Volti e persone
Carità, lo stile generoso e gentile che cambia la vita
a cura di Claudia Carta.
Qual è oggi la fotografia della povertà nella nostra Diocesi? E quali le situazioni che interrogano la comunità ecclesiale?
Oggi la povertà nella nostra diocesi si presenta in forme nuove e complesse. Emerge la fragilità delle famiglie, il lavoro povero e la mancanza di prospettive per i giovani. Poi ci sono povertà invisibili, con difficoltà anche a chiedere aiuto. In sintesi ci sono povertà relazionali, educative, psicologiche e spirituali.
Quali sono le emergenze concrete più evidenti?
La necessità delle persone di essere accompagnate è palpabile. Disorientamento e solitudine si presentano in sintonia con le difficoltà ad accedere a misure sociali, a percorsi lavorativi o formativi specifici. C’è molta vulnerabilità nei giovani, anche a causa di una scolarizzazione che non sempre raggiunge tutti allo stesso modo, comportando anche l’abbandono scolastico. Incontriamo spesso persone incapaci di relazione o in difficoltà relazionale: coppie, ma anche adulti soli o giovani chiusi in se stessi. Sempre più ci chiedono ascolto, presenza e, se possibile, un aiuto più strutturato, attraverso dei professionisti.
E c’è anche il tema delle dipendenze…
In Caritas veniamo a contato con drammatiche situazioni familiari: figli o mariti con problemi di alcol, droga o ludopatia. È un tema sommerso, spesso nascosto per vergogna, ma che emerge al primo contatto. Chiedono un accompagnamento per i loro cari: perché possano acquisire consapevolezza della propria dipendenza e iniziare un percorso di cura.
E non mancano i problemi economici.
In particolare l’insufficienza del reddito per far fronte alle spese di base: utenze, alimentazione, carburante, difficoltà di accedere ai servizi essenziali. Ci sono molte morosità accumulate. Ci sono, inoltre, i costi scolastici e le difficoltà collegate ai trasporti. Non dimentichiamo il tema degli affitti, i cui prezzi sono alti e in tantissimi casi assistiamo, prima ancora, alla difficoltà di trovare case in locazione. Molti proprietari hanno perso fiducia e non affittano a chi ha un lavoro precario. Mancano i supporti sociali.
In che modo la Caritas diocesana traduce il mandato evangelico della carità?
La Caritas diocesana cerca di vivere il Vangelo della carità con concretezza e discrezione. Vogliamo essere una presenza che ascolta, accompagna e rispetta. Ma soprattutto vogliamo educare alla carità come stile, non come assistenza occasionale, cercando soluzioni personalizzate. Dietro ogni richiesta c’è sempre un volto e una storia. A volte uno sguardo e un silenzio, valgono più di tante parole.
Qual è il ruolo dei volontari?
Quello di evangelizzare attraverso fatti concreti, donando noi stessi in comunione. Ognuno s’impegna al bene comune in base al dono che lui/lei è. Solidarietà, cooperazione e responsabilità sono la sintesi del bene comune, i tre assi portanti della dottrina sociale della Chiesa. Non bastano mani e testa, servono cuore e passione. Il servizio, privo di carità e delle sue qualità – umiltà, sincerità, pazienza, ascolto, gentilezza e generosità – non rende testimonianza a Dio.
Quali le priorità pastorali della Caritas e con quali percorsi?
I servizi attivi in Caritas sono diversi: centri di ascolto, a Lanusei e a Tortolì; l’orientamento per lo sportello psicologico e per la prima consulenza legale; la mensa quotidiana, 365 giorni l’anno, nella sede di Tortolì (60 pasti giornalieri); la distribuzione alimentare (in collaborazione con le parrocchie tramite un’apposita piattaforma); il servizio indumenti a Tortolì e Lanusei; un laboratorio di cucito; una scuola di alfabetizzazione della lingua italiana; una scuola di legalità per le misure alternative alla detenzione (affidamento in prova ai servizi sociali, messa alla prova, lavori di pubblica utilità), da quest’anno aperta anche ai minori; la collaborazione con la Pastorale Giovanile per l’accoglienza dei giovani in Caritas, valorizzando talenti e scoprendo la solidarietà, ma anche con laboratori d’arte; progetti scuola-lavoro (solidarietà, orientamento universitario, cittadinanza attiva, pari opportunità, percorsi di legalità); centro di ascolto e laboratorio musicale (lezione di canto, chitarra e pianoforte) per i detenuti della casa circondariale di Lanusei. La Caritas poi partecipa sia a progetti della Cooperativa Amos che della Caritas nazionale.
Che ruolo hanno le Caritas parrocchiali e come si sostiene il loro cammino di formazione e coordinamento?
Le Caritas parrocchiali sono il cuore del nostro servizio. La sfida è rafforzare la corresponsabilità e l’ascolto reciproco attraverso incontri di formazione, strumenti operativi condivisi, momenti di confronto pastorale. La Caritas non è un ente isolato, ma espressione della carità della Chiesa Diocesana: nostro compito è, dunque, rafforzare la comunione esistente e migliorare le collaborazioni.
Come collabora la Caritas con le istituzioni civili e le realtà del territorio?
Molto meglio lavorare in rete con Comuni e servizi sociali, scuole, parrocchie, associazioni. Servire gli ultimi significa riconoscere che nessuno può salvare da solo, nemmeno nelle risposte sociali. Per offrire risposte reali è fondamentale creare alleanze territoriali. In questo contesto la Diocesi, con la Caritas, ha una funzione pedagogica. Uno dei vuoti più grandi a livello istituzionale è l’assenza di strutture che sappiano lavorare in rete e percorsi che accompagnino le famiglie fragili. Talvolta il sistema pubblico si ferma al supporto tecnico, e tutto il resto – la relazione, la fiducia, la speranza – viene lasciato al volontariato. Per questo è necessario avere una regia condivisa, strutturata e sostenuta. Servono misure strutturali, non bastano più risposte-tampone.
Quale invito vuole rivolgere ai fedeli della diocesi, in particolare ai giovani, perché la carità diventi sempre più uno stile condiviso?
Non ho ricette e neanche appelli uguali per tutti. È importante che lo stile sia generoso e gentile, questo rende la carità efficace e cambierà il cuore. La dolcezza e la semplicità, insieme all’inclusione e alla pazienza, creano belle relazioni. Così io ho scoperto la Carità. Ai giovani dico: «Non abbiate paura della carità». La mitezza non è debolezza, ma vera forza che rende liberi. Oggi più che mai abbiamo bisogno dell’entusiasmo, della creatività e della capacità dei giovani di sognare un mondo più giusto. Li invito a mettersi in gioco, a sporcarsi le mani nel servizio, a farsi toccare dalle storie degli altri. E magari sarà proprio quel servizio a cambiare la loro vita, a indicare la vocazione da seguire.
«Esterzili può vivere della sua cultura». Francesca Melis Boi
di Maria Franca Campus.
Viene voglia di andarlo a visitare questo paesino del centro Sardegna abbarbicato tra Ogliastra, Barbagia e sud dell’Isola. Non è facile presentare un paese a distanza, al telefono, specie se si tratta di un luogo remoto come Esterzili. Eppure Francesca Melis Boi riesce ad annullare i chilometri e restituisce del suo paese natio un quadro in movimento, vivo e magico. Un racconto fresco ed entusiasta che presenta una realtà attaccata alle proprie radici, ma soprattutto al proprio esserci. Sarà perché con le parole ci sa fare – di professione fa la giornalista – ma sarà soprattutto perché il racconto viene dritto dal cuore. E al cuore arriva.
Francesca Melis è nata e cresciuta ad Esterzili. All’età di 15 anni si è trasferita a Cagliari per frequentare il liceo classico. Ha conseguito la laurea in antropologia ed etnologia, poi il master in comunicazione e giornalismo a Roma che le ha permesso di coronare il suo sogno e fare la professione che le piace. Oggi lavora nella redazione cagliaritana de L’Unione Sarda. Ma rientra spesso alle pendici del monte Santa Vittoria dove vive sua mamma e dove per lei è sempre casa.
È stata vice presidente della Pro Loco per tanti anni. Un’associazione che ha riunito e continua a riunire giovani pronti a impegnarsi per la comunità. «Ho iniziato quando era presidente Bianca Depau, che oggi non c’è più – spiega –. Grazie a lei un gruppo di ragazzi aveva ricostituito la Pro Loco» che oggi sta realizzando un percorso fotografico attraverso il recupero di foto antiche e organizza diverse manifestazioni nel borgo montano. Una le sta particolarmente a cuore: Parole, musica e colori: «Era nata da un’idea condivisa con la sindaca Gianna Melis, anche lei oggi non c’è più», ricorda Francesca. E il pensiero va nitido a quel marzo 2018 quando davanti al fuoco, tra inverno e primavera, dalla voglia di fare era nata l’idea di una rassegna che mettesse al centro la cultura. «Abbiamo pensato alla presentazione di libri, alla realizzazione di murales e alla musica, il linguaggio universale che unisce tutti».
Era l’atto di nascita di una tre giorni di cultura che Gianna Melis non ha fatto in tempo a inaugurare ma che ogni anno la ricorda. «Adorava le piante grasse e in sua memoria, in ogni edizione ne regaliamo una agli ospiti. Sono convinta che Esterzili possa vivere della sua cultura», afferma scandendo le parole in maniera così ferma che è impossibile non crederci. Lei ci crede. Perché Esterzili vanta un patrimonio archeologico di grande valore. Basta aprire qualsiasi pagina Internet che lo riguardi per ritrovarsi un lungo elenco di siti che accolgono templi come il rinomato sa Domu ‘e Urxia, tombe dei giganti, domus de janas, nuraghi. È di qualche mese fa l’avvio di una nuova campagna di scavi nel sito di epoca romana Cort ‘e Lucetta, «dove – ha raccontato Francesca in un suo articolo – venne ritrovata la famigerata Tavola di Bronzo di Esterzili, un documento epigrafico risalente al 69 d.C.».
Ma il punto di forza di questo borgo, come ama chiamarlo la giovane giornalista «è il suo senso di comunità», quell’attaccamento che fa rientrare i suoi abitanti sparsi per il mondo e nell’Isola. «Esterzili ha conosciuto un imponente fenomeno migratorio negli anni 60 e 70 quando intere famiglie si sono trasferite, loro malgrado, a Bagnoreggio, nel Lazio, per continuare a dedicarsi alla pastorizia e all’allevamento. Oggi con quella località esiste un forte legame suggellato da un gemellaggio ufficiale. Negli anni 80, invece, molti esterzilesi sono andati a cercare lavoro a Milano nel settore della ristorazione».
L’auspicio di Francesca è che qualche talento della cucina abbia il coraggio di investire qui, perché in mezzo a tante risorse culturali manca un punto di ristoro per i visitatori. Ascoltare Francesca è come scorrere un video in streaming senza annunci pubblicitari. È una carrellata di eventi, scorci, volti, storie che catturano e incuriosiscono. Fugge dalla definizione di Esterzili “paese che sta morendo” preferisce dire che galleggia. Anche se da quattro anni non è nato nessun bambino, l’ultimo arrivato è Edoardo nel 2021. Ma ci sono tanti segnali che invitano a resistere. «Questa amministrazione, guidata dal sindaco Renato Melis, ha rifatto il campo sportivo. Per qualcuno si tratta di una cattedrale nel deserto, ma secondo me è una scelta che funziona: grazie a questo intervento è stata ricostituita la squadra locale e la domenica tutti, compresa mia mamma che ha 86 anni, vanno al campo a seguire la partita e lì si crea quella socialità che fa bene».
Così come fa bene un parroco accogliente come don Alfredo, la presenza di un’attenta comunità per minori che garantisce un futuro a chi è più fragile di altri, l’assistenza della telemedicina garantita nella farmacia del paese con la dottoressa Barbara Puddu e poi la musica dei cori, quello parrocchiale e quello di Fra Antonio Maria, i balli e il lavoro di ricerca del gruppo Sant’Antoni ‘e su fogu, l’impegno culturale dell’associazione Il magazzeno, l’attività di Protezione Civile e Ambulanza e non ultima la presenza della Stazione dei carabinieri.
La pasticceria artigiana che guarda al futuro
di Gian Luisa Carracoi.
Nicola Barrili di Bari Sardo, classe 1991, da torronaio a pasticcere. Una dolcissima passione.
La Sardegna è natura, storia, tradizioni, colori e profumi unici, come unici sono i suoi dolci, bellezza e sapori della nostra identità.
I dolci sardi, veri e propri capolavori artigianali, accompagnano ogni giorno di festa del calendario religioso, segnano l’alternarsi delle stagioni e i cicli agricoli dalla semina al raccolto, alcune feste importanti come Pasca Manna, Sant’Antoni e Is Animas, ma anche i riti di passaggio della nostra vita, dal battesimo al matrimonio, fino alle messe di trigesimo e anniversario.
Ciascun dolce custodisce nella sua essenza un profondo significato simbolico e un rituale che risale alla notte dei tempi e si tramanda di generazione in generazione incarnando l’anima e i sapori autentici dell’Isola.
La Pasticceria artigiana di Bari Sardo, gestita oggi da Nicola Barrili, ha anch’essa una lunga storia e vogliamo raccontarvela. Essa nasce alla vigilia di Natale del 1970 a opera della signora Dina Chiai e della sorella più grande, Marianna. Due giovani donne che come ricchezza avevano solo molto coraggio e spirito d’intraprendenza, tanto che – si dice – nessuno avrebbe scommesso un soldo sulla riuscita di questa loro idea.
Quando decisero di dare avvio all’attività, la madre comperò loro le prime pentole. Non avevano macchinari e impastavano tutto a mano, un solo forno per cuocere i dolci, ma diverse cambiali. Piano piano, grazie all’inventiva e all’ingegno sono andate avanti e sono cresciute fino a portare la pasticceria dal primo, minuscolo, locale in piazza Brigata Sassari dove facevano anche la pizza da asporto, in via Tortolì dove acquistarono uno stabile. Successivamente, dopo il matrimonio della signora Dina la pasticceria fu trasferita in via Gennargentu sotto la loro abitazione. Comprarono altri macchinari e ingrandirono il laboratorio.
Emanuela Pisu, figlia di signora Dina, racconta con lacrime di emozione: «Posso dire di essere nata in pasticceria, i dolci sono sempre stati un pezzo di me, anche quando non sapevo che sarebbero diventati il mio lavoro. Hanno accompagnato il matrimonio dei miei genitori, il mio battesimo e il mio matrimonio. È curioso notare quanto questo lavoro fosse scritto nella mia storia prima ancora di venire al mondo». Durante la frequenza degli studi universitari venne a mancare suo padre, quindi si dovette dividere tra l’attività dolciaria e l’Università. Dopo la laurea in Economia aziendale, per una forte dose d’affetto non volle abbandonare la pasticceria. La madre ha continuato a darle una mano fino a questi 55 anni di attività ininterrotta; infine la decisione di darla in gestione dopo l’arrivo delle bambine di Emanuela e Matteo.
Da circa un anno Emanuela ha passato il testimone della sua pasticceria, sita a Bari Sardo in via Gennargentu 15, a Nicola Barrili, classe 1991. Nicola nasce torronaio, una passione che coltiva fin dalla sua infanzia quando apprese i primi segreti di questa delizia dai parenti di Desulo, dall’osservare suo padre nella certosina lavorazione e dall’accompagnarlo durante le innumerevoli sagre in Ogliastra. L’idea di prendere in gestione la pasticceria artigiana è arrivata a seguito della pandemia. Durante il triste periodo del Covid, come tanti altri esercenti, è stato costretto a fermarsi. Oggi, dopo aver frequentato alcuni corsi di pasticceria ha pensato di investire le sue conoscenze e le sue passioni in un’attività stabile. «Nei primi tempi – dice Nicola – sono stati preziosi i segreti dell’arte pasticcera di Emanuela. I suoi consigli sono stati essenziali. Le donne sono le prime depositarie delle antiche ricette. La pasticceria ha bisogno di cura, di un occhio di riguardo per i gusti che cambiano, per le esigenze dei clienti, ma tenendo saldi i dolci della tradizione e i valori in essi inscritti.
I dolci sardi si possono dividere in due grandi categorie – spiega –: la categoria che ha come materia principale la mandorla, con il re del dolce sardo, l’amaretto; l’altra, invece, ha come ingrediente principale il formaggio, in particolare ricotta o primo sale, sa mattula, per realizzare is pardulas e tanti altre delizie, ma un posto privilegiato è dedicato agli altrettanto antichi dolci realizzati con su binu cottu, il vino cotto, come su pani acconciu e sa paniscedda.
Oltre le mandorle, il formaggio e la sapa, l’utilizzo di altri ingredienti locali e genuini come l’arancia, il miele, l’uva passa conferiscono ai dolci sapori autentici e intensi.Il profumo, la consistenza, il gusto, tutto contribuisce a creare una squisita esperienza multisensoriale. Ogni preparazione rispetta il periodo in cui tradizionalmente veniva preparato ai tempi delle nostre nonne, e ogni dolce rispecchia le antiche ricette. Allo stesso tempo – continua il giovane pasticcere – amo impegnarmi anche nel creare novità, come i gustosi panettoni natalizi, ma conservando sempre le basi della nostra arte dolciaria, la cui caratteristica principale è la genuinità. L’innovazione, l’estetica e il design creativo non devono mai dimenticare l’amore inciso nella maestria di chi ha tramandato questi saperi fino ai nostri giorni. Le creazioni più amate dai nostri clienti sono gli amaretti, is pardulas, i mustaccioli di mandorle e noci e i guelfi al mirto. Dietro ogni dolce c’è tanto amore, pazienza e una grande manualità. Oggi posso dire, e ne vado orgoglioso, fare i dolci con le mie mani mi regala soddisfazioni indescrivibili».
Nicola dedica anima e corpo a questa pasticceria per creare piccole e deliziose opere d’arte. La sua pubblicità la si trova sui canali social. Da aprile fino al mese di ottobre dice di aver riscontrato un buon afflusso di clienti locali e di visitatori, con i quali ha sempre intessuto rapporti cordiali e di simpatia, valori che non si dimenticano. Questo è un aspetto di primaria importanza per qualsiasi attività visto che Bari Sardo, oltre a un turismo che si arricchisce sempre più di nuovi arrivi, ha la tipicità di saper creare un’ottima fidelizzazione dei suoi visitatori.
Bynos: l’ospitalità è di casa
di Fabiana Carta.
Secondo uno studio, dietro ogni progetto di successo emergono due figure: il visionario e l’integrator. Il primo ha una visione strategica, creativa, trascina, ha milioni di idee; il secondo trasforma le idee in concretezza, coordina, è ordinato, mantiene le redini dell’immaginazione. Queste due figure si completano a vicenda, l’una ha bisogno dell’altra. E quando si incontrano è una vera fortuna.
Ma questa storia comincia in un tempo diverso e in un luogo diverso, da una scintilla da cui è partito tutto. «Mio padre è di Baunei, mia madre è nata e cresciuta in Croazia fino ai 20 anni. Entrambi sono emigrati in Germania, dove si sono incontrati e innamorati. Mia madre è poi andata a vivere a Baunei, facendo un po’ avanti e indietro, mentre lui rimaneva lì tutto l’anno. Ha sempre ospitato tante persone che venivano dalla Sardegna e durante la guerra in ex Jugoslavia ha ospitato tantissimi parenti di mia madre. Abbiamo sempre aperto le porte della nostra casa, sia quella tedesca che quella di Baunei, che ha tanto tanto spazio», racconta Milena Pusole, fondatrice, direttore tecnico e property manager dell’agenzia di viaggi Bynos.
Forse l’ospitalità è proprio il filo conduttore di ogni cosa: tutto sembra partire da lì, dalla porta di casa sempre aperta, dalle stanze piene di voci e lingue, dai racconti di chi arrivava da lontano. La Germania, in questo intreccio, non è soltanto un Paese: è una presenza costante, una bussola che ha orientato studi, scelte e sogni. Milena studia Lingue e Letterature Straniere a Torino, approfondendo il tedesco, lingua che già parlava. Il suo desiderio è lavorare nel settore turistico. Fra corsi, tirocini, e un’esperienza che le cambierà lo sguardo – un progetto per l’Osservatorio turistico della Provincia – dove capisce i flussi, legge le dinamiche del viaggio, immagina strategie per valorizzare il territorio, la strada è chiara.
Dopo l’Erasmus a Berlino e un praticantato di sei mesi al Parlamento tedesco, Milena torna in Ogliastra con un obiettivo chiaro: portare i turisti nel suo territorio. L’occasione arriva quasi per caso, durante una vacanza in Sardegna e un soggiorno in un B&B. «Entrai e mi sembrò di essere a casa nostra. All’epoca non sapevo nemmeno cosa fosse un B&B. Ma capii subito che potevamo farlo anche noi».
Così, nel 2011, nasce il primo B&B regolare di Baunei, con un nome che richiama l’antico toponimo del paese ma che suona anche “esperantico”, universale, come un “da noi” che abbraccia chiunque arrivi: Bynos. Negli anni, Milena lavora anche al Tourpass, quando ancora il turismo non aveva l’organizzazione capillare di oggi: senza Internet, senza cabinotti privati, senza uffici per le escursioni.
L’ufficio era sempre pieno: barche, trenino verde, richieste di ogni tipo. Tra le sue esperienze c’è anche quella diretta con i clienti, in Hotel, dove sente il bisogno di creare qualcosa di suo. «L’unico modo per far sentire la mia voce, esprimere le mie scelte e le mie opinioni era aprire un’agenzia di viaggi incoming. Ma per aprirla occorreva il titolo di direttore tecnico, così convinsi mia sorella Marija a partecipare al concorso, lei lavorava da anni in un’agenzia del Sud Sardegna. Mi piaceva l’idea di cominciare questa avventura insieme. Nel 2017 abbiamo aperto l’agenzia a Santa Maria Navarrese», racconta.
Marija si occupa dell’outgoing, Milena si concentra sull’incoming. Ma il turismo è cambiato, Internet ha rivoluzionato le abitudini, e spesso i viaggiatori si affidano all’agenzia solo dopo aver tentato altre strade. La svolta arriva con gli appartamenti: l’esperienza nell’ambito delle escursioni si traduce in competenze nuove, e nel frattempo l’agenzia si espande verso il property management. Nel 2018, però, Marija deve lasciare per la nascita della figlia e Milena, dopo alcuni anni da titolare, ottiene finalmente il titolo di direttore tecnico. L’anno dopo avviene l’incontro, l’incastro perfetto: come tirocinante arriva Patrizia Pusole, architetto con specializzazione in restauro, con una grande esperienza in affitti di case. L’incontro tra le due competenze diventa immediatamente una forza: Patrizia porta l’home staging, il gusto, l’occhio tecnico e funzionale.
«Poca spesa, molta resa» diventa un manifesto. Le case che hanno potenzialità possono essere migliorate, valorizzate, rese più accoglienti per gli affitti brevi. Nasce così un servizio nuovo, calibrato sugli standard dell’agenzia e sulla volontà di lasciare sempre l’impronta autentica del proprietario. Milena è un laboratorio di idee sempre aperto, Patrizia le seleziona, le filtra, dà loro forma e concretezza: una è la visionaria, l’altra è l’integratore. «All’inizio non mi piaceva molto l’idea di concentrarci negli affitti di appartamenti – spiega Milena –, deviava molto dalla mia idea di portare gruppi di persone qui. Ma poi abbiamo iniziato a formarci come property manager, un professionista che gestisce immobili per conto dei proprietari, con l’obiettivo di ottimizzarne il rendimento e valorizzarli. Questa figura si occupa di tutti gli aspetti legati alla proprietà, inclusi quelli amministrativi, operativi e strategici. I nostri compiti includono la promozione dell’immobile, la gestione delle prenotazioni, l’assistenza agli ospiti, la manutenzione, la pulizia, la gestione dei contratti e degli adempimenti normativi. L’agenzia viaggi lo permette, ma non abbiamo abbandonato l’idea di portare gruppi di turisti».
Oggi il team Bynos è formato da cinque persone più un tirocinante, e l’impronta femminile è ben visibile. Stile, empatia, visione condivisa, sensibilità per l’ospite, «per noi è sacro». La scelta strategica più forte, negli ultimi anni, è quella di parlare direttamente ai tedeschi: sito in tedesco, social in tedesco, indicizzazione interamente orientata alla Germania. Il risultato comincia a vedersi: newsletter mensile ai Bynos friends, clienti che tornano, famiglie e gruppi che si affidano all’agenzia come punto di riferimento. Patrizia stessa ha iniziato a studiare la lingua, a furia di sentirla parlare riesce a comprenderla in buona parte e la usa nel lavoro quotidiano. «Il nostro prossimo obiettivo è creare una App, per essere ancora più presenti con i nostri fruitori», spiegano Patrizia e Milena.
Baunei continua a sorprendere, dicono, con una ricchezza che nessuno finisce mai di esplorare. E la loro storia, iniziata con una casa sempre aperta, continua a crescere seguendo lo stesso filo: accogliere, ascoltare, accompagnare. Sempre con un grande sorriso.
Simona Loi: il coraggio della terra e l’orgoglio di un paese che guarda al futuro
di Anna Maria Piga.
Incontrare Simona Loi non è cosa immediata. I suoi impegni scandiscono ogni ora della giornata e ritagliarsi del tempo per una conversazione è un piccolo lusso. Ma quando, superata la strada tortuosa, si arriva alla sua proprietà nella parte alta di Loceri – un luogo luminoso affacciato sugli uliveti di Lanusei – si capisce subito perché Simona abbia scelto di vivere e lavorare qui.
La sua casa si apre con una cucina grande e soleggiata che dà su un cortile alberato. Intorno, gli animali della fattoria si muovono in armonia: un piccolo mondo in cui natura e quotidianità convivono con semplicità.
37 anni, sposata con Alessio Ligas e madre del piccolo Samuel, è un’imprenditrice agricola che si è costruita da sola. Anno dopo anno ha studiato, conseguito titoli, imparato a progettare, coltivare, allevare. Con determinazione ha ottenuto un finanziamento regionale grazie al quale ha realizzato una stalla moderna e funzionale per pecore e capre. Il suo sogno, fin da bambina, era quello di fare il formaggio: oggi lo produce e spera di crescere ancora in questo settore.
«Amo la vita che faccio e le attività che riempiono le mie giornate – spiega –. Qui i ritmi sono diversi, più intensi: gli animali hanno le loro cadenze e la natura non aspetta. Ogni stagione richiede attenzioni precise. Impari a guardarla, a rispettarla, e a sentirti parte di un tutto». Ma nonostante viva leggermente fuori dal centro, non si sente affatto isolata: «In cinque minuti siamo a Loceri. La mia famiglia ci aiuta tantissimo con il bambino e io e Alessio partecipiamo ancora a tutte le iniziative del paese, incontrando gli amici di sempre».
La posizione di Loceri secondo Simona Loi: «Decisamente Loceri soddisfa le aspettative anche delle giovani coppie: è in una posizione molto comoda, direi baricentrica. Siamo vicini ai centri più grandi, Tortolì e Lanusei: in pochi minuti puoi raggiungere l’ospedale, i negozi più forniti, gli uffici pubblici. Non siamo isolati. Se devi fare qualcosa di importante, in un quarto d’ora sei dove ti serve. Questa vicinanza ai servizi principali è un grande vantaggio, perché poi torni a casa tua, nel tuo paese tranquillo. Hai il meglio dei due mondi: la comodità di essere vicini a tutto e la pace di vivere in un posto piccolo. E con il mio lavoro, a contatto con gli animali e la natura, è davvero l’ideale».
Loceri – lo confermano i fatti – è oggi un borgo moderno e accogliente. Molte giovani coppie, anche da Lanusei, scelgono di costruire qui la propria casa. Le amministrazioni che si sono succedute hanno investito in spazi pubblici funzionali, piazze vive, luoghi adatti a concerti e manifestazioni. I murales dell’artista Michela Casula raccontano la storia antica del paese e ne valorizzano l’identità.
Il vento della modernità ha coinvolto tutta la comunità. Le case troppo grandi o inutilizzate sono state trasformate in accoglienti case vacanza, permettendo ai turisti di vivere un’esperienza autentica tra mare e montagna. Le tradizioni sono state ripensate per coinvolgere i giovani: sfilate in costume, cavalieri e processioni che conservano il sapore della memoria. E Simona descrive Loceri con orgoglio: «Èun paese bello da vedere. Curato, ordinato, con angoli davvero gradevoli. L’estetica non è secondaria: ti fa piacere vivere qui, passeggiare, far vedere il paese a chi arriva da fuori. I murales raccontano la nostra storia, e questo crea un senso di appartenenza».
Ma non nasconde le difficoltà: «Il problema principale è il lavoro. Le opportunità sono poche e tanti giovani devono partire. Io ho avviato un’azienda agricola, ma non è un percorso adatto a tutti. Se non hai un’attività tua o un impiego pubblico, è dura. Però, se riesci a lavorare qui, è un posto bellissimo dove vivere: vicino ai servizi essenziali, tranquillo, accogliente. Per crescere una famiglia, secondo me, è l’ideale».
Alla fine, ciò che emerge dalle argomentazioni di Simona è una combinazione rara: radicamento e modernità, cura per la tradizione e apertura al nuovo. La sua storia racconta non solo la forza di una giovane imprenditrice, ma anche quella di un intero paese che, pur piccolo, sa guardare avanti senza perdere la sua anima.
In politica servono persone preparate e moralmente motivate
a cura di Filippo Corrias.
Da sempre la Chiesa ha svolto un ruolo prezioso nella formazione culturale, morale e sociale di chi si impegna attivamente in politica. È ancora così? Cosa è cambiato e cosa si può fare ancora oggi per favorire formazione e partecipazione attiva? Ne abbiamo parlato con don Roberto Caria, professore associato di Teologia Morale Sociale alla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna
«Coloro che hanno responsabilità politiche non devono dimenticare o sottovalutare la dimensione morale della rappresentanza, che consiste nell’impegno di condividere le sorti del popolo e nel cercare la soluzione dei problemi sociali».
È un passaggio del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. La disaffezione dei cittadini alla politica è dovuta al fatto che i politici hanno abdicato a queste responsabilità?
Quando un contesto politico manifesta i suoi limiti e le sue carenze non si deve puntare il dito solo sui rappresentanti eletti dal popolo, ma la responsabilità è di tutti. Il cedimento morale non è solo dei politici ma di tutta la società, e ne siamo responsabili a tutti i livelli, individuali e istituzionali, anche noi come Chiesa cattolica.
Detto questo, è fuorviante cadere nel disfattismo, tantomeno nell’antipolitica (quest’ultima fortemente propagandata in Italia negli ultimi trent’anni almeno dal 1992). La disaffezione a servire il bene comune – che ha priorità sul bene privato – è frutto di idee e pratiche distorte, che hanno portato al ripiegamento individualistico su se stessi e sul proprio utile. Si è creata la mentalità, nello Stato e nella Chiesa, che le istituzioni non vanno servite, ma sfruttate! Ecco il decadimento culturale. La ripartenza morale deve coinvolgere tutti gli uomini di buona volontà, sia nella vita privata che pubblica, per lavorare con passione per il bene comune, soprattutto a vantaggio dei più giovani e degli anziani.
«I partiti sono chiamati a interpretare le aspirazioni della società civile offrendo ai cittadini la possibilità effettiva di concorrere alla formazione delle scelte politiche». C’è, a suo parere, questa formazione a livello nazionale e locale?
La formazione alle scelte politiche alte oggi non c’è, semplicemente perché le decisioni sulle grandi questioni economiche sono già prese nei poteri – soprattutto dell’alta finanza – che condizionano e ricattano le scelte degli Stati. Il discorso è articolato e non è possibile svilupparlo ora. Per fare un riferimento che ci tocca da vicino, in Sardegna è evidente come la scelta di usare il territorio regionale per la speculazione energetica di alcune multinazionali è già stabilita. Ai sardi rimarrebbe la possibilità di opporsi su qualcosa, ma alla fine non riusciamo a essere uniti perché in tanti pensano solo al proprio interesse, piccolo o grande che sia.
In generale, siamo in una fase storica in cui è necessario ripensare anche la rappresentanza politica, per favorire un reale coinvolgimento di tutti nelle scelte politiche più importanti.
Come la Chiesa, in particolare la Chiesa locale, può incentivare i fedeli alla formazione e alla partecipazione politica?
Prima di tutto vivendo al suo interno un’autentica giustizia e favorendo la partecipazione delle persone alla vita istituzionale. Poi mostrandosi lealmente super partes nell’agone politico, senza cercare privilegi, ma collaborando con coloro che seriamente vogliono servire la loro patria, ai vari livelli istituzionali dello Stato, dal piccolo comune fino al Presidente della Repubblica. Non è più l’epoca della Democrazia Cristiana e di uno schieramento unico del cristiano nella dialettica politica, ma in qualunque partito o movimento si riconosca, il vero cristiano si deve adoperare a portare la virtù nella vita democratica. Oggi la realtà politica è molto articolata e complessa, richiede persone preparate e moralmente motivate, non si può giudicare ciò che accade solo emotivamente o per previa appartenenza faziosa. Purtroppo il mondo mediatico favorisce solo la divisione faziosa e polarizzata tra due estremi, come hanno dimostrato in modo eclatante gli anni 2020-2022.
San Paolo VI affermava che la politica è una delle forme più alte di carità. Quali sono le sfide più urgenti a cui la politica deve dare risposte?
L’avverbio “urgente” non lo userei, è troppo abusato dalla propaganda quando deve costringere i popoli a scelte rapide che avvantaggiano pochi. La ricostruzione di un tessuto morale buono richiede saggezza e pazienza. La vita politica è fatta da tutti a vari livelli: chi governa deve pensare al bene dei suoi cittadini, non agli interessi di pochi. Tutti, poi, siamo chiamati a collaborare al bene comune, che è di ordine materiale e spirituale, attraverso una vita virtuosa, sia nel privato che nel pubblico. Dobbiamo uscire dal sentimentalismo caritatevole per dedicarci con serietà alla virtù della giustizia in tutti gli ambiti. Essere giusti, difendere il diritto naturale e positivo, è la base per essere veramente caritatevoli e creare un contesto politico in cui la concordia sia la sua anima. La concordia, ci insegna San Tommaso d’Aquino, è la capacità di unire le volontà, pur nella diversità delle opinioni, per orientare tutto al bene comune. Sempre San Tommaso ci insegna che alla giustizia appartiene anche la dimensione religiosa di ogni persona: l’abbandono della fede in Dio e la deviazione verso pratiche superstiziose di ogni tipo è una delle cause del cedimento morale di questi tempi.
Al livello generale, il trionfo del neoliberismo come filosofia economica ha stravolto le priorità tra politica ed economia: la politica è divenuta ancella dell’economia finanziaria, mentre dovrebbe essere il contrario. Le istituzioni, lo Stato in primis, sono ridotte ad aziende che devono badare prima di tutto al pareggio di bilancio e al profitto di pochi privati. Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma per dirne una che riguarda l’Italia, ritengo che sia maturo il tempo per smettere il teatrino da guerra civile continua – fomentato da poteri forti e dal mondo mediatico – tra antifascismo e fascismo. Bisogna fare pace con tutta la storia del proprio Paese e pensare ad affrontare insieme, pur nelle diversità delle opinioni, i problemi reali delle persone e delle famiglie. Oggi ci sono tirannidi, più subdole ma riconoscibili, verso le quali le persone libere e virtuose possono tenersi distanti senza lasciarsi catturare nella rete.









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