In breve:

Fatti

Santa Sofia

Sofia, mamma amorosa dei terteniesi

di Gabriella Loi.
Credo sia impossibile trovare a Tertenia un adulto o un bambino che non conosca a memoria questi versi: “Santa Sofia amorosa, mamma de tres fizas santas, a sas fizas totu cantas, accansa gloria diciosa”.
Appartengono a is gocius scritti dal canonico Pietro Casu dedicati a Sofia, la Santa martire romana vissuta nel secondo secolo e tanto cara ai terteniesi. Ogni anno l’1, il 2 e il 3 settembre si rinnovano le celebrazioni in suo onore. Due comitati si occupano di organizzare al meglio i festeggiamenti. Uno formato da quarantenni e ventitreenni e un altro nominato dai componenti di quello uscente. Il secondo comitato, formato esclusivamente da persone di sesso maschile, si occupa unicamente della serata dedicata alla poesia estemporanea. In questi tre giorni il paese si anima di gente proveniente dai paesi vicini e dai vacanzieri ancora presenti nella suggestiva marina di Sarrala. Per la gioia dei più piccoli arriva il Luna Park itinerante che si ferma, a volte, anche più di una settimana.
È ancora in uso per l’occasione, cosi come per altre feste importanti, preparare piatti tipici. Dolci e pani pintau da offrire ad amici e conoscenti. Particolarmente graditi dagli ospiti sono culurgionis e cocoi de patata che non mancano mai nel pranzo della festa.
Il giorno della vigilia il simulacro di Santa Sofia lascia la chiesa parrocchiale e in processione raggiunge la chiesa campestre che sorge sul monte Giuilea in località Bidda e Susu. L’edificio, costruito in stile molto semplice, si è conservato fino ai giorni nostri in ottimo stato. Scendendo per alcune decine di metri una ripida strada, a sinistra della chiesa si trova sa Funtana de Santa Sufia, una sorgente da cui sgorga un’acqua freschissima alla quale, in passato, si attribuivano speciali poteri curativi.
Il pomeriggio seguente, dopo la celebrazione della Santa Messa, la Santa fa rientro in parrocchia, accompagnata come il giorno precedente da numerosi fedeli e dall’immancabile suono delle launeddas, is bisonas, così gli anziani chiamano l’antico strumento musicale.
La sera del terzo giorno viene celebrata, nel tardo pomeriggio, la Messa solenne seguita dalla processione per le vie del paese. Nel 2019 la processione si è svolta con un importante cambiamento: dopo più di 60 anni dalla sospensione, è stata ripristinata un’antica tradizione che coinvolgeva gli abitanti di Gairo. Il simulacro della Santa, infatti, è stato portato in spalla da alcuni membri del gruppo folk del paese montano.
Ad aprire il corteo sacro numerosi cavalieri del paese e anche dei centri vicini. Sono presenti diversi gruppi folkloristici, compreso quello di Tertenia che nel lontano 1977, al momento della fondazione, scelse di chiamarsi con il nome della martire. Un gran numero di fedeli prende parte al corteo, tra loro tanti gli emigrati che affrontano spesso lunghi viaggi per far rientro al paese e assistere alla festa.
La via principale si anima di tanti venditori, bancarelle traboccanti di torroni, dolciumi, prodotti di artigianato sardo. Abili mani si occupano di abbellire il percorso processionale con vasi di fiori, rami di palme, nastri colorati. Le donne espongono alle finestre i pezzi più belli del proprio corredo: tappeti, tovaglie e lenzuola ricamate a mano. Soprattutto nel centro storico, sovente effettuano un ulteriore atto di omaggio a Sofia, preparando sa ramadura: ricoprono la strada con petali di rosa, rami di menta selvatica e alloro che sprigionano tutto il loro intenso e gradevole profumo.
Rientrati nella chiesa Parrocchiale, in un’atmosfera di grande commozione, si prega con is gocius al suono delle launeddas. Il canto di queste preghiere devozionali segna la fine dei festeggiamenti religiosi.
La sera è tutta per i momenti di convivialità, tra fuochi d’artificio e intrattenimento nei diversi rioni del paese. In piazza Funtanedda, cuore del centro storico, per gli amanti della poesia sarda estemporanea, si esibiscono i più bravi cantadoris de ottava dell’isola. Nella piazza dell’ex scuola materna, invece, per i più giovani e non, si ascolta musica contemporanea.
A causa della pandemia, per il secondo anno consecutivo, in rispetto alle norme anti-Covid tutte le manifestazioni pubbliche sono state sospese e con loro anche il canto de is gocius.
Ma questa strofa basterà soltanto sussurrarla perché la tanto amata Sofia veda le suppliche custodite nei cuori dei suoi fedeli e interceda per loro: “O Sofia nos curvamus a tie, tottu in ammiru, cun isperu e cun regiru sas grassias ti dimandamus e cantu nezessitamus accansa nos amorosa”.

Leggi l’articolo integrale sul numero di Settembre de L’Ogliastra

Autunno - scuola

Autunno: bilanci e riflessioni

di Angelo Sette.
Torna settembre e sarà autunno: ancora una stagione senza connotati né confini, alterata nel ciclo naturale dal violento sfruttamento del territorio, complici le nostre condotte quotidiane di spreco e di incuria.
Torna ora nel tempo, difficile e opportuno, del confronto riparatore con i lasciti di dolore, povertà e ferite della lunga pandemia: tra incertezze e speranze, paure e attese, solidarietà e ribellione.
Si attende un autunno di riscatto economico e, soprattutto, morale e comunitario: operoso nella sistemazione delle macerie e attivo nel recupero di attività, luoghi e frequentazioni, troppo a lungo mortificati, specialmente in ambito formativo e scolastico, le vittime più silenziose e sacrificate della pandemia e della sua gestione, come testimoniato dall’incremento tra i giovani di disagi psicologici, disadattamento sociale e impoverimento cognitivo.
Sarà un settembre di bilanci e di programmi, di riflessioni e di conversioni: affiora l’urgenza di un rafforzamento del legame tra bisogni e libertà individuali ed esigenze e diritti comunitari, e risulta improcrastinabile trovare un equilibrio sostenibile tra uomo e natura, nella consapevolezza del comune destino di salvezza o distruzione.
A settembre riapre la scuola; si dovrà garantire a tutti i costi la presenza in classe per assicurare ai ragazzi quel luogo speciale di relazioni, di conoscenze e di trasformazioni necessarie per la crescita, il benessere e l’adattamento. Il piccolo che abbandona la sicurezza della casa per la scuola materna, il bambino che affronta le prime vere fatiche nella scuola elementare e il ragazzo che si avventura in contesti relazionali e comunicativi sempre più impegnativi e rischiosi, stanno misurando se stessi col mondo per la conquista di un proprio spazio e di una laboriosa e difficile identità. In ambienti, fisici e mentali, capaci di imporre vincoli o offrire possibilità, e soprattutto di assicurare incontri con l’altro, estraneo e diverso, quale termine di confronto nella ricerca di sé. A partire dalla propria eredità, biologica e culturale, marchio intimo dell’unicità di ogni persona, nella sua inconfondibile storia e appartenenza.
Dunque settembre è tempo di futuro. Un futuro possibile solo se condiviso e solidale, da costruire e insegnare, nella fede di possedere collettivamente oggetti, tempo e risorse per essere sostenitori di speranza.
I genitori, solleciti o affaticati, accudenti o trascurati, sono parte attiva di tali vicissitudini, perché sempre fondamentali, significativi e decisivi. E, nella mente dei figli, sempre presenti e coinvolti, nell’obbligato dialogo con essi sul terreno dei bisogni profondi, e ambivalenti, di protezione/autonomia, dipendenza/libertà, stabilità /nomadismo.
Servirà l’esercizio di una genitorialità adulta, salda nel ruolo e aperta alla collaborazione con la scuola, snodo indispensabile di un’educazione integrale, umana ed ecologica, che sappia promuovere valori, conoscenze e regole, generando altresì autostima, creatività e futuro.

LOGO ASSISI

Verso Assisi. Il messaggio dei Vescovi sardi

Fratelli e Sorelle,

con grande gioia vi annunciamo che il 3-4 ottobre prossimo la Sardegna avrà l’onore per la quinta volta di offrire l’olio – secondo una tradizione che si ripete ormai da 82 anni – per alimentare la lampada che arde perennemente ad Assisi dinanzi alla tomba del Patrono d’Italia. L’evento racchiude in sé molteplici significati religiosi, sociali, storici e culturali e vuole stimolare la significativa partecipazione delle nostre comunità insieme all’impegno della Conferenza Episcopale Sarda, la Regione Sardegna e l’ANCI Sardegna.

La Sardegna, secondo alcune testimonianze, ha accolto la presenza dei figli di san Francesco quando il Poverello era ancora in vita, ospitando all’inizio piccole fraternità francescane che rapidamente hanno diffuso nell’isola la spiritualità del Santo di Assisi, suscitando testimonianze di santità che hanno coinvolto religiosi e laici. La santità semplice e umile, vicina alla gente di sant’Ignazio da Laconi, continuata poi nel beato Fra Nicola da Gesturi; la presenza caritatevole di san Salvatore da Horta e la testimonianza martiriale del beato Francesco Zirano, solo per citarne alcuni. A essi si aggiungono le Clarisse, che hanno seguito e seguono l’esempio di santa Chiara di Assisi, la pianticella del Padre Francesco, come ella amava definirsi, e di tanti laici e laiche, fra cui la beata Edvige Carboni, che hanno vissuto e vivono la loro vita cristiana attingendo dalla spiritualità dell’Ordine Francescano Secolare.

Nonostante la distanza storica che ci separa da san Francesco, egli è ancora un santo attuale, un modello di riferimento a cui guardare oggi, come ci ha ricordato più volte Papa Francesco. Attraverso di lui la persona di Gesù ha ripreso vita, come nel suo tempo «ha risuscitato Cristo nel cuore di molti che lo avevano dimenticato» (cfr. FF 470). I grandi temi che occupano la riflessione attuale – dalla cura della casa comune e il rispetto della creazione, all’attenzione ai poveri e alle persone bisognose di cure; da un’economia sostenibile e inclusiva al dialogo con altre religioni impostato sul rispetto e la fratellanza – sono ispirati dalla vita e dalle parole del Poverello di Assisi, senza dimenticare che abbiamo bisogno di ricominciare, col suo aiuto di Patrono, ad amare, ascoltare, onorare, adorare e cantare Dio, vedendolo e servendolo in ogni persona “cun grande umilitate”.

I mesi che ci separano dall’appuntamento di ottobre possono essere per le nostre Chiese un’opportunità di incontro con il Santo di Assisi, occasione di preghiera, riflessione e approfondimento di uno stile di vita che ci viene richiesto non solo dal vangelo ma dalla necessità di affrontare con consapevolezza e scelte coerenti la storia che stiamo vivendo.

L’impegno a offrire il buon olio della nostra terra per alimentare la lampada votiva, sia segno di una preghiera costante a san Francesco, che intercede per noi presso il Signore Gesù, ma anche dell’impegno a rendere sempre visibile e irradiante la nostra fede. Per questo invitiamo tutti a valorizzare il cammino che le Chiese diocesane organizzeranno in preparazione agli appuntamenti del 3-4 ottobre 2021 ad Assisi.

Come Vescovi della Sardegna salutiamo la gente di Assisi, il vescovo, il sindaco, il popolo e le autorità tutte, i frati, le clarisse, il clero, i religiosi e le religiose, i pellegrini e li ringraziamo dell’opportunità che ci è donata.

In questo tempo segnato dalla sofferenza e dalla preoccupazione originata dalla pandemia, chiediamo l’intercessione di san Francesco per avere uno sguardo di fiducia nel futuro e un’attenzione di carità tra noi:

Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
per non spegnere la speranza, ma scrutare il cammino
che si apre a nuove prospettive attingendo
dall’insegnamento di questo tempo difficile.
Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
per lodare e ringraziare il Signore per il dono della vita,
liberandoci dagli idoli del potere e del benessere
a tutti i costi.
Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
per vedere con occhi nuovi l’esistenza
vissuta in fraternità, nella condivisione e nel perdono,
nell’accoglienza e nel dialogo rispettoso verso tutti.
Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
Per imparare a rispettare e amare la natura,
renderci responsabili della casa comune
e rendere grazie a Dio “cum tucte le sue creature”.

A tutti voi, donne e uomini della nostra terra di Sardegna, il saluto francescano:
Il Signore vi dia pace!

ANTONELLO MURA, vescovo di Nuoro e di Lanusei, Presidente
GIUSEPPE BATURI, arcivescovo di Cagliari
GIAN FRANCO SABA, arcivescovo di Sassari
ROBERTO CARBONI, OFMConv, arcivescovo di Oristano e amministratore di Ales – Terralba
SEBASTIANO SANGUINETTI, vescovo di Tempio – Ampurias
MAURO MARIA MORFINO, SDB, vescovo di Alghero – Bosa
GIOVANNI PAOLO ZEDDA, vescovo di Iglesias
CORRADO MELIS, vescovo di Ozieri, Segretario

PREGHIERA DI SAN FRANCESCO DINANZI AL CROCIFISSO
O alto e glorioso Dio,
illumina le tenebre del cuore mio.
Dammi una fede retta, speranza certa,
carità perfetta e umiltà profonda.
Dammi, Signore, senno e discernimento
per compiere la tua vera e santa volontà.

Mammato

Padre per sempre

di Augusta Cabras.

Mario Mammato, è padre di tre figli: Alfonso Maria, Chiara Elena e Riccardo. Nel 2012, Chiara Elena, dopo una malattia, muore a soli 12 anni. È l’esperienza dolorosa di un padre che in Dio, con la preghiera, trova forza e consolazione.

La lingua italiana è ricchissima di parole, espressioni, suoni. Pare che consti di 270.000 unità lessicali, i lessemi appunto, le parole. E parole sono anche le varie forme che i lessemi prendono una volta flessi per genere, numero, tempi verbali. In totale la lingua italiana dispone di circa 2 milioni di parole dicibili e scrivibili. Quante poi ne usiamo noi effettivamente, è un’altra storia.

C’è una parola per descrivere ogni elemento della natura, anche quella più piccola e invisibile, dal micro al macro; per delineare sfumature di sentimento e colore, carattere e circostanza. Ma in mezzo a questi due milioni di parole ne manca una. E la sua assenza spiega forse l’insostenibile, l’inenarrabile, l’abisso più profondo in cui una persona viene scaraventata. È il dolore per la perdita di un figlio o di una figlia.

Nella nostra lingua, così come in altre (non in tutte), una parola che indichi questa esperienza non c’è. Perché non ci sono parole, e se ci sono forse, possono capirle solo le persone che ne condividono la portata. Mario Mammato è padre di tre figli: Alfonso Maria, Chiara Elena e Riccardo. Nel 2012 Chiara Elena muore dopo una malattia sostenuta con grande coraggio e fede, per una bambina che ha poco più di 10 anni. Raccontare la storia di Chiara, per papà Mario, è difficilissimo. Il ricordo si bagna di lacrime che scendono senza sosta, la voce si spezza continuamente, le parole non sono sufficienti perché sopravvivere alla morte di un figlio è l’esperienza più dura a cui un genitore può essere chiamato. «In mezzo a tanto dolore – ricorda – siamo stati sostenuti da tutta la comunità ogliastrina, dalla Chiesa, dalle associazioni, dai sindacati, dalle scuole. Tutti insieme per Chiara. Da soli sarebbe stato impossibile reggere così tanta sofferenza. Anche mia moglie Maria Stella è andata via, a causa di una malattia, tre anni dopo Chiara. Siamo rimasti in tre e non è semplice. Mi salva Dio, la mia fede che nel tempo si è rafforzata, la preghiera costante, i miei figli, la mia famiglia, i ricordi belli vissuti con Chiara e Maria Stella, alcuni segni speciali e la certezza che loro ci siano ancora e che ci rincontreremo là dove comprenderemo i disegni di Dio, ora imperscrutabili».

Chiara, ricorda Mario, era una bambina serena e allegra. Nella sua parrocchia faceva parte del gruppo dei ministranti e con gioia viveva la sua esperienza di fede. «Ricordo quando eravamo ospiti delle suore domenicane a Roma. Chiara era nel letto dell’ospedale. Mentre guardava dalla finestra il verde del giardino bellissimo, spontaneamente disse: «Vieni, vieni mio Gesù, in possesso del mio cuore, tu sei fiamma, tu sei amore, io vivo solo per Te». Una preghiera bellissima, straordinaria, sulle labbra di una bambina con un grande desiderio di vita, impegnata nella lotta contro la malattia, ma completamente affidata a Cristo. «Mi chiedo sempre se sono stato e se sono un buon padre», dice Mario. È la domanda che assilla i genitori nel desiderio costante che i figli siano felici. È l’amore che la suscita. E anche quando la morte porta via i nostri cari, l’amore donato e l’amore ricevuto, permette di sostenerne il peso. Anche quello della perdita di una figlia. Perché nell’amore si è padri per sempre.

 

COSMA E DAMIANO

Seulo, a fine estate il tributo di fede ai Santi Cosma e Damiano

di Elisabetta Cadeddu.
Per i tanti devoti che a Seulo festeggiano con fede ed emozione i Santi Cosma e Damiano, due sono gli appuntamenti principali: la terza domenica di maggio (in cui l’organizzazione è affidata agli abitanti del rione basso del paese dove, un tempo, passava la processione) e l’ultima settimana di settembre (che vede la più ampia partecipazione non solo di fedeli seulesi, ma anche di quelli provenienti dai centri limitrofi)

La ricorrenza, celebrata in concomitanza con la fine dell’estate, richiama al paese natio i seulesi sparsi ovunque, a motivo della forte devozione nei confronti dei Santi medici. Attualmente la festa religiosa si svolge nelle giornate di sabato e domenica: il sabato la Messa viene celebrata in Parrocchia, dove sono custodite le statue dei Santi (presumibilmente risalenti al 600); da qui ha poi inizio la processione verso la chiesetta campestre. I simulacri vengono portati in processione sul carro a buoi vestito a festa, percorrendo le strette vie del paese, preceduti da cavalieri, da numerosi gruppi folk provenienti da diverse zone della Sardegna, dagli stendardi portati dalle prioresse della Parrocchia e seguiti dal parroco, da autorità civili e militari e a da una consistente schiera di fedeli. Lungo il tragitto, oltre al fragore de is goettus, echeggiano nell’aria le note del rosario cantato a gran voce da tutti i devoti. La processione prosegue lungo la provinciale, in direzione Gadoni, fino all’incrocio in zona Barigau da dove, attraverso una stretta via di campagna, si giunge alla piccola chiesa. Qui, sono i cavalieri, i gruppi folkloristici e le prioresse che, disposti su due file, accolgono solennemente i Santi che rimarranno nel santuario a loro dedicato fino al giorno seguente. La domenica tutti i fedeli partecipano alla Messa conclusiva, seguita dalla processione di rientro in paese.

Caratteristiche non comuni ad altre realtà religiose sono lo scoppio de sa batteria (composta da numerosi petardi, legati tra loro a mo’ di mitraglia e fatti esplodere al momento della Consacrazione della Messa domenicale) e l’accensione di fuochi pirotecnici a cascata sul sagrato della Parrocchia, all’arrivo della processione del rientro.

La festa civile nelle serate del venerdì e del sabato è sempre animata da esibizioni musicali che richiamano tutti in piazza Parrocchia dove gli obrieri si prodigano nella preparazione di panini e patatine fritte. Tradizione vuole che ogni anno, nella serata della domenica, si rinnovi l’appuntamento con is cantadoris i quali, esibendosi nella piazza Genneria, richiamano i tanti appassionati della poesia sarda.

Gli anziani raccontano che, in passato, la festa religiosa aveva inizio il 27 settembre con i festeggiamenti in onore di Santu Cosumu (San Cosma), per proseguire il 28 con quelli in onore di San Damiano, mentre il 29 si feseteggiava San Michele. La festa, oggi come allora, veniva affidata agli obrieri che, in occasione delle nomine annuali (che tuttora avvengono il primo gennaio a opera del parroco), prendevano in carico il compito con grande devozione. Veniva celebrata nei giorni propri delle ricorrenze liturgiche dei Santi e non rimandata al fine settimana, come invece avviene oggi; cambiamento doveroso negli ultimi decenni per permettere agli emigrati seulesi di rientrare in paese.

La tradizione racconta che la mattina del 27 settembre una partecipata processione, accompagnata dalle confraternite della Madonna Addolorata e della Madonna del Rosario, partiva dalla Parrocchia con i Santi adornati a festa, presi a spalla dai giovani del paese che, quasi a gara tra loro, si alternavano lungo il tragitto. La processione – animata dal rosario cantato, alternato al canto de is Goccius – raggiungeva il rione basso del paese dove tanti fedeli, con la speranza di ottenere grazie e aiuto dai Santi, percorrevano in ginocchio la ripida discesa che conduce al rio Medau fino al ponticello per poi proseguire in piedi fino alla chiesetta. Qui aveva luogo la Santa Messa in onore di San Cosma e nel pomeriggio si faceva rientro in paese.

Nella giornata del 28 si festeggiava san Damiano: Messa celebrata in Parrocchia e processione, sempre molto partecipata, lungo le vie dell’abitato. Il 29 era tutto per San Michele e chiudeva le intense giornate di festa.

Anche la festa civile ha subito negli anni diversi cambiamenti e si svolgeva interamente in piazza Genneria. Tutti, all’epoca, portavano la sedia da casa per poter assistere allo spettacolo in piena tranquillità. Le serate risuonavano delle note dell’organetto abilmente suonato dai seulesi Efisinu Marci e Ninniccu Loddu (Marci Efisio e Loddo Antonio), che non si limitavano a eseguire i tradizionali balli sardi, ma coinvolgevano i presenti a suon di mazurca e valzer.

È ormai due anni che, a causa del Covid, non si respira l’aria della festa e la gioia dell’incontro con parenti e amici. Finora nel paese non sono state riscontrate positività al virus: mi piace pensare che i Santi medici stiano proteggendo i loro fedeli da una malattia così aggressiva e temibile.

La speranza è che presto riecheggino di nuovo le lodi del rosario cantato nelle vie del paese, tra quei muri di pietra, antichi custodi di un popolo devoto ai suoi Santi e che, tra il tuonare de is goettus nei cieli e lo scampanellio dei cavalieri, i pellegrini si dirigano ancora una volta verso la vallata del rio Medau, per rinnovare il voto nella chiesetta ora chiusa, che attende in silenzio il gioioso appuntamento di fine estate.

Arbatax

Polo industriale di Tortolì: milioni… di cose da fare

di Augusta Cabras.
«Il polo industriale di Tortolì, con la presenza di un porto e di un aeroporto, rappresenta il volano per lo sviluppo economico dell’intero territorio».
Quante volte abbiamo letto o sentito questa frase? Tante, tantissime, troppe. Dentro c’è certamente una prospettiva, ma c’è anche la consapevolezza che quella prospettiva sia rimasta tale per troppo tempo, con un basso livello di attuazione. Fossimo a scuola, sentiremmo la frase: ha buone capacità ma non si applica.

Al di là della retorica e delle frasi fatte, davvero questo territorio ha delle potenzialità per lo sviluppo, ma sono stati troppi, nel tempo, gli ostacoli, le battute d’arresto nei processi di crescita e nelle interlocuzioni tra gli enti poi concluse con un nulla di fatto.

Nel dettaglio questa porzione di territorio ogliastrino è caratterizzata dallo scalo marittimo, dall’aeroporto, dalle aree della ex Cartiera, dalle aree attualmente occupate dalla Saipem (in attesa di nuova concessione) ed è su questi elementi che si discute, si programma e si chiedono risorse. Alcuni passaggi importanti proprio in questo periodo si stanno effettuando anche in Consiglio Regionale: una mozione è stata sottoscritta da tutti i gruppi di minoranza, per risollevare la questione della riclassificazione del porto di Arbatax e dell’ingresso nell’Autorità di sistema portuale dei mari di Sardegna.

Tanto impegno, tempo e risorse anche economiche, sono state impegnate dalla stessa Regione Sardegna. Nell’ormai lontano 2012 con l’Assessorato ai Lavori Pubblici, la Ras impegna oltre 18 milioni per la riconversione delle aree dell’ex Cartiera, con 7,3 milioni e il potenziamento del porto di Arbatax con 11,5 milioni. La finalità di tutto il programma di opere è creare le migliori condizioni per agevolare nuovi insediamenti produttivi nell’area industriale portuale e migliorare le infrastrutture esistenti nell’area consortile di cui l’ex cartiera costituisce parte sostanziale.

A oggi però nulla, o poco, è stato fatto.

Ne parliamo con Franco Amendola, commissario da qualche mese del Consorzio Industriale di Tortolì.

(leggi l’intervista integrale su L’Ogliastra di aprile. Corri in edicola, oppure scarica la App e abbonati al giornale!)