In breve:

Fatti

Arbatax

Polo industriale di Tortolì: milioni… di cose da fare

di Augusta Cabras.
«Il polo industriale di Tortolì, con la presenza di un porto e di un aeroporto, rappresenta il volano per lo sviluppo economico dell’intero territorio».
Quante volte abbiamo letto o sentito questa frase? Tante, tantissime, troppe. Dentro c’è certamente una prospettiva, ma c’è anche la consapevolezza che quella prospettiva sia rimasta tale per troppo tempo, con un basso livello di attuazione. Fossimo a scuola, sentiremmo la frase: ha buone capacità ma non si applica.

Al di là della retorica e delle frasi fatte, davvero questo territorio ha delle potenzialità per lo sviluppo, ma sono stati troppi, nel tempo, gli ostacoli, le battute d’arresto nei processi di crescita e nelle interlocuzioni tra gli enti poi concluse con un nulla di fatto.

Nel dettaglio questa porzione di territorio ogliastrino è caratterizzata dallo scalo marittimo, dall’aeroporto, dalle aree della ex Cartiera, dalle aree attualmente occupate dalla Saipem (in attesa di nuova concessione) ed è su questi elementi che si discute, si programma e si chiedono risorse. Alcuni passaggi importanti proprio in questo periodo si stanno effettuando anche in Consiglio Regionale: una mozione è stata sottoscritta da tutti i gruppi di minoranza, per risollevare la questione della riclassificazione del porto di Arbatax e dell’ingresso nell’Autorità di sistema portuale dei mari di Sardegna.

Tanto impegno, tempo e risorse anche economiche, sono state impegnate dalla stessa Regione Sardegna. Nell’ormai lontano 2012 con l’Assessorato ai Lavori Pubblici, la Ras impegna oltre 18 milioni per la riconversione delle aree dell’ex Cartiera, con 7,3 milioni e il potenziamento del porto di Arbatax con 11,5 milioni. La finalità di tutto il programma di opere è creare le migliori condizioni per agevolare nuovi insediamenti produttivi nell’area industriale portuale e migliorare le infrastrutture esistenti nell’area consortile di cui l’ex cartiera costituisce parte sostanziale.

A oggi però nulla, o poco, è stato fatto.

Ne parliamo con Franco Amendola, commissario da qualche mese del Consorzio Industriale di Tortolì.

(leggi l’intervista integrale su L’Ogliastra di aprile. Corri in edicola, oppure scarica la App e abbonati al giornale!)

Dottor Dei

Accompagnare alla nascita

di Alessandra Secci.
L’accompagnamento rientra in quel dinamismo che viene definito umanizzazione del parto: l’assistenza alla nascita non è soltanto tecnica ma empatica, e andrebbe a ricreare le condizioni in cui la mamma possa sentirsi a suo agio. Ne abbiamo parlato con il ginecologo dell’ospedale di Lanusei, dott. Marco Dei, ricavandone importanti spunti di riflessione.

2020, anno I di Pandemia, il mondo si ferma improvvisamente. Luci spente, strade deserte, serrande abbassate. Le polizze assicurative vengono congelate, le auto restano parcheggiate in garage e così nelle pompe dei distributori il carburante. Ma la vita, pur confinata nelle mura di casa, scorre: si canta dai balconi, ci si diletta nell’uso senza risparmio di giga internet e lievito madre, scorre nell’inchiostro dei pennarelli e nelle mine delle matite che i bimbi usano per personalizzare i loro variopinti “Andrà tutto bene”.

E scorre nei volti delle future mamme, terrorizzate e irretite al contempo, che nell’incertezza più dilagante trovano, per fortuna e nonostante tutto, delle solide risposte. In ospedale, a Lanusei, e in ambito privato non sono tanti gli specialisti che proseguono nelle visite: occorre fronteggiare tante criticità, dovute a un tipo diverso di approccio, il distanziamento delle pazienti, i tempi dilatati per visitare lo stesso numero di persone, l’individuazione dei presidi di protezione utili, e altro.

È la variabile tempo, come sempre, la più determinante, e le risposte si devono fornire in breve: non si tratta di rimandare una visita specialistica qualunque, c’è in ballo una vita. Due, anzi.

Il Covid ha costretto le figure professionali a una frattura, anche visiva, con le pazienti, con l’utilizzo della mascherina e degli altri Dpi e tuttora persistono delle regole limitanti durante il travaglio, in cui la donna può essere accompagnata dal partner fino alla nascita del bimbo, rimane in un ambiente separato da tutte le altre donne per qualche ora e poi trascorre la degenza lontano dagli affetti, che possono interagire con lei solo attraverso lo schermo del telefono o, meglio ancora, il vetro del reparto.

Di recente è in atto però l’introduzione di un protocollo che prevede l’esecuzione del tampone anche per i partner delle neomamme, di modo che possano partecipare con più libertà e più attivamente al percorso di nascita sin dal primo ricovero. Perché anche stare qualche ora in più in quei momenti è fondamentale, non solo per i genitori, ma anche per gli operatori. L’accompagnamento all’evento rientra in quel dinamismo che viene definito umanizzazione del parto: l’assistenza alla nascita non è soltanto tecnica ma empatica, e andrebbe a ricreare le condizioni in cui la mamma possa sentirsi a suo agio, con la persona che l’accompagna, mimando le dinamiche domestiche e il parto in casa, come una volta. Perché, come una volta, la paura del parto è sempre presente, è un evento traumatico e sia dal punto di vista psicologico che fisico estremamente impegnativo: scegliere dei tempi fisiologici, far capire alla mamma che è un evento naturale, umanizzare il parto senza dare l’impressione di essere in ospedale, che spesso è un ambiente asettico, con lampade chirurgiche, attrezzi sterilizzati e medicinali, e quindi creare un contesto molto più familiare sarebbe il prossimo passo. Spesso si discute tra la necessità che i parti debbano avvenire in grandi strutture dove la specializzazione medica assicura grandi performances, e dall’altro si propone invece di organizzare degli ambienti più intimi, prossimi, dove sì l’assistenza sia impeccabile, ma ci possa essere anche quella cura del dettaglio, quell’attenzione alle neo mamme che smettono di essere numeri.

E così, alla presenza si è accompagnata la prudenza, specie in quanto al giorno d’oggi la vita è concepita diversamente, alcune cose possiedono innate un senso di protezione molto alto, che mostra i nascituri preziosissimi agli occhi delle generazioni che li hanno preceduti.

A Lanusei nessun caso estremo è stato individuato e sono state poche, fortunatamente, anche le occasioni in cui, a malincuore e per cause di impellente necessità e urgenza, si è deciso per l’invio della partoriente al di fuori del presidio lanuseino. Perché subentra qui l’appartenenza al proprio territorio, al proprio substrato: espropriare la donna dal proprio contesto è sempre sbagliato, perché verrebbe meno il contatto con le proprie radici. In Toscana, Emilia Romagna, Veneto esistono le cosiddette Case del parto, strutture meno medicalizzate che assicurano un’empatia maggiore, con gli operatori, parenti, specialisti. La mamma non si sente in ospedale e di conseguenza non percepisce il pericolo.

Nel 2020 il numero di nascite si è mantenuto più o meno sugli stessi standard di sempre: in Ogliastra si riscontra la presenza di alcuni paesi in cui le donne più giovani fanno bambini, altri in cui economie ancora distanti da quello che è l’ideale di sussistenza, si mantiene una linea prudenziale, e si decide per l’allargamento della famiglia in età più tarda. Fisiologico, perché ogni movimento economico ne accompagna altri di carattere sociale. La diminuzione dei parti si è registrata in tutta Europa, ed è una tendenza che ci si deve aspettare.

In questo panorama emergenziale, le piccole strutture come il nosocomio lanuseino hanno dimostrato l’esigenza di esistere, andando ad alleggerire il carico critico al quale le grandi strutture ospedaliere sono state sottoposte e in soccorso a situazioni che sarebbero state sicuramente più sofferenti di quanto non siano già.

La speranza, quindi, è che il Coronavirus faccia in qualche modo aprire gli occhi su quelle che sono le necessità dei territori periferici, di avere dei centri di assistenza con alti livelli di specializzazione, al pari degli altri in quanto a qualità e che possano essere vincenti per quanto riguarda il rapporto diretto con le persone e la conoscenza di un territorio e delle sue particolarità.

L’esempio del Veneto, dove si va reinserendo la figura dell’ostetrica a domicilio, è una direzione alla quale si dovrebbe puntare anche qua, non tanto per l’assistenza al parto, ma per il percorso all’accompagnamento; tali figure sarebbero strategiche nel garantire continuità tra il territorio e l’ospedale, che spesso viene visto dalle donne come un ambiente estraneo: alle mamme dovrà apparire chiaro che il percorso alla nascita è unico, e che l’ospedale è parte integrante del territorio stesso poiché prosecuzione dell’azione svolta dagli altri luoghi e figure di assistenza .

Ci sono ancora difficoltà nell’integrare le diverse entità che lavorano all’interno del territorio ma, appunto, l’accompagnamento alla nascita è una strada rettilinea, che conduce la futura mamma, una volta in ospedale, a sentirsi a casa sua, in un luogo con il quale ha familiarità.

Infermiere Loceri

In principio furono 80 ore in reparto

di Alessandra Secci.
Un incubo chiamato Coronavirus e l’isolamento sociale.
Abbiamo incontrato Graziella e Federica, le due infermiere di Loceri che nel marzo 2020 hanno contratto il virus sul luogo di lavoro, l’ospedale di Sassari. Con loro ripercorriamo quei drammatici momenti

Febbraio 2020. Il nuovo Coronavirus comincia a propagarsi sul suolo italiano e già a fine mese le vittime sono centinaia. In Sardegna, Sassari è il nucleo del contagio e l’ospedale Ss. Annunziata il focolaio principale. Graziella e Federica, entrambe loceresi, lavorano come Oss e infermiera presso il reparto di Cardiologia del presidio sassarese: la prima è sposata e ha due bambini, Federica ha due nipotini per i quali stravede.
Marzo. Dopo alcuni sintomi sospetti, la sera di sabato 14 in Cardiologia sono processati i tamponi ai pazienti e a tutto il personale, comprese Graziella e Federica. Il responso arriva la mattina seguente: come per quasi tutti i loro colleghi: positivo. Per un’assurda concatenazione di eventi, le ragazze sono quindi le prime due ogliastrine ad aver contratto il Covid-19.
Dopo gli accertamenti, parte immediatamente un inverosimile rimpallo di responsabilità tra i vari enti, che in breve si trovano a gestire una situazione rognosissima; le malcapitate, già distanti da casa, chiedono a gran voce di poter effettuare l’isolamento in Ogliastra, in un alloggio apposito, ma il loro appello cade inspiegabilmente nel vuoto. Graziella riesce a rientrare al suo domicilio in città, mentre Federica, assieme ad altri colleghi, rimane rinchiusa all’interno del reparto, senza possibilità di lavarsi, cambiarsi, ma continuando stoicamente a fornire meglio che può assistenza ai degenti. Martedì 17. L’unica novità consiste nello spostamento del personale al 4° piano: la frustrazione è immensa e il riposo una chimera. Su Facebook scrive: «80 ore in reparto. Il titolo di un film? No, l’inizio di un incubo».
Il mattino dopo viene finalmente dato il via libera al loro rientro: l’ambulanza, scortata dai carabinieri, arriva a Loceri nel tardo pomeriggio.
Giovedì 19. Tra le testate online che raccontano del loro ritorno, si legge: «Si è discusso dell’operazione, che ha suscitato grandi perplessità nella popolazione di Loceri, comprensibilmente allarmata».
Già, comprensibilmente: i contorni assurdi della vicenda sono racchiusi proprio in questo avverbio. Nelle ragazze, già provate dall’attesa snervante e dalla malattia, a prevalere è però la sensazione di smarrimento: nessuna vasca in centro, nottate in discoteca o precauzioni ignorate, il contagio non è avvenuto di certo così! Per loro il lavoro è una missione, loro sono soldati e quelle riportate sono ferite inferte sul campo di battaglia, non per una mascherina sotto il naso. Non vogliono medaglie, né riconoscimenti.
Eppure a Loceri pare non sia tanto atteso, il loro rientro. Anzi.
In paese vige un clima quasi manzoniano: l’isolamento a cui entrambe sono sottoposte non è solo quello necessario al decorso, ma soprattutto (e purtroppo) quello sociale. Per fortuna, però, le comunicazioni non sono quelle seicentesche e i due soldati, pur provati, tengono ancora botta grazie all’incessante sostegno telefonico delle loro famiglie e dei tantissimi amici. A Federica mancano soprattutto le risate dei nipotini, a Graziella la presenza dei suoi bimbi, ma dopo 34 lunghissimi giorni di positività la prima e 48 la seconda, i tamponi sono finalmente negativi.
Federica, da bravo soldato, rientra subito in trincea, a Lanusei, già da maggio, ed è tuttora impegnata tra screening e campagna vaccinale; Graziella è invece in forze al CSM di Tortolì: per entrambe quindi un 2020 duro, spietato, ma al contempo foriero di speranze e di nuove sfide.
Dinanzi a esse un vero soldato non si tira indietro. Anche senza medaglie.

IV CLASSICO LANUSEI

DAD, una bella scommessa

a cura della IV Liceo Classico Lanusei

È passato ormai un anno da quel fatidico 4 marzo, in cui la chiusura delle scuole sembrava solo una breve vacanza. Ma da un giorno all’altro le abitudini sono cambiate: la classe è diventata la nostra camera, il professore una voce robotica, i compagni delle icone silenziose e l’acronimo DaD costituisce ormai un vocabolo consueto.

La pandemia ha gettato il sistema scolastico nella condizione di condurre l’ordinaria attività formativa in una modalità inedita: la didattica a distanza, che oggi è la nostra nuova quotidianità. Inizialmente la carente disponibilità di strumenti adeguati, di connettività e di competenze a vari livelli, hanno costituito una oggettiva difficoltà nell’esercizio del diritto all’istruzione. Tuttavia, i docenti hanno immediatamente stabilito un contatto e hanno così dato continuità al progetto educativo tramite l’utilizzo di video lezioni e audio lezioni in varie piattaforme digitali, per mantenere vivo il senso di appartenenza alla comunità scolastica.

Abbiamo constatato, dunque, l’imprescindibilità per il docente del rapporto con noi alunni e noi tutti ci siamo sentiti parte attiva del processo di edificazione delle conoscenze che necessita motivazione, interesse ed esperienza. È chiaro che l’istituzione scolastica non è solo un luogo di indottrinamento e apprendimento, ma è essenziale per la socialità degli studenti: essa, infatti, incita alla condivisione, all’aiuto verso il prossimo e insegna all’individuo a vivere in comunità tramite le relazione dirette; una battuta improvvisata, una discussione tra compagni, l’attesa della campanella e l’intervallo sono mancanze che tracciano una forte distinzione tra la didattica in presenza e quella a distanza, che risulta irreversibilmente più fredda e distaccata.

Come spesso accade, il valore di ciò che abbiamo viene apprezzato soltanto quando ne siamo privati. Attualmente, seppur nella insofferenza e impazienza generale, poiché la normalità sembra un miraggio, le difficoltà dei primi mesi possono dirsi comunque superate, anzi possiamo evidenziare alcuni vantaggi come la migliore gestione del tempo studio e del tempo libero, vista la facilità di accesso alla nuova scuola virtuale.

Dopo un iniziale scetticismo di fronte a una realtà così inconsueta, quasi subito abbiamo riscontrato alcuni aspetti positivi, che hanno riguardato prima di tutto i pendolari: «La didattica in presenza è ineguagliabile, ma la comodità di poter fare qualche ora di sonno in più risparmiandoci un lungo viaggio è sicuramente qualcosa di consolante. Possiamo infatti recuperare quelle ore per dedicarci ad altri interessi, trovando in tal modo una via di fuga momentanea dallo studio e diminuendo il carico di stress a cui eravamo invece precedentemente soggetti».

Che questa pandemia abbia sospeso la dinamicità della nostra vita quotidiana è un fatto inderogabile, ma non possiamo negare che essa ci abbia concesso la possibilità di riflettere maggiormente su noi stessi, sui valori fondanti di una giusta e sana convivenza, sull’importanza del valore della vera fraternità, sull’ essere solidali tra noi e con tutti e sul non dare niente per scontato. Ci rivolgiamo ai nostri coetanei, che come noi si vedono limitati nella possibilità di vivere a pieno l’importante fase della giovinezza: viviamo con la giusta grinta ogni attimo, perché questa prova che la vita ci ha posto, possa essere una rampa di lancio verso un futuro migliore.

Francesca

Morire in solitudine

di Elisabetta Piras.
Nei mesi duri del lockdown lo sconforto maggiore è stato quello di non poter accompagnare, insieme alla comunità, i propri cari che venivano a mancare e non poter prendere parte alla Messa delle esequie. La solitudine della morte ha acuito il dolore del distacco. È capitato anche per Francesca Maria Vittoria Piroddi, lanuseina, ma residente da tempo ad Alghero, deceduta il 24 aprile 2020. Lettrice storica e affezionatissima del nostro giornale diocesano, innamorata del suo paese e dell’Ogliastra. Il ricordo è di sua nipote, Elisabetta, che ci scrisse in quei terribili giorni

Francesca nasce nell’agosto del 1936 a Lanusei, in via Gialeto, la più grande di tre figli.
Da piccolina odiava il suo nome: il primo giorno di scuola non sapeva scriverlo bene e nel dubbio ci mise pure la H. Tornò a casa e disse alla madre: «Ma perché non mi hai chiamato Anna? Francesca è troppo lungo!».
Il suo sogno più grande? Fare la maestra, ma contesto storico e dinamiche di quel periodo non lo permisero. Frequentò i primi anni di scuola e poi aiutò il padre in campagna, a Su Accu. Non smise mai di scrivere, leggere e ascoltare. Aveva una bella calligrafia, così uno zio avvocato spesso la chiamava per la trascrizione di alcuni documenti.
Negli anni ‘70 aprì il primo centro di telefonia della Sip, il Posto di Telefonico Pubblico (PTP) a Lanusei: al tempo non tutti avevano il telefono in casa e ci si recava lì per contattare amici, parenti e uffici. Allo stesso tempo, gestiva anche una maglieria. Madre di 5 figli, era sposata con Mario che all’epoca lavorava in Germania in fabbrica.
Una volta in pensione, non le mancarono di certo gli interessi: lavorava a maglia, leggeva, cucinava e viaggiava con suo marito, innamorata di lui come il primo giorno, andarono insieme persino a Medjugorje.
La sua fede è sempre stata forte, come lo sono sempre stati i suoi gesti di amore concreto verso il prossimo. Francesca pregava così tanto, ma così tanto, che ogni suo rosario si rompeva vicino alla croce, talmente veniva consumato. Pregava per tutti, ogni giorno. Diceva addirittura che se avesse sentito la chiamata, si sarebbe subito fatta suora.
Nel 2009 Francesca diventò vedova. Uno status che specificava sempre, quasi a indicare un’appartenenza eterna: ved. Pisano. Per un periodo provò un forte senso di colpa a indossare abiti colorati: il lutto è sempre un percorso lungo e tortuoso. Ma si fece subito coraggio e si trasferì ad Alghero, accanto a una delle sue figlie, prendendosi cura dei suoi primi nipoti. Qui frequentò la Chiesa del Santissimo Nome e iniziò una nuova vita nella città del corallo.
A 73 anni è difficile ricreare una rete di amicizie in un luogo sconosciuto, mantenendo forti i propri interessi senza impigrirsi: lei ci riuscì. Riuscì a essere quella donna combattente per se stessa e per la sua famiglia, senza mai demordere e senza mai farsi trovare impreparata.
Amava tenere un vasetto di menta e basilico sul davanzale, viziare i propri nipoti, passeggiare in riva al mare, cucinare culurgiones e anguledda. Amava raccontare i sogni che faceva durante la notte, giocare a dama, proporre indovinelli e leggende sui banditi ogliastrini o personaggi del paese.
Per contro, odiava mettere gli altri in disparte, non voleva lasciare nessuno in solitudine. Teneva, infatti, una lista di tutte le telefonate giornaliere per non dimenticarsi mai di contattare amici e parenti. Francesca, insomma, ha vissuto tante epoche diverse, tenendosi sempre aggiornata, rendendosi partecipe, attiva nel suo essere cittadina, generando amore per l’altro. Una donna rivoluzionaria, in questo senso.
La notte prima di morire, in quella che doveva essere la solita chiacchierata dopo cena, mi disse: «Ho anche chiesto scusa a San Francesco, prima mi facevo chiamare Franca, non mi piaceva proprio il mio nome. Ora, invece, mi piace, suona bene Francesca, vero?».

Cisl

Allarme Cisl: «Economia e lavoro in caduta libera. Serve un cambio di passo della politica»

di Michele Muggianu.
I dodici mesi tragici che abbiamo alle spalle hanno lasciato il segno sull’economia, sulle aziende e sui lavoratori. In assenza di serie politiche di rilancio, le ferite che si apriranno saranno devastanti.
La crisi politica nazionale è arrivata nel momento peggiore e il Presidente Mattarella ha saggiamente scelto l’uomo che più di tutti può aiutarci a prendere l’ultima ciambella di salvataggio per il futuro del nostro Paese e dei nostri figli: il Recovery fund da 209 miliardi.
L’Italia non può mancare questo appuntamento, ma il piano ha bisogno di essere condiviso con le parti sociali e deve essere ricco di contenuti e con modalità attuative rapide. Le risorse sono infatti soltanto teoriche, sta a noi essere in grado di fare le riforme e programmarne l’utilizzo, tenendo presente che andranno spese entro il 2026.
Le croniche difficoltà e incapacità che abbiamo puntualmente mostrato nella gestione delle risorse comunitarie – perdendo ogni settennio gran parte dei finanziamenti assegnati – sono lì a dimostrare che occorre un deciso cambio di passo.
I dati economici del nostro territorio risultano particolarmente negativi. Il tasso di occupazione in Ogliastra risulta sotto il 50% (quello regionale è al 53,1 %); abbiamo 3.264 nuclei familiari (per un totale di 7.248 persone coinvolte) che vivono grazie al reddito di cittadinanza (importo medio mensile 475,19 euro); nel 2019 sono state presentate alla sede Inps di Lanusei 3.874 domande di Naspi (al 16.11.2020 erano già 3.089).
Numeri drammatici che si accompagnano allo spopolamento dei centri dell’interno, alla mancata crescita demografica dei centri costieri, alla ripresa dell’emigrazione, al livello di istruzione (preoccupante il dato sull’abbandono scolastico), alla sanità (in gravissima difficoltà sia quella ospedaliera che la medicina del territorio), ai rischi sulla permanenza dei presidi dello Stato, al futuro assetto istituzionale del territorio, ai bisogni delle famiglie.
La Sardegna è una terra sempre più lenta, dove le istituzioni pubbliche non brillano per affidabilità e imparzialità, dove solo un giovane su quattro è laureato, un prodotto interno lordo più vicino alle regioni dell’Est europeo che al resto d’Italia. Siamo abbondantemente sotto la media europea in quasi tutti i campi, dicono le statistiche elaborate secondo gli indicatori di Bruxelles.
Rispetto alle altre Regioni simili alla nostra siamo molto indietro, così come siamo molto indietro nel settore delle infrastrutture (gli studiosi incaricati dalla Commissione hanno preso in considerazione lo stato della rete stradale, le condizioni delle linee ferroviarie, il numero dei voli a disposizione di ogni cittadino). Su tutti questi temi siamo puntualmente bocciati.
Poi c’è la stabilità dell’economia, giudicata sulla base dell’indebitamento, degli investimenti e dei risparmi. Il Pil sardo pro capite è fermo a 20.100 euro, ovvero il 69% della media europea (ecco perché tra il 2021 e 2027 riceveremo più soldi dal Fondo di sviluppo). Altro dato che fa paura è quello relativo al grado di istruzione della popolazione sarda, in particolare dei giovani. Il nostro tasso di laureati supera di poco il 23 % (fascia di età 30-34 anni), siamo al diciassettesimo posto tra le regioni italiane e tra gli ultimi in Europa.
Siamo però in testa se si parla di abbandoni scolastici: un ragazzo su tre lascia il percorso di studi prima della fine. I numeri fanno paura: oltre il 30% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni abbandona la scuola prima o durante le superiori, ma se guardiamo i dati comune per comune, scopriamo che ci sono enormi differenze territoriali e che c’è una correlazione evidente tra la mancanza di istituti nei propri paesi o in quelli vicini e l’abbandono scolastico.
Tutte le problematiche evidenziate sono risolvibili solo con il miglioramento dei servizi primari, con specifici programmi e interventi a favore dell’agricoltura e dell’allevamento, del turismo, della piccola e media industria, con nuove misure e strumenti a favore del lavoro dei giovani, sostenendone la permanenza con incentivi per le loro abitazioni, valorizzando e rivitalizzando le comunità sul versante dei beni ambientali e culturali.
Siamo preoccupati perché non vediamo politiche lungimiranti di programmazione dello sviluppo (contenuti, tempi e modalità attuative, efficienza ed efficacia degli interventi, ruolo della burocrazia); le riforme istituzionali e in primo luogo della Regione non sono all’orizzonte; latitano anche le politiche delle risorse umane, della formazione e dell’istruzione, le politiche di settore e territoriali (socio-assistenziale-sanitario, ambiente e territorio, edilizia e costruzioni, mercato del lavoro e inclusione sociale, beni culturali e identitari, agricoltura e allevamento, pubblica amministrazione, servizi primari, sviluppo aree interne, questione urbana, aree costiere).
È necessaria una fase di confronto con le parti sociali per programmare le politiche di spesa delle risorse comunitarie, fondamentali per far ripartire l’economia dopo la botta del Covid-19 (il documento deve essere inviato alla Commissione europea entro aprile 2021).
I 206 progetti inviati dalla Regione al Governo devono essere condivisi e soprattutto devono guardare allo sviluppo di tutta l’Isola.
Noi crediamo che occorra dare un orizzonte ideale alla nostra Regione e alla nostra Ogliastra.
Lo dobbiamo ai tanti concittadini coraggiosi che hanno deciso di restare qui perché amano questo territorio, perché ci sono nati, perché qui hanno i loro affetti.
Noi abbiamo il compito, la politica ha il compito, di dare prospettive a queste persone, che sono spesso in ansia, ferite dall’ampliarsi delle disuguaglianze e delle fasce di povertà.
In gioco c’è il nostro futuro. Noi vogliamo essere protagonisti ed esiste un solo risultato possibile: cambiare lo stato delle cose per rivedere l’alba.