In breve:

Fatti

Papa

Una Chiesa che vive tra la gente

di Filippo Corrias.

Giovedì 20 novembre, incontrando i vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, a conclusione della 81° Assemblea Generale ad Assisi, papa Leone XIV ha ricordando ai presuli del Belpaese che «guardare a Gesù è la prima cosa a cui noi siamo chiamati. In questo tempo abbiamo più che mai bisogno di porre Gesù Cristo al centro e aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma. Tenere lo sguardo sul volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli».

Il Pontefice, sviluppando il suo discorso ha poi indicato, anche alla luce del Cammino sinodale della Chiesa in Italia, quale deve essere la rotta della Chiesa in questo tempo di rapidi cambiamenti: «Viviamo un tempo segnato da fratture, si diffondono spesso messaggi e linguaggi intonati a ostilità e violenza; la corsa all’efficienza lascia indietro i più fragili; l’onnipotenza tecnologica comprime la libertà; la solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro. Dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo.

A voi Vescovi spetta adesso tracciare le linee pastorali per i prossimi anni affinché cresca e maturi uno spirito veramente sinodale nelle Chiese e tra le Chiese del nostro Paese. Le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale, ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme. Al contempo, guardando la fisionomia della Chiesa in Italia, incarnata nei diversi territori, e considerando la fatica e talvolta il disorientamento che tali scelte possono provocare, auspico che i Vescovi di ogni Regione compiano un attento discernimento e, magari, riescano a suggerire proposte realistiche su alcune delle piccole diocesi che hanno poche risorse umane, per valutare se e come potrebbero continuare a offrire il loro servizio.

Ciò che conta è che, in questo stile sinodale, impariamo a lavorare insieme e che nelle Chiese particolari ci impegniamo tutti a edificare comunità cristiane aperte, ospitali e accoglienti, nelle quali le relazioni si traducono in mutua corresponsabilità a favore dell’annuncio del Vangelo.

La Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà.

Camminare insieme, camminare con tutti, significa anche essere una Chiesa che vive tra la gente, ne accoglie le domande, ne lenisce le sofferenze, ne condivide le speranze. Continuate a stare vicini alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine».

Povertà

Povertà. Urge una responsabilità comune

Presentato lo scorso 10 novembre a Sassari il XX Report su povertà ed esclusione sociale in Sardegna da parte della Delegazione regionale Caritas

Il contesto socio-economico. La povertà si sta “cristallizzando”, in Italia come in Sardegna.

In Italia, nel corso del 2024 il numero di famiglie in condizioni di povertà assoluta è rimasto pressoché invariato rispetto all’anno precedente, passando da 2.217.000 nel 2023 a 2.224.000, pari all’8,4% del totale delle famiglie residenti (la stessa incidenza registrata nel 2023).

In Sardegna nel 2024 l’incidenza della povertà relativa familiare in Italia è aumentata di 0,3 punti percentuali, passando dal 10,6% del 2023 al 10,9%. L’Isola si colloca al 5° posto in senso decrescente (era al 7° nel 2023) fra le regioni italiane con la più alta incidenza di povertà relativa (17,3%), registrando un incremento pari a +1,4% rispetto al 2023. Stando alle rilevazioni Istat, nel 2024 circa 128.000 famiglie sarde si trovano in condizione di povertà relativa, rispetto alle circa 118.000 del 2023.

La questione demografica. È la sfida delle sfide.Le problematiche demografiche che interessano la Sardegna rappresentano una sfida rilevante, destinata nel tempo a generare conseguenze significative sulla spesa sanitaria e assistenziale. Al 1° gennaio 2025 la popolazione residente risulta diminuita di 9.114 unità rispetto all’anno precedente, nonostante il contributo positivo del saldo migratorio, stimato in +2.578 unità. Il saldo naturale (il rapporto tra nati vivi e morti), costantemente negativo, ha determinato non solo una progressiva riduzione della popolazione residente ma anche un marcato invecchiamento della stessa. Entro i prossimi 30 anni la popolazione residente potrebbe subire una contrazione del 25,0%, passando dagli attuali 1.561.339 abitanti a circa 1.165.000. Tale dinamica avrà ripercussioni profonde e trasversali, non solo sul piano sociale, sanitario ed economico, ma anche sotto il profilo culturale e identitario. In altri termini, la Sardegna di oggi rischia di essere molto diversa da quella che conosceranno le generazioni future.

Chi chiede aiuto alla Caritas. Nel corso del 2024 i 78 Centri di ascolto che hanno conferito i dati relativi al 2024, distribuiti nei 42 comuni della Sardegna coinvolti nell’indagine, hanno ascoltato – una o più volte – 10.418 persone portatrici di uno o più disagi a livello personale e familiare. Tale dato appare in lieve flessione (-4,8%) rispetto al 2023 (quando furono 10.919), risultando comunque ancora più elevato rispetto all’anno dell’esordio della pandemia (10.125 nel 2020).

A differenza del dato nazionale, ai Centri di ascolto si sono rivolti in maggioranza cittadini italiani (63,2% in Sardegna e 42,1% a livello nazionale). Di questi, oltre due quinti fanno riferimento alla diocesi cagliaritana.

La componente femminile è di poco prevalente. Conformemente al dato nazionale, i dati relativi alla Sardegna rilevano una lieve prevalenza nell’esposizione a situazioni di fragilità da parte delle donne (51,9%).

Una persona su quattro è un cinquantenne. La maggior parte delle persone ascoltate è associata alla classe dei cinquantenni (25,6%). La classe modale, ovverosia quella in cui si registra la massima frequenza, è costituita dai 50-59enni, mentre l’età media è di 49 anni (53 nel caso degli italiani e 40 degli stranieri). Quasi l’85,0% delle persone ascoltate è in età da lavoro, ma è costretto a chiedere aiuto. Inoltre, in termini di età la componente maschile si espone più precocemente alle richieste di aiuto rispetto a quella femminile.

Celibi, nubili e coniugati tra i più assidui nel chiedere aiuto. Le due componenti quantitativamente più rilevanti, con riferimento allo stato civile, sono costituite rispettivamente dai celibi o nubili, con un dato pari al 38,2% (rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 2023), e da quanti hanno dichiarato di essere coniugati, col 32,2%: un dato che continua a essere in diminuzione rispetto agli ultimi anni. Una quota ugualmente importante è costituita anche dalle persone separate legalmente e dai divorziati, in quanto comprendono complessivamente il 18,0% di tutte le persone ascoltate.

Meno istruiti, più vulnerabili. I dati forniti dai Centri di ascolto confermano l’esistenza di una correlazione strettissima tra un livello non sufficiente di scolarizzazione e una maggiore esposizione ai fenomeni di vulnerabilità sociale. Una quota pari al 79,5%, corrispondente a quattro quinti delle persone ascoltate nel 2024, possiede infatti un livello di istruzione basso o medio-basso. Oltre la metà delle persone che hanno chiesto aiuto alla Caritas (51,2%) ha dichiarato di possedere la sola licenza media inferiore (il 45,0% a livello nazionale). La povertà educativa, dunque, continua a essere uno degli elementi più importanti alla base della vulnerabilità socio-economica delle persone. Il livello di istruzione è a sua volta condizionato dalla situazione di partenza delle famiglie di origine, dando vita ad una sorta di circolo vizioso: il fenomeno della trasmissione intergenerazionale della povertà, vale a dire una povertà che si tramanda di padre in figlio.

Disoccupazione e lavoro povero e precario fra le cause della povertà economica. La metà delle persone ascoltate nel corso del 2024 (50,2%) ha dichiarato di trovarsi in una condizione di disoccupazione, vale a dire alla ricerca della prima esperienza lavorativa (inoccupati) o in cerca di una nuova occupazione a seguito di licenziamento o di conclusione contrattuale di un rapporto di collaborazione o di lavoro subordinato a tempo determinato (disoccupati in senso stretto). Fra i disoccupati vi sono soprattutto uomini (56,5%) di nazionalità italiana (66,5%). Considerando la componente degli occupati (14,8%) e quella dei pensionati (12,1%) si giunge a oltre un quarto del totale (26,9%): una quota complessiva che indica come anche in presenza di una qualche fonte di reddito si fatica a far fronte alle normali esigenze della vita quotidiana. Pertanto, non è solo la mancanza di lavoro che spinge le persone a chiedere aiuto: quasi un beneficiario su sette dichiara di avere una qualche forma di occupazione. Un dato che non sorprende, considerato che, secondo l’Istat, il 21,0% dei lavoratori in Italia ha un reddito troppo basso per assicurare condizioni di vita adeguate.

Approccio multidimensionale alla povertà. La funzione della Caritas non può limitarsi a fare da mero paracadute sociale ma – come ha ricordato la Caritas Italiana nel suo Rapporto 2025 sulle politiche di contrasto alla povertà – deve osare una funzione di “trampolino” verso una vita migliore di tutta la comunità, cominciando dalle persone più fragili. Di conseguenza, data la natura ormai strutturale e non più emergenziale della povertà, gli studi e le ricerche in materia devono stimolare una responsabilità comune e un impegno collettivo più incisivo per la giustizia sociale. Da sempre, la Delegazione regionale Caritas della Sardegna sottolinea l’importanza di mantenere un approccio multidimensionale alla povertà. È quindi necessario coinvolgere una pluralità di interlocutori istituzionali, attivando politiche familiari e giovanili, misure per il lavoro, l’abitare, la salute, l’istruzione e la formazione professionale.

MAB

MAB Centro Arte Contemporanea Pensiero, arte e sperimentazione

di Gian Luisa Carracoi.

Incastonata nel centro storico di Bari Sardo, a poche decine di metri dal Municipio, sorge un’antica accogliente dimora con il suo lungo e luminoso cortile che, dopo essere stata acquisita dal Comune e ristrutturata, da circa un anno e mezzo ospita in forma permanente il MAB Centro Arte Contemporanea, un laboratorio di ricerca, sperimentazione e produzione culturale che attraverso pratiche relazionali e progetti condivisi lavora per promuovere il dialogo tra arte, tecnologia e territorio. Direttrice Artistica è Nicoletta Zonchello, residente a Cagliari, curatrice e artista, esperta in comunicazione scientifica e culturale, tecnologie multimediali e new media art.

Ci racconti qualcosa di te e del tuo percorso di studi e lavoro?

Dopo una formazione umanistica con laurea in Lettere Moderne e una ulteriore laurea magistrale in Scienze della Produzione Multimediale con tesi in Arte Contemporanea, ho sviluppato un percorso professionale che integra arte, tecnologia e divulgazione scientifica.

Dal 2001 al 2023 ho lavorato al CRS4Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna, ricoprendo incarichi in ambito della comunicazione, multimedialità e divulgazione culturale e scientifica. Tra il 2008 e il 2016 ho coordinato la comunicazione di Sardegna Ricerche, ideando il centro 10Lab, spazio immersivo dedicato alla diffusione della cultura scientifica.

Come nasce in te la passione per l’arte?

Il mio rapporto con l’arte nasce dai miei studi classici e universitari. La formazione in Lettere Moderne con indirizzo storico, mi ha fornito una base solida nello studio delle forme espressive, della storia culturale e dei linguaggi simbolici. Successivamente, con la laurea magistrale in Scienze della Produzione Multimediale e una tesi in arte contemporanea, ho approfondito l’intersezione tra arte, tecnologie e nuovi media, arrivando a sviluppare un interesse specifico per le forme sperimentali e per la relazione tra creatività e innovazione. Nel corso degli anni, il mio lavoro ventennale nel settore della comunicazione scientifica al CRS4, il centro di ricerca sardo fondato da Carlo Rubbia, mi ha portato a sviluppare progetti espositivi, installazioni multimediali, format divulgativi e percorsi educativi in cui arte e tecnologia entravano in dialogo in modo naturale.

Parallelamente, ho concentrato la mia ricerca sull’intelligenza artificiale e sulla produzione artistica, coordinando le scuole scientifiche EIA – Exploring Artificial Intelligence in Art e collaborando a progetti che univano ricerca, media art e sperimentazione visiva. Questo percorso, maturato molto prima della nascita del MAB, ha definito il modo in cui oggi penso l’arte contemporanea: come un campo in cui linguaggi differenti possono confrontarsi, e in cui il territorio diventa un elemento attivo di relazione. La proposta per la creazione del MAB è nata da questa visione: un luogo in cui mettere in dialogo artisti, comunità e spazi, creando condizioni per la ricerca e per lo sviluppo di pratiche contemporanee legate sia alla dimensione locale sia alle reti nazionali e internazionali.

Quando e come nasce il MAB?

La proposta di creare un centro dedicato all’arte contemporanea a Bari Sardo nasce nel 2023, quando l’amministrazione comunale, guidata da Ivan Mameli, con approccio lungimirante avvia una riflessione sulla possibilità di trasformare lo spazio recentemente ristrutturato in un luogo destinato alla cultura contemporanea. In questo contesto viene pubblicato un bando per la gestione del futuro centro, al quale l’associazione culturale EIA Factory, che presiedo, ha partecipato con un progetto che è stato selezionato nel 2024 e ha segnato la nascita del MAB Centro arte contemporanea. L’idea sviluppata insieme al Comune si fonda su un punto condiviso: creare un luogo capace di mettere in relazione la ricerca artistica contemporanea con il territorio. Da parte dell’amministrazione c’era la volontà di dotare Bari Sardo di un’infrastruttura culturale permanente, capace di dialogare con la comunità e con i visitatori. Da parte mia, l’obiettivo era costruire uno spazio in cui sperimentazione, formazione e progettazione curatoriale potessero coesistere, mantenendo una particolare attenzione all’innovazione, alle pratiche relazionali e alla dimensione internazionale. Credo che il migliore sviluppo possibile per una comunità sia quello culturale, prima ancora di quello economico. Investire in cultura significa creare strumenti di crescita condivisa, e il percorso intrapreso da Bari Sardo rappresenta, a mio avviso, uno dei contributi più importanti che si possano offrire alle nuove generazioni.

Quali le attività culturali che si sono succedute dall’apertura a oggi?

Il MAB ha inaugurato la propria attività nel giugno 2024 con la mostra INTRICATO. Legami e intrecci contemporanei, curata insieme a Caterina Ghisu e dedicata alla Fiber Art. L’esposizione nasce come omaggio a Jorge Eduardo Eielson, artista peruviano di rilievo internazionale, legato alla comunità di Bari Sardo dove visse a lungo insieme all’artista Michele Mulas, suo amico e sodale. Riconoscere pubblicamente questa presenza e il dialogo culturale che Eielson instaurò con la comunità bariese è stato un gesto necessario, che ha segnato simbolicamente l’avvio del MAB.

Le principali esposizioni presentate. 2024: INTRICATO – mostra inaugurale dedicata alla fiberart; CIBARTI – collettiva sul rapporto tra cibo, arte e design.

2025: Rosanna Rossi. Senza titolo per muro cieco – personale dedicata a una delle protagoniste dell’astrazione sarda; Orizzonti – mostra fotografica collettiva ospitata anche al Museo Diocesano Arborense di Oristano, testimonianza della volontà del MAB di lavorare in rete con altre istituzioni; Michele Mulas. Ritorno a Gardalis – ampia retrospettiva sull’artista bariese, organizzata in collaborazione con il Centro Studi Jorge E. Eielson di Firenze; Archeologia del Presente – mostra collettiva selezionata da AMACI per la Giornata del Contemporaneo 2025, dedicata al legame tra corpo, materia e memoria attraverso lo sguardo di artisti emergenti e internazionali.

Mostre d’Arte ma non solo…

Accanto alle mostre, il MAB ha promosso presentazioni di libri, proiezioni, incontri pubblici, progetti didattici e performance. Tra le iniziative più rilevanti si colloca anche il Festival di Media Art Relazionale IMAGOMARE, sostenuto dalla Fondazione di Sardegna, che ha portato in Ogliastra artisti e ricercatori attivi nei campi della media art, delle pratiche interattive e della sperimentazione tecnologica.

Cosa rappresenta per te il MAB?

È prima di tutto uno spazio di pensiero e di possibilità. Un contesto che permette di far convergere formazione, produzione artistica e sperimentazione tecnologica, mantenendo aperto il legame con il territorio e con le sue specificità.

legalità

Legalità non fa rima con omertà

di Giusy Mameli.

Nelle recenti dichiarazioni della Procuratrice della Repubblica presso il Tribunale di Lanusei – in occasione dell’arresto dell’indagato per l’efferato omicidio di Marco Mameli nel marzo scorso –, intravvediamo una speranza nel cambiamento di mentalità, nella collaborazione, nella mobilitazione popolare quando si è capaci di prendere la distanza dalle violenze a dai metodi mafiosi, perché non tutti siamo conniventi e omertosi.

Vi sono situazioni dove possono esservi timori a riferire fatti all’Autorità Giudiziaria: ecco perché deve crescere la fiducia del cittadino verso le Istituzioni, per far prevalere il senso civico e la certezza dell’anonimato – se necessario – in determinate condizioni.

Spesso le Forze dell’ordine incoraggiano le segnalazioni e attualmente, in forma anche anonima o tramite altri canali riservati, esistono molte opzioni, anche on line nei siti dedicati delle Forze di Polizia. È il caso del numero 1522 per denunciare violenze contro le donne e violenze familiari.

La legalità passa anche dal coraggio e da una rete autentica di protezione, che esiste e che, nei territori di mafia, ha consentito ai collaboratori di giustizia di poter usufruire di protezione, nuova vita, nuove identità e alle indagini stesse di ottenere risultati.

Vi sono persone coraggiose, anche se spesso questa realtà virtuosa non emerge, persone con profondo senso di giustizia. Dobbiamo continuare a parlare di ciò che non va, delle mentalità distorte che agevolano malaffare e disonesti, del fatto che il sistema giudiziario è perfettibile, ma ancora in grado di assicurare i delinquenti alla giustizia e soprattutto necessita di risorse umane e strumentali – che la politica deve incrementare – per migliorare la difesa del cittadino senza per forza dover ritornare a uno Stato di polizia.

Molti dei nostri giovani ancora scelgono le facoltà giuridiche; molti dei nostri ragazzi si arruolano nelle forze armate, non solo perché in cerca di un lavoro, ma perché depositari di valori e convinti sostenitori della tutela del bene e dell’ordine pubblico, dell’importanza della civile convivenza e dei valori della giustizia, fondamento della democrazia.

L’incontro della Pastorale del Turismo dedicato al tema israelo-palestinese ha toccato la riflessione e la coscienza di tutti noi. Una dimensione umana e solidale, un’empatia rara di persone che abitano territori dove il male e la sofferenza sono vissuti quotidianamente. Ma l’israeliano Maoz Inon e il palestinese Aziz Abu Sarah, come altri, invece di imbruttirsi e di scegliere il conflitto, hanno migliorato le loro relazioni; dove la pace è testimoniata da condotte quotidiane, si può moltiplicare nella collettività.

In pratica: abbiamo a cuore gli uni le vite degli altri, dal primo banco di scuola al quotidiano delle nostre giornate familiari e lavorative. Come al solito, il cambiamento deve partire da noi. A partire dalle parole di Papa Leone al Giubileo degli operatori di Giustizia, il 20 settembre scorso: «Quando si esercita la giustizia ci si pone al servizio delle persone, del popolo, dello Stato, in una dedizione piena e costante. Non è possibile pensare a una società giusta, finché non venga raggiunta l’uguaglianza nella dignità e nelle opportunità fra gli esseri umani. Il male non va soltanto sanzionato, ma riparato, e a tale scopo è necessario uno sguardo profondo verso il bene delle persone e il bene comune».

Donne

Parole di parità. La video inchiesta di Voltalacarta

di Francesco Manca.

Nove anni dopo Voci di un verbo plurale, l’associazione Voltalacarta ritorna a interrogare studenti e studentesse sui temi della parità, delle discriminazioni e della violenza di genere. Lo fa con una nuova video inchiesta, intitolata Parole di parità, realizzata con il contributo di Fondazione di Sardegna, che ha coinvolto 62 alunne e alunni di cinque scuole medie facenti capo a tre diversi istituti comprensivi: l’I.C. Grazia Deledda di Ilbono, con anche il plesso di Arzana, l’I.C. di Lanusei, che comprende anche Villagrande Strisaili, e l’istituto comprensivo di Jerzu.

Un lavoro che ha impegnato l’associazione per oltre sei mesi, dalla fase preparatoria a quella realizzativa con le interviste ad alunne e alunni, per arrivare al lungo lavoro di montaggio, postproduzione e promozione, anche attraverso il nuovissimo sito internet: www.voltalacarta.eu.

«Con questo lavoro abbiamo voluto dare un seguito a quello realizzato nel 2016 negli istituti superiori ogliastrini e al progetto realizzato due anni fa con la consigliera di parità della Provincia di Nuoro, entrambi rivolti agli istituti superiori di secondo grado – spiega la presidente Loredana Rosa –. Ci interessava capire come viene percepito l’argomento “pari opportunità” da una fascia di età più giovane, ma anche vedere come è cambiata, dopo nove anni, l’attenzione verso le tematiche di genere, soprattutto alla luce della grande eco mediatica suscitata da tragici episodi di cronaca che coinvolgono anche gli adolescenti».

Ciò che è emerso è stato molto interessante: «Se da un lato c’è più attenzione e consapevolezza rispetto a nove anni fa, anche in considerazione dell’età più giovane considerata in questa nuova inchiesta, dall’altro manca ancora una sufficiente conoscenza degli strumenti di contrasto alla violenza», continua Rosa.

Parole di parità sarà presentato a novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne. Sarà la prima tappa di un viaggio che ci si augura lungo e fruttuoso.

«In seguito, contiamo di presentarlo sia nelle scuole, sia attraverso progetti mirati che coinvolgano a vario titolo la cittadinanza», conclude Loredana Rosa.

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Mons. Piseddu: tra ricordi, aneddoti e profonda amicizia

Mons. Piero Crobeddu, parroco di Sant’Andrea in Tortolì, già Vicario generale di Mons. Antioco Piseddu.

Pensando al nostro Vescovo Emerito Mons. Antioco Piseddu emergono tanti ricordi di momenti gioiosi e felici e di situazioni travagliate e molto sofferte. Spesse volte, scambiandoci dei punti di vista su questioni che riguardavano il cammino della Diocesi e dei sacerdoti, aveva delle pause di silenzio che terminavano sempre con un’esclamazione ricca di fede e di umanità: «Po amore de Deus siada», e «Quante cose il vescovo conserverà nel sacrario del suo cuore e se le porterà all’altro mondo senza poterne parlare con nessuno!».

È stato un Vescovo dallo spessore spirituale non indifferente: quante volte i sacerdoti che salivano a salutarlo, lo trovavano nella cappella dell’episcopio inginocchiato in preghiera o con il rosario, o con il breviario, o con un libro di spiritualità? Appena si accorgeva della presenza di qualcuno, lasciava la cappella e con un volto illuminato da serenità e gioia invitava il sacerdote a seguirlo nel suo studio e a sentirsi a proprio agio con le parole: «Siediti e raccontami cose belle della tua comunità». Se poi c’era qualcosa di non troppo lineare nella vita personale, o che poteva riguardare il cammino della parrocchia, lo faceva con tanta delicatezza, con una pedagogia che solo lui sapeva usare. Alla fine il sacerdote se ne tornava in parrocchia felice di quell’incontro all’insegna della benevolenza, ma anche con la certezza che le parole del Vescovo gli avevano toccato il cuore.

Non possiamo certo dimenticare le tombolate organizzate nel periodo natalizio. In quelle occasioni, molto divertenti, il Vescovo diventava anche lui un bambino che rideva e scherzava. I premi della tombolata li portava sempre lui; per lo più erano sempre calendari, qualche agenda e poi tutto ciò che poteva creare disturbo in casa.

Per Mons. Antioco l’accoglienza delle persone, di diversi ceti sociali, era quasi una liturgia. Era dotato del dono dell’ascolto. A volte questi incontri si protraevano fino alle tredici, ora del pranzo. Allora si alzava e con il sorriso da sornione, esortava gli ospiti con delle parole che poi si trasformavano in benevolenza e gratitudine. Diceva: «…Non vi voglio mandare via, ma se ve ne andate, mi fate un grande piacere».

A queste spigolature se ne potrebbero aggiungere tante altre, ma… c’è sempre il timore riverenziale di leggere la vita dei nostri Maestri secondo il nostro calibro e non secondo il comandamento che Cristo ci ha lasciato.

 

Don Michele Congiu, Vicario generale.

Il Vescovo Antioco Piseddu: con i suoi tratti peculiari (il timbro della voce, il modo di parlare, le espressioni, la gestualità) e una certa aura di perennità – l’ho conosciuto da bambino, quando ero chierichetto: mi ha accolto in seminario, mi ha amministrato la Cresima, mi ha ordinato diacono e presbitero e mi ha accompagnato nei primi dodici anni di ministero –, Mons. Piseddu è stato per me una presenza fondamentale.

Per dire, con riconoscenza, qualcosa di lui, scelgo tre ricordi.

Quando eravamo piccoli seminaristi, il Vescovo, nel periodo natalizio, ci invitava a cena in episcopio. Oggi ripenso con meraviglia alla tavola allestita non con ricercatezza, ma di certo in modo raffinato. Eravamo poco più che bambini, ma il Vescovo, da vero signore, ci ospitava con onore, non temendo per l’integrità della cristalleria e delle porcellane. Forse sorrideva, in cuor suo, vedendoci impegnati a non sbagliare la posata da cui iniziare, o incerti sui vari calici posti di fronte al piatto, o al nostro panico nel doverci servire delle posate per la frutta. Un bel gesto di rispetto e di considerazione, nei nostri confronti, e profondamente educativo.

Sempre nel periodo natalizio, si svolgeva la leggendaria tombolata con il Vescovo, che ci offriva in premio agende vecchie di anni, piccoli oggetti e carabattole.
Ancora oggi alcuni confratelli (uno in particolare) ridono di me, ricordando la volta che eccezionalmente fui fortunato, e in premio il Vescovo mi diede un flaconcino di profumo. Quando gli feci osservare che la bottiglietta era vuota, mi disse: «Chiudila, chiudila, che esce l’aria della Riviera Ligure», suscitando una ilarità che ancora continua. Ci insegnava a stare allegri con nulla, senza essere sguaiati o disordinati.

Il terzo ricordo è più intenso, e lo offro con vera gratitudine per aver avuto come padre, nella formazione e nel sacerdozio, questo indimenticabile Sacerdos magnus.
Nell’estate del 1987, appena terminata la quinta elementare, partecipai al campo-scuola per i seminaristi e aspiranti a Bau Mela. La domenica si svolse la giornata per i genitori, e il Vescovo, nell’incontro prima della Messa, spiegava il percorso seminaristico fino all’ordinazione sacerdotale. Come conclusione, mise una mano sulla testa a me, che ero seduto davanti, e sorridendo mi disse: «Perciò, piccolo, ne riparleremo tra quattordici anni».
Dio ha voluto che quattordici anni dopo ne riparlassimo davvero, il Vescovo e io, nei giorni precedenti l’ordinazione presbiterale di don Battista Mura e mia. Non ricordava il fatto, ovviamente, ma il racconto del mio ricordo gli aveva dato molta gioia.

La mia gratitudine, adesso, raggiunge il cielo: Grazie, Eccellenza, per la sua paternità.