra, la lista con i prodotti a disposizione e i prezzi. Ogni gruppo mi invia l’ordine e io provvedo a fare le consegne a domicilio. Per sistemare i prodotti uso delle cassettine di legno che il cliente mi restituisce in modo che non ci sia alcun imballaggio da smaltire». Un dettaglio importante e non banale che segna un cambiamento nel nostro modo di consumare, nel nostro modo di pensare avendo maggiore consapevolezza che il rispetto per l’ambiente passa anche dai nostri piccoli gesti quotidiani che possono fare davvero la differenza. In questo momento c’è certamente una maggiore sensibilità verso i temi della sostenibilità ambientale, della produzione e del consumo di prodotti biologici, della salute garantita o minacciata anche dal cibo consumato.
A Fabiola questo è chiaro e sente che anche in Ogliastra c’è sempre di più l’esigenza di fare agricoltura in modo nuovo, con più attenzione, con la conoscenza, la passione e anche la convinzione che ci sia una fetta del mercato che chiede prodotti di qualità, buoni, sani e senza residui chimici dannosi per la salute e che questi consumatori siano disposti a spendere in più per avere una tale garanzia. Perché, paradossalmente, i prodotti e tutto quello che serve per produrre in modo biologico e sinergico, costa il doppio di quanto viene speso per fare agricoltura convenzionale. Anche in questo caso servirebbe un ribaltamento di prospettiva per cui chi fa questo tipo di produzione, garantendo la naturalità dei processi, dovrebbe essere aiutato e sostenuto con premialità o costi di produzione più bassi. Un discorso lungo e complesso che chiama al pensiero e all’azione una politica che sappia avere una nuova visione di presente e futuro e che sappia percorrere sentieri nuovi.
Nei progetti di Fabiola c’è l’acquisto di nuovi terreni per differenziare la produzione e garantirne la quantità per i suoi clienti, c’è lo sviluppo della parte didattica dell’azienda, che diventerà multifunzionale, con la possibilità di accogliere gli studenti delle scuole alla scoperta di un’agricoltura sostenibile e biologica.
Perché le cose belle vanno raccontate, condivise e supportate. Fin da subito e costantemente.