In breve:

Volti e persone

Don Ignazio Ferreli

Insegnare? Una vocazione

di don Ignazio Ferreli.

L’esperienza di don Ignazio Ferreli docente alla Facoltà Teologica, l’amore per lo studio e il suo rapporto con gli studenti

In una lettera inviatami da Parigi nel maggio del 1995 il padre Sebastiano Mosso così mi confidava: «Io registro, con grande consenso positivo, la tua esigenza seria, vitale, non strumentale: mi pare di registrare come i “segni” di una “vocazione” allo studio». Questa stessa impressione era diventata auspicio nel 1997 quando ancora mi scriveva: «Spero che un giorno possa dare un aiuto prezioso anche nella nostra facoltà».
In effetti i desideri del Padre Mosso si concretizzarono il 4 ottobre del 1999, festa di san Francesco, in una telefonata con il quale il Padre Maurizio Teani mi chiedeva la disponibilità per un servizio in Facoltà. Quella chiamata avvenne mentre andavo a celebrare la Messa nel santuario della Madonna d’Ogliastra. Quel giorno avevo parlato del fatto che san Francesco pregava così: Mio Dio, mio tutto, e di quella Totalità ne ero e ne sono intimamente persuaso.
Si tratta della medesima persuasione con la quale cerco di vivere il mio studio come una vocazione, così come aveva avvertito Padre Mosso, nel senso di una ricerca della totalità nella storia delle persone, soprattutto nella vicenda dei ragazzi che si preparano a ricevere il sacramento dell’ordine sacro. Anche se è vero che la Facoltà è aperta a tutti, confido che io sento una sensibilità particolare verso i seminaristi, immedesimandomi nelle difficoltà che anch’io provavo nello studio della teologia e della filosofia.
Da oltre vent’anni mi occupo dei corsi di Metafisica e Teodicea.
La Metafisica che, come Kant ci avverte, da Aristotele non ha fatto che pochi passi avanti, è una scienza che ha per oggetto una causalità i cui moventi non si ritrovano nelle motivazioni naturali. Ed è proprio per questo che occorre ricercare nella causalità che non trova moventi negli eventi naturali, come le relazioni di amicizia tra le persone che si vogliono autenticamente bene. L’essere in quanto essere, in questa mozione, è una gratuità che non corrisponde a nessuna scienza dell’essere particolare; e ci conduce sino a quella sostanza che nella transustanziazione del mistero eucaristico connette le relazioni trinitarie con le vicende umane.
La Teodicea, che tenta di vedere le possibilità della ragione umana di trovare qualche strada per rendersi familiare l’esistenza di Dio e qualche parvenza delle sue dignità, è una scienza che impone una umiltà enorme. Al culmine della nostra possibilità speculativa, afferma san Tommaso, giungiamo a conoscere Dio come ignoto (in fine nostrae cognitionis Deum tamquam ignotum cognoscere possumus). Eppure, in questa nebbia dell’intelletto, abbiamo una possibilità straordinaria di congiungerci ottimamente a Dio (optime Deo conjungimur) quando gli effetti dell’amore di Dio nelle creature soccorrono l’indigenza della ragione umana.
Si tratta di itinerari di ricerca in cui io stesso debbo essere continuamente alunno con i miei alunni, fornendomi in questo modo l’esperienza di una grande soddisfazione quando, assieme, si giunge a qualche risultato e, allo stesso tempo, di enorme delusione e tristezza quando per qualche povertà della Facoltà o di altre circostanze si perde il tempo della meraviglia e della scoperta.

Introvigne

Dialogo fra religioni: un complesso percorso di rinnovamento culturale

a cura di Augusta Cabras

I cristiani, sappiamo essere perseguitati in molte parti del mondo. Il rischio è alto anche in Occidente?
Non possiamo paragonare quanto avviene in Cina o in altri Paesi non democratici con la situazione in Occidente. In Cina, per esempio, il governo riconosce – ma anche qui con limitazioni – una solo Chiesa protestante unificata e con leader nominati dal Partito Comunista, la cosiddetta Chiesa delle Tre Autonomie, e un’associazione detta patriottica che in teoria dovrebbe riunire tutti i cattolici. Prima del 2018 l’adesione all’associazione era vietata o almeno sconsigliata ai cattolici dalla Santa Sede. Con l’accordo tra Vaticano e Cina del 2018, che dovrebbe ora essere rinnovato, la Santa Sede consente – da qualche punto di vista, perfino consiglia – ai cattolici l’adesione all’associazione, ma nello stesso tempo in un documento del 2019 ha chiesto «rispetto» per chi, per ragioni di coscienza, si rifiuta di aderire. In verità non c’è nessun rispetto. Chi rifiuta di aderire all’associazione patriottica è discriminato in mille modi e spesso finisce in prigione. Quanto ai protestanti, chi si rifiuta di aderire alla Chiesa delle Tre Autonomie è fuori della legge e perseguitato.
In Occidente non parlerei di persecuzione, piuttosto di intolleranza, che è un fatto culturale, e che qualche volta diventa discriminazione, un fatto giuridico.

Quali sono gli elementi del cristianesimo che maggiormente generano nelle persone di altre religioni questi atteggiamenti?
Vi è oggi in Occidente una cultura che non è necessariamente maggioritaria nella popolazione – come gli esiti delle elezioni dimostrano in diversi Paesi – ma è assolutamente maggioritaria tra coloro che scrivono sui grandi media che fa prevalere i cosiddetti nuovi diritti – aborto, assoluta libertà sessuale, rivendicazioni delle persone omosessuali, e così via – rispetto ai diritti umani tradizionali, compresa la libertà religiosa. Il cristianesimo non accetta questo rovesciamento nella nozione dei diritti – che per la verità preoccupa anche intellettuali non cristiani – e per questo è visto come un ostacolo che deve essere spazzato via.

Cosa del Magistero di Papa Francesco incide di più, secondo lei, nella prospettiva dell’incontro tra le religioni?
Papa Francesco è talora criticato “da destra” per discorsi come quello che tenne a Posillipo nel 2019, dove afferma che ci sono elementi di verità in tutte le religioni e talora altre religioni hanno qualche cosa da insegnare a noi cattolici. Personalmente, apprezzo queste aperture, che in realtà hanno precedenti nel Magistero antecedente a Papa Francesco. Non si tratta di relativismo. Ma ci sono molti modi di guardare la stessa verità e lo sguardo di altre religioni può spesso aiutare il nostro. C’è anche una critica “da sinistra” a Papa Francesco, accusato di avere deluso le promesse di chi si aspettava che riformasse radicalmente la Chiesa, magari aprendo il sacerdozio alle donne o agli uomini sposati. A me sembra che il modo gentile ma sistematico in cui Francesco ci invita a cogliere gli elementi di verità in altre religioni sia non una rivoluzione (come ho accennato, non mancano i precedenti) ma uno stile nuovo, che comporta un rinnovamento più profondo rispetto a riforme che magari sarebbero più facilmente leggibili da parte dei grandi media.

Il Medio Oriente è uno dei terreni più infuocati, ma è anche il luogo delle tre grandi religioni. Come si concilia questo e come si conciliano tra loro?
Il Medio Oriente è un terreno di scontro politico e questo scontro politico ha una dimensione religiosa. Una parte del mondo politico israeliano – non tutto e non la maggioranza – vede nella difesa e nell’espansione dello Stato d’Israele una missione voluta direttamente da Dio. Una parte del mondo politico medio-orientale musulmano – non tutto, ma in questo caso, e almeno finora, la maggioranza – vede nella distruzione dello Stato d’Israele qualche cosa cui i musulmani non possono rinunciare senza tradire a loro volta un comando di Dio. Se le posizioni rimangono queste, ovviamente lo scontro non avrà mai fine. Tuttavia, ci sono degli sviluppi positivi, tra cui il fatto che nelle ultime settimane prima gli Emirati Arabi Uniti e poi il Bahrain abbiano allacciato relazioni diplomatiche con Israele, grazie agli sforzi della diplomazia americana. Anche la diplomazia della Santa Sede lavora – com’è suo costume – lontano dai riflettori, ma opera incessantemente per la pace.

Lei si occupa e si è occupato di religione e religioni, ma anche di esoterismo, spiritismo ecc. Nei tempi di maggior crisi e difficoltà, aumenta la tentazione da parte delle persone più fragili, di affidarsi a queste pratiche pericolose?
È importante distinguere diversi livelli. Oggi c’è una tendenza a usare esoterismo come se fosse una parolaccia. In realtà l’esoterismo – una materia che si studia in molte università, c’è un intero istituto che se ne occupa all’Università di Amsterdam e una cattedra alla Sorbona – è una quinta ineliminabile della storia del pensiero occidentale, dall’epoca ellenistica ai giorni nostri, passando per il Rinascimento. L’esoterismo è stato attaccato come pericoloso prima da una certa cultura protestante, per cui era il residuo della Roma pagana presente nel cattolicesimo, poi dall’Illuminismo in nome della ragione, quindi dal marxismo sulla base della tesi che l’esoterismo favoriva posizioni politiche di destra (una tesi falsa, perché nell’Ottocento è stato semmai il socialismo a essere legato a filo doppio all’esoterismo). Oggi la cultura accademica ha rivalutato l’esoterismo. La stampa però qualche volta confonde l’esoterismo come corrente di pensiero con l’occultismo, che è un insieme di pratiche che comprendono evocazione di spiriti, divinazione, fatture (non quelle fiscali!), uso di talismani e così via. Tra esoterismo e occultismo c’è una relazione, nel senso che alcuni esponenti anche di primo piano dell’esoterismo – ma non tutti – si sono interessati all’occultismo. Ma non c’è nessuna relazione tra l’esoterismo in senso proprio e l’occultismo cialtrone dei maghi a pagamento che, come lei dice, sfruttano le persone più fragili al solo scopo di arricchirsi. La loro conoscenza della cultura esoterica è spesso inesistente.

Massimo Introvigne
Sociologo, dirige a Torino il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni). Nel 2011, è stato Rappresentante dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e alla discriminazione religiosa.

Tonino Serra

La verità nelle carte

di Alessandra Secci.

Verba volant, scripta manent: come recita la celeberrima locuzione latina, le parole si librano nell’aria, quel che è scritto invece resta. Ed è così, le carte sono un’entità, un organismo dormiente ma vivo, una sorta di scrigno analogico pronto ad aprirsi in qualunque momento e a raccontare. E raccontano. A volte narrano, altre strillano, denunciano, sentenziano. Anche quelle più incomprensibili, scritte in idiomi antichi e in grafie imperscrutabili. Lo sa bene Tonino Serra, che di ardue grafie, in quanto medico, se ne intende.
Ierzese, già medico di famiglia e fisiatra, 73 anni, un passato politico come sindaco del suo paese d’origine negli anni Ottanta e come consigliere comunale a Cagliari per buona parte degli anni Novanta, nonché come assessore provinciale alla Pubblica Istruzione, una smania per la ricerca documentaria e per l’antropologia criminale sviluppate in parallelo con la sua lunga attività negli ambulatori e in alcune brevi esperienze (presso i Tribunali di Cagliari e Lanusei) come consulente in medicina legale.
«Da medico mi ha sempre incuriosito il percorso patologico del paziente – racconta –, qual è lo sviluppo che da una situazione di affezione porta alla morte o alla guarigione. Uno specialista, qualunque sia il suo campo, ha il dovere di indagare quanto più dettagliatamente possibile ciò che ha davanti, e questa indagine deve necessariamente essere svolta a livello viscerale, molecolare; la funzione a cui è chiamato lo storico è esattamente la stessa. Troppi avverbi, troppi probabilmente, forse, poche salde certezze: chi fa ricerca deve essere in una botte di ferro! Il mio percorso di ricercatore e di assiduo frequentatore degli archivi (di Stato a Cagliari e Diocesano a Lanusei in primis) si è evoluto soprattutto sotto questa spinta (e lo sprone di nomi tutt’altro che marginali nel panorama saggistico sardo, quali Bruno Anatra e Giancarlo Sorgia, n.d.r.): la letteratura storica che parlava delle nostre origini e delle nostre piccole comunità necessitava di una revisione, andava nuovamente esaminata attraverso la lente delle carte, che spesso rivelano fatti che rispetto a testi considerati oramai sacri e incontrovertibili, assumono una dimensione totalmente opposta. Uno dei tanti emblemi fu quando lavorai alla prima stesura del saggio su Ulassai e mi accorsi, dopo nemmeno una settimana, che le informazioni da cui partii, quelle fornite dall’Angius, erano incongruenti: sul campo ebbi subito modo di ravvisare, ad esempio, la presenza di alcune emergenze archeologiche che lo studioso nemmeno citava. Insomma, se non si tratta di riscrivere del tutto la storia, quantomeno si ha il dovere di essere deontologicamente ed eticamente analitici».
E di analisi, negli anni, ne sono state fatte tante: dalle monografie su Jerzu e Ulassai (da cui provenivano i bisnonni), ai saggi realizzati sulle fitte testimonianze fornite dalle carte della Real Udienza, gli errori giudiziari e i compaesani dimenticati: «Una su tutti, Battistina Carta, della quale per prima mi parlò il compianto Peppino Fiori all’inizio degli anni Duemila. Una donna coraggiosissima, da annoverare sicuramente nelle fila dei partigiani ierzesi che di distinsero al Nord (come Salvatore Melis, perito a Torino nel tentativo di difendere il suocero, uno dei capi della Resistenza cittadina, o come Francesco Salis, alias Ulisse, a cui è stata di recente dedicata una piazza del centro storico), vedova della Grande Guerra, che sposò in seconde nozze un boemo, conosciuto a Jerzu, col quale prima si spostò a Praga dove sopravvisse alle persecuzioni di Heydrich e degli stessi italiani passati alle SS, poi tornò al paese natale, guardata a vista perché considerata una spia e costretta persino agli arresti domiciliari. E poi le vicende dei tantissimi soldati, martiri delle due Guerre e degli innumerevoli conflitti tra queste (Etiopia, Spagna, Grecia, dove l’esercito italiano scrisse una vergognosa pagina della sua storia, perpetrando un’autentica Marzabotto ellenica, sconosciuta ai più), che resistono anch’esse, indelebili, sulla stoica cellulosa dei fogli matricolari».
Ma le carte sono tante e solo di recente, dopo un lungo stop dovuto all’emergenza epidemiologica, gli archivi hanno potuto riaprire: «Sono in ultimazione I cipressi di San Vincenzo, una particolare analisi di duecento monumenti funebri del cimitero di Jerzu, corredato dalle splendide immagini di Renato D’Ascanio, nonché un altro studio sul territorio che verrà presentato nel 2022, in occasione del 250° anniversario dell’istituzione da parte del governo sabaudo dei consigli comunitativi (1772) e nel quale confluiranno i due saggi, Jerzesi: mille vite, una storia e Storia dell’amministrazione civica di Jerzu dal 1400 in poi. Questi volumi sono in dirittura d’arrivo, ma non vedo l’ora di tornare nei locali di via Gallura per dedicarmi a Morti di fame, un ideale ritorno alla medicina con l’esame delle carestie e delle epidemie dal Settecento in poi».

Pamela Balloi

Felicemente all’aperto

di Fabiana Carta.

In questa storia ci sono tre elementi principali: una figlia, il desiderio di un ritmo lento, l’amore per gli animali

Pamela Balloi, quarantunenne di Lanusei, ha sempre vissuto per lavorare, come si suol dire. Per dieci anni ha lavorato in un salumificio e per altri dieci anni ha fatto la barista, con tutto quello che ne consegue: turni di lavoro massacranti, giornate che trascorrono veloci e frenetiche. «Io e mio marito siamo due stacanovisti, per noi esisteva solo il lavoro, al quale dedicavamo anche 16 ore al giorno», mi confessa.
A un certo punto la svolta, arriva una figlia: «Ha cambiato completamente la mia prospettiva di visione del lavoro, invertendo le priorità». Quel modo di vivere non poteva più conciliarsi con una figlia e il suo vedersi mamma, per questo entrambi sentono la necessità di pensare a un lavoro che non occupasse tutta la giornata, un lavoro da poter gestire in autonomia.
L’idea, racconta, nasce durante una delle visite periodiche dalla pediatra. «Era il periodo dello svezzamento, la dottoressa mi disse che la bambina avrebbe potuto mangiare le uova, possibilmente senza pesticidi, un uovo buono per davvero!». Perché non provare ad allevare delle galline in modo naturale? Alla fine del 2018 si imbarcano in questa avventura, con qualche dubbio e qualche paura. «Per iniziare – racconta – abbiamo provato ad allevarne qualcuna a casa e poi abbiamo deciso di fare quest’esperimento più in grande, documentandoci tantissimo». La scelta accurata sul tipo di galline, le Livornesi bianche, è il primo passo. Sono qualitativamente migliori, galline ruspanti adatte all’allevamento all’aperto. Pamela ci tiene a precisare che all’aperto non vuole a terra. Allevarle all’aperto significa lasciarle fuori nei campi, libere: «Hanno uno spazio enorme dove possono razzolare, divertirsi. Lasciamo a disposizione della paglia e rametti che le aiutano a scaricare lo stress». Mi spiega che un grande gruppo di galline è come un gruppo di bambini, più sono e più tendono a litigare fra loro. «Per aiutarle a stare bene e non beccarsi a vicenda hanno a disposizione dei giocattoli, questo ci permette anche di non tagliare loro il becco, pratica utilizzata per renderle calme e tranquille e non farsi del male a vicenda. Non hanno nessun tipo di forzatura, compresa la luce: considerando che depongono in base ad essa, vuol dire che d’inverno produrranno un po’di meno. A livello commerciale implica qualche rinuncia, ma ben volentieri purché gli animali stiano bene».
Pamela, con l’appoggio costante di suo marito, ha iniziato a piccoli passi. Con ombrellone e banchetto proponeva le sue uova nei vari mercati e il riscontro positivo le ha dato la carica per continuare a investire e impegnarsi in questo progetto. «Ho capito che il problema del buon cibo se lo pongono tante persone, soprattutto noi mamme». Oggi la sensibilità verso argomenti quali gli allevamenti intensivi e il benessere animale è certamente maggiore di un tempo e la scelta verso il cibo migliore è più accurata. Lo step successivo è stato quello di riuscire a vendere il prodotto nei negozi. «Io e mio marito siamo cocciuti, abbiamo fatto delle ricerche, ci siamo buttati dentro un iter burocratico che pareva interminabile e siamo riusciti a ottenere l’autorizzazione ministeriale grazie alla quale possiamo vendere nei market. In meno di un anno abbiamo raggiunto un obiettivo importante, ne siamo orgogliosi e felici!». Un’azienda agricola fresca fresca, nei territori di Loceri, una vera e propria oasi che ospita due gruppi di galline, uno da 250 e l’altro da 400, nel rispetto totale di questi simpatici animali.
«Le galline mangiano ciò che trovano in natura, come vermetti e pietroline. Stanno tutto il giorno fuori e all’imbrunire rientrano da sole nel capanno, dove possono trovare l’acqua, il cibo – noi aggiungiamo solo granaglie (indispensabili per la loro salute) – e i loro posatoi». Una grande soddisfazione il loro piccolo centro di imballaggi, che presenta tutte le potenzialità e le autorizzazioni che può vantare un grosso centro con trentamila galline.
Chiedo a Pamela come vede il futuro della sua azienda nata da poco: «Io sono già contenta così, vedremo come andrà, ho ancora tante cose da imparare, è meglio fare un passo per volta. Credo che aumenterò leggermente il numero di galline, ma non di tanto perché non potrei né garantire loro lo spazio e le attenzioni di cui hanno bisogno, né assicurare ciò che sto offrendo in questo momento».
Dopo la chiacchierata con Pamela mi rendo conto di quante volte, nei suoi discorsi, sia saltata fuori la parola felicità. Verso la fine chiedo il nome scelto per questa azienda: Felicemente all’aperto, mi dice. Appunto.

Silvano Vargiu

Silvano Vargiu e le sue vite in movimento

di Alessandra Secci.

Ci siamo chiesti in queste lunghe settimane, tante volte, prima e dopo il lockdown, quanti di noi avessero preso questo bislacco 2020 come l’occasione giusta per riflettere sulla propria vita, per cogliere al balzo l’opportunità di cambiarla, per seguire finalmente l’istinto.

Il 2020 di Silvano Vargiu è arrivato invece 25 anni fa: nel novembre 1995, al suo ultimo anno di superiori, partecipa a un laboratorio teatrale che Francesca Mastio, insegnante di lettere, organizza presso l’Istituto Tecnico per Geometri di Lanusei, in coordinamento con una compagnia teatrale emiliana. È la svolta: da un percorso già in parte tracciato per frequentare Architettura a Roma – per la quale aveva peraltro sostenuto preventivamente l’esame di ammissione – Silvano resta sempre nella capitale, ma decide di dedicarsi a Lettere, indirizzo spettacolo: «L’esperienza di quell’anno scolastico cambiò completamente le mie prospettive – racconta – ma permase in me un profondo pragmatismo, un intimo senso del concreto che mi contraddistingue tuttora. Decisi di non scegliere l’Accademia d’arte drammatica, optando per Lettere col proposito di ampliare la mia cultura, e mi ritrovai in un ambiente universitario, quello romano, stimolante e fervidissimo.

Grazie a Clelia Falletti Cruciani, che ho avuto la fortuna di avere come docente, il mio interesse venne subito catturato dal cosiddetto terzo teatro, di cui Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba sono tra i numi tutelari: un teatro più essenziale, naturale, intimista, che indaga profondamente il rapporto dell’interprete col suo stesso animo attoriale e che ben si presta ai laboratori che ho iniziato a tenere sin dalla fine degli anni Novanta, quando subito dopo la laurea decisi di rientrare in Sardegna, e su di lei (e su di me) scommettere. E direi che è andata bene: da allora, corsi annuali, laboratori propriamente detti, saggi, hanno contrassegnato la mia crescita personale e professionale; hanno coinvolto tutte le fasce d’età e, relativamente alla scuola, tutti i gradi d’istruzione, dai bambini delle materne sino all’Università della Terza Età. Negli istituti scolastici gran parte della volontà di adesione è demandata all’iniziativa personale degli insegnanti (come d’altronde la professoressa Mastio ai miei tempi) e – nonostante la burocrazia complichi sempre le cose, specie negli ultimi anni – con l’associazione Cantieri d’Arte Teatro La Chimera (fondata nell’ormai lontano 2007 con l’amico lulese Antonio Marras, con la quale avemmo peraltro modo di occuparci dell’organizzazione de Su Battileddu, il Carnevale tradizionale di Lula), grazie anche al progetto triennale Tutti a Iscola, nei nostri Cantieri d’Arte, abbiamo sublimato i laboratori annuali con gli studenti non nei consueti saggi teatrali di fine anno, bensì in cortometraggi, tutti realizzati col preziosissimo ausilio di Francesco Manca e disponibili su Youtube: da La Lezione, I giorni del Giudizio allo spassosissimo La mortadella, con gli alunni della Scuola Primaria di Ilbono.

Questo è stato in realtà il naturale sbocco, l’istintiva propensione degli ultimi sei anni, in cui è stata preponderante la formazione prettamente cinematografica: grazie alla mediazione di Michael Margotta, allievo di Lee Strasberg e membro attivissimo dell’Actor’s Studio di New York, del quale ho seguito molti seminari, ho approfondito quell’importantissima duplicità tra teatro e cinema, che fin troppe volte viene sottovalutata, e ora avrò presto l’occasione di cimentarmi in un film di Gianluca Medas che a breve riprenderà in mano dopo il lungo periodo di chiusura».

E aggiunge: «L’emergenza pandemica ha rappresentato una brusca frenata anche per il nostro settore, che è stato uno dei più colpiti: la programmazione non è facile e la situazione odierna è ancora sbilanciata, anche tenendo conto del fatto che vi siano poche possibilità per il finanziamento pubblico, se non quello previsto dalla legge Regionale n.56 del 1990, sui contributi alle attività dello spettacolo, che di fatto però taglia le realtà giovani. In questo, grande responsabilità dobbiamo addossarcela noi, e a livello sindacale solo ora, dopo tutte le criticità acutizzate dal Covid, si è aperto un vero dibattito sulla questione, e chissà che il confronto non possa presto raggiungere livelli normativi e tutelativi simili a quelli vigenti in altri paesi europei».

L’anelito per il futuro è in parte collegabile a quest’ultimo concetto: mi piacerebbe potesse esserci nel tempo una maggiore sensibilità verso il nostro lavoro da parte delle istituzioni, perchè l’esigenza del teatro traspare, è palpabile, soprattutto in zone come quella, meravigliosa, da cui provengo: sarebbe bellissimo se Lanusei, il mio nido, da cui mi alzo in volo e a cui torno, divenisse definitivamente il fulcro stabile delle mie passioni, un centro culturale di alto livello; anche quest’anno, riproporremo tra luglio e settembre la consueta rassegna Storie in movimento, giunta ormai alla settima edizione, e ripartiremo con grandi auspici dopo l’estate con la gestione del prestigioso Teatro Tonio Dei.

Continuità, come insegna il grande Grotowski: mai fermarsi, spingersi sempre oltre.

Pusole Incollu

Il dolce sapore delle sfide

di Augusta Cabras.

Se per molti il 2001 fa rima con Odissea nello spazio, per Massimo Pusole e Antonio Incollu quell’anno segna il principio di un’avventura che ancora oggi continua.

Tutto inizia di fronte al mare di Santa Maria Navarrese, di fronte alle barche che di anno in anno ormeggiano sempre più numerose nel porticciolo turistico, inaugurato solo qualche anno prima con un enorme carico di aspettative e speranze per lo sviluppo economico del territorio. Nel complesso del piccolo porto si presenta ai turisti e non solo, anche un piccolo chiosco bar, in cui Antonio aveva lavorato la stagione precedente, assaporando il piacere di un lavoro vista mare e a contatto con persone provenienti da tante parti del mondo. Massimo nel frattempo aveva già mostrato interesse per la gestione della struttura, fin quando, nel 2001, entrambi hanno la possibilità di prenderla in gestione e di iniziare a progettare un locale che diventi il punto di riferimento per la gente del posto e per i tanti viaggiatori che scelgono Santa Maria Navarrese per le proprie vacanze.

Il primo è un anno di prova che i due soci superano brillantemente. L’entusiasmo sale, l’energia da investire è tanta e insieme, ciascuno con le proprie qualità, continuano a credere in questa sfida che porta molte soddisfazioni. I clienti si affezionano, il locale si rinnova ancora nel servizio e negli arredi e la sfida è sempre in divenire. Poi arrivano gli anni della crisi economica che attraversa tutta l’Italia, facendo sentire il fiato pesante su tutte le categorie di lavoratori. Ma si sa, dietro ogni crisi si nasconde il germoglio di una nuova ripartenza. Così, Massimo e Antonio, nel 2009, messe insieme le idee, decidono di acquistare la storica pasticceria baunese messa in vendita dagli storici proprietari. Acquistano lo stabile, i macchinari e le attrezzature, senza però poter contare sulla collaborazione delle persone che ci lavorano da anni. Anche il personale quindi viene rinnovato e, con la presenza di Massimo che ha una predilezione per la pasticceria, la società Navarmare inizia una nuova avventura.

L’impegno raddoppia, il Bar del Porto e la Pasticceria Baunese insieme, richiedono ulteriore energia, impegno e competenza gestionale che ai due compagni di sfida pare non mancare. «Abbiamo sempre avuto un principio che guida tutto quello che facciamo: garantire l’alta qualità dei servizi e dei prodotti. Questo richiede sicuramente uno sforzo maggiore, ma alla fine ripaga», spiega Antonio. Ed ecco allora la scelta dei fornitori e delle materie prime selezionate, la riscoperta dei sapori della tradizione, come la preparazione de su confettu, dolce tipico del matrimonio baunese e lo sguardo attento anche alla clientela internazionale. Ma la pasticceria, gioiellino nelle mani di Massimo, ha in potenza una nuova storia che progressivamente viene scritta. Tra i vari macchinari per preparare creme, sfoglie, glasse e biscotti, in un angolo e ancora in ottimo stato perché inutilizzata per molto tempo, c’è una macchina per fare il gelato. Anni prima di iniziare il suo lavoro al Bar del Porto, Antonio aveva lavorato in una gelateria e il ricordo di quel tempo e di quel lavoro, insieme all’idea di poter preparare personalmente i gelati, riaccende in lui una scintilla. Quella macchina viene spostata al Bar del Porto per essere complice delle prime sperimentazioni di Antonio, il quale, intuendone le potenzialità, inizia a formarsi in giro per l’Italia con Pino Scaringella, Maestro Gelatiere e consulente del gelato da oltre 40 anni. «Ho fatto il percorso inverso della maggior parte dei gelatai – spiega Antonio –. Sono partito dall’utilizzo dei preparati, nelle prime prove, per poi arrivare a un prodotto artigianale, fatto con prodotti locali, dalla frutta allo yogurt, dagli agrumi al latte di capra». Dopo le prime sperimentazioni e la formazione specifica, al Bar del Porto, Massimo e Antonio iniziano a far gustare ottimi gelati e i clienti ne apprezzano fin da subito la qualità e la bontà. Quella prima macchina per fare il gelato viene sostituita con una più grande e poi con un’altra più grande ancora, segno evidente dell’apprezzamento riservato ai prodotti. Visto il riscontro positivo, i due soci pensano che un altro passo, quasi naturale, sia quello di aprire una gelateria a Baunei, diventato nel frattempo uno dei luoghi più amati dai vacanzieri. Passa ancora qualche anno, utile a capire meglio il mercato, a scegliere il punto migliore o più adatto per aprire, e nell’estate del 2016, al km 155 della Via Orientale Sarda, si apre la saracinesca sotto la scritta Gelateria Timasù. Alcuni sospettano che nel nome ci sia un errore del grafico, altri sono certi che la piccola Lucrezia, figlia di Antonio e di sua moglie Mercedes, abbia suggerito il nome. Nessuna delle due supposizioni corrisponde alla realtà. Quel nome, un po’ distorto, che richiama il dolce tiramisù, in realtà è il modo simpatico in cui la nonna di Antonio, particolarmente golosa, amava richiedere la sua porzione di gelato al tiramisù. Un ricordo che lega le generazioni, che fa sorridere anche chi non ne conosce l’origine, ma che ormai oggi è diventato un marchio di qualità, legato in particolare all’utilizzo del latte di capra di Baunei che conferisce al gelato una cremosità e un sapore straordinario.

Così Massimo e Antonio, in vent’anni di sodalizio, con coraggio e determinazione, sono riusciti ad addolcire momenti della vita di tantissime persone, ormai affezionate ai cappuccini sorseggiati di fronte a un cielo che ogni istante regala i suoi colori al mare, agli ottimi dolci e ai gelati che sono un piacere per la vista e il palato. Semplicemente irresistibili.