In breve:

Volti e persone

De Donatis

A tu per tu con il Card. Angelo De Donatis

a cura di Filippo Corrias.

Eminenza, cos’è la Penitenzieria Apostolica?
Potremmo dire che la Penitenzieria è una delle forme con cui la Chiesa, nel corso del suo cammino storico, ha espresso e continua a manifestare la sua vicinanza nei confronti di coloro che hanno maggiormente bisogno di essere perdonati, sull’esempio del suo Maestro che non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
In sintesi, la Penitenzieria Apostolica è l’organismo della Curia Romana che si occupa di amministrare la misericordia di Dio a nome e per conto del Santo Padre.
Giuridicamente si configura come un tribunale, ma è un tribunale molto speciale: l’unica sentenza che può essere emessa è il perdono. Inoltre, possiede un’altra caratteristica particolare: la sua giurisdizione si estende sul solo foro interno, cioè l’ambito intimo dei rapporti tra il fedele e Dio, nel quale la mediazione della Chiesa interviene non per regolare le conseguenze sociali di tali rapporti, ma per provvedere al bene del fedele e al ristabilimento del suo stato di grazia. Per questo motivo, chi si rivolge alla Penitenzieria lo fa normalmente tramite il confessore e tutto è protetto da una assoluta e inviolabile riservatezza.

Lavori in corso

“Come Mai?”. Madrid incontra l’Ogliastra

di Cinzia Moro.

Un’espressione interrogativa semplice, profondamente italiana, che apre alla scoperta. Ma la curiosità, in questo caso, va oltre la domanda, perché queste due parole raccontano il sogno diventato realtà di due amici di Triei che, freschi di laurea, quasi ventuno anni fa, decidono di dare vita a una scuola di italiano nel cuore di Madrid. Un progetto ambizioso, frutto delle menti visionarie, audaci e intraprendenti di Andrea Moro e Maria Francesca Murru.

La Spagna li conquista durante l’Erasmus e dopo la laurea decidono di trasferirsi nella capitale, dove iniziano a lavorare offrendo lezioni di italiano per stranieri.

Andrea mi racconta «Avevo conseguito una laurea in Scienze Politiche, ma l’insegnamento mi affascinava! Così ho iniziato… E ho capito che mi piaceva tantissimo! Ho provato anche a guardarmi intorno, ma la vita mi riportava sempre verso opportunità legate all’insegnamento della lingua italiana».

Non poteva essere un caso! C’era qualcosa di più in quelle prime esperienze lavorative arrivate quasi per caso, in uno di quei momenti fatti di tante idee silenziose e poche certezze, che accomunano i giovani neolaureati.

E l’idea giusta di lì a poco bussò alla porta, suggerendo loro non un semplice progetto di lavoro, ma una vera e propria avventura che li avrebbe portati verso il mondo dell’imprenditoria culturale: «Nasciamo come azienda italiana, perché l’idea iniziale era quella di aprire una scuola in Ogliastra e promuovere le vacanze studio durante il periodo estivo; grazie al supporto del comune di Triei e a un finanziamento europeo, il progetto è potuto partire».

A questa prima fase è seguito un periodo di formazione presso la Dilit di Roma con Christopher Humphris, dove i due giovani hanno acquisito competenze nella didattica attiva, centrata sullo studente e sulla valorizzazione della sua autonomia e creatività.

Il progetto iniziale è poi stato rivisto e li ha portati ad aprire la sede della scuola a Madrid, inserendo all’interno dell’offerta formativa i corsi di italiano per stranieri in sede e i viaggi studio in Ogliastra in estate.

L’esperienza madrilena diventa una sfida travolgente, che richiede tante energie, idee sempre nuove, strategie di marketing ben definite e una costante attenzione alla dimensione umana.

Andrea racconta che l’elemento distintivo della loro mission didattica è proprio l’attenzione verso lo studente, che lo fa sentire accolto, a casa, anche al termine di una giornata di lavoro difficile in una città che conta 4 milioni di abitanti. L’Accademia di Italiano Come Mai?, oggi si afferma come vero e proprio punto di incontro per gli appassionati della lingua italiana a Madrid, un luogo in cui si respira l’ambiente italiano, si lavora sulla collaborazione e la cooperazione tra studenti, senza mai dimenticare i bisogni del singolo.

Ogni lezione prevede, oltre alle attività didattiche, delle pause volte al rafforzamento delle relazioni studente/studente e studente/docente, sempre accompagnate da una colazione o un aperitivo per rendere il momento ancora più piacevole. Tante sono anche le iniziative fuori aula, che permettono ai corsisti di riscoprire le piazze, i parchi o gli angoli più caratteristici di Madrid attraverso dialoghi o momenti di musica rigorosamente in lingua italiana.

C’è poi chi sceglie di vivere un’esperienza immersiva attraverso la vacanza studio: oltre all’Ogliastra, dal 2023, grazie alla collaborazione con una docente marchigiana, Come Mai? propone anche la vacanza studio a Monterubbiano nelle Marche e, da quest’anno, grazie alla collaborazione con una docente molisana, sarà possibile scoprire la provincia di Isernia.

«La nostra idea – spiega Andrea – è quella di far conoscere un’Italia diversa, più autentica, più umile, più reale, lontana dalle classiche mete che tutti conoscono. Gli studenti che arrivano in Ogliastra rimangono sorpresi, perché le persone sono piacevoli, ospitali e cercano un contatto diretto con loro».

Chi sceglie la vacanza studio in Ogliastra arriva con il desiderio di creare un legame autentico con il territorio e con le persone che lo abitano. Per questo, ogni giornata è strutturata affinché le esperienze vissute diventino un vero e proprio ponte relazionale: la visita alle spiagge e alle cale della costa di Baunei, le escursioni sui Tacchi e il percorso alla Stazione dell’Arte di Ulassai, fino alla scoperta delle chiese e dei siti archeologici, come le Domus de Janas di Lotzorai, il nuraghe di Bau Nuraxi e la Tomba dei Giganti di Triei.

Tutte le uscite sono un vero e proprio intreccio tra cultura e convivialità, con aperitivi a base di piatti tipici della cucina locale e identitaria.

Le lezioni si svolgono a Triei, dove gli studenti vivono a stretto contatto con la comunità locale. Alcune attività prevedono dei dialoghi diretti con gli abitanti del paese, ai quali gli studenti, divisi in piccoli gruppi, si rivolgono per riuscire a reperire la ricetta dei culurgiones. Una volta tornati in aula, le ricette vengono confrontate e, successivamente, sperimentate durante la lezione pratica di cucina, in cui si cimentano proprio nella preparazione del primo piatto tradizionale per eccellenza.

Andrea racconta con grande orgoglio come, al termine della vacanza, gli studenti si sentano ormai parte della comunità di Triei. Le loro parole diventano la conferma che il viaggio ha raggiunto il suo vero obiettivo.

In questi vent’anni, le grandi potenzialità del progetto non hanno tenuto Andrea e Maria Francesca lontani dalle difficoltà: «Alcune volte ci chiediamo come abbiamo fatto ad arrivare fin qua! In alcuni momenti sembrava che sarebbe stato meglio mollare! Ciò che ci ha fatto resistere è stata la passione e la nostra forte amicizia».

La passione è certamente un elemento imprescindibile per la piena realizzazione di un progetto.

Zia Peppina

Escalaplano. Zia Peppina, custode di fili, memoria e identità

di Pierpaola Cubeddu.

Per generazioni la vita di Escalaplano è stata scandita dalle stagioni e dal lavoro nei campi, creando un patrimonio di saperi, riti e tradizioni che ancora oggi rivivono nelle feste religiose e civili, ma soprattutto nella memoria degli anziani. Tra queste voci spicca quella di Giuseppa Carta, per tutti zia Peppina, 84 anni, figura centrale nel recupero delle tradizioni di Escalaplano, riuscendo a ridare forma e colori al costume tipico del paese.

Si racconta con semplicità: «Sono nata a Escalaplano il 26 agosto 1941, in casa, con l’aiuto di signora Marcella, sa levadora. Sono sposata da 65 anni, con Federico Farci e abbiamo due figli meravigliosi, Antonietta e Giancarlo; due nipoti, Sabrina e Gabriele e tre pronipoti, Elena, Michele e Ludovica. Vengo da una famiglia molto povera: mio padre Giovanni è stato soldato volontario in Spagna, rientrò dalla guerra nel 1939 e un anno dopo si sposò a 32 anni con mia madre, Rita Gessa, che aveva 18 anni. Ho una sorella, Luigina, ma tutti la conoscono come Gina, alla quale sono molto affezionata, ci sentiamo quotidianamente».

Un racconto fluido che si fa viaggio nel tempo e nel suo vissuto di bambina: «Ricordo la mia infanzia come fosse un sogno. Il mio primo giocattolo è stata la bambola di stoffa, fatta con un tovagliolo de pannu lisu. La vita, però non era solo gioco: ho dovuto abbandonare molto presto la scuola per aiutare in casa, ma la voglia di imparare non si è mai spenta. Ho imparato a leggere e scrivere copiando le canzoni dei giornali che mi prestavano le amiche. Mia mamma faceva la pasta fresca in casa, solitamente faceva is tallarinus, le tagliatelle, e le metteva ad asciugare appese a delle canne. Io dovevo stare attenta che le galline non le beccassero, altrimenti erano schiaffi! Questo è stato il mio primo lavoro, avevo circa 4 anni.

Verso gli 8-9 anni – prosegue zia Peppina – invece ci mandavano in vigna per custodire l’uva e vigilare che non la mangiassero gli uccelli: noi la custodivamo di giorno e all’imbrunire arrivava mio padre per custodirla la notte.

Un episodio che ricordo con tanto affetto è avvenuto verso i 12/13 anni con la mia amica e comare de froris, Carmela Argiolas: ci venne in mente di fare i bianchini e ci siamo organizzate per farli a casa sua. Eravamo convinte di essere già delle massaie capaci! Preparammo tutti gli ingredienti, impastammo il tutto, ma non avevamo abbastanza zucchero per poterli lavorare, allora ci venne l’idea di mettere della farina, ma non avevamo nemmeno quella; perciò decidemmo di mettere crusca. Quando li abbiamo mangiati siamo state malissimo per un paio di giorni!

Ricordi bellissimi e rapporti con persone che non sono più tra noi, che il tempo non ha allontanato e che ancora oggi porto con me come un pezzo importante della mia infanzia».

E se è vero che di doti e carismi, questa giovane ottantaquattrenne di Escalaplano ne ha tanti, è anche vero che tutti le riconoscono l’abilità dei ricami che adornano il costume sardo: «Sono cresciuta ammirando gli abiti tradizionali delle mie nonne – spiega con disinvoltura –, e con il desiderio un giorno, di poterlo realizzare e indossare per il mio matrimonio. Un desiderio rimasto, purtroppo, irrealizzato poiché le stoffe costavano tanto ed erano difficili da reperire. Dopo nove anni di emigrazione in Francia – dove la nostalgia di casa e delle tradizioni era stata fortissima –, rientrammo in Sardegna. Da quel momento, insieme a mio marito Federico, ho avviato una ricerca paziente dei tessuti e delle tecniche per poter realizzare le mie prime camicie del costume sardo. Chiesi a nonna Zippiri (Cipriana) di insegnarmi, ma era troppo anziana. Fondamentale fu l’insegnamento di zia Gioachina Bianco: lei fu felicissima di insegnarmi su papu de sa mendula, uno sfilato particolare che adorna le camicie del costume tradizionale di Escalaplano.

Dopo numerosi tentativi riuscì a realizzare due camicie, una per mia figlia Antonietta e una per mia nipote Alice, figlia di mia sorella Gina. Provai una gioia indescrivibile, perché ero consapevole del fatto che avevo intrapreso la strada giusta per realizzare il mio sogno. Da quel momento, era il 1980, riscoprire il costume tradizionale di Escalaplano è stato l’unico obbiettivo».

Dalla gioia indicibile a scrivere un libro sulla riscoperta del costume tradizionale di Escalaplano è stato un attimo: «Una decisione – spiega – nata dal desiderio di mia figlia di avere un ricordo tangibile di questo lungo lavoro».

Un patrimonio di memoria, ricerca e identità che zia Peppina oggi affida alle nuove generazioni. A loro rivolge un invito chiaro: «Avete moltissime possibilità, strumenti e libertà che altre generazioni non hanno avuto e nonostante ciò siete sempre scontenti e annoiati. Trovate il tempo per ascoltare chi è più anziano. Il dialogo tra generazioni non è una perdita di tempo, ma una ricchezza condivisa. Fermarsi, guardarsi negli occhi e ascoltare davvero, può restituire quel significato che nessun oggetto o schermo potrà mai dare».

Cri

Carità, lo stile generoso e gentile che cambia la vita

a cura di Claudia Carta.

Qual è oggi la fotografia della povertà nella nostra Diocesi? E quali le situazioni che interrogano la comunità ecclesiale?

Oggi la povertà nella nostra diocesi si presenta in forme nuove e complesse. Emerge la fragilità delle famiglie, il lavoro povero e la mancanza di prospettive per i giovani. Poi ci sono povertà invisibili, con difficoltà anche a chiedere aiuto. In sintesi ci sono povertà relazionali, educative, psicologiche e spirituali.

Quali sono le emergenze concrete più evidenti?

La necessità delle persone di essere accompagnate è palpabile. Disorientamento e solitudine si presentano in sintonia con le difficoltà ad accedere a misure sociali, a percorsi lavorativi o formativi specifici. C’è molta vulnerabilità nei giovani, anche a causa di una scolarizzazione che non sempre raggiunge tutti allo stesso modo, comportando anche l’abbandono scolastico. Incontriamo spesso persone incapaci di relazione o in difficoltà relazionale: coppie, ma anche adulti soli o giovani chiusi in se stessi. Sempre più ci chiedono ascolto, presenza e, se possibile, un aiuto più strutturato, attraverso dei professionisti.

E c’è anche il tema delle dipendenze…

In Caritas veniamo a contato con drammatiche situazioni familiari: figli o mariti con problemi di alcol, droga o ludopatia. È un tema sommerso, spesso nascosto per vergogna, ma che emerge al primo contatto. Chiedono un accompagnamento per i loro cari: perché possano acquisire consapevolezza della propria dipendenza e iniziare un percorso di cura.

E non mancano i problemi economici. 

In particolare l’insufficienza del reddito per far fronte alle spese di base: utenze, alimentazione, carburante, difficoltà di accedere ai servizi essenziali. Ci sono molte morosità accumulate. Ci sono, inoltre, i costi scolastici e le difficoltà collegate ai trasporti. Non dimentichiamo il tema degli affitti, i cui prezzi sono alti e in tantissimi casi assistiamo, prima ancora, alla difficoltà di trovare case in locazione. Molti proprietari hanno perso fiducia e non affittano a chi ha un lavoro precario. Mancano i supporti sociali.

In che modo la Caritas diocesana traduce il mandato evangelico della carità?

La Caritas diocesana cerca di vivere il Vangelo della carità con concretezza e discrezione. Vogliamo essere una presenza che ascolta, accompagna e rispetta. Ma soprattutto vogliamo educare alla carità come stile, non come assistenza occasionale, cercando soluzioni personalizzate. Dietro ogni richiesta c’è sempre un volto e una storia. A volte uno sguardo e un silenzio, valgono più di tante parole.

Qual è il ruolo dei volontari?

Quello di evangelizzare attraverso fatti concreti, donando noi stessi in comunione. Ognuno s’impegna al bene comune in base al dono che lui/lei è. Solidarietà, cooperazione e responsabilità sono la sintesi del bene comune, i tre assi portanti della dottrina sociale della Chiesa. Non bastano mani e testa, servono cuore e passione. Il servizio, privo di carità e delle sue qualità – umiltà, sincerità, pazienza, ascolto, gentilezza e generosità – non rende testimonianza a Dio.

Quali le priorità pastorali della Caritas e con quali percorsi?

I servizi attivi in Caritas sono diversi: centri di ascolto, a Lanusei e a Tortolì; l’orientamento per lo sportello psicologico e per la prima consulenza legale; la mensa quotidiana, 365 giorni l’anno, nella sede di Tortolì (60 pasti giornalieri); la distribuzione alimentare (in collaborazione con le parrocchie tramite un’apposita piattaforma); il servizio indumenti a Tortolì e Lanusei; un laboratorio di cucito; una scuola di alfabetizzazione della lingua italiana; una scuola di legalità per le misure alternative alla detenzione (affidamento in prova ai servizi sociali, messa alla prova, lavori di pubblica utilità), da quest’anno aperta anche ai minori; la collaborazione con la Pastorale Giovanile per l’accoglienza dei giovani in Caritas, valorizzando talenti e scoprendo la solidarietà, ma anche con laboratori d’arte; progetti scuola-lavoro (solidarietà, orientamento universitario, cittadinanza attiva, pari opportunità, percorsi di legalità); centro di ascolto e laboratorio musicale (lezione di canto, chitarra e pianoforte) per i detenuti della casa circondariale di Lanusei. La Caritas poi partecipa sia a progetti della Cooperativa Amos che della Caritas nazionale.

Che ruolo hanno le Caritas parrocchiali e come si sostiene il loro cammino di formazione e coordinamento?

Le Caritas parrocchiali sono il cuore del nostro servizio. La sfida è rafforzare la corresponsabilità e l’ascolto reciproco attraverso incontri di formazione, strumenti operativi condivisi, momenti di confronto pastorale. La Caritas non è un ente isolato, ma espressione della carità della Chiesa Diocesana: nostro compito è, dunque, rafforzare la comunione esistente e migliorare le collaborazioni.

Come collabora la Caritas con le istituzioni civili e le realtà del territorio?

Molto meglio lavorare in rete con Comuni e servizi sociali, scuole, parrocchie, associazioni. Servire gli ultimi significa riconoscere che nessuno può salvare da solo, nemmeno nelle risposte sociali. Per offrire risposte reali è fondamentale creare alleanze territoriali. In questo contesto la Diocesi, con la Caritas, ha una funzione pedagogica. Uno dei vuoti più grandi a livello istituzionale è l’assenza di strutture che sappiano lavorare in rete e percorsi che accompagnino le famiglie fragili. Talvolta il sistema pubblico si ferma al supporto tecnico, e tutto il resto – la relazione, la fiducia, la speranza – viene lasciato al volontariato. Per questo è necessario avere una regia condivisa, strutturata e sostenuta. Servono misure strutturali, non bastano più risposte-tampone.

Quale invito vuole rivolgere ai fedeli della diocesi, in particolare ai giovani, perché la carità diventi sempre più uno stile condiviso?

Non ho ricette e neanche appelli uguali per tutti. È importante che lo stile sia generoso e gentile, questo rende la carità efficace e cambierà il cuore. La dolcezza e la semplicità, insieme all’inclusione e alla pazienza, creano belle relazioni. Così io ho scoperto la Carità. Ai giovani dico: «Non abbiate paura della carità». La mitezza non è debolezza, ma vera forza che rende liberi. Oggi più che mai abbiamo bisogno dell’entusiasmo, della creatività e della capacità dei giovani di sognare un mondo più giusto. Li invito a mettersi in gioco, a sporcarsi le mani nel servizio, a farsi toccare dalle storie degli altri. E magari sarà proprio quel servizio a cambiare la loro vita, a indicare la vocazione da seguire.

Francesca Boi

«Esterzili può vivere della sua cultura». Francesca Melis Boi

di Maria Franca Campus.

Viene voglia di andarlo a visitare questo paesino del centro Sardegna abbarbicato tra Ogliastra, Barbagia e sud dell’Isola. Non è facile presentare un paese a distanza, al telefono, specie se si tratta di un luogo remoto come Esterzili. Eppure Francesca Melis Boi riesce ad annullare i chilometri e restituisce del suo paese natio un quadro in movimento, vivo e magico. Un racconto fresco ed entusiasta che presenta una realtà attaccata alle proprie radici, ma soprattutto al proprio esserci. Sarà perché con le parole ci sa fare – di professione fa la giornalista – ma sarà soprattutto perché il racconto viene dritto dal cuore. E al cuore arriva.

Francesca Melis è nata e cresciuta ad Esterzili. All’età di 15 anni si è trasferita a Cagliari per frequentare il liceo classico. Ha conseguito la laurea in antropologia ed etnologia, poi il master in comunicazione e giornalismo a Roma che le ha permesso di coronare il suo sogno e fare la professione che le piace. Oggi lavora nella redazione cagliaritana de L’Unione Sarda. Ma rientra spesso alle pendici del monte Santa Vittoria dove vive sua mamma e dove per lei è sempre casa.

È stata vice presidente della Pro Loco per tanti anni. Un’associazione che ha riunito e continua a riunire giovani pronti a impegnarsi per la comunità. «Ho iniziato quando era presidente Bianca Depau, che oggi non c’è più – spiega –. Grazie a lei un gruppo di ragazzi aveva ricostituito la Pro Loco» che oggi sta realizzando un percorso fotografico attraverso il recupero di foto antiche e organizza diverse manifestazioni nel borgo montano. Una le sta particolarmente a cuore: Parole, musica e colori: «Era nata da un’idea condivisa con la sindaca Gianna Melis, anche lei oggi non c’è più», ricorda Francesca. E il pensiero va nitido a quel marzo 2018 quando davanti al fuoco, tra inverno e primavera, dalla voglia di fare era nata l’idea di una rassegna che mettesse al centro la cultura. «Abbiamo pensato alla presentazione di libri, alla realizzazione di murales e alla musica, il linguaggio universale che unisce tutti».

Era l’atto di nascita di una tre giorni di cultura che Gianna Melis non ha fatto in tempo a inaugurare ma che ogni anno la ricorda. «Adorava le piante grasse e in sua memoria, in ogni edizione ne regaliamo una agli ospiti. Sono convinta che Esterzili possa vivere della sua cultura», afferma scandendo le parole in maniera così ferma che è impossibile non crederci. Lei ci crede. Perché Esterzili vanta un patrimonio archeologico di grande valore. Basta aprire qualsiasi pagina Internet che lo riguardi per ritrovarsi un lungo elenco di siti che accolgono templi come il rinomato sa Domu ‘e Urxia, tombe dei giganti, domus de janas, nuraghi. È di qualche mese fa l’avvio di una nuova campagna di scavi nel sito di epoca romana Cort ‘e Lucetta, «dove – ha raccontato Francesca in un suo articolo – venne ritrovata la famigerata Tavola di Bronzo di Esterzili, un documento epigrafico risalente al 69 d.C.».

Ma il punto di forza di questo borgo, come ama chiamarlo la giovane giornalista «è il suo senso di comunità», quell’attaccamento che fa rientrare i suoi abitanti sparsi per il mondo e nell’Isola. «Esterzili ha conosciuto un imponente fenomeno migratorio negli anni 60 e 70 quando intere famiglie si sono trasferite, loro malgrado, a Bagnoreggio, nel Lazio, per continuare a dedicarsi alla pastorizia e all’allevamento. Oggi con quella località esiste un forte legame suggellato da un gemellaggio ufficiale. Negli anni 80, invece, molti esterzilesi sono andati a cercare lavoro a Milano nel settore della ristorazione».

L’auspicio di Francesca è che qualche talento della cucina abbia il coraggio di investire qui, perché in mezzo a tante risorse culturali manca un punto di ristoro per i visitatori. Ascoltare Francesca è come scorrere un video in streaming senza annunci pubblicitari. È una carrellata di eventi, scorci, volti, storie che catturano e incuriosiscono. Fugge dalla definizione di Esterzili “paese che sta morendo” preferisce dire che galleggia. Anche se da quattro anni non è nato nessun bambino, l’ultimo arrivato è Edoardo nel 2021. Ma ci sono tanti segnali che invitano a resistere. «Questa amministrazione, guidata dal sindaco Renato Melis, ha rifatto il campo sportivo. Per qualcuno si tratta di una cattedrale nel deserto, ma secondo me è una scelta che funziona: grazie a questo intervento è stata ricostituita la squadra locale e la domenica tutti, compresa mia mamma che ha 86 anni, vanno al campo a seguire la partita e lì si crea quella socialità che fa bene».

Così come fa bene un parroco accogliente come don Alfredo, la presenza di un’attenta comunità per minori che garantisce un futuro a chi è più fragile di altri, l’assistenza della telemedicina garantita nella farmacia del paese con la dottoressa Barbara Puddu e poi la musica dei cori, quello parrocchiale e quello di Fra Antonio Maria, i balli e il lavoro di ricerca del gruppo Sant’Antoni ‘e su fogu, l’impegno culturale dell’associazione Il magazzeno, l’attività di Protezione Civile e Ambulanza e non ultima la presenza della Stazione dei carabinieri.

Barili

La pasticceria artigiana che guarda al futuro

di Gian Luisa Carracoi.

Nicola Barrili di Bari Sardo, classe 1991, da torronaio a pasticcere. Una dolcissima passione.

La Sardegna è natura, storia, tradizioni, colori e profumi unici, come unici sono i suoi dolci, bellezza e sapori della nostra identità.

I dolci sardi, veri e propri capolavori artigianali, accompagnano ogni giorno di festa del calendario religioso, segnano l’alternarsi delle stagioni e i cicli agricoli dalla semina al raccolto, alcune feste importanti come Pasca Manna, Sant’Antoni e Is Animas, ma anche i riti di passaggio della nostra vita, dal battesimo al matrimonio, fino alle messe di trigesimo e anniversario.

Ciascun dolce custodisce nella sua essenza un profondo significato simbolico e un rituale che risale alla notte dei tempi e si tramanda di generazione in generazione incarnando l’anima e i sapori autentici dell’Isola.

La Pasticceria artigiana di Bari Sardo, gestita oggi da Nicola Barrili, ha anch’essa una lunga storia e vogliamo raccontarvela. Essa nasce alla vigilia di Natale del 1970 a opera della signora Dina Chiai e della sorella più grande, Marianna. Due giovani donne che come ricchezza avevano solo molto coraggio e spirito d’intraprendenza, tanto che – si dice – nessuno avrebbe scommesso un soldo sulla riuscita di questa loro idea.

Quando decisero di dare avvio all’attività, la madre comperò loro le prime pentole. Non avevano macchinari e impastavano tutto a mano, un solo forno per cuocere i dolci, ma diverse cambiali. Piano piano, grazie all’inventiva e all’ingegno sono andate avanti e sono cresciute fino a portare la pasticceria dal primo, minuscolo, locale in piazza Brigata Sassari dove facevano anche la pizza da asporto, in via Tortolì dove acquistarono uno stabile. Successivamente, dopo il matrimonio della signora Dina la pasticceria fu trasferita in via Gennargentu sotto la loro abitazione. Comprarono altri macchinari e ingrandirono il laboratorio.

Emanuela Pisu, figlia di signora Dina, racconta con lacrime di emozione: «Posso dire di essere nata in pasticceria, i dolci sono sempre stati un pezzo di me, anche quando non sapevo che sarebbero diventati il mio lavoro. Hanno accompagnato il matrimonio dei miei genitori, il mio battesimo e il mio matrimonio. È curioso notare quanto questo lavoro fosse scritto nella mia storia prima ancora di venire al mondo». Durante la frequenza degli studi universitari venne a mancare suo padre, quindi si dovette dividere tra l’attività dolciaria e l’Università. Dopo la laurea in Economia aziendale, per una forte dose d’affetto non volle abbandonare la pasticceria. La madre ha continuato a darle una mano fino a questi 55 anni di attività ininterrotta; infine la decisione di darla in gestione dopo l’arrivo delle bambine di Emanuela e Matteo.

Da circa un anno Emanuela ha passato il testimone della sua pasticceria, sita a Bari Sardo in via Gennargentu 15, a Nicola Barrili, classe 1991. Nicola nasce torronaio, una passione che coltiva fin dalla sua infanzia quando apprese i primi segreti di questa delizia dai parenti di Desulo, dall’osservare suo padre nella certosina lavorazione e dall’accompagnarlo durante le innumerevoli sagre in Ogliastra. L’idea di prendere in gestione la pasticceria artigiana è arrivata a seguito della pandemia. Durante il triste periodo del Covid, come tanti altri esercenti, è stato costretto a fermarsi. Oggi, dopo aver frequentato alcuni corsi di pasticceria ha pensato di investire le sue conoscenze e le sue passioni in un’attività stabile. «Nei primi tempi – dice Nicola – sono stati preziosi i segreti dell’arte pasticcera di Emanuela. I suoi consigli sono stati essenziali. Le donne sono le prime depositarie delle antiche ricette. La pasticceria ha bisogno di cura, di un occhio di riguardo per i gusti che cambiano, per le esigenze dei clienti, ma tenendo saldi i dolci della tradizione e i valori in essi inscritti.

I dolci sardi si possono dividere in due grandi categorie – spiega –: la categoria che ha come materia principale la mandorla, con il re del dolce sardo, l’amaretto; l’altra, invece, ha come ingrediente principale il formaggio, in particolare ricotta o primo sale, sa mattula, per realizzare is pardulas e tanti altre delizie, ma un posto privilegiato è dedicato agli altrettanto antichi dolci realizzati con su binu cottu, il vino cotto, come su pani acconciu e sa paniscedda.

Oltre le mandorle, il formaggio e la sapa, l’utilizzo di altri ingredienti locali e genuini come l’arancia, il miele, l’uva passa conferiscono ai dolci sapori autentici e intensi.Il profumo, la consistenza, il gusto, tutto contribuisce a creare una squisita esperienza multisensoriale. Ogni preparazione rispetta il periodo in cui tradizionalmente veniva preparato ai tempi delle nostre nonne, e ogni dolce rispecchia le antiche ricette. Allo stesso tempo – continua il giovane pasticcere – amo impegnarmi anche nel creare novità, come i gustosi panettoni natalizi, ma conservando sempre le basi della nostra arte dolciaria, la cui caratteristica principale è la genuinità. L’innovazione, l’estetica e il design creativo non devono mai dimenticare l’amore inciso nella maestria di chi ha tramandato questi saperi fino ai nostri giorni. Le creazioni più amate dai nostri clienti sono gli amaretti, is pardulas, i mustaccioli di mandorle e noci e i guelfi al mirto. Dietro ogni dolce c’è tanto amore, pazienza e una grande manualità. Oggi posso dire, e ne vado orgoglioso, fare i dolci con le mie mani mi regala soddisfazioni indescrivibili».

Nicola dedica anima e corpo a questa pasticceria per creare piccole e deliziose opere d’arte. La sua pubblicità la si trova sui canali social. Da aprile fino al mese di ottobre dice di aver riscontrato un buon afflusso di clienti locali e di visitatori, con i quali ha sempre intessuto rapporti cordiali e di simpatia, valori che non si dimenticano. Questo è un aspetto di primaria importanza per qualsiasi attività visto che Bari Sardo, oltre a un turismo che si arricchisce sempre più di nuovi arrivi, ha la tipicità di saper creare un’ottima fidelizzazione dei suoi visitatori.