In breve:

Volti e persone

Caseificio Pistis

Caseificio Pistis: pastori da quattro generazioni

di Fabiana Carta.

La storia della famiglia Pistis di Lotzorai, pastori di generazione in generazione, e il sogno di Carlo e Giorgio, due giovani ragazzi che hanno deciso di aprire un caseificio e continuare la tradizione

Nascere in una famiglia di allevatori da quattro generazioni significa che nelle vene scorrono, insieme al sangue, la dedizione alla terra, l’amore per gli animali, il sacrificio e l’orgoglio di portare avanti una storia che inizia con il bisnonno Bernardo, prosegue con nonno Antonio e babbo Giovanni, arrivando fino a noi.
Giorgio e Carlo Pistis, rispettivamente classe 1984 e 1988, sono i fratelli minori che hanno deciso di continuare il mestiere: «Siamo cresciuti col bestiame, fin da piccolini nostro padre ci abituò alla campagna. Lo abbiamo sempre aiutato volentieri e ci siamo innamorati subito di questo lavoro», raccontano. Un padre andato via troppo presto, ma che è riuscito a trasmettere passione e grandi valori, ha spronato i suoi figli a continuare gli studi, ma li ha sempre lasciati liberi di scegliere. Giorgio e Carlo ricordano di quando la mattina presto, prima di andare a scuola, andavano a mungere manualmente le pecore: «Era un appuntamento fisso, anche se qualcuno di noi aveva la febbre. Con gli animali avevamo creato un rapporto molto bello, ci riconoscevano e ognuna aspettava ordinatamente in fila il proprio turno. Non ci pesava più di tanto, era diventata un’abitudine, in più c’era sempre la voglia e la curiosità di imparare», spiegano.
Tutta la famiglia è sempre stata coinvolta nei vari lavoretti, soprattutto il fratello maggiore Domenico, da ragazzino addetto alla mungitura. Ed ecco che riaffiorano altri ricordi: «La sua partenza per il militare ci lasciò in una situazione un po’ difficile – racconta Giorgio – era soprattutto lui che si occupava di mungere le pecore. In quel periodo ci aiutò nostro padre, con tutti i limiti e le conseguenze legate alla malattia (fu colpito da un ictus a soli 39 anni), ma poi abbiamo dovuto fare da soli».
Aprire un caseificio è sempre stato un grande sogno, fin da bambini. Un sogno che sembrava impossibile da realizzare, ma che è diventato realtà da quasi due anni, nell’agosto 2020. Nel terreno di famiglia in via Milano, lungo la strada per Talana, è sorto un moderno caseggiato che oggi ospita la lavorazione e la vendita del formaggio. «Abbiamo preso la decisione di lanciarci in questo investimento piuttosto serio, partendo da zero: dove sorge il caseificio non c’era niente. Anche la situazione del prezzo del latte sempre altalenante, negli anni scorsi è sceso fino a 47 centesimi, ci ha spinto a prendere una decisione», raccontano i fratelli. L’arrivo della pandemia nel marzo 2020 non era certo qualcosa che si aspettava nessuno, ha sconvolto i piani di molti e la sua ombra nera aleggia ancora. L’apertura dell’azienda era prevista per febbraio o marzo, ma si è dovuta rinviare all’estate, con tutte le difficoltà che ha portato con sé il Coronavirus. Unico vantaggio: il nome dei Pistis è per tutti sinonimo di passione e tradizione, da anni. Giovanni, il padre dei ragazzi, era molto conosciuto in tutta la zona. «Prima di aprire il nostro caseificio, abbiamo avuto la fortuna di farci seguire per sei lezioni da un importante consulente lattiero caseario sardo, un grande professionista, Bastianino Piredda, di Nulvi. Un grande aiuto per i pastori che nel tempo hanno voluto scommettere nella trasformazione del proprio latte in azienda. Un pilastro su cui contare, sempre disponibile per ogni dubbio», spiega Carlo.
Alessio, il nipote ventenne dei ragazzi, aiutato da un ragazzo marocchino, si prende cura giornalmente delle pecore di razza sarda, le vere regine di casa. Sono circa 350, pascolano nei terreni fra Lotzorai e Girasole e si nutrono esclusivamente di mangimi biologici e naturali. La giornata inizia presto per i fratelli Pistis: alle quattro e mezza del mattino Carlo avvia la lavorazione del latte con i vari step, processi che solitamente si concludono a metà mattinata, poi la giornata prosegue con le consegne dei prodotti nei vari paesi; mentre Giorgio con il suo inseparabile trattore si occupa soprattutto della lavorazione dei terreni e della fienagione.
La passione per ciò che fanno cancella ogni fatica, babbo Giovanni li aveva avvisati: questo mestiere comporta sacrifici – lo sa bene anche Carlo che ha dovuto farsi operare al tunnel carpale a soli 22 anni, a causa della mungitura a mano, con grande stupore dei medici – ma ci si può realizzare. «Siamo riusciti a ingranare e il prodotto è molto richiesto, distribuiamo nella nostra zona e facciamo consegne a ristoranti, piccoli negozi di prodotti tipici e ad alcuni supermercati, spediamo anche oltre mare e all’estero, in particolare in Germania». Le richieste al momento sono così tante da non riuscire ad assecondarle tutte: «Alcuni ordini li abbiamo rimandati al prossimo anno», spiegano. I prodotti di punta, tutti di prima qualità, sono il formaggio stagionato sardo, il semi stagionato e quello fresco, a cui si aggiungono la ricotta fresca e salata, il casu agedu e la caciotta sarda. Ma non mancano le novità, come il misto-mucca e il misto pecora-capra che stanno già incuriosendo la clientela; e nei progetti futuri potrebbe esserci la produzione di creme spalmabili e yogurt. «Non è stato facile, se superiamo bene questo periodo poi non ci ferma più nessuno!», scherza Carlo. Gli ingredienti per un grande successo ci sono tutti: tradizione, passione, dedizione e alta qualità.

Cia Berg Soro

Cia Berg Soro: la ragazza di Stoccolma

di Alessandra Secci.

Screenplay.
Scenario 1, interno, Youtube, pannello delle ricerche. Il pezzo da inserire si chiama “Hobo Humpin’ Slobo Babe”: in meno di un secondo il motore restituisce innumerevoli risultati, e in testa a essi appare un video, dalla texture tipica dei primi anni Novanta, di una band svedese, Whale (Balena), due uomini e una particolarissima frontwoman, carré riccio castano, rossetto, apparecchio ai denti, vestito sbarazzino da Lolita e uno sguardo che ricorda quello di Sean Young in Blade Runner. Il brano, uscito nel 1993, riscuote un successo clamoroso, e grazie alla regia di Mark Pellington, che ha diretto artisti del calibro di Leonard Cohen, R.E.M., U2 e addirittura Michael Jackson (solo per citarne alcuni), il video vince l’anno successivo agli MTV Music Awards nella categoria Best Director (Miglior regista), sbaragliando la concorrenza di pezzi oramai divenuti mitologici come Sabotage dei Beastie Boys, Return to Innocence degli Enigma e Stay degli stessi U2.
Scenario 2, esterno, Tortolì, Corso Umberto, la piccola piazzetta di fronte al cinema Garibaldi. Vi si affaccia la Libreria del Corso, forse una delle più iconiche attività di tutta l’Isola. Un piccolo grande forziere che da oltre trent’anni è un imprescindibile faro per la cultura in Ogliastra e del quale è custode devota un’elegantissima donna, figura sottile e slanciata, abiti scuri, snickers ai piedi e capelli raccolti in una lunga e ordinata treccia.
Ora, vi starete chiedendo quale sia il fil rouge che lega questi due momenti. Come spesso capita, on doit cercher les femmes, occorre cercare le donne: ma la donna da trovare, in realtà, è solo una, e come avrete già intuito, è la stessa di cui si parla nei due scenari.

Cia che visse nella Balena.

«Intorno ai vent’anni – racconta la Berg – fui catapultata dalla mia vita da musicista col gruppo Ubangi direttamente sulla televisione nazionale, alla conduzione del programma Bagen: erano i primi anni Ottanta, quelli del boom di MTV e dei video musicali che, esattamente come accadde in altri contesti europei, anche in Svezia riscossero un altissimo indice di gradimento. All’inizio degli anni Novanta, forte poi del successo con gli Whale, la mia esperienza di vee-jay fu consolidata dalla conduzione per il canale musicale ZTV. Sicuramente un momento particolare che ci ha visto partecipi della scena alternative-rock europea e che ci ha portati in tournée in giro per il mondo anche come band di supporto di Tricky, Blur e Placebo».
Ma il destino, si sa, agisce per vie inconsuete, e spesso il cuore è una di queste.

Via dalla pazza folla.

«Alla metà degli anni Novanta, verso Pasqua – continua Cia – due sorelle mie amiche mi invitarono a unirmi a loro per un viaggio in Sardegna. Avevo bisogno di una pausa, e l’occasione era davvero ghiotta: a Tortolì entrai alla Libreria del Corso, e nonostante non potetti leggere i titoli, non sapendo l’italiano, rimasi colpita dalla cura del libraio nella scelta degli autori. Le mie amiche tornarono in Svezia, e il libraio, non molto tempo dopo, diventò mio marito. Nel nostro piccolo scrigno di via del Corso esistono tantissimi universi: se dovessi scegliere un libro preferito forse opterei per Il Maestro e Margherita, di Bulgakov, una geniale e a tratti onirica critica alla realtà sociale sovietica, che (come altri capolavori) leggo a cadenza bi-triennale: mi piace tenerli vivi nella mia mente, e in generale mi piace approfondire gli aspetti della storia, soprattutto di quella recente, tra le due guerre. Ricordo ancora con qualche brivido la testimonianza di un sopravvissuto del secondo conflitto mondiale, un soldato, che venne a trovarci in Libreria e condivise con noi il suo atroce racconto: i libri, come le canzoni, possono cambiare le cose, e la letteratura, come la musica, è un’arte. Una bellissima arte”.

Mondi lontanissimi (?)

«Causa pandemia non vado in Svezia dal 2020, ma in genere ci torno almeno una volta l’anno, a gennaio. Ed è sempre una sorpresa, mi sembra di catapultarmi di botto all’interno del set di Ritorno al futuro, dove i protagonisti, in sella alla DeLorean, compiono balzi temporali di trent’anni indietro o avanti; a Stoccolma la tecnologia ha trasformato il panorama, non solo quello visivo: i trasporti sono sempre in orario, le informazioni su di essi fornite in tempo reale, persino le panchine pubbliche sono dotate di un pannello che indica la tempistica delle loro manutenzioni. Mia mamma, ad esempio, vive in un appartamento in città, e non ha mai bisogno di uscire, poiché qualsiasi cosa le viene consegnata a casa, abbigliamento, fiori, la spesa: riflettendo a fondo su questo aspetto, dalle ultime volte che sono tornata ho avuto modo di rendermi conto che per ben due settimane non avevo avuto bisogno di parlare con nessuno. Ed è stato terribile, alienante. Vivere in Sardegna non è semplice, ma non farei mai a cambio, nonostante il contesto difficile, le buche nelle strade e le temperature a volte insostenibili, per una donna del Nord come me».

Antonio Conigiu

Antonio Conigiu. La perennità sulla pelle

di Alessandra Secci.

Si fa presto a chiamarlo tatuatore.
La passione che muove Antonio Conigiu, villagrandese doc di stanza ad Ardea, è così recondita che non si può che parlare di arte. È l’arte, infatti, ad animarlo, ben prima di diplomarsi come geometra, alla fine degli Anni Ottanta, a Nettuno: l’evoluzione della professione è stata pazzesca, nonostante ancora oggi resistano, dopo tanto tempo, sacche pregiudiziali difficili da estirpare. Ma il percorso di quest’arte – così affascinante eppure bistrattata, incompresa –, della sua “emancipazione” sociale, e quello personale e professionale di Antonio, si intrecciano inesorabilmente.

Pioneristica.

«Mi dedico all’arte a 360° sin da ragazzino – racconta – la pittura ad olio, che di recente ho messo da parte, mi affascina da anni, ma preferisco tenere questa e la mia attività lavorativa separate, pur essendo due forme d’arte. È stato difficile perseverare nel proposito di continuare su questa strada, sono partito verso il continente nel 1987, subito dopo il servizio militare; a Tortolì ho collaborato, quasi “a bottega” da Claudio Zaini, milanese trapiantato in Ogliastra. Nel 1995 ho aperto lo studio a Tor San Lorenzo, con milioni di difficoltà, a partire da quelle di carattere tecnico: l’attrezzatura era ridotta all’osso, gli aghi erano sfusi, andavano saldati, controllati e sterilizzati. Spesso le domeniche erano interamente dedicate a questo passaggio, rognosissimo, che però mi consentiva di stare tranquillo durante tutta la settimana; anche le macchinette e i pigmenti erano “autoprodotti”, pure perché non vi era una rete di distribuzione come quella odierna. La Svolta del ’98, come la chiamo io – (con l’avvento cioè delle circolari ministeriali del 5 febbraio e del 16 luglio, nelle quali si chiarirono per la prima volta le linee guida da tenere per eseguire i tatuaggi e i piercing in condizioni di sicurezza, ndr) – ha dotato la categoria di un minimo di inquadramento, collocandoci negli artigiani, garantito la tutela di cui avevamo bisogno e dato finalmente quella dignità professionale che è sempre mancata. Anche se è questo è il risvolto felice della storia».

Il lato romantico.

«Il rovescio della medaglia – prosegue – è l’eccessivo sdoganamento che la professione ha subìto. Se da un lato, infatti, quella certa aurea pregiudiziale che avvolgeva anche noi operatori – spesso messi alla stessa stregua dei delinquenti nostri committenti, gli unici che potevano permettersi (economicamente ma non solo) il tatuaggio – è progressivamente svanita, lasciando fortunatamente spazio, come detto poc’anzi, alla rivalutazione morale della professione e a un dignitoso incasellamento lavorativo, dall’altro, in breve, si è assistito all’inesorabile perdita di quella magia, quel misticismo da cui il tatuaggio e l’atto del tatuare erano composti. All’attività si avvicinavano sempre più persone, ma con poca dimestichezza e ancora meno passione: la Regione Lazio istituì persino dei corsi di brevissima durata (90 ore) in cui si impartivano i primi rudimenti della professione, ma è chiaro che un lasso di tempo così risicato non può competere in un settore nel quale l’esperienza pluriennale è ciò che fa la differenza, ed è anche raro che si presenti la possibilità di andare a bottega, cioè di poter imparare pazientemente il mestiere presso altre realtà. Altra nota dolente, sul versante della rappresentazione pura: inorridisco nel vedere strafalcioni su pelle, che non tengono conto della giusta composizione e dinamicità che un lavoro deve avere. Rappresentare, ad esempio, una peonia e un crisantemo insieme, in una struttura narrativa che segue l’andamento ciclico del tempo e delle stagioni, significa snaturare il tutto, e questo non è mai un bene. E Internet, da questo punto di vista, non è certamente stato d’aiuto, anzi: quei codici di cui sopra sono stati travisati, mescolati, confusi. E si è praticamente perduta l’essenza di un’arte antica (in Giappone e altri contesti è una tradizione plurisecolare) che invece merita maggiore attenzione e serietà di esecuzione».

Ragione e pentimento.

«Qualunque esse siano, le immagini rappresentate – prosegue Antonio – rivestono un’importanza fondamentale anche per il loro carattere peculiare: la loro perennità. Un quadro, una tela, un muro bianco sono reversibili, l’epidermide no. Io stesso possiedo ancora traccia dei miei primi tatuaggi, orrendi, malfatti, scoloriti: ma sono io, è la mia storia, e anche se li includo in altri più grandi e marcati, restano, a ricordarmi chi sono. In tanti propendono per la cancellazione con diverse tecniche, tra cui il laser: anche questa, una diretta conseguenza di quelle leggerezza e scarsità di contenuti a cui si faceva cenno. Così all’eternità si innesta (e a volte si sostituisce) la temporaneità. Ed è un peccato: il tatuaggio non è per i pentiti».

Seulo

Un buon caffè sotto la Mole con Alessandra e Gabriele

di Elisabetta Cadeddu.

Se c’è scritto “Caffè Sardegna”, è sicuramente quello di Alessandra e Gabriele. Da Seulo con amore

Non è semplice lasciare la propria famiglia per andare a cercare un futuro migliore, ma Alessandra Agus penultima di sette figli, sa bene cosa significhi. Lascia la sua casa di Seulo nel 2000, poco più che maggiorenne, per raggiungere una delle sorelle più grandi a Cagliari, iniziando così a costruire sogni e progetti lontano dal caldo e sicuro nido familiare.

Lavoratrice instancabile, nello stesso anno incontra Gianluigi. Dall’amore dei due genitori, presto arrivano Sara e Daniele. Ma, come tutte le storie d’amore, un capitolo triste si apre e Alessandra, non ancora trentenne, in una fredda giornata del febbraio 2010, perde il suo sposo a seguito di un incidente motociclistico. Tenace e caparbia come tutte le donne – e come tutte le donne sarde –, supera lo shock iniziale. Il cuore è a pezzi, ma decide di tornare tra i suoi monti e riprendere da qui la sua vita; trova occupazione presso la casa di un anziano e, con l’amore che da sempre la contraddistingue, si dedica alle sue cure. Anche Sara e Daniele si immergono nella vita seulese e subito si iscrivono al catechismo esprimendo il desiderio di entrare nell’ACR.

Il tempo passa e Alessandra matura nel suo cuore un desiderio di nuova rinascita, di un futuro migliore per sé e per i suoi bambini. Grazie a Gabriele, un caro amico di gioventù, a febbraio del 2014 trova un impiego e, affidando i bambini alle cure di sua madre e delle sue sorelle, prepara la valigia: destinazione Torino. I piccoli, però, non possono né vogliono stare lontano dalla loro mamma. Così, nel giro di poco tempo la famiglia è nuovamente riunita all’ombra della Mole Antonelliana.

L’amicizia con Gabriele presto si trasforma in amore e a ottobre i due diventano marito e moglie. Nel 2016 Alessandra prende da sola in gestione il Circolo dei Sardi dove, quando può le da una mano suo marito. Trascorrono tre anni e i due si rendono conto che vogliono qualcosa di più, qualcosa che sia tutta loro. Nel gennaio 2020 acquistano un bar a Torino la cui inaugurazione avrà luogo il 24 febbraio. Ma un’altra nuvola arriva a oscurare il cammino di Alessandra: il Covid19. Il 5 marzo, lei e Gabriele, come la maggior parte dei proprietari di attività analoghe e come tutta l’Italia, si fermano, costretti ad abbassare le serrande a causa del lockdown, e con bollette e mutui comunque da pagare.

Stavolta, però, non è sola: l’amore di suo marito e dei suoi bambini alimenta la fiamma della speranza e, non senza pochi sacrifici, tengono duro fino alla prima parziale riapertura di maggio, prima con il servizio d’asporto per poi tornare pian piano alla normalità, situazione che a tutt’oggi non si può dire certo di aver riacquistato. «Che dire – sostiene l’imprenditrice di Seulo – la vita è così, bisogna farsi coraggio e cercare sempre la luce anche dove luce non c’è, riprendere a sorridere anche quando tutto sembra perduto perché niente è perduto se c’è l’amore».

Come a dire – e questo è il suo grande insegnamento – che in ogni cielo passeranno le nuvole a oscurare il sole, ma se sotto soffia il vento dell’amore, ogni nuvola potrà essere spazzata via e il sole potrà brillare ancora sulla vite di ciascuno.

Meleto

Nicola Monni e la passione del biologico

di Debora Asoni.

Arzana. Alle pendici del monte Idolo un meleto biologico nato durante la pandemia. A realizzarlo, Nicola Monni, imprenditore agricolo, classe 1993.

Ragazzo dalle idee chiare Nicola Monni, ventotto anni, arzanese. Dopo il diploma, il lavoro nel settore edile come da tradizione familiare e il desiderio di creare qualcosa di innovativo che abbia a che fare con la terra delle sue origini.
L’occasione si presenta sotto forma di chiacchierata con un amico che gli parla delle colture biologiche. Da lì la decisione di effettuare i corsi e conseguire gli attestati per ottenere la declaratoria di imprenditore agricolo professionale (I.A.P.), la ricerca del terreno e la trafila burocratica per accedere ai finanziamenti regionali destinati ai nuovi insediamenti agricoli.
L’anno scorso, durante la chiusura dovuta alla pandemia, Nicola procedeva finalmente alla costituzione del meleto: un impianto agricolo composto da oltre un migliaio di piante, disteso su una superficie di circa un ettaro nella collina di San Giovanni che dai piedi dell’abitato guarda direttamente al mare della costa orientale.

Mele completamente biologiche: dalla Golden alla Fuxi, alla Royal Gala, Red delicious e Granny Smith a cui si dedica a tempo pieno con cura e dedizione in modo da ridurre ancora di più i trattamenti da eseguire e preservare il frutto, mantenendolo il più naturale possibile.

La passione per l’agricoltura nel corso di quest’anno è cresciuta, tanto che per Nicola l’attività è diventata a tempo pieno. Il lavoro nel settore agricolo è fatto di cicli con diversa intensità di impegno: fasi molto impegnative subito prima della raccolta e durante la raccolta stessa si alternano a periodi morti, fatti di attesa e rispetto della terra. L’impianto è, adesso, in produzione e lui ha potuto lasciare definitivamente il precedente lavoro, non escludendo di potersi dedicare ad altre colture frutticole nel prossimo futuro.
Le coltivazioni agricole, anche quelle biologiche, hanno bisogno di numerosissimi trattamenti atti a proteggere il frutto dai parassiti che possono danneggiarlo, ma fortunatamente il clima mediterraneo tipico delle nostre terre insieme all’ottima esposizione solare, i venti e la salubrità dell’aria, proteggono essi stessi le coltivazioni, facendo in modo che i trattamenti siano ridotti al minimo – solo qualcuno per la precisione – mentre in altre zone della nostra penisola, come ad esempio al nord Italia, seppure rinomato per le produzioni di mele, il clima meno generoso impone un carico di lavoro maggiore per gli agricoltori e un sacrificio ulteriore per le piante che vengono costantemente sottoposte a processi di protezione. Ciò significa che le mele coltivate nei nostri territori presentano proprietà organolettiche e una qualità ancora maggiori.

Mi racconta che è stato bello potersi interfacciare con aziende e agenti economici del settore, anche di altre regioni, contribuire alla produzione e alla distribuzione del bene e quindi introdursi nella filiera agroalimentare come nuovo giovane attore: «Il piacere di dedicarsi a questo settore – afferma – supera la fatica dei numerosi controlli a cui sono sottoposte le colture biologiche, i cui prodotti devono avere uno standard molto elevato di qualità».

Ma non nasconde anche le difficoltà: «Non è facile inserire il proprio prodotto nel mercato locale a causa della forte concorrenza dei prodotti di importazione che invadono il mercato nostrano. Se vi fossero più produzioni locali la concorrenza verrebbe facilmente superata. Ma i giovani sardi hanno maggiori difficoltà a mettersi in proprio in tutti i settori, anche in quello agricolo, a causa di uno svantaggio economico di partenza dovuto alla mancanza di capitale, per cui è necessario riferirsi alla famiglia per trovare un supporto economico di avvio della iniziativa». D’altra parte, le misure pubbliche a sostegno delle intraprese economiche danno un aiuto non immediato e richiedono l’equity, ossia una percentuale di mezzi finanziari propri.

Le nuove generazioni del nostro territorio sono spesso costrette ad abbandonare la loro terra in cerca di lavoro e di prospettive migliori per il futuro. Mi suscita grande dispiacere pensare che questo enorme capitale umano, ricco di progetti e di aspettative, debba andarsene definitivamente, vivere altrove, per non tornare più nella propria terra natia. L’impoverimento giovanile è il grande male dei nostri paesi. Per tali motivi è necessario promuovere degli interventi e dei sussidi più mirati ai bisogni dei ragazzi.

Della storia di Nicola mi ha colpito il desiderio di fare imprenditoria agricola con gli standard moderni della green economy, in cui oltre al profitto economico della produzione, si prende in considerazione l’impatto ambientale.
Un esempio virtuoso per tanti altri ragazzi alla ricerca di una occupazione, spesso offuscati dal mito del posto fisso. Una storia capace di dimostrare come si possa dare vita a una economia positiva, rispettosa dell’ambiente e capace di fare la differenza.

Le Nazioni Unite identificano nell’economia verde un sistema produttivo in grado di produrre benessere individuale ed equità sociale nel completo rispetto dell’ambiente circostante. Infatti tra gli obbiettivi principali dell’economia verde si individuano la riduzione di emissioni di CO2 e gas serra, principali responsabili di inquinamento e cambiamenti atmosferici, l’utilizzo consapevole delle risorse naturali, evitando lo sfruttamento eccessivo di fonti non rinnovabili e impiegando in misura maggiore quelle rinnovabili, la riduzione del materiale di scarto e dei rifiuti nei processi produttivi, con particolare attenzione al riciclo e al riutilizzo, la prevenzione della perdita di biodiversità e degli ecosistemi naturali e la maggiore inclusività dal punto di vista sociale.
Creare ricchezza salvaguardando l’ambiente è una sfida importante, per questo è fondamentale che settore pubblico e privato uniscano le forze pianificando azioni e politiche mirate al fine di raggiungere l’obbiettivo.

Antonio Tosciri

Antonio Tosciri, barbiere classe 1995

di Michela Tuligi.
Lungo la Via Orientale Sarda, al civico n. 140, in un settembre baunese ancora popolato dai turisti, spunta una nuova insegna: Tonsor 480.
480 come l’altitudine in cui ci troviamo. È la piccola bottega di Antonio Tosciri, barbiere classe 1995.
Tornano a popolarsi le vie di Baunei, traccia di una comunità che cresce con fiduciosa speranza verso il domani.
Il volto di Antonio parla assieme alle parole, parlano gli occhi quando racconta la storia di questo mestiere. Dapprima solo una passione la sua, un passatempo che coinvolgeva amici e familiari ben disposti a fare da cavie per i primi tagli. Sono proprio loro, gli affetti, le persone alle quali va il suo principale grazie, loro che sempre lo hanno incoraggiato e spronato. Quella stessa passione, praticata per anni da autodidatta, si è poi trasformata pian piano in mestiere, fino ad arrivare al diploma in accademia nel 2017. Qui la creatività si è finalmente unita alla tecnica, aggiungendo nuove competenze capaci di realizzare forme, tagli e lavori che fino ad allora stavano solo nella sua mente. Poi l’esperienza fuori dalla Sardegna, a Milano, a inseguire un sogno nella città simbolo del fashion e del design, con il cuore sempre rivolto a casa e il progetto di riportare qui le ispirazioni metropolitane.
Fino ad arrivare alla scelta di aprire bottega a Baunei: tornare e rimanere dove tutto ha avuto inizio. Gli chiedo del coraggio, quello che ci vuole per restare.
Perché vivere in un paese come Baunei è forse per certi versi complicato, è un continuo voler fuggire e fermarsi, è odio misto ad amore per questi luoghi, sempre. Per Antonio casa ha avuto sempre e solo un nome: Baunei. Non è solo una questione di radici, la sua, è consapevolezza della fortuna che ha avuto nel nascere in questo piccolo pezzetto di mondo, ad aver come amici i propri compagni di asilo, gli stessi di sempre, quelli dei primi esperimenti con le forbici, le cavie degli esordi, quelli che da sempre fanno il tifo per lui.
Ammette che forse un pizzico di coraggio ci vuole comunque, perché aprire un’attività propria è un sogno ambizioso, soprattutto in tempo di Covid, soprattutto in un settore come questo che ha sicuramente subito l’impatto negativo portato dalla pandemia. Ci ricordiamo tutti i periodi di chiusura del 2020 e i tagli fai da te che vedevamo per strada.
Ma è proprio in questo periodo decisamente sfortunato che sono iniziati i lavori che lo hanno portato a Tonsor 480.
Le difficoltà sono state tante e non nega ci sia voluto impegno, ma il lavoro duro ripaga sempre, e la soddisfazione nel veder realizzato quello che qualche anno prima era solo un sogno è sicuramente la giusta ricompensa.
Ci sono voluti mesi di preparativi, il supporto di familiari e amici, ma ogni metro quadro, ogni arredo, ogni oggetto che vedete posizionato qui dentro, lo rende orgoglioso del risultato raggiunto frutto di impegno e passione.
La crescita che Baunei ha avuto negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, lo testimoniano le numerose serrande che piano piano riprendono a sollevarsi lungo la via Orientale Sarda, serrande che per lungo tempo, troppo, sono rimaste chiuse.
Antonio è felice di prendere parte a questa rinascita e di dare il suo piccolo, personale contributo alla ripresa del centro storico.
Investire e credere nel proprio paese è per lui l’unico modo per difendere l’economia locale, quella vera, che produce reddito e lavoro vero, fiducia nel futuro e nella possibilità di poterselo costruire nell’unico posto che sempre chiamerà casa. E quando ad Antonio si chiede di parlare dei giovani e dei loro sogni racchiusi dentro un cassetto a prendere polvere, il suo consiglio è semplicemente quello di buttarsi, o almeno provare a farlo.
Perché è solo mettendosi in gioco che si ha la possibilità di raggiungere i propri obiettivi.
La sua ricetta è semplice: serve una buona dose di coraggio, voglia di lavorare e tanta buona volontà. Serve l’anima e il cuore, quello che si mette in un nuovo progetto da realizzare. E mentre mi trovo qui, al civico 140 basta uno sguardo per capire che la cura del dettaglio Antonio la dedica a tutto quello che fa, traspare in ogni singolo oggetto perfettamente disposto dentro queste mura, nello sguardo soddisfatto di un cliente che varca la porta.
Non ero presente all’inaugurazione di Tonsor 480, ma la felicità stampata sopra il volto di Antonio riesco a immaginarla lo stesso, qui tutto profuma d’amore e attenzione, per il proprio lavoro, per la propria terra, per un sogno che prende forma.
La stessa cura che si riserva alle cose belle e buone e che mi fa sperare che a salvarci saranno proprio loro, i giovani di questo paese. Perché i paesi come Baunei hanno bisogno esattamente di ragazzi come loro. Del loro amore per questi luoghi, della loro testardaggine nel voler continuare ad abitarli. Sono loro il futuro della nostra terra, occhi nuovi e forse un po’ avventati, ma capaci ancora di guardare lontano.
Bravo Antonio! Vado via pensando che vorrei farlo anche io, non il barbiere a Baunei, nemmeno il giovane o l’imprenditore, ma avere semplicemente coraggio e inseguire i sogni.