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Fatti

Caritas

A Tortolì il convegno regionale delle Caritas parrocchiali

di Maria Chiara Cugusi.

Circa 400 partecipanti provenienti dalla Caritas parrocchiali delle varie diocesi sarde, a cui si aggiungono i volontari della Caritas diocesana Tortoli, hanno preso parte lo scorso 29 ottobre al XII Convegno regionale delle Caritas parrocchiali dal titolo “Guidati dal Vangelo, insieme agli ultimi, con creatività”, coordinato dal delegato regionale Caritas Sardegna, Raffaele Callia, che ha ricordato le nuove sfide che interpellano la Caritas, all’indomani della pandemia, della guerra in Ucraina e sullo sfondo del percorso sinodale della Chiesa in Italia, segnato anche dal 50mo anniversario di Caritas italiana.

In apertura dei lavori, mons. Antonello Mura, vescovo di Nuoro e Lanusei, e presidente della Conferenza episcopale sarda ha salutato i presenti, volontari e operatori delle Caritas parrocchiali e diocesane sarde, sottolineando come «una pastorale difensiva, in difesa cioè di quanto facciamo o abbiamo sempre fatto, non aiuta la Chiesa e non inventa nulla per il tempo che viviamo. E la carità, come la Chiesa, si senta chiamata all’originalità della proposta e alla creatività degli strumenti per attuarla». A seguire si è data lettura del messaggio di saluto del presidente della Regione, Christian Solinas, mentre il saluto di benvenuto è stato rivolto dal sindaco di Tortolì Massimo Cannas che ha ringraziato il vescovo per la attenzione e per la crescita delle comunità, ricordando il ruolo insostituibile della Caritas nel territorio.

Ancora, l’introduzione del vescovo emerito di Iglesias e incaricato della Ces per il servizio della Carità mons. Giovanni Paolo Zedda (connesso da remoto) che ha ripreso alcuni passaggi del messaggio di Papa Francesco per la VI Giornata mondiale dei poveri, il 13 novembre: «Dobbiamo lasciarci guidare dal Vangelo – ha detto – per essere disponibili a un cambiamento, evitando la trappola del “si è sempre fatto cosi”, imparando a vivere la comunità con spirito sinodale e a guardare la storia a partire dai poveri».

A seguire le tre relazioni sulle tre vie indicate dal Papa in occasione del 50mo anniversario di Caritas Italiana, quella sulla via del Vangelo, affidata al biblista Michele Antonio Corona, che ha messo in luce alcune parole chiave, tra cui l’annuncio, la parola e l’azione secondo lo stile evangelico, il servire che è amare, l’importanza della comunità attraverso cui perseguire tale via. Ancora, Suor Anna Cogoni ha parlato della via degli ultimi, raccontando anche le esperienze concrete portate avanti accanto alle donne vittime di violenza, ai padri separati, opere nate dall’incontro diretto e concreto con il bisogno.

Infine, la via della creatività raccontata da Valentina Musina e Angelo Arcadu, due giovani impegnati attivamente nella Diocesi di Nuoro in diverse esperienze di servizio accanto ai fragili, che hanno evidenziato quello che può essere il ruolo dei giovani nel portare nuove idee, rinnovare l’impegno Caritas in continuità con quanto fatto finora, innescando allo stesso tempo percorsi di cambiamento.

Successivamente, i partecipanti delle varie Caritas parrocchiali, suddivisi in gruppi, hanno riflettuto sui contributi offerti la mattina cercando di delineare i possibili scenari futuri per la Caritas. In chiusura, ha emozionato il pubblico l’esibizione della cantante Manuela Mameli, accompagnata con la chitarra di Massimo Satta. Gli applausi fragorosi hanno chiuso una serata ricca di scambi di esperienze e spunti di riflessione.

 Le testimonianze. 

Presenti al Convegno regionale i volontari delle Caritas parrocchiali delle diverse diocesi sarde. A Bari Sardo la Caritas della parrocchia di N.S. di Monserrato, guidata dal nuovo parroco don Pietro Sabatini, è impegnata nella distribuzione di viveri ai più fragili, ma anche in un’azione di ascolto e accoglienza, grazie al coinvolgimento della comunità che, tra le diverse iniziative, promuove la “spesa sospesa” nei supermercati locali. Presto si punterà a rafforzare l’animazione a partire dai più piccoli, per esempio con la “Carriolata” con cui, il prossimo gennaio, i bambini del catechismo gireranno le case per chiedere viveri per i più bisognosi; inoltre, si intende organizzare la “settimana della Carità”, con una veglia di preghiera e altri momenti di riflessione.

Maria Antonia è volontaria nella Caritas della parrocchia di S. Pietro Apostolo a Orgosolo: «Cerchiamo di sensibilizzare le persone della comunità, affinché diventino sentinelle, pronte a prendersi in carico di chi è più fragile. Talvolta, oltre ai servizi sociali, sono i parrocchiani che ci segnalano le famiglie bisognose: ci avviciniamo a loro con discrezione, instauriamo con loro una relazione. Aiutiamo anche alcune persone disabili e giovani in difficoltà, con interventi di sostegno allo studio».

Il Centro interparrocchiale di San Francesco e Santa Lucia a Ozieri porta avanti diversi interventi, tra cui l’ascolto, la distribuzione di viveri, l’accoglienza di migranti. «Non si tratta solo di consegnare viveri – spiega la volontaria Stefania Sanna –, ma promuoviamo anche la solidarietà tra persone aiutate e volontari, e tra le stesse persone sostenute».

Presenti anche alcuni volontari della Caritas parrocchiale di San Paolo, a Cagliari: «Costituiamo un punto di riferimento – spiega il coordinatore Guido Lai – non solo per le persone fragili della nostra comunità, ma anche per quelle di altre parrocchie che talvolta si rivolgono a noi: in questi casi li indirizziamo a queste ultime, creando una rete. Abbiamo presentato dodici progetti per i bisognosi, che sono stati finanziati grazie al Fondo diocesano di solidarietà, riguardanti diversi interventi: dal sostegno allo studio e alla formazione professionale ad aiuti di vario tipo per le famiglie più fragili. Lavoriamo in rete con la Caritas di Cagliari, e possiamo contare anche sulla presenza di vari gruppi salesiani che riescono a sensibilizzare la comunità nel donarsi e trovare risorse per i bisognosi».

Francesco Faedda è volontario dal 2020 nel Centro di accoglienza di Ales: «Offriamo soprattutto ascolto, un sorriso, parole di conforto. Crediamo tantissimo nei giovani: per esempio, coinvolgiamo nelle nostre attività i ragazzi del “dopo Cresima” e, in occasione della Giornata mondiale dei poveri, alcuni studenti della scuola media incontrano i nostri volontari e vedono come aiutiamo le famiglie».

Giovani-Ac

Azione Cattolica: passione per la Parrocchia

di Filippo Corrias.

Sabato 29 ottobre, nell’Aula Nervi, papa Francesco ha ricevuto i giovani dell’Azione Cattolica

Dopo il saluto del Presidente nazionale, il pontefice ha rivolto ai convenuti un breve discorso nel quale ha evidenziato, anzitutto, l’importanza di appartenere alla parrocchia. «Voi – ha esordito il papa – lo avete vissuto anche attraverso l’Azione Cattolica, cioè un’esperienza associativa che è “intrecciata” con quella della comunità parrocchiale. Alcuni di voi immagino che abbiate fatto parte di un gruppo ACR; e lì già si impara tantissimo su cosa significa far parte di una comunità cristiana: partecipare, condividere, collaborare e pregare insieme. Cari giovani – ha proseguito Bergoglio – abbiamo in comune l’amore per la Chiesa e la passione per la parrocchia, che è la Chiesa in mezzo alle case, in mezzo al popolo. Vorrei condividere con voi alcune sottolineature, cercando di sintonizzarmi con il vostro cammino e il vostro impegno».

Francesco si è soffermato poi ad analizzare l’attuale contesto ecclesiale dando ai giovani dei preziosi consigli: «Oggi, specialmente i giovani, sono estremamente diversi rispetto a 50 anni fa: non c’è più la voglia di fare riunioni, dibattiti, assemblee. Per un verso, è una cosa buona, anche per voi: l’Azione Cattolica non dev’essere una “sessione” cattolica, e la Chiesa non va avanti con le riunioni! L’individualismo, la chiusura nel privato o in piccoli gruppetti, la tendenza a relazionarsi “a distanza” contagiano anche le comunità cristiane. Se ci verifichiamo, siamo tutti un po’ influenzati da questa cultura egoistica. Dunque bisogna reagire, e anche voi potete farlo incominciando con un lavoro su voi stessi.

È un “lavoro” perché è un cammino impegnativo e richiede costanza. La fraternità non si improvvisa e non si costruisce solo con emozioni, slogan, eventi. La fraternità è un lavoro che ciascuno fa su di sé insieme con il Signore, con lo Spirito Santo, che crea l’armonia tra le diversità».

Essere impastati in questo mondo.

«È il principio di incarnazione, la strada di Gesù: portare la vita nuova dall’interno, non da fuori, no, da dentro. Ma a una condizione, però, che sembrerebbe ovvia ma non lo è: che il lievito sia lievito, che il sale sia sale, che la luce sia luce. Ma se il lievito è un’altra cosa, non va; se il sale è un’altra cosa, non va; se la luce è oscurità, non va. Altrimenti, se, stando nel mondo, ci mondanizziamo, perdiamo la novità di Cristo e non abbiamo più niente da dire o da dare».

Essere giovani credenti responsabili credibili

«State attenti – ha ammonito il Pontefice – che il sale rimanga sale, che il lievito rimanga lievito, che la luce rimanga luce!

Giovani credenti, responsabili e credibili: questo io vi auguro. Potrebbe diventare anche questa una formula, un “modo di dire”. Ma non è così, perché queste parole sono incarnate nei santi, nei giovani santi!».

Ultima raccomandazione ai giovani

«Imparate dalla Vergine Maria a custodire e meditare nel vostro cuore la vita di Gesù, i misteri di Gesù. Rispecchiatevi ogni giorno negli eventi gioiosi, luminosi, dolorosi, gloriosi della sua vita, ed essi vi permetteranno di vivere l’ordinario in modo straordinario».

Studenti

Ciceroni per un giorno. Un’esperienza di cittadinanza attiva

di Virginia Mariane.

Dal 18 al 21 ottobre 2022, 33 allievi della II e III A del Liceo linguistico-tedesco- Leonardo da Vinci di Lanusei sono stati impegnati nel progetto di latino ed educazione civica dal titolo “Ciceroni per un giorno”

Una faticosa avventura di tre giorni a Roma che ha visto i ragazzi impegnati in marce serrate per raggiungere i monumenti per loro oggetto di studio, analisi e ricerca.

Il progetto proponeva lo studio e l’analisi di un monumento dell’Urbe, la sua contestualizzazione, la produzione di una brochure e infine la visita guidata a Roma dove i ragazzi, relazionando sul posto quanto studiato in classe e a casa, sono state le guide e i Ciceroni dei loro compagni e delle due docenti accompagnatrici Giuseppina Fadda e Virginia Mariane.

Sono stati in grado di ricercare minuziosamente i particolari dei monumenti, grazie alle fasi di indagine e di esplorazione dentro e fuori la scuola. Attraverso il progetto hanno anche sperimentato una didattica innovativa; infatti, in un primo momento, sul modello della flipped classroom (letteralmente “classe capovolta”, secondo cui la lezione diventa compito a casa mentre il tempo in classe è usato per attività collaborative, esperienze, dibattiti e laboratori) hanno condotto uno studio autonomo con il supporto di contenuti multimediali e cartacei. In seguito il loro lavoro è stato perfezionato grazie all’apporto della docente di lettere che li ha guidati alla produzione di un presentazione multimediale e, in seguito, alla realizzazione di una brochure a carattere scientifico e divulgativo.

Giovani di 15 e 16 anni, insomma, che si sono messi in gioco in prima persona, scacciando la paura che troppo spesso limita il loro potenziale, realizzando un progetto formativo che ha offerto la possibilità di vivere e raccontare da protagonisti i luoghi più bellidi Roma. Questa importante iniziativa, in cui ragazze e ragazzi, finalmente, si sono sentiti parte attiva di un progetto didattico che hanno fatto proprio, ha permesso loro di imparare divertendosi e sviluppando le competenze trasversali (soft skills). Tale iniziativa è stata ideata al fine di avvicinare, in maniera partecipativa e coinvolgente, gli studenti alla ricchezza storica, artistica e archeologica del territorio romano, rendendoli protagonisti della sua divulgazione.

Durante l’uscita didattica, inoltre, essi hanno espresso la loro sardità regalando momenti piacevoli ai turisti e ai cittadini romani, fermandosi nelle principali piazze e muovendo i passi caratteristici dei balli sardi che hanno unito ulteriormente il gruppo, favorendo coesione e condivisione.

Fondamentale per la riuscita del progetto che i ragazzi abbiano assaporato, momento dopo momento, il viaggio nella Capitale, dando così concretezza ai contenuti studiati sui libri e tramutandoli in competenze: il Colosseo, i Fori, gli archi di Costantino, Tito, Settimio Severo, la colonna Traiana, il Pantheon, il Circo Massimo, i Mercati di Traiano, l’Altare della patria, l’Ara Pacis, la Basilica di San Pietro e il suo colonnato, i Musei Vaticani, le fontane e le piazze hanno così raccontato le loro storie attraverso le parole dei ragazzi che, seppur a tratti timidamente, sono riusciti magistralmente nel loro intento.

Un’esperienza importante sia per la valorizzazione del territorio che per il curriculo degli allievi, contribuendo alla formazione di cittadini attivi e consapevoli riguardo a temi culturali e artistici. Da sempre il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Lanusei persegue l’obiettivo di aprirsi al territorio e ancora di più, oggi, collabora con Enti e associazioni per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio culturale della nostra Sardegna.

Tennis Club Girasole

Serve & volley. Il Tennis Club Girasole

di Alessandra Secci.

Dream on.

Vi sarà di sicuro successo di fermarvi per un attimo a riflettere e a domandarvi se una passione possa essere così potente da riuscire a rendere concreto un sogno.

Se vi capitasse di porre il quesito ai fratelli Cianciotto, Luca e Giovanni, 35 e 38 anni, vi risponderebbero di sì, senza pensarci un solo secondo. In realtà in questo sogno divenuto realtà vi è anche, soprattutto, un terzo Cianciotto, Antonio, il papà. Soprattutto, perché è proprio da lui che i due fratelli hanno ereditato l’amore per la racchetta: «Indubbiamente sì, parte della colpa è la sua, che ha sempre giocato sin da giovane a livello amatoriale, a Cagliari, ed è stato lui ad averci iscritto alle prime scuole tennis– racconta Giovanni –. Pian piano quasi per osmosi, ci siamo anche noi appassionati e ritrovati a dedicargli sempre più spazio e tempo, nonostante qualche piccola interruzione».

Una passione che trascina Giovanni in quel di Cagliari per ben 6 anni: «Sino al 2014 ho avuto la fortuna di lavorare in una scuola di ottimo livello, a Poggio dei Pini, sotto la direzione di un monumento del tennis isolano (e non solo), Dionigi Mostallino – prosegue –. Anni duri, senz’altro, ma necessari: all’inizio di quell’anno avevo maturato l’idea di rientrare in Ogliastra e in estate ho cominciato a pianificare, insieme a Luca, l’inserimento dei nostri corsi. Siamo partiti a settembre con pochissimi allievi, sia adulti che bambini, prima presso il campo sportivo di Lotzorai, poi dopo qualche tempo a Tortolì: ben presto, nell’arco di un paio di anni, il giro si è decisamente ampliato, e ci siamo ritrovati a dover soddisfare una sempre più crescente fame da tennis, anche relativamente agli spazi fisici di cui poter disporre». Su proposta dei fratelli, qualche anno fa l’amministrazione comunale di Girasole, guidata dall’allora sindaco Gianluca Congiu, intuendo subito le enormi potenzialità che la scuola tennis potesse avere – come polo sportivo, certo, ma particolarmente come nucleo sociale – ha appoggiato la costruzione dei nuovi campi, che sono stati inaugurati tra giugno e settembre dello scorso anno.

Match Point.

Sempre Giovanni: «Le prospettive di crescita ci sono, anche per fare rete con gli altri Tennis Club vicini. Conosciamo bene il potenziale aggregante che lo sport in genere e il tennis in particolare possiedono; a livello tennistico l’Ogliastra è una realtà ancora poco più che embrionale e purtroppo continuano a sopravvivere falsi stereotipi che fanno di questo uno sport elitario: senza voler togliere nulla all’evidente difficoltà della tecnica, con delle formule particolari si può renderlo di sicuro molto più divertente e coinvolgente».

I numeri, d’altronde, fanno da corroborante alle parole di Giovanni: più di settanta bambini, circa quaranta adulti, quasi 150 soci fanno di quello di Girasole il TC col maggior numero di tesserati in tutta la provincia di Nuoro: «All’interno del nostro circolo le attività sono tante: campionato sociale, tornei a squadre a livello agonistico in giro per l’isola (e che vede una compagine maschile e femminile impegnate nel campionato invernale, partito lo scorso 30 ottobre), campionati primaverili Under per i più piccoli. Il nostro è un clima familiare, informale, festoso, dove quell’aspetto sociale di cui si diceva poc’anzi è uno degli elementi fondanti che ci ha guidati nella realizzazione di questo progetto».

Può, dunque, una passione essere così ardente da far concretizzare un sogno? Eccome se può.

Oratorio

Perché così pochi oratori?

di Fabiana Carta.

“La cura delle giovani generazioni, bambini, ragazzi ma anche adolescenti e giovani, in oratorio si basa da sempre sul ruolo centrale di relazioni personali e significative”.

Don Riccardo Pascolini, presidente del Forum oratori italiani, va dritto al punto e sceglie molto bene le parole: cura e relazioni. L’oratorio dovrebbe essere lo strumento che consente alla Chiesa di svolgere la sua vocazione educativa, uno spazio, un luogo che accoglie e si fa carico dell’altro, valorizza, ascolta.

Nella nostra diocesi ci sono delle bellissime realtà oratoriali, ma sono ancora troppe le parrocchie dove non si riesce ad avviare delle attività che coinvolgano i giovani o la comunità, dove non esiste una programmazione, un progetto pensato per i ragazzi. I problemi e le situazioni variano da paese a paese, restano però dei punti che accomunano tutti. «È quasi scontato che per vivere una dimensione oratoriale nelle nostre parrocchie sia fondamentale la presenza dei nuclei familiari completi, non solo la presenza giovanile o dei ragazzi, e soprattutto non solo la presenza del sacerdote come unico educatore o accompagnatore», spiega don Alfredo Diaz, direttore dell’Ufficio di Pastorale giovanile e vocazionale. A volte si hanno difficoltà a trovare delle forze laiche all’interno della parrocchia, o non si conoscono le potenzialità delle persone che si potrebbero coinvolgere. Non solo volontari, ma anche persone su cui investire con una formazione specifica. «Credo che nelle nostre parrocchie non nascano gli oratori perché non sappiamo bene cosa siano, la maggior parte della gente pensa si tratti delle solite cose, ci si confonde col catechismo o il semplice gioco del pallone – continua don Alfredo –. Oltre alla carenza quasi totale di collaboratori coraggiosi nell’impegno parrocchiale che vogliano uscire dagli schemi conosciuti fino a ora e desiderosi di intraprendere una formazione oratoriale nuova. I tentativi di costituzione oratoriale in alcuni casi sono venuti meno perché è venuta a mancare la famiglia, non abbiamo delle figure adulte capaci di accompagnare i ragazzi».

E allora come fare? «Per creare mentalità oratoriale, secondo me, sarebbe opportuno vivere momenti con tutta la famiglia, al di fuori della Messa domenicale, che rimane comunque il giorno dell’incontro più bello. In modo da poter scoprire le qualità e gli strumenti che abbiamo già, cosa che per distrazione o mille impegni a volte manca a noi sacerdoti e alle nostre comunità parrocchiali», conclude.

È sicuramente vero che spesso basta solo chiedere, avvicinare la comunità per un incontro, uno scambio di idee. «Ho trovato nelle risorse umane del paese le persone che poi alla fine sono quelle che mandano avanti le attività. Capita che nella parrocchia ci siano delle potenzialità che non si conoscono, che restano nascoste, si ha paura di coinvolgerle. Bisogna ragionare in una dimensione d’oratorio nuova e l’unione bisogna cercarla anche al di fuori della Messa», spiega Sergio Mascia, responsabile dell’oratorio interparrocchiale di Lanusei.

L’oratorio può essere anche un luogo rassicurante per i genitori: «Pensiamo che i nostri figli dovrebbero avere un tempo e un luogo dove incontrarsi, stare insieme, condividere esperienze, avere momenti per riflettere e perché no?! anche per pregare – spiega un gruppo di mamme –. È necessario che soprattutto gli adolescenti abbiano opportunità educative di valore, alternative ai pomeriggi che oltre allo studio non offrono niente».

Madonna del Monserrato

La devozione di Bari Sardo per Sa Munserrara

di Gian Luisa Carracoi.

La Parrocchia di Barì, intitolata fin dal tardo Cinquecento a Nuestra Señora de Montserrat, ha sempre portato avanti con profonda e intensa devozione l’amore per la Vergine Maria. La particolare dedicazione trae origine dal monastero benedettino sorto circa mille anni fa sulla meravigliosa montagna in Catalogna. Essa è tanto particolare che sembra segata da artistiche mani angeliche, così come viene simbolicamente richiamata dalla sega d’argento che il simulacro della Vergine porta appesa al collo e dai due quadri a Lei dedicati.

Il culto per Santa Maria di Montserrat fu tra le devozioni asburgiche quella che certamente conobbe maggior diffusione in Sardegna e la Madonna non tardò a offrire il suo sguardo materno e miracoloso verso un umile figlio bariese.
Nella chiesa parrocchiale di Bari Sardo il simulacro seicentesco della Patrona con in mano il Bambino Gesù troneggia tutto l’anno dalla nicchia più alta dell’Altare Maggiore. Da alcuni anni, prima del triduo essa viene calata giù per essere più vicina al popolo orante, coccolata da un ricco allestimento di drappi azzurri, e sormontata da una corona in legno dorato, gioiosa idea dell’allora parroco don Giampaolo Matta, che la realizzò con le sue mani.

L’8 Settembre, Natività di Maria, è il giorno dedicato a Sa Munserrara, da sempre la festa più attesa dal popolo bariese. Un tempo per questa santa giornata si cessava qualsiasi attività lavorativa per lasciare spazio alla vita spirituale, familiare e sociale; era un’occasione per riunirsi e incontrare parenti dai paesi circumvicini, ma anche momento di socializzazione da vivere con i propri compaesani. Gli Obrieri Maggiori erano i fedeli incaricati di curare tutti i preparativi della festa patronale, tra i quali la questua, strumento attraverso il quale riuscivano a racimolare un ricavo in denaro o in prodotti artigianali utili ai festeggiamenti, mentre altri introiti venivano ricavati dall’affitto del sagrato ai vari torronai.

A partire dagli anni ’30 del Novecento l’organizzazione della festa venne presa in carico da comitati spontanei, mentre oggi viene curata dai feralis (fedalis, da “foedus” = patto)sotto l’aspetto sia religioso che civile e le sono dedicati 3 o 4 intensi giorni.
Durante la Santa Messa della vigilia gli stessi si riuniscono in chiesa per la benedizione delle corone, le quali guarnite con nastri colorati e petali di fiori, vengono portate il giorno successivo con devozione di casa in casa per tutto il paese come segno della presenza di Maria Santissima. Il loro cammino viene accompagnato dal suonatore di organetto diatonico o di fisarmonica. Tutti attendono con trepidazione il loro arrivo e, mentre il comitato offre in dono l’immaginetta della Vergine, ogni fedele ama lasciare una piccola offerta nel cesto della Corona. É questa una tradizione molto antica. Nel passato, in tempo di particolare calamità, il vescovo chiedeva di limitare le questue, ma nel 1810 per Barì fece un’eccezione: infatti permise ugualmente la questua del mosto, a patto che non si spendesse nulla per polvere da sparo, pranzi, rinfreschi, paga dello zampognaro, balli e acquisto di premi per la corsa dei cavalli.

Oggi i festeggiamenti prendono il via con il triduo di preghiera. Sa dì de festa manna il sacerdote oltre alle due messe mattutine, al tramonto celebra la Messa solenne animata dai canti e dalla presenza in alcuni casi di un predicatore straordinario, come accadeva nel passato. Durante la celebrazione alcuni feralis in mestizia portano ai piedi dell’altare l’offertorio, costituito da pane, olio e vino. Prima della benedizione finale il sacerdote e i fedeli leggono insieme una preghiera di ringraziamento offerta dai feralis.
Al termine della Messa si dà il via alla lunga processione che attraversa le vie principali del paese. Un tempo il simulacro della Madonna veniva portato a spalla, mentre oggi è consuetudine portarlo sul carro a buoi addobbato con fiori e ghirlande. A capo del corteo religioso ci sono i cavalieri, seguono i gruppi folkloristici, la banda musicale quando è presente, gli stendardi dell’Azione Cattolica e della Monserrata, la Confraternita del Santo Rosario, il carro con la Madonna, il parroco e le rappresentanze civili e militari, il coro e i fedeli.

Le donne e il sacerdote intonano su Rosàriu alternandosi con isgoccius, le antiche preghiere, che insieme alle melodie delle launeddas contribuiscono a creare un’atmosfera religiosa di intensa spiritualità. La processione è accompagnata anche dallo sparo dei guettus, piccoli razzi che con il loro caratteristico boato comunicano a tutta la comunità l’avvio della processione e della festa. Pranzi, rinfreschi e balli erano tradizione nel passato e lo sono tutt’ora. Una nota recente è invece la grande lotteria. Tutte le serate della festa vengono animate da complessi musicali e dall’immancabile fisarmonica. L’unica particolarità che si è persa della festa patronale è la corsa dei cavalli, i cosiddetti palii, anticamente promossi dai governatori spagnoli.