In breve:

Fatti

PasTur

Una Chiesa per tutti e con tutti. La lezione della Pastorale del turismo

di Claudia Carta.

«È il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai». Melodie note o pensieri ad alta voce. Scegliete voi. A non cambiare è il respiro profondo e la sua portata emotiva, lo spessore culturale e la pregnanza sociale, l’incontro e il confronto, l’ascolto, le domande e le risposte, il dubbio e la riflessione, la gag e lo spettacolo, la musica e l’arte. Il mese di agosto appena trascorso ripone in archivio l’edizione numero otto della Pastorale del turismo per la diocesi di Lanusei, la terza per quella sorella di Nuoro.

Un tutto armonico? Perché no, almeno nelle intenzioni, perché in un evento di tale portata – che ha annoverato al suo interno 19 giornate ospitate all’aperto, nell’Anfiteatro Caritas di Tortolì e nell’Area Fraterna de La Caletta (Siniscola), con ben 22 protagonisti noti al grande pubblico, fra radio, televisione e teatro, vita politica, ambiente universitario, mondo della comunicazione e dello spettacolo, che si sono distinti per il loro operato e la loro professionalità, per la loro arte e la loro fede, per la capacità di trasmettere messaggi e contenuti positivi, perché hanno avviato idee imprenditoriali nuove, rispettose dell’ambiente e della sostenibilità – vuole pensato, strutturato e progettato. Esattamente come recitava lo slogan di quest’anno: “Osservare. Pensare. Progettare.  Qual è la tua proposta?”.

E le diocesi – con in testa il vescovo Antonello Mura, irrefrenabile visionario e instancabile realista – non hanno mani smesso di offrirla questa proposta. La Chiesa che fa turismo? . La Chiesa che propone eventi e spettacoli? . La Chiesa che porta fuori la gente – fuori dalle proprie case, dalle proprie ristrettezze mentali, dalle proprie gabbie ideologiche, dalle proprie abitudini e dai suoi clichè – e la fa sedere in piazza, dove è naturale stare insieme, l’uno accanto a l’altro ad ascoltare, vedere, mangiare, pregare? Si. Perché? Ma perché no? La Chiesa non è Chiesa solo all’ora della Messa, del catechismo, dei ritiri e dei pellegrinaggi, delle adorazioni eucaristiche, dei seminari. La Chiesa è spirito che abbraccia la vita, la impregna del suo messaggio di speranza e di luce e ne attraversa in maniera capillare ogni aspetto del suo svolgersi, fuori dai templi e dall’ombra dei campanili. La Chiesa incontra anche chi in quei templi non ci entra mai e lo fa attraverso la multiforme esperienza della cultura che però legge con sguardo universale, cristiano. «La Chiesa non toglie nulla ad altri spettacoli estivi e ad altre iniziative – ha sottolineato il vescovo –. Aggiunge a esse la sua attenzione alle persone, la necessità di riflettere sulle sorti dell’umanità, il desiderio di unire lo sguardo all’umano con la visione di fede. Sempre con tanta simpatia e condivisione».

L’informazione e la comunicazione, la giustizia, l’economia, la tutela dell’ambiente, il lavoro, la guerra, la pace e l’accoglienza, e ancora la musica e il cinema sono tasselli di una quotidianità che ci interroga e ci chiama in causa perché ognuno faccia la sua parte, ognuno presenti la sua proposta per la crescita e il bene dei singoli e della comunità, di ogni comunità.

«Tre verbi non casuali, quelli dello slogan 2022 – ha aggiunto Mura – in un tempo che sperimenta, all’opposto, smarrimento e sfiducia nel futuro. Un tema che chiede di non rimanere in disparte, ma di prendere parte a questo tempo con idee e proposte, non con sterili lamentele».

L’autorevolezza e le riflessioni di Massimo Franco, del presidente della Cei Matteo Zuppi, dell’ex magistrato Gherardo Colombo, di Ernesto Olivero, di Brunello Cucinelli, di Nello Scavo e Rosanna Virgili, di Domenico Scanu, Filippo Rodriguez e Paola Locci, unite alle testimonianze o alle parole in musica dei Gen Verde, di Neri Marcorè, Luca Barbarossa, Dori Ghezzi, Dario Vergassola e Giovanni Scifoni, sono spunti, provocazioni, semi gettati che possono suscitare interrogativi e aprire terreni di confronto continuo.

Ecco perché ogni anno quella della Pastorale del turismo – «espressione non facile e per certi versi non immediata», ha fatto notare ancora mons. Mura – diventa un’esperienza avvolgente e totalizzante, offerta a tutti gratuitamente, che lascia sempre un pizzico di dispiacere nel momento in cui il sipario viene giù, ma al tempo stesso genera in ciascuno il desiderio profondo di rincontrarsi e l’attesa per un nuovo progetto tutto da scrivere nel quale, come ogni formula vincente, alcune costanti restano, diventando solide certezze: il momento dell’accoglienza che quest’anno ha visto coinvolte le comunità di Arbatax, Seui, Osini, Ilbono, Lotzorai, Baunei, per l’Ogliastra, e Siniscola, Olzai, Orosei, Fonni, per il nuorese: vetrine di un territorio che vuole essere, per chi lo abita e per chi decide di trascorrere in esso alcuni giorni di riposo, fonte inesauribile di conoscenza, di scoperta e di bellezza; i cortometraggi del progetto Camineras, a cura di Vincenzo Ligios e le professionalità degli artisti locali a impreziosire ogni serata.

Un investimento importante di chi crede nelle potenzialità immense di questa terra, sotto tutti i punti di vista. Una macchina organizzativa che da otto anni mette in campo volontari, tecnici, giovani, seminaristi, collaboratori diocesani, religiose, sacerdoti. Chi non riesce a coglierne la portata, l’innegabile valore umano, l’attualità e l’unicità della proposta, arrivando perfino a boicottarla – aggiungo forse solo perché avanzata da una Chiesa e dal suo pastore – annaspa fra limiti e pregiudizi. Ma solo “dove c’è una mente aperta, ci sarà sempre una terra di scoperta”.

Odio

Le parole dell’odio

di Angelo Sette.

Qualcuno non ha retto e ha compiuto gesti estremi; tutti hanno riportato ferite laceranti e indelebili; pochi sono riusciti a reagire e ribellarsi.

Sono le vittime delle parole di odio che rimbalzano nelle reti social. Parole e frasi malefiche, intrusive e corrosive che travolgono tanti, preferibilmente persone fragili e in difficoltà: donne, stranieri, minoranze, bambini e adolescenti. Colpiscono singoli individui, gruppi o intere etnie; soggetti considerati “inferiori” e “diversi”, e quindi potenziali veicoli di minacce e contaminazioni, anche solo perché portatori di quelle novità e originalità che rendono il mondo interessante, plurale e dinamico.

Parole cattive che hanno conseguenze dirette e durature sulla vittima (stress, paura, perdita di fiducia e di autostima, angoscia e ritiro sociale); ma che comportano effetti deleteri anche a livello sociale quali l’assuefazione e desensibilizzazione all’odio, la sottovalutazione della sofferenza dell’altro, il consolidamento e la moltiplicazione dei pregiudizi, delle intolleranze e delle discriminazioni.

Il fenomeno travalica la semplice aggressione e offesa personale per assumere una dimensione e una funzione sociale, e replica le note dinamiche del pregiudizio, del capro espiatorio e della pseudospeciazione (non riconoscere come umani altri umani), prodotti della contaminazione paranoica delle masse, a opera di certa propaganda e informazione senza etica, visione e responsabilità.

Esso agisce nella realtà virtuale, ma concretizza il suo potenziale distruttivo in ambienti concreti di vita e di relazione, scuole, quartieri, aggregazioni.

Isolare e annientare la persona o la comunità, storicamente ha assolto la funzione di compattare società e gruppi, insicuri e succubi, demarcando un noi e un loro; noi-buoni-belli-eletti; loro-cattivi-brutti-reietti. Un modo di fare proseliti e di attrarre persone alla propria causa e sotto la propria influenza.

Il fenomeno nella sua dimensione sociale pertanto è noto e atteso. La novità consiste nello strumento, che ne amplifica a dismisura la portata e il tasso offensivo e ne stabilizza nel tempo la memoria e l’effetto. Con la specificità della lontananza fisica dalla vittima che agevola atti senza freni, mediazioni e controlli; senza responsabilità e possibilità di riparazione.

All’origine c’è vuoto affettivo, frustrazione e miseria culturale, ma anche cattiveria e disumanità: povertà mentali in cerca di illusorie conferme appaganti e difensive. Ma soprattutto c’è la gravissima carenza educativa in una società, confusa e distratta, spesso tollerante e complice, la cui incapacità di intercettare e contrastare le immagini e le parole dell’odio, lascia che l’impulso prevalga sul pensiero, la competizione sulla solidarietà e la logica dell’economia e del profitto sulle ragioni dell’umanità. I social media non sono il male né la causa del male; sono opportunità comunicative preziose, persino utili a svelare l’animo umano e i suoi segreti. La distruttività è per intero prodotto dell’uomo, se incapace di educare, di pensare e di amare.

Assunta

Santa Maria Navarrese e la devozione alla Vergine Assunta

La festa più sentita dalla comunità di Santa Maria Navarrese è quella che si celebra il 15 agosto in onore della Beata Vergine Assunta nella chiesa a lei dedicata. La chiesa sorge nella piazza centrale di Santa Maria dalla quale, circondata da olivastri millenari, guarda verso il mare ogliastrino.

La sua costruzione risale presumibilmente all’ XI secolo. La leggenda narra che la Principessa di Navarra, scampata a un terribile naufragio, avrebbe voluto ringraziare la Vergine Assunta per la grazia ricevuta erigendo una chiesa a lei intitolata. Da allora l’edificio è stato oggetto di molteplici interventi di restauro che ne hanno interessato gli interni (altare, pavimentazione, sedili) e altresì la piazza (nel 1959 sono stati demoliti gli alloggi, in baunese “staulus“, edificati per ospitare i pellegrini giunti sul posto in occasione dei festeggiamenti).

La festa in onore dell’Assunta è sempre stata molto cara a tutta la comunità ogliastrina i cui fedeli, nel corso dei secoli, si sono recati in pellegrinaggio a Santa Maria per rivolgere alla Madonna le loro preghiere.

In occasione della festa, dopo le celebrazioni nella piazza si poteva gustare l’ottima carne delle capre allevate nelle montagne baunesi in quanto, fino al secolo scorso, vi si svolgeva una vera propria sagra, con la preparazione della carne e del pane per la cui cottura era stato costruito un forno ancora visibile ai molteplici visitatori del luogo.

Ancora oggi la festa è vissuta con particolare gioia e grande partecipazione. Nei giorni antecedenti la festa, il simulacro della Vergine lascia la chiesa parrocchiale di Baunei accompagnato dagli obrieri per raggiungere la frazione di Santa Maria Navarrese, come da tradizione.

Il tragitto si svolge in una solenne processione, prima a piedi e poi in macchina, accompagnata dalla preghiera del rosario recitato in sardo, dal suono della fisarmonica e delle launeddas. Il simulacro raggiunge la frazione costiera dove viene accolto da un nutrito numero di fedeli che lo accompagna, sempre in processione, sino alla chiesetta.

Sono molteplici le celebrazioni che si susseguono nei giorni della festa.

Il pomeriggio del 14 agosto la Santa Messa viene celebrata presso il porticciolo turistico dal quale parte una processione in mare molto suggestiva che arriva sino all’Isolotto d’Ogliastra.

Il giorno della festa il simulacro viene portato in processione su un carro a buoi mentre la Santa Messa viene celebrata nella piazza nel quale è stato costruito un piccolo anfiteatro. Alla fine della giornata, il simulacro viene nuovamente accompagnato nella chiesa parrocchiale di Baunei dove la benedizione solenne impartita dal parroco sancisce la fine dei festeggiamenti.

Le origini di questa festa si perdono nella notte dei tempi, ma non si è mai persa la devozione dei tanti fedeli che ogni anno si affidano alla Vergine Assunta richiedendone protezione. (Gloriosa)

Il forno del pane

Nella parte alta della piazza dove sorge la chiesa di Santa Maria Navarrese è presente un forno che veniva utilizzato in occasione della festa dell’Assunta e risulta attualmente in disuso. Pare servisse a cuocere la carne e il pane che venivano distribuiti ai fedeli giunti sul posto per i festeggiamenti in onore dell’Assunta. Nell’occasione, infatti, si creava attorno alla chiesa una vera e propria comunità di fedeli i quali vi si stabilivano per diversi giorni.

Triei

Triei dedica la biblioteca a Olga Corrias

di Francesco Manca.

Dallo scorso agosto la biblioteca comunale di Triei porta il nome di Olga Corrias, la ricercatrice scomparsa due anni fa, a soli 43 anni. Un’eccellenza sarda nel mondo, rimasta nel cuore di chi l’ha conosciuta come un esempio di amore per la vita in tutti i suoi aspetti.

L’idea di dedicare a lei la biblioteca è nata poco dopo la sua scomparsa tra i fedales che con lei avevano condiviso l’adolescenza, vivendo momenti di crescita proprio in quella che sarebbe diventata la biblioteca e che allora si chiamava “sala di lettura”. La proposta è stata accolta con entusiasmo dall’amministrazione comunale guidata da Anna Assunta Chironi e, dopo poco più di un anno, il progetto si è concretizzato. Il 17 agosto, la sindaca ha scoperto la targa con il nome di Olga Corrias, dopo aver ricordato la brillante ricercatrice e il suo attaccamento al paese, sempre presente anche anni dopo averlo lasciato per seguire i suoi sogni, prima in Italia e poi negli Stati Uniti per amore del marito Matt Hancock, presente all’inaugurazione con la figlia Emilia e il figlio Bruce, ai quali la vicesindaca Tiziana Murru ha letto una lettera accorata e piena di speranza.

A Olga è stato dedicato anche un ritratto, opera di Serenella Randazzo e Alessandro Chironi, corredato dalle sue parole, destinate al marito: «Non essere triste, abbiamo tante cose di cui essere felici. Io sono felice».

Tutta la comunità era presente all’evento. A ricordare l’amica sono state le sue coetanee – Maria Francesca Murru, Luisa Murru, Barbara Frailis – che ne hanno elogiato il carattere aperto e il desiderio di conoscenza.

Nel 2016 Fabiana Carta intervistò Olga Corrias per L’Ogliastra. In quell’articolo scriveva: «Questa è la storia di un cervello in fuga un po’ diversa dal solito». Diversa perché Olga non era affatto un cervello in fuga, come ha sottolineato la presidente dell’associazione Voltalacarta, Loredana Rosa, che ha coordinato il convegno. «Olga aveva una forte autodeterminazione e ha scelto la sua strada non come fuga ma come apertura, ha scelto di andar via per crescere senza mai rinnegare il luogo d’origine: è stata una costruttrice di ponti». Loredana Rosa ha anche posto l’accento sulla toponomastica femminile. «Con questa intitolazione, la biblioteca di Triei è la quarta in Ogliastra, su ventidue, a essere dedicata a donne».

Lo scrittore Giacomo Mameli ha messo Olga Corrias tra le eccellenze sarde e ha ricordato come le donne siano più attente alla cultura rispetto agli uomini: «Non solo ci sono più laureate, ma se guardiamo agli eventi culturali scopriamo che l’87 per cento sono organizzati e fruiti da donne».

Olga era anche una paladina delle pari opportunità. Per questo, nella biblioteca sarà presto inaugurata una sezione dedicata agli studi di genere.

Tanti i momenti toccanti: i commenti amorevoli di Emilia e Bruce nel vedere sullo schermo le foto della loro mamma; la meravigliosa versione di Non potho reposare intonata “a cappella” dalla cantante Manuela Mameli; il saluto finale di Matt che ha parlato di gratitudine per la sua vita con Olga, e per la comunità trieddina che si è stretta intorno alla famiglia: «Guardandovi, posso dire quando e dove ho conosciuto ognuno di voi. Ha detto bene Loredana: Olga è stata una costruttrice di ponti, l’ha fatto nel lavoro, nella famiglia e nei legami con la sua comunità». E ha concluso riprendendo le ultime parole di Olga: «Io sono felice. Grazie Triei».

Talana

Le nostre feste. Talana. Sant’Efisio

di Aurora Mesina.

La festa di Sant’Efisio, a Talana, quest’anno si è svolta il 30 aprile, il 1° e il 2 maggio, cioè i tre giorni che comprendono la prima domenica del mese mariano.

La festa si articola in tre giorni durante i quali, in un certo senso, è come se tutto il paese si trasferisse nei pressi della chiesetta campestre per vivere insieme i momenti religiosi e quelli sociali di condivisione della mensa e degli altri festeggiamenti.

Il sabato pomeriggio viene portato il simulacro del Santo dalla chiesa parrocchiale di Santa Marta di Talana fino alla chiesetta campestre a lui intitolata, a circa 17 km dal centro abitato. I fedeli preceduti dalla croce e dagli stendardi e dal gruppo folk Santa Marta di Talana accompagnano a piedi la processione del Santo dentro il centro abitato fino all’uscita del paese, con le melodie delle launeddas e dell’organetto. Successivamente si porta il simulacro a bordo di un mezzo fino alla località Sant’Efisio (nella piana di Talana) per poi essere trasferito sul suo carro trainato dai buoi fino alla chiesetta nel parco di Sant’Efisio, un luogo dedicato esclusivamente alla festa paesana. All’arrivo viene celebrata la Santa Messa seguita dal canto de is Goccius. Al termine i balli tradizionali scandiscono la festa. Ogni famiglia si ritira per cenare nelle rispettive logge, ovvero i piccoli appezzamenti ognuna di loro custodisce, cura e “apparecchia” a festa!

Mentre il comitato organizzatore prepara la cena in su arrebustu, il locale in dotazione agli organizzatori della festa religiosa, vengono invitate le autorità religiose, civili e militare, oltre le rispettive famiglie e gli amici. Nel frattempo, proseguono i festeggiamenti di piazza.

La domenica le logge si animano nuovamente per il pranzo, sempre vissuto in condivisione, anche con numerosi visitatori provenienti dai paesi vicini che si riuniscono molto volentieri per vivere insieme questi gioiosi momenti. Il pomeriggio viene celebrata la Santa Messa preceduta da una breve processione attorno il sagrato e seguita dal canto de is Goccius, viene offerto dal comitato un rinfresco a tutti i presenti e poi nuovamente ci si appresta a consumare la cena, la festa comunitaria prosegue per l’intera serata.

Il lunedì mattina è invece dedicato al ritiro e al riordino dei luoghi, si consuma un pranzo frugale e nel primo pomeriggio il simulacro del Santo viene nuovamente caricato a bordo del mezzo che lo riporterà alla chiesa di Santa Marta a Talana dove verrà celebrata la Santa Messa e cantati is Goccius, Rinfresco e festeggiamenti in piazza concluderanno l’edizione.

Sono circa 17 anni che la festa di Sant’ Efisio è organizzata dal comitato dei 40enni, che cura la festa religiosa, a meno che non ci sia un obriere privato, ovvero un singolo o una famiglia che intende offrire la festa per una promessa o per grazia ricevuta. Quest’anno sono stati i ragazzi del 1982 a prendere l’impegno dell’organizzazione: dalla pulizia del luogo all’illuminazione e allestimento del parco, dalla ricerca dei contributi utili per la riuscita della festa all’organizzazione del pranzo. Davvero un grande lavoro.

La chiesa e la leggenda

La chiesa di Sant’Efisio si trova nella campagna del territorio comunale di Talana. Pare risalga al 1700 costruita con pianta rettangolare, tipica caratteristica delle chiese campestri, e il tetto formato da tegole sarde, a capanna. Nella facciata è presente il portone principale e un piccolo campanile a vela. Circa la costruzione dell’attuale edificio, viene tramandata una leggenda che racconta della scomparsa di un bambino e dell’apparizione del Santo al padre disperato, che promette la costruzione del tempio in cambio del ritrovamento del figlio. Il miracolo avviene. Da allora, ogni anno nella prima domenica di maggio, una grande festa apre il ciclo delle sagre campestri di tutta l’Ogliastra.

Tuttavia, sembra che fosse già presente un edificio religioso di epoca precedente. Nell’inventario dei beni culturali conservato negli archivi della parrocchia, infatti, viene riportato quanto segue: «Il sito della chiesa e la dedicazione al Santo guerriero Efisio fan pensare alla notizia riportata dalla “Passio Sancti Ephisii”, secondo cui egli, inviato dall’imperatore in Sardegna per debellare una rivolta e perseguitare i cristiani, ebbe una visione celeste e si convertì al Cristianesimo. Lo sbarco in Sardegna sarebbe avvenuto nell’antico Portus Sulpicius di cui parla Tolomeo, da identificarsi in Solci, l’attuale Girasole. La chiesa sarebbe sorta a ricordo del fatto, e risalirebbe alla conversione stessa della popolazione al Cristianesimo, per opera di Sant’Efisio divenuto, da persecutore, apostolo. Certo nel sito della chiesa c’era un paese che in epoca imprecisata, forse nel secolo XI, durante le invasioni di Mugahid (Museto) si trasferì all’interno, unendosi all’abitato di Talana o dandogli vita…».

 

Mullò

Mullò, un luogo del cuore da far rivivere

di Fabiana Carta.

Per amore verso il paese natale e i luoghi della loro infanzia, Giorgio, Valeria e Riccardo, dopo lunghe esperienze all’estero, hanno deciso di prendere in gestione la struttura ricettiva comunale all’interno del parco di Mullò

Luoghi del cuore, li chiamano. Custodiscono con dedizione i nostri ricordi d’infanzia, frammenti d’immagini, sensazioni e profumi. Ognuno di noi ne ha almeno uno. Con i suoi lentischi millenari, la chiesetta campestre dedicata a Sant’Antonio da Padova, la vegetazione spontanea e la luce del sole apparentemente più forte che in qualsiasi altro luogo, il parco di Mullò occupa un posto importante nella memoria emotiva di tre giovani ragazzi di Triei. Così importante da richiamarli a sé.

Valeria Catzola e suo fratello Giorgio, insieme al cugino Riccardo Loi hanno ascoltato questo richiamo decidendo di partecipare al bando comunale per l’affidamento del punto di ristoro all’interno del parco, abbandonato da quasi vent’anni. In questo lungo arco di tempo nessuno prima di loro ha avuto il coraggio di investire forze e speranze sulla struttura immersa nel verde, probabilmente impaurito dai lavori necessari per riportarlo allo splendore di un tempo.

Tutti e tre hanno un bagaglio di esperienze accumulate all’estero, anni e anni vissuti lontano da casa. Dal piccolo paese che si tinge di giallo grazie alla distesa di ginestre, dal silenzio e la pace del lento scorrere del tempo alla stimolante, affascinante e caotica Londra. A soli 19 anni, dopo il diploma alberghiero, Riccardo è il primo a lasciare l’isola e buttarsi nel mondo della ristorazione: «Sono rimasto in Inghilterra fino al 2016, poi sono partito a fare un’altra esperienza in Australia per quattro anni. Ero un po’ stanco della lontananza, iniziava a farsi sentire in maniera forte», racconta.

Valeria è partita nel 2013, per raggiungerlo. «L’idea era di stare a Londra qualche mese, per imparare l’inglese, invece sono rimasta per quasi nove anni. È stata un’esperienza molto utile e impagabile, da consigliare a tutti. In Sardegna siamo un po’ chiusi, andare lì mi ha permesso di conoscere persone provenienti da tutto il mondo e migliorarmi il più possibile nel mio lavoro. Qui ho anche incontrato il mio compagno Josh Clark, manager di sala di origini sudafricane che verrà a lavorare con noi a Mullò», racconta Valeria. Anche Giorgio ha trascorso degli anni nella capitale inglese per poi rientrare nell’isola e lavorare nell’impresa di famiglia, è l’unico del gruppo a non avere fatto nessuna esperienza nel mondo della ristorazione. «Mi occuperò soprattutto della parte burocratica», spiega.

Era l’estate 2020, nel mezzo di una pandemia mondiale appena scoppiata, quando Valeria e il suo compagno Josh si ritrovano a ragionare sul loro futuro. Restare in Inghilterra o tornare nella terra natale? Lasciare tutto e tornare a casa, ma per dedicarsi a cosa? «Non volevo riprendere la vita che facevo prima di partire, ho sempre detto che avrei valutato la possibilità di tornare al mio paese solo se avessimo avuto un progetto tutto nostro. Forse non sarei neanche rimasta a Londra a continuare a lavorare come dipendente, era arrivato il momento di fare un passo avanti», spiega Valeria. Proprio in quei giorni carichi di riflessioni e valutazioni notano la notizia del bando, pubblicata dal comune di Triei. «Io e Josh avevamo preso da poco una casa in affitto per tre anni – continua –, questa notizia ci ha acceso una fiammella e allo stesso tempo spaventato. La struttura da prendere in gestione era molto grande, avremmo dovuto mettere in conto un grande impegno e un investimento altrettanto grande. Alla fine, dopo averci pensato tanto, abbiamo deciso di provarci».

In questo ambizioso progetto coinvolgono anche Giorgio e Riccardo, che accettano per amore verso quel luogo, punto di riferimento per ogni abitante del paese. «Mullò per me rappresenta tante cose, i ricordi d’infanzia riaffiorano – racconta Riccardo –: i due giorni della festa di Sant’Antonio, quando ci si riuniva con tutto il paese per i festeggiamenti, la chiesa e il parco giochi, dove ci divertivamo con gli amici».

Per alcuni può sembrare un luogo isolato, troppo lontano dal mare o dal paese, ma per i tre giovani nella struttura c’è un grande potenziale. Proprio la natura, l’isolamento, la pace e il silenzio, uniti alla storia e al legame con il parco sono tutti motivi che li hanno spinti a investire tutto su questo progetto. «Abbiamo creduto in questo posto perché ha tanto da offrire, e per troppi anni è stato lasciato solo a sé stesso», commenta Riccardo. La decisione di Valeria, Giorgio e Riccardo è anche una sfida allo spopolamento. Tantissimi giovani – così come hanno fatto loro – sono partiti a cercare esperienze e fortuna all’estero, il loro progetto potrebbe essere uno stimolo per tutti i compaesani che sono andati via, che hanno il timore di rientrare e investire nel proprio territorio. «Il nostro desiderio è di far crescere Triei, nuove idee e nuovi progetti potrebbero spingere altri giovani a restare, provare a fare qualcosa per il proprio paese», raccontano. I tre giovani prevedono e sperano di aprire il ristorante pizzeria a Pasqua dell’anno prossimo, a lavori ultimati. Sembrava una responsabilità troppo grande prendere in gestione la struttura del parco di Mullò, ancora più grande per dei giovani ragazzi che devono riabituarsi alla Sardegna e ai suoi ritmi. Anche investire tempo e soldi per una struttura che non è la tua può aver fatto nascere dei dubbi. Ma l’alternativa sarebbe stata continuare a guardare uno dei loro luoghi del cuore invecchiare, lentamente, per chissà quanti anni ancora.