In breve:

Fatti

Piseddu

Auguri, Mons. Piseddu!

di Pietro Sabatini.
In occasione dei 40 anni di ministero episcopale, il clero ogliastrino insieme al vescovo Antonello si è recato in vista ad Antioco Piseddu, vescovo emerito della Diocesi di Lanusei. 

L’8 novembre 1981, nella chiesa di Sant’Anna, a Cagliari, il cardinale Sebastiano Baggio ordinava vescovo il sacerdote del clero cagliaritano Antioco Piseddu. Di lì a breve avrebbe fatto l’ingresso nella Diocesi di Lanusei, per essere il suo pastore e la sua guida durante 33 anni di intenso ministero episcopale. Da quel giorno sono passati 40 anni, che per un vescovo sono un traguardo abbastanza raro, un lungo tempo di fatica e di lavoro, portando sulle spalle la responsabilità di guidare una presbiterio e un comunità cristiana.

Il 1 dicembre scorso, nel Seminario regionale sardo, una trentina di sacerdoti e diaconi dell’Ogliastra, insieme con il vescovo Antonello, hanno voluto trascorrere una mattinata insieme al vescovo emerito, ormai ottantacinquenne, per esprimergli la gioia e le congratulazioni di tutta l’Ogliastra e, ancora una volta, il ringraziamento del lavoro svolto per il bene di questa terra e di tutti i suoi abitanti.

Il passare degli anni ha sicuramente segnato il fisico di mons. Piseddu, ma non ha alterato la sua intelligenza e la sua capacità di pensiero. Durante la Messa – concelebrata con il vescovo Antonello, l’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, i sacerdoti e i diaconi – è parso visibilmente commosso e stupito dal bellissimo momento. In quella cappella da lui pensata e realizzata, mentre era segretario della Conferenza Episcopale Sarda, il suo volto e le sue parole esprimevano una forte emozione e un profondo senso di gratitudine a Dio.

Durante l’omelia ha ribadito la grande gioia dello stare insieme, in nome di Dio e la bellezza di servire il Signore nella Chiesa. Il ricordo vivo della sua ordinazione episcopale, che ha segnato la sua vita e quella di tutti gli ogliastrini, è diventata l’occasione per una intensa riflessione sul valore della Chiesa e del lavoro apostolico, per la diffondere il Vangelo di Gesù nel mondo. Il suo ricordo dei 33 anni di permanenza in Ogliastra è diventato preghiera, per sentirsi ancora unito a tutti gli uomini e le donne delle nostre parrocchie che lui ha conosciuto e amato.

Al termine della Messa, il vescovo Antonello, a nome di tutto il presbiterio e di tutta la Chiesa ogliastrina, ha donato al festeggiato una processione dipinta da Antonio Corriga, che mons. Piseddu ha molto gradito. Conosciamo infatti la sua passione per l’arte, che racconta il Dio della bellezza, secondo il titolo della sua nota pastorale sul patrimonio artistico culturale della Chiesa. Dopo la messa ha donato a tutti i sacerdoti intervenuti, un suo volume, che racconta, con competenza, l’architettura e l’arte delle chiese di Cagliari.

Il clima di gioia e fraternità è proseguito con un momento conviviale, nell’Aula Magna del seminario. Il buffet è stato servito dai volontari dell’Unitalsi, con cui monsignor Piseddu ha sempre collaborato partecipando a tantissimi pellegrinaggi a Lourdes.

Tornando alle proprie parrocchie, nel cuore di tutti i sacerdoti è rimasta la gioia di quell’incontro con il loro anziano vescovo, che per tantissimi è stato lo strumento di Dio nella loro ordinazione diaconale e presbiterale. Ma anche mons. Piseddu è tornato a casa soddisfatto, perché la sua Chiesa non l’ha dimenticato, perché il suo faticoso lavoro non è stato speso invano, ma ha prodotto frutti di grazia e santità.

Le parole di Mons. Piseddu

«La vostra presenza, carissimi sacerdoti della diocesi di Lanusei, la tua, Ecc.za carissima mons. Mura, che hai voluto e organizzato questo incontro, e ogni vostro volto porta con sé ricordi e suggestioni profonde. Continuiamo ad affidarci a Maria, la nostra cara Madonna d’Ogliastra, chiedendo la sua intercessione insieme a quella di San Giorgio Vescovo».

 

Bari Sardo

A Bari Sardo è di casa l’accoglienza

di Gian Luisa Carracoi.
Fatiha e Hassan sono una coppia che arriva a Bari Sardo alla fine dagli anni Ottanta. È qui che hanno deciso di costruire la loro casa e stabilire la loro residenza. Oggi, insieme alle tre figlie, si sentono a tutti gli effetti cittadini bariesi e il centro ogliastrino li ha accolti con gioia.

Bari Sardo, località dalle mille potenzialità a livello ambientale e culturale, si è conquistato un ruolo di primo piano come meta turistica d’eccellenza conosciuta nel mondo.

Migliaia di villeggianti, nel corso degli anni, hanno deciso di prendere casa qui, ma non sono i soli. Ad assaporare la fraternità e l’accoglienza dei suoi abitanti sono anche i tanti immigrati che hanno deciso di stabilirsi e di creare famiglia in un paese che sa offrire il meglio di sé quando è si tratta di tendere la mano verso l’ospite. Oggi, gli immigrati residenti nella località marina sono circa 130, in buona parte provenienti dal Marocco.

L’identità a livello comunitario si rinnova nell’incontro, nel confronto, nella relazione con gli altri. L’identità è vissuta come un drappo in continua evoluzione, in cui i fili culturali dalle più svariate provenienze vengono tessute nel telaio della storia quotidiana. Qui, l’accoglienza non è apparenza o filosofia teoretica, ma pratica attiva.

Lo stesso Istituto Comprensivo Emilia Pischedda accoglie ogni anno allievi nati all’estero o in Italia da genitori stranieri. Al fine di fornire uno strumento di orientamento pedagogico per favorire l’inserimento degli alunni nel contesto scolastico è stato predisposto un Protocollo di accoglienza che riesce a creare le condizioni ottimali per la serena e piena integrazione degli alunni. Esso si pone l’obiettivo di costruire un contesto favorevole all’incontro con le varie culture, viste quale fonte di arricchimento; di promuovere la collaborazione tra scuola, famiglia e territorio sui temi dell’educazione interculturale, nell’ottica di un sistema formativo integrato.

Così come la scuola è luogo di incontro positivo e creativo di valori di amicizia e rispetto reciproco, a funzionare egregiamente, grazie alla bontà di cuore di tante persone, è anche il servizio Caritas parrocchiale per i più bisognosi.

È in questo contesto di serenità che ha scelto di vivere la famiglia Boutifi.

Fatiha e Hassan sono originari di Casablanca, metropoli del Marocco affacciata sull’Oceano Atlantico. Sul finire degli anni ’80, il primo a conoscere Bari Sardo è stato il capofamiglia che trovò casa insieme ad alcuni suoi conterranei. Racconta che, al loro arrivo, le signore anziane li hanno accolti con gentilezza e affetto e li hanno rispettati quasi come dei figli, sempre pronte a dare una mano nei momenti di difficoltà e a condividere con loro il pranzo o la cena. Dopo il matrimonio con Fatiha, ha dovuto cercare una nuova abitazione per iniziare a creare un ambiente adatto a una famiglia, ma trovare casa non è stato difficile perché ha ricevuto l’aiuto di tante persone amorevoli. Dal loro matrimonio sono nate Ilhame, Farida e Meryem, tre ragazze dal cuore d’oro.

Quando nel 2015 Ilhame ha compiuto 18 anni, è diventata ufficialmente cittadina italiana. In paese tutti vogliono loro bene e sono apprezzati per gentilezza e semplicità che traspaiono dai loro occhi e sorrisi. «Anche il semplice saluto delle persone che chiedono: “Come va? Come stanno i tuoi genitori?”, quando non li incontrano da un po’ –, dice Ilhame –ti fa sentire a casa. Ecco perché a Bari Sardo ci sentiamo davvero come in una grande famiglia».

Gairo

Gairo, due feste in una

di Antonio Murino e Rosetta Demurtas.

Lo Spirito Santo e la Madonna del Buoncammino. Due celebrazioni in una, che non possono essere vissute separatamente. Festa più amata della comunità di Gairo, è vissuta in due momenti che in qualche modo si incontrano tra di loro, quella che nella Chiesa universale chiamiamo solennemente Pentecoste o festa dello Spirito Santo e poi quella della Madonna del Buoncammino, il cui titolo rimanda alla figura di Maria protettrice dell’umanità, nell’iconografia riconoscibile dalla presenza della barca con un uomo, identità d’ogni uomo, che Ella protegge dalla tempesta.

A oggi, nel calendario liturgico, il giorno dopo Pentecoste celebriamo come memoria obbligatoria Maria Madre della Chiesa, come espressione della presenza di Maria il giorno della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e su tutta la Chiesa.

La festa dello Spirito Santo, pur non essendo patrono, è molto sentita non solo dalla comunità gairese ma in tutta l’Ogliastra, ed era conosciuta con il nome Su Spiridu Santu de Gairu.

Il simulacro ligneo, in estofado de oro datato al tardo ‘600, rappresenta Dio Padre che regge nella sue mani il Figlio crocifisso consegnandolo all’umanità, mentre nel simbolo della colomba è raffigurato lo Spirito: una statua unica nel suo splendore che veneriamo ogni anno nella solennità di Pentecoste.

A tale celebrazione ci si preparava con una novena, a partire dal giovedì dell’ottava di Pasqua e ogni giovedì dopo la Santa Messa si proseguiva con la novena, nel canto del Veni Creator. Ancora oggi viene vissuta con profonda devozione e partecipazione.

Il sabato, alla vigilia della festa, cominciando all’imbrunire si dava luogo a Su igiriu; le donne che avevano qualche pena particolare propria o di qualche familiare, giravano in ginocchio attorno alla statua, e poi intorno alla chiesa, sempre in ginocchio, pregando con grande devozione, e si attribuiva a questa pratica penitenziale un’efficacia particolare.

La sua chiesa originariamente sorgeva nel vecchio abitato di Gairo, dove ancora se ne possono vedere i ruderi: chiamata dai gairesi cresiedda (“chiesetta”), era incorniciata dalle abitazioni e arricchita da un ampio piazzale dove si svolgevano i festeggiamenti e dove venivano accolti i pellegrini che venivano dai paesi vicini e non solo. Si giungeva qui, infatti, da Osini, Ulassai, Jerzu, Tertenia, Perdasdefogu, Barbagia di Seulo, Lanusei Arzana, Urzulei e altri… I più lontani cercavano ospitalità nelle famiglie dove ancora il parentato era molto importante, come anche le amicizie che si portavano avanti negli anni.

La festa era, insomma, occasione d’incontro e nuove conoscenze. Era consuetudine offrire ai pellegrini un pezzo di carne arrostita (su carramponi) al momento del pranzo, come segno di accoglienza. I festeggiamenti iniziavano la domenica con la processione accompagnata dalla confraternita della Beata Vergine del Rosario, con indosso l’abito lungo che riprendeva nella parte superiore la camicia del costume gairese, segno d’appartenenza. Processione che si limitava al perimetro della chiesa, precedendo la celebrazione della Santa Messa. È in questo giorno che arrivavano i pellegrini da Osini, Ulassai, e Jerzu; il lunedì era la volta di quelli di Lanusei e Ilbono, mentre il martedì era la festa solo dei Gairesi, detta anche sa festa de is bagadius.

I pellegrini erano soliti offrire degli oggetti in cera che raffiguravano una parte del corpo, quali ex voto in ringraziamento per la grazia ricevuta, deponendoli ai piedi del simulacro. Dopo l’alluvione del 1951, la chiesa parrocchiale costruita nel nuovo abitato fu dedicata allo Spirito Santo e qui è stata collocata la statua, protetta all’interno di una teca.

A partire dagli anni ’80, la festa ha subito delle modifiche per andare incontro a chi, per ragioni lavorative, era impossibilitato a seguire la tradizione. Da allora, infatti, la festa si celebra nei giorni di sabato, domenica e lunedì, mantenendo il lunedì la venerazione congiunta dello Spirito Santo e della Madonna del Buoncammino.

Mentre prima veniva portato in spalla, oggi il simulacro viene portato sul carro a buoi, accompagnato dal canto del Rosario, rigorosamente in lingua sarda. Nel passato era consuetudine che, durante la festa, alcuni giovani del paese ricevessero il sacramento della Cresima, e a questi si univano anche adulti provenienti da altri paesi. Nella processione del lunedì, in chiusura dei festeggiamenti, vengono portati in spalla sia il simulacro dello Spirito Santo che quello della Madonna del Buoncammino, a suggellare la devozione verso entrambi. A memoria d’uomo non si rinviene una ragione particolare che abbia originato tale tradizione, ma nell’immaginario gairese una festa non può celebrarsi senza tener conto dell’altra, appuntamenti inseparabili e identitari del vissuto di fede della comunità di Gairo.

25nov2

Disparità di genere: servono educazione e condivisione

Per celebrare il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne, l’associazione lanuseina Voltalacarta ha organizzato un importante convegno dal titolo “Insieme si fa la differenza. Farsi comunità contro le discriminazioni di genere”, che si è tenuto nell’aula consiliare del Comune di Lanusei, gremita da un folto e attento pubblico.

L’associazione, presieduta da Loredana Rosa, si occupa da anni di questo tema con interventi nelle scuole e con cittadini e cittadine di ogni età.
Comunità e educazione sono state le parole chiave del convegno. Comunità come unione delle diverse componenti della società nella lotta contro le disparità di genere; educazione come unico mezzo contro il patriarcato.
All’incontro erano presenti Lorena Paola Urrai, Consigliera di parità della Provincia di Nuoro (una figura che mancava da dieci anni); Gemma Demuro, avvocata del Centro Antiviolenza dell’Unione dei Comuni d’Ogliastra; Anna Assunta Chironi, sindaca di Triei, insieme alla vice Tiziana Murru; Veronica Comida, rappresentante delle Bruxas Ogliastrinas, movimento nato a maggio scorso dopo l’omicidio di Mirko Farci, il ragazzo di Tortolì ucciso per difendere sua madre Paola Piras dalla furia femminicida del suo ex compagno.
Ad aprire e chiudere la serata, le letture di brani di Alda Merini, Eve Ensler e Robin Morgan da parte di studenti e studentesse dell’istituto Da Vinci di Lanusei, accompagnati dalla docente Michela Medda.

Proprio sulla scuola e sull’importanza dell’educazione ha posto il focus Loredana Rosa che ha coordinato il convegno: «Con Voltalacarta abbiamo rivolto la nostra attenzione alla scuola perché soltanto attraverso un capillare e paziente lavoro di formazione e informazione si può far crescere la consapevolezza verso i problemi di genere». Rosa ha sottolineato, inoltre, due termini nel titolo della Giornata: “eliminazione” e “maschile”. «Occorre sradicare la cultura patriarcale – ha spiegato – se si vuole eliminare la violenza e avere coscienza che questa riguarda gli uomini: sono loro a doversi far carico della soluzione, visto che sono il problema».

Urrai, al suo primo intervento pubblico dopo la nomina a Consigliera di parità, ha illustrato i compiti ricoperti dal suo ruolo sottolineandone quello di raccordo tra le istituzioni, e ha fornito alcuni dati sulle denunce di violenza negli ultimi anni: «A maggio 2020 si è registrato un incremento del 182 per cento rispetto al 2019 e la media annuale ha registrato un numero più che doppio di chiamate».

Un dato positivo, secondo Demuro: «Se le denunce aumentano è perché le vittime trovano il coraggio di ribellarsi; nei primi mesi del lockdown, invece, il nostro telefono era muto, segno che le donne costrette in casa non sapevano come contattarci».

Farsi comunità significa anche entrare in contatto diretto con la gente. «Vogliamo promuovere una serie di incontri in tutti i paesi ogliastrini – ha sottolineato Veronica Comida – perché il lavoro deve essere capillare e toccare anche i centri più piccoli».

Uno di questi, Triei, ha l’unica sindaca in Ogliastra: «La strada è ancora lunga – secondo Anna Assunta Chironi – e ciò dipende da una mentalità che vede le donne in politica ancora un’eccezione». Un concetto ribadito dalla sua vice Tiziana Murru che ha sottolineato come se ne trovino invece tante nel volontariato.

Il giornalista Giacomo Mameli, presente in video, ha evidenziato come sia più che mai necessario un impegno da parte degli uomini e una trasformazione del linguaggio in senso non sessista. Un tema ripreso dal sindaco di Lanusei, Davide Burchi.
L’impegno maschile contro la violenza è oggi al centro del dibattito. Un impegno che deve essere condiviso, perché solo insieme si può davvero fare la differenza. Come Voltalacarta non si stanca di ripetere.

Piseddu Mons.

Mons. Antioco Piseddu, 40 anni di ordinazione episcopale

di Fabiana Carta.
Era l’8 novembre del 1981 quando riceve l’ordinazione episcopale dal cardinale Sebastiano Baggio. Da allora, per 32 anni, monsignor Antioco Piseddu è stato il padre spirituale che con il suo abbraccio ha tenuto unita la diocesi di Lanusei. Un vescovo che ha lasciato un’impronta importante su diversi aspetti: i problemi sociali e del lavoro – che deve essere onesto, secondo giustizia e appagante – sono stati sempre affrontati con grande determinazione e preoccupazione. «Le iniziative industriali in Ogliastra sono venute da fuori e gestite sempre da persone non della zona, come la cartiera, che ha seguito le logiche del “la costruisco qui perché mi conviene, la faccio fallire perché mi conviene”. Auguro di aprire lo sguardo, di pensare in grande, di far crescere il senso di sicurezza e di ottimismo», aveva dichiarato in un’intervista di qualche anno fa.

La convinzione che la crescita morale e personale passino anche e soprattutto per la crescita culturale ha fatto sì che nell’arco di tempo in cui si è dedicato alla nostra diocesi siano nati progetti che ancora oggi – con sua grande soddisfazione e gioia – proseguono. Il Museo diocesano d’Ogliastra, inaugurato nel 1995, con la biblioteca e l’archivio storico che contiene 35mila volumi, quindici cinquecentine e 183 volumi del Seicento, insieme al giornale in cui stiamo scrivendo e alla rivista Studi Ogliastrini, sono alcune delle eredità culturali che ci ha lasciato.

Da grande e sensibile osservatore quale è ha sempre sottolineato la tendenza dei giovani, e degli ogliastrini in generale, a tirare i remi in barca perché impauriti dalla situazione economica o dai problemi che attanagliano la nostra zona; per questi motivi tiene sempre a dire ai ragazzi che è molto importante studiare, approfondire, per potersi confrontare con tutti, per non vivere di pregiudizi. È sempre una questione di cultura, e la mentalità è un aspetto molto legato ad essa.

Mons. Piseddu l’8 novembre di quest’anno festeggerà 40 anni di ordinazione episcopale. Sarà l’occasione per ricordare il suo percorso, la stima reciproca e tutti i progetti iniziati che ancora oggi continuano, a dimostrazione del fatto che basta seminare con fiducia e speranza per poter raccogliere buoni frutti.

Non perde mai occasione per ripensare ai bellissimi ricordi legati all’Ogliastra e al rapporto profondo e speciale con la sua gente, che ha conosciuto fra pregi e difetti. Tutti noi lo ringraziamo per la bellezza delle cose che ha lasciato, per la speranza che ha disseminato, per la compassione, per lo sguardo aperto, per l’amore che ci ha donato e continua a donarci. Perché non c’è mai stato un vero addio, la sua presenza continua a sentirsi nella preghiera e nei pensieri positivi che non perde mai occasione di rivolgerci.

Taranto settimana sociale

Settimana sociale a Taranto. Franco Manca: «Un tema destinato a segnare la vita futura»

di Mario Girau.

Dal 21 al 24 ottobre Taranto ospita la 49ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. Tema: “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso”.
Nel solco tracciato dalla Laudato Si’ e dalla Fratelli tutti di Papa Francesco, la Chiesa che è in Italia offre il proprio contributo per la creazione di un nuovo modello di sviluppo di cui il mondo ha urgente bisogno. Ne parliamo con Franco Manca, Coordinatore regionale Commissione CES problematiche sociali e del lavoro

Occhi e riflettori puntati sulla 49.ma settima sociale dei cattolici italiani (21-24 Ottobre, Taranto) chiamati a mettere sul tavolo della politica, delle imprese, dell’economia e della finanza il tema “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso”. Come fatto dalle altre diocesi, anche quelle sarde, sabato 25 settembre, hanno presentato le proposte «per sostenere e orientare la formazione di un nuovo modello di sviluppo capace di ridefinire il rapporto tra economia e ecosistema, ambiente e lavoro, vita personale e organizzazione sociale».
L’incontro è coordinato dall’Arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, referente dei vescovi per la pastorale sociale e del lavoro, e da Franco Manca, coordinatore regionale dell’omonima commissione.
«Le settimane sociali segnano l’inizio di un cammino, che deve continuare nella società, a tutti i livelli, perché tutto non si risolva in una manifestazione di quattro giorni, senza capacità di incidere sulla realtà. A Taranto – dice Franco Manca – si discuterà di un tema destinato a segnare la vita delle future generazioni: garantire il benessere e il progresso nel rispetto dell’ambiente, della natura, delle risorse del creato».

Il fatto è che l’economia è diventata l’argomento più dibattuto della modernità e il denaro il punto di riferimento di gran parte della società.

Pensare all’economia sulla base degli schemi che i tecnici presentano è un grave errore dato che i tecnicismi sono quasi sempre orientati a mantenere e rafforzare il potere delle èlite. È quindi necessario uscire da tali schemi fatti da questioni di compatibilità, di pareggi di bilanci, di rispetto dei trattati, di rispetto degli equilibri, ecc. Rimanere all’interno di esse vuol dire che non si potrà mai cambiare quasi nulla e che ciò che conterà sempre di più sarà il denaro piuttosto che l’uomo.

Un’economia che pensa all’ umanità povera ed emarginata potrebbe essere, oggi, una contraddizione in termini.

Non si tratta di inventare nulla, ma di avere come riferimento il magistero della Chiesa e in particolare le encicliche fondate su uno specifico punto di vista, quello di prendersi cura del bene comune, su persona umana, solidarietà, sussidiarietà, bene comune, che si declina attraverso la fraternità che è soprattutto gratuità e dunque dono.

Parlare di gratuità e dono nella società liberal individualista o statocentrica in cui tutto è obbligo e dovere è quasi un azzardo.

Senza pratiche estese di dono si potrà anche avere un mercato efficiente e uno stato autorevole, ma di certo le persone non saranno aiutate a realizzare la gioia di vivere. Purtroppo il bene della comunità non rappresenta una priorità mondiale. Gli organismi di controllo internazionale continuano a contare molto poco e i governi hanno fatto pochi passi in avanti per garantire una strumentazione adatta a governare la finanza internazionale.

Quindi l’economia come zona franca dove tutto può succedere?

Una zona quasi franca. Si pensi all’immenso potere delle società di rating: organismi privati, le cui decisioni determinano licenziamenti e crescita della disoccupazione e milioni di persone e le loro famiglie si ritrovano a evidente rischio di povertà e di elevato disagio sociale.

Non si può fare nulla per cambiare questa situazione?

Questi processi economico-finanziari sono suscettibili di miglioramento. Si deve revisionare l’esistente, sia nella teoria che nella pratica economica, trovando il proprio fondamento in quello che oggi non sembra improprio designare come il nuovo bisogno etico delle nostre società.

Uno sforzo che deve stimolare ad osare nuovi esperimenti di democrazia economica.

Alcune linee di forza risultano già profilarsi con evidente chiarezza e il nodo che tutte le intreccia è la messa a fuoco della dimensione etica e del nuovo bisogno etico alla luce del quale viene proposto di ripensare e riprogettare le ragioni della teoria economica e della sua pratica del mercato e dell’innovazione; del rapporto efficienza solidarietà; della cooperazione e della competizione in vista di una finalità complessiva che potrebbe venire identificata nell’esigenza di espandere, con la democrazia economica, la democrazia politica.

Come è possibile aprire questo nuovo cantiere culturale?

Bisogna guardare attentamente i nuovi problemi creati dalla fase post industriale. C’è da riflettere sulla nuova condizione umana, sociale ed economica nella quale ci troviamo e dove si delinea il passaggio da un prevalente impegno finalizzato alla produzione di beni materiali a un crescente assorbimento di risorse e di uomini nella produzione di beni immateriali. In questo quadro – che conoscerà una profonda trasformazione degli stili di vita e quindi della stessa scala di valori e delle sue priorità – il fattore strategico diverrà la cultura: come nuovo rapporto dell’uomo con la natura e con l’ambiente, come produzione di conoscenze mediante la ricerca, come messa in opera di tecnologie sempre più sofisticate e pervasive, come informazione diretta all’accumulazione e al controllo del sapere.