Volti e persone
Chiesa e ricerca storica a servizio del bene comune
a cura di Filippo Corrias.
Il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, istituito da Pio XII il 7 aprile 1954, rivolge particolare attenzione al patrimonio storico e archivistico relativo alla storia della Chiesa. Proponiamo ai nostri lettori un dialogo con il Presidente, Padre Marek Inglot sj
Il Pontificio Comitato di Scienze Storiche è un organismo relativamente recente della Curia Romana: ha poco più di 70 anni. Quale fu l’intento di Pio XII nell’istituirlo?
La Santa Sede ha ricevuto, nel corso della prima metà del Novecento, diverse volte la proposta di istituire una propria rappresentanza in seno al CISH (Comité International des Sciences Historiques), associazione internazionale di ricerca storica fondata a Ginevra il 14 maggio 1926 – nella quale convergono attualmente 51 Comitati nazionali e 30 associazioni internazionali di storici. Questo invito venne accolto nel 1954. A seguito di ponderate riflessioni da parte dei Pontefici, Papa Pio XII, con lettera del Pro-Segretario di Stato Mons. Montini del 7 aprile 1955, istituì un proprio Comitato affinché la Santa Sede fosse rappresentata nel CISH e al contempo creò una Commissione di Storia Ecclesiastica che rappresentasse la Santa Sede presso la CIHEC (Commission Internationale d’Histoire Ecclésiastique Comparée, oggi Commission d’Histoire et d’Études du Christianisme). La lungimirante decisione di Pio XII rese possibile che la Santa Sede fosse presente nel contesto dell’associazionismo degli Studi Storici al più alto livello, riallacciandosi alla migliore tradizione della Chiesa, come sottolineato nell’Annuario Pontificio del 1955 ove, per la prima volta, si fece ufficiale menzione del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, che venne definito quale «continuazione della Commissione Cardinalizia per gli Studi Storici, fondata da Leone XIII nel 1883, (…) con il fine di collaborare allo sviluppo delle scienze storiche mediante la cooperazione internazionale».
Qual è la funzione del Pontificio Comitato nella Chiesa di oggi?
Il Pontificio Comitato è chiamato a servire le istituzioni accademiche ecclesiastiche cattoliche, così come quelle civili, prestando un’opera di consulenza scientifica, metodologica e bibliografica e collaborando nella realizzazione di pubblicazioni, ricerche storiche, manuali storiografici e Convegni Internazionali di Studi. In sintesi, il Pontificio Comitato di Scienze Storiche può costituire un ponte tra la Chiesa e la Comunità scientifica internazionale sul versante degli Studi storici, al servizio della comune ricerca della verità e a beneficio di tutti, liberi da pregiudizi e preconcetti e ispirati al rigore scientifico del metodo storico-critico.
Lei dal 2024 ricopre, per volontà di papa Francesco, il ruolo di Presidente. Qual è nel dettaglio il suo compito?
Sono stato molto onorato dalla fiducia accordatami dal Papa e cerco di assolvere al mio dovere con apertura di cuore e di mente, mettendo a frutto la mia pluridecennale esperienza in campo accademico, maturata nell’alveo internazionale dell’Università Gregoriana, laboratorio di metodologia storiografica. Il mio desiderio è quello di ispirarmi a quanto detto da Papa Francesco nel Discorso ai Membri del Pontificio Comitato di Scienze Storiche il 28 maggio 2022: «Se la storia è spesso pervasa da eventi bellici, da conflitti, lo studio della storia mi fa pensare all’ingegneria dei ponti, che rende possibili rapporti fruttuosi tra le persone, tra credenti e non credenti, tra cristiani di differenti confessioni». Nello specifico del mio quotidiano servizio, presso la nostra sede, dirigo e sovrintendo diverse consulenze storiche ai Dicasteri della Curia Romana, insieme ai numerosi progetti editoriali e di ricerca attivati con diversi Istituti scientifici nel panorama internazionale, come, per citarne soltanto alcuni, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo di Roma e il Centro per lo Studio comparato della Storia degli Ordini religiosi di Dresden. Coadiuvato dai 28 membri del nostro Pontificio Comitato provenienti da 14 Paesi e 3 Continenti, seguo una densissima attività convegnistica che, con ottica diacronica, copre tutto l’arco della bimillenaria Storia della Chiesa, dalle origini alla nostra complessa contemporaneità.
Benedetto XVI osservava come il positivismo e il materialismo esasperato hanno portato all’emarginazione delle scienze storiche e la storiografia stessa si trovava ad attraversare un periodo di grande crisi. Com’è il quadro vent’anni dopo quelle osservazioni?
Già Pio XII, nel Discorso del 7 settembre 1955 ai partecipanti al X Congresso Internazionale di Scienze Storiche aveva, da un lato, evidenziato i forti limiti dello storicismo positivista e del materialismo storico di matrice marxista e, dall’altro, fornito la chiave di lettura per una corretta ermeneutica della relazione tra la Chiesa e la cultura: «La Chiesa cattolica non si identifica con alcuna cultura; la sua stessa essenza glielo proibisce. È tuttavia pronta a mantenere relazioni con tutte le culture. Riconosce e lascia permanere ciò che in esse non contraddice la natura. Ma in ciascuna di esse introduce anche la verità e la grazia di Gesù Cristo, conferendo loro così una profonda somiglianza; è proprio in questo modo che contribuisce in modo più efficace alla realizzazione della pace mondiale». Oggi la ricerca storica, a mio parere, non soffre per l’influsso delle grandi ideologie ormai tramontate e perciò materia di indagine storica. Subisce invece la pressione insana di una sorta di “consumismo” scientifico che induce a moltiplicare affannosamente iniziative e pubblicazioni, a discapito della qualità della ricerca scientifica. Sarebbe preferibile non multa sed multum.
Nel 2024, papa Francesco ricevendo in udienza lei e i suoi collaboratori, tra le altre cose, ha detto anche: «C’è una relazione vitale tra la Chiesa e la storia. Mi piace pensare al rapporto tra la Chiesa e gli storici nei termini di prossimità». Com’è oggi questa relazione e questo rapporto?
Il Pontificio Comitato di Scienze Storiche può, natura e missione, rappresentare un segno di prossimità: i nostri membri appartengono a differenti atenei pontifici e a università cattoliche e civili di diverse nazioni e si collabora ordinariamente con libertà di approccio e rigorosa metodologia storica. Grazie al contestointernazionale nel quale opero sia alla Pontificia Università Gregoriana che nel Pontificio Comitato di Scienze Storiche, la mia esperienza è quella di un sinergico dialogo, alimentato da reciproco rispetto e da una comunione di intenti che si esplica in ricerche storiche svolte insieme e in una preziosa progettualità scientifica che, laddove scevra da preconcetti ideologici, vede Chiesa e storici felicemente impegnati al servizio del bene comune nel vasto campo della ricerca.
Luciano Sasso e i tanti volti di Tortolì
di Anna Piras.
Ci sono luoghi in cui il tempo non si misura con l’orologio, ma con le storie che si incrociano. L’officina di un gommista è uno di questi. Oggi non si sosta più all’interno per ovvi motivi di sicurezza, ma negli spazi attigui ci si comporta esattamente come dal barbiere: si parla del più e del meno, delle criticità e di ciò che si vorrebbe trovare in città.
A raccogliere queste confidenze è Luciano Sasso, classe 1963. Originario di Carbonia, si è trasferito a Tortolì all’età di sei anni al seguito della famiglia, arrivata negli anni del boom industriale. Oggi Luciano si sente tortoliese a tutti gli effetti e, insieme al fratello e a uno dei suoi due figli (l’altro studia all’università), porta avanti un’attività che affonda le radici nella storia stessa della Chiesa locale.
Luciano inizia il suo racconto così: «Dobbiamo parlare di una metamorfosi che si è verificata negli ultimi vent’anni, dell’economia che è cambiata e che sta ulteriormente cambiando e della doppia anima della cittadina. Ho notato che abbiamo due Tortolì e anche noi siamo in parte diversi, abbiamo un doppio carattere, quello estivo e quello invernale».
Tutto ha avuto inizio quando il padre di Luciano ha subito uno sfratto dall’officina che si trovava in paese. Trovatosi in difficoltà, l’uomo ha incontrato la mano tesa della Chiesa locale. Infatti don Barca gli aveva proposto di adattare una vecchia stalla ubicata in uno dei terreni della Curia; così, il terreno e la stalla vengono affittati alla famiglia Sasso che, con enormi sacrifici, la sistema, la adatta e, anno dopo anno, riesce anche ad acquistare il locale ormai completamente rimesso a nuovo. Oggi, vi sorgono l’officina e la casa di famiglia. Da quella periferia rurale, Luciano ha visto Tortolì trasformarsi in una cittadina completamente diversa, un polo economico che traina l’intera Ogliastra. «L’assetto urbano è cambiato, ci sono più strutture, ristoranti e negozi bellissimi in cui i commercianti hanno curato la qualità degli interni e dei prodotti, dando un valore aggiunto enorme», spiega. Anche l’economia industriale ha mutato pelle: tramontata la Cartiera, oggi si lavora con nuovi settori, legati all’Intermare, ai cantieri nautici, ai servizi. La zona industriale e quella artigianale hanno visto una crescita esponenziale e ci sono realtà economiche importanti. Inoltre le strutture ricettive sono numerose e offrono servizi importanti ai vacanzieri.
E aggiunge: «Un turismo, quello di questa zona, che trasforma profondamente il territorio, al punto da creare due realtà distinte. A mio parere ci sono, come anticipavo, due Tortolì: quella dei mesi estivi e quella invernale. Cambia la gente che arriva, ma a mio parere cambiamo noi, vedo diversa anche la gente del posto. I mesi invernali hanno il ritmo del lavoro e di una quotidianità lenta ma serena e positiva; quelli estivi invece portano brio, dinamicità, nuova vitalità e una certa frenesia, in tutti».
Da maggio a settembre l’officina intercetta i flussi dei motociclisti e dei turisti stranieri – che spesso arrivano con moto e auto a noleggio e spendono cifre importanti sul territorio –, mentre agosto è ancora «il mese degli italiani con l’auto di proprietà». Tutti sono attratti dal clima splendido, dalle spiagge e da un turismo naturalistico in forte crescita, legato al trekking nei paesi vicini.
Stando a contatto quotidiano con le persone, Luciano Sasso ha le idee chiare sulle prospettive future. Se da un lato le nuove strade garantiscono trasporti più agevoli verso i capoluoghi, dall’altro non bisogna accontentarsi. La vera scommessa economica per l’Ogliastra resta l’indipendenza nei collegamenti: «Sarebbe bello far rinascere il traffico navale con la regolarità di un tempo per merci e passeggeri. Non dobbiamo smettere di sperarci: abbiamo bisogno di vedere a pieno regime il porto e l’aeroporto. Il completamento della rete stradale farebbe il resto».
Ieri questo luogo ospitava una stalla della Curia che dava una possibilità a una famiglia di lavoratori, oggi si è rivelato un presidio di osservazione sociale ed economica. La storia di Luciano ci ricorda che le ruote girano e il paese cambia pelle, ma se lo sviluppo poggia sulla qualità della vita, sulla valorizzazione dell’ambiente e sulla dignità del lavoro, la comunità di Tortolì, così accogliente e propositiva, saprà sempre dove andare.
Solo se sogni puoi volare
di Sergio Mascia.
La storia di Igor Luca Marcon, cresciuto in oratorio e diventato animatore
Ci sono esperienze che nascono quasi per gioco e finiscono per cambiare un’intera vita. È quello che è successo a Igor Luca, nato a Torino il 21 gennaio 1974, che dall’oratorio è arrivato ai villaggi turistici italiani trasformando una semplice passione in una vera professione.
La sua storia parte da un cortile, dai giochi con i bambini, dalle attività sportive e dal volontariato. «Ho iniziato facendo l’animatore gratuitamente, in oratorio – racconta –. Lì ho preso il mio primo brevetto e lì ho capito quanto mi piacesse stare con la gente».
Tra pallavolo, teatro, judo, balli e attività educative, Igor scopre piano piano quello che sarà il suo mondo. L’oratorio diventa per lui una scuola di vita: un luogo dove imparare a collaborare, ad aiutare gli altri e a lavorare in gruppo.
Ed è proprio questo uno dei messaggi più forti della sua esperienza: gli oratori, quando sono ben strutturati, non sono semplicemente luoghi di ritrovo, ma spazi capaci di creare relazioni, valori e perfino opportunità lavorative.
Per un periodo Igor lascia quell’ambiente e va a lavorare in fabbrica. Ma chi gli sta attorno continua a ripetergli sempre la stessa frase: «Tu devi fare l’animatore».
Finché arriva l’occasione che gli cambia la vita: un provino per un’agenzia di Roma. Ottanta partecipanti, lui arriva primo. Da quel momento parte la sua carriera nei villaggi turistici.
La prima stagione è in Puglia, in uno staff di 28 animatori. Parte come ballerino caraibico e conclude l’esperienza da capo animatore. Poi arrivano la Calabria, i campeggi, i resort, i villaggi turistici e tante altre stagioni che gli permettono di crescere sia professionalmente che umanamente.
«Questa non è solo una professione, è una passione», spiega. Nel suo racconto si percepisce chiaramente che il centro di tutto non sono gli spettacoli o il palco, ma le persone. Igor ama il musical, il teatro e lo sport, ma soprattutto ama insegnare ai ragazzi il valore dell’animazione e del lavoro di squadra.
Lo scorso anno ha anche realizzato un corso di formazione per giovani animatori, rivolto sia ai ragazzi che desideravano impegnarsi negli oratori come “animatorini”, sia a chi voleva intraprendere un’esperienza professionale nei villaggi turistici. Per lui, in fondo, queste due realtà non sono poi così diverse: «Alla fine quello che spinge una persona a prendersi cura degli altri è sempre qualcosa di più grande – spiega –. Nel mio caso è uno spirito cristiano che ogni educatore dovrebbe avere dentro». Una convinzione che nasce proprio dalla sua esperienza negli oratori di Torino, che lo hanno formato in maniera indelebile, perché «quello che vivi in oratorio – dice – ti resta addosso come un tatuaggio sulla pelle».
Oggi Igor collabora anche con l’oratorio di Tortolì, dove insieme ai volontari porta avanti attività di animazione, balli caraibici, balli di gruppo e momenti di aggregazione. La sua passione e la sua professionalità si mescolano continuamente con il desiderio di mettersi gratuitamente al servizio degli altri. Ed è forse questo uno degli aspetti che colpisce di più chi lo incontra: la capacità di creare relazioni sincere, dialogo e senso di famiglia.
Molte delle attività nate all’interno dell’oratorio vengono poi portate anche all’esterno, nelle piazze e nelle serate del territorio, coinvolgendo persone di tutte le età che ormai lo seguono con affetto e stima.
Igor racconta spesso di essersi sentito accolto in Ogliastra e a Tortolì nello stesso modo in cui lui accoglie gli altri da sempre: con entusiasmo, semplicità e umanità. Il suo modo di fare, spontaneo e contagioso, sembra avere una direzione precisa: portare le persone verso il bene, verso l’incontro e verso il sorriso.
Il suo motto è semplice: «Solo se sogni puoi volare». Una frase ispirata al suo personaggio preferito, Peter Pan, che rappresenta perfettamente il suo modo di vedere la vita: continuare a credere nei sogni, nella fantasia e nell’umanità anche in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia.
Il tema che ritorna più spesso nei suoi racconti è quello della famiglia. Non a caso il suo film preferito è Il Re Leone. Nei suoi staff ha sempre cercato di creare un clima familiare, insegnando ai ragazzi l’inclusione e l’aiuto reciproco: «La regola più importante – sottolinea – è che non esiste il singolo, esiste il gruppo. Se uno sbaglia, sbagliano tutti. Se uno riesce, festeggiano tutti».
C’è un’altra frase che porta dentro da sempre per descrivere bene questo lavoro: «Ridere anche quando hai voglia di piangere». Perché dietro il sorriso di un animatore ci sono spesso fatica, sacrificio e problemi personali, ma anche la consapevolezza che trasmettere felicità agli altri sia qualcosa di speciale.
Secondo Igor, nonostante i cambiamenti degli ultimi anni, i villaggi turistici riescono ancora a conservare qualcosa di autentico: l’umanità. «Entri da sconosciuto ed esci quasi da familiare», racconta. Ed è proprio per questo che continua a credere profondamente negli oratori e nei Grest come luoghi educativi fondamentali. Ambienti dove i ragazzi possono imparare il rispetto, la collaborazione, la responsabilità e la capacità di stare insieme.
Il suo consiglio finale è semplice ma sincero: «Fate provare ai vostri figli a fare gli animatori. Anche una sola stagione rimarrà dentro per tutta la vita».
Animatori ed educatori sono prima di tutto ragazzi e ragazze che stanno vivendo essi stessi un percorso di crescita. Non sono persone “arrivate”, ma giovani che imparano giorno dopo giorno a relazionarsi, a collaborare, a gestire emozioni, responsabilità e fragilità. Ed è proprio dentro questo cammino che nasce il valore autentico dell’animazione: la capacità di mettersi al servizio degli altri pur essendo ancora in costruzione come persone.
A tu per tu con il Card. Angelo De Donatis
a cura di Filippo Corrias.
Eminenza, cos’è la Penitenzieria Apostolica?
Potremmo dire che la Penitenzieria è una delle forme con cui la Chiesa, nel corso del suo cammino storico, ha espresso e continua a manifestare la sua vicinanza nei confronti di coloro che hanno maggiormente bisogno di essere perdonati, sull’esempio del suo Maestro che non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
In sintesi, la Penitenzieria Apostolica è l’organismo della Curia Romana che si occupa di amministrare la misericordia di Dio a nome e per conto del Santo Padre.
Giuridicamente si configura come un tribunale, ma è un tribunale molto speciale: l’unica sentenza che può essere emessa è il perdono. Inoltre, possiede un’altra caratteristica particolare: la sua giurisdizione si estende sul solo foro interno, cioè l’ambito intimo dei rapporti tra il fedele e Dio, nel quale la mediazione della Chiesa interviene non per regolare le conseguenze sociali di tali rapporti, ma per provvedere al bene del fedele e al ristabilimento del suo stato di grazia. Per questo motivo, chi si rivolge alla Penitenzieria lo fa normalmente tramite il confessore e tutto è protetto da una assoluta e inviolabile riservatezza.
“Come Mai?”. Madrid incontra l’Ogliastra
di Cinzia Moro.
Un’espressione interrogativa semplice, profondamente italiana, che apre alla scoperta. Ma la curiosità, in questo caso, va oltre la domanda, perché queste due parole raccontano il sogno diventato realtà di due amici di Triei che, freschi di laurea, quasi ventuno anni fa, decidono di dare vita a una scuola di italiano nel cuore di Madrid. Un progetto ambizioso, frutto delle menti visionarie, audaci e intraprendenti di Andrea Moro e Maria Francesca Murru.
La Spagna li conquista durante l’Erasmus e dopo la laurea decidono di trasferirsi nella capitale, dove iniziano a lavorare offrendo lezioni di italiano per stranieri.
Andrea mi racconta «Avevo conseguito una laurea in Scienze Politiche, ma l’insegnamento mi affascinava! Così ho iniziato… E ho capito che mi piaceva tantissimo! Ho provato anche a guardarmi intorno, ma la vita mi riportava sempre verso opportunità legate all’insegnamento della lingua italiana».
Non poteva essere un caso! C’era qualcosa di più in quelle prime esperienze lavorative arrivate quasi per caso, in uno di quei momenti fatti di tante idee silenziose e poche certezze, che accomunano i giovani neolaureati.
E l’idea giusta di lì a poco bussò alla porta, suggerendo loro non un semplice progetto di lavoro, ma una vera e propria avventura che li avrebbe portati verso il mondo dell’imprenditoria culturale: «Nasciamo come azienda italiana, perché l’idea iniziale era quella di aprire una scuola in Ogliastra e promuovere le vacanze studio durante il periodo estivo; grazie al supporto del comune di Triei e a un finanziamento europeo, il progetto è potuto partire».
A questa prima fase è seguito un periodo di formazione presso la Dilit di Roma con Christopher Humphris, dove i due giovani hanno acquisito competenze nella didattica attiva, centrata sullo studente e sulla valorizzazione della sua autonomia e creatività.
Il progetto iniziale è poi stato rivisto e li ha portati ad aprire la sede della scuola a Madrid, inserendo all’interno dell’offerta formativa i corsi di italiano per stranieri in sede e i viaggi studio in Ogliastra in estate.
L’esperienza madrilena diventa una sfida travolgente, che richiede tante energie, idee sempre nuove, strategie di marketing ben definite e una costante attenzione alla dimensione umana.
Andrea racconta che l’elemento distintivo della loro mission didattica è proprio l’attenzione verso lo studente, che lo fa sentire accolto, a casa, anche al termine di una giornata di lavoro difficile in una città che conta 4 milioni di abitanti. L’Accademia di Italiano Come Mai?, oggi si afferma come vero e proprio punto di incontro per gli appassionati della lingua italiana a Madrid, un luogo in cui si respira l’ambiente italiano, si lavora sulla collaborazione e la cooperazione tra studenti, senza mai dimenticare i bisogni del singolo.
Ogni lezione prevede, oltre alle attività didattiche, delle pause volte al rafforzamento delle relazioni studente/studente e studente/docente, sempre accompagnate da una colazione o un aperitivo per rendere il momento ancora più piacevole. Tante sono anche le iniziative fuori aula, che permettono ai corsisti di riscoprire le piazze, i parchi o gli angoli più caratteristici di Madrid attraverso dialoghi o momenti di musica rigorosamente in lingua italiana.
C’è poi chi sceglie di vivere un’esperienza immersiva attraverso la vacanza studio: oltre all’Ogliastra, dal 2023, grazie alla collaborazione con una docente marchigiana, Come Mai? propone anche la vacanza studio a Monterubbiano nelle Marche e, da quest’anno, grazie alla collaborazione con una docente molisana, sarà possibile scoprire la provincia di Isernia.
«La nostra idea – spiega Andrea – è quella di far conoscere un’Italia diversa, più autentica, più umile, più reale, lontana dalle classiche mete che tutti conoscono. Gli studenti che arrivano in Ogliastra rimangono sorpresi, perché le persone sono piacevoli, ospitali e cercano un contatto diretto con loro».
Chi sceglie la vacanza studio in Ogliastra arriva con il desiderio di creare un legame autentico con il territorio e con le persone che lo abitano. Per questo, ogni giornata è strutturata affinché le esperienze vissute diventino un vero e proprio ponte relazionale: la visita alle spiagge e alle cale della costa di Baunei, le escursioni sui Tacchi e il percorso alla Stazione dell’Arte di Ulassai, fino alla scoperta delle chiese e dei siti archeologici, come le Domus de Janas di Lotzorai, il nuraghe di Bau Nuraxi e la Tomba dei Giganti di Triei.
Tutte le uscite sono un vero e proprio intreccio tra cultura e convivialità, con aperitivi a base di piatti tipici della cucina locale e identitaria.
Le lezioni si svolgono a Triei, dove gli studenti vivono a stretto contatto con la comunità locale. Alcune attività prevedono dei dialoghi diretti con gli abitanti del paese, ai quali gli studenti, divisi in piccoli gruppi, si rivolgono per riuscire a reperire la ricetta dei culurgiones. Una volta tornati in aula, le ricette vengono confrontate e, successivamente, sperimentate durante la lezione pratica di cucina, in cui si cimentano proprio nella preparazione del primo piatto tradizionale per eccellenza.
Andrea racconta con grande orgoglio come, al termine della vacanza, gli studenti si sentano ormai parte della comunità di Triei. Le loro parole diventano la conferma che il viaggio ha raggiunto il suo vero obiettivo.
In questi vent’anni, le grandi potenzialità del progetto non hanno tenuto Andrea e Maria Francesca lontani dalle difficoltà: «Alcune volte ci chiediamo come abbiamo fatto ad arrivare fin qua! In alcuni momenti sembrava che sarebbe stato meglio mollare! Ciò che ci ha fatto resistere è stata la passione e la nostra forte amicizia».
La passione è certamente un elemento imprescindibile per la piena realizzazione di un progetto.
Escalaplano. Zia Peppina, custode di fili, memoria e identità
di Pierpaola Cubeddu.
Per generazioni la vita di Escalaplano è stata scandita dalle stagioni e dal lavoro nei campi, creando un patrimonio di saperi, riti e tradizioni che ancora oggi rivivono nelle feste religiose e civili, ma soprattutto nella memoria degli anziani. Tra queste voci spicca quella di Giuseppa Carta, per tutti zia Peppina, 84 anni, figura centrale nel recupero delle tradizioni di Escalaplano, riuscendo a ridare forma e colori al costume tipico del paese.
Si racconta con semplicità: «Sono nata a Escalaplano il 26 agosto 1941, in casa, con l’aiuto di signora Marcella, sa levadora. Sono sposata da 65 anni, con Federico Farci e abbiamo due figli meravigliosi, Antonietta e Giancarlo; due nipoti, Sabrina e Gabriele e tre pronipoti, Elena, Michele e Ludovica. Vengo da una famiglia molto povera: mio padre Giovanni è stato soldato volontario in Spagna, rientrò dalla guerra nel 1939 e un anno dopo si sposò a 32 anni con mia madre, Rita Gessa, che aveva 18 anni. Ho una sorella, Luigina, ma tutti la conoscono come Gina, alla quale sono molto affezionata, ci sentiamo quotidianamente».
Un racconto fluido che si fa viaggio nel tempo e nel suo vissuto di bambina: «Ricordo la mia infanzia come fosse un sogno. Il mio primo giocattolo è stata la bambola di stoffa, fatta con un tovagliolo de pannu lisu. La vita, però non era solo gioco: ho dovuto abbandonare molto presto la scuola per aiutare in casa, ma la voglia di imparare non si è mai spenta. Ho imparato a leggere e scrivere copiando le canzoni dei giornali che mi prestavano le amiche. Mia mamma faceva la pasta fresca in casa, solitamente faceva is tallarinus, le tagliatelle, e le metteva ad asciugare appese a delle canne. Io dovevo stare attenta che le galline non le beccassero, altrimenti erano schiaffi! Questo è stato il mio primo lavoro, avevo circa 4 anni.
Verso gli 8-9 anni – prosegue zia Peppina – invece ci mandavano in vigna per custodire l’uva e vigilare che non la mangiassero gli uccelli: noi la custodivamo di giorno e all’imbrunire arrivava mio padre per custodirla la notte.
Un episodio che ricordo con tanto affetto è avvenuto verso i 12/13 anni con la mia amica e comare de froris, Carmela Argiolas: ci venne in mente di fare i bianchini e ci siamo organizzate per farli a casa sua. Eravamo convinte di essere già delle massaie capaci! Preparammo tutti gli ingredienti, impastammo il tutto, ma non avevamo abbastanza zucchero per poterli lavorare, allora ci venne l’idea di mettere della farina, ma non avevamo nemmeno quella; perciò decidemmo di mettere crusca. Quando li abbiamo mangiati siamo state malissimo per un paio di giorni!
Ricordi bellissimi e rapporti con persone che non sono più tra noi, che il tempo non ha allontanato e che ancora oggi porto con me come un pezzo importante della mia infanzia».
E se è vero che di doti e carismi, questa giovane ottantaquattrenne di Escalaplano ne ha tanti, è anche vero che tutti le riconoscono l’abilità dei ricami che adornano il costume sardo: «Sono cresciuta ammirando gli abiti tradizionali delle mie nonne – spiega con disinvoltura –, e con il desiderio un giorno, di poterlo realizzare e indossare per il mio matrimonio. Un desiderio rimasto, purtroppo, irrealizzato poiché le stoffe costavano tanto ed erano difficili da reperire. Dopo nove anni di emigrazione in Francia – dove la nostalgia di casa e delle tradizioni era stata fortissima –, rientrammo in Sardegna. Da quel momento, insieme a mio marito Federico, ho avviato una ricerca paziente dei tessuti e delle tecniche per poter realizzare le mie prime camicie del costume sardo. Chiesi a nonna Zippiri (Cipriana) di insegnarmi, ma era troppo anziana. Fondamentale fu l’insegnamento di zia Gioachina Bianco: lei fu felicissima di insegnarmi su papu de sa mendula, uno sfilato particolare che adorna le camicie del costume tradizionale di Escalaplano.
Dopo numerosi tentativi riuscì a realizzare due camicie, una per mia figlia Antonietta e una per mia nipote Alice, figlia di mia sorella Gina. Provai una gioia indescrivibile, perché ero consapevole del fatto che avevo intrapreso la strada giusta per realizzare il mio sogno. Da quel momento, era il 1980, riscoprire il costume tradizionale di Escalaplano è stato l’unico obbiettivo».
Dalla gioia indicibile a scrivere un libro sulla riscoperta del costume tradizionale di Escalaplano è stato un attimo: «Una decisione – spiega – nata dal desiderio di mia figlia di avere un ricordo tangibile di questo lungo lavoro».
Un patrimonio di memoria, ricerca e identità che zia Peppina oggi affida alle nuove generazioni. A loro rivolge un invito chiaro: «Avete moltissime possibilità, strumenti e libertà che altre generazioni non hanno avuto e nonostante ciò siete sempre scontenti e annoiati. Trovate il tempo per ascoltare chi è più anziano. Il dialogo tra generazioni non è una perdita di tempo, ma una ricchezza condivisa. Fermarsi, guardarsi negli occhi e ascoltare davvero, può restituire quel significato che nessun oggetto o schermo potrà mai dare».









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