In breve:

Fatti

Tenda Ospedale

L’Ogliastra e lo spettro del virus

di Fabiana Carta.

Di questo triste periodo ricorderemo senz’altro il continuo aggiornamento dei numeri: le persone contagiate, le persone guarite, i tamponi effettuati, i morti. Ma c’è anche tutto il buono della solidarietà, dell’aiuto reciproco e della spiritualità ritrovata

Oltre 1300 i positivi nella nostra isola, da quando è iniziato quest’incubo. La minaccia Covid-19 ha allungato la sua ombra spaventosa sull’Ogliastra in un paio di occasioni. Ansia e paura, allerte e attese. La chiusura temporanea del reparto di Cardiologia del Nostra Signora della Mercede di Lanusei, con all’interno i pazienti, due medici, due infermieri e un operatore di servizi sanitari e la chiusura del reparto di Ostetricia sono stati i momenti più bui, insieme alla notizia delle due donne di Loceri risultate positive al virus, ma contagiate all’ospedale di Sassari dove prestavano servizio.
Adesso che l’emergenza sta leggermente scemando e stiamo passando alla fase due, è saltato alle cronache il primo caso nel comune di Bari Sardo (dopo i due “di importazione” in quello di Loceri), ma l’Ogliastra resta sempre una delle zone meno colpite in tutta Italia.
Vivere isolati ha avuto i suoi vantaggi: la bassa densità di popolazione, il distanziamento sociale dovuto alla lontananza tra i paesi e alla conformità stessa del territorio hanno fatto un piccolo miracolo. Una teoria ancora da studiare e approfondire, quando le priorità saranno altre, è che la resistenza dei geni ogliastrini al Covid-19 sia connesso agli anticorpi della malaria presenti nella maggioranza della popolazione. La notizia è rimbalzata anche sulle testate nazionali, la nostra piccola isola felice, terra di centenari, una delle cinque zone blu del mondo è rimasta protetta, ma mai abbassare la guardia.
Non sono mancati i momenti di tensione e di polemica, come la richiesta dei sindaci di avere informazioni più dettagliate da parte della protezione civile regionale sulle persone in quarantena; siamo stati in balìa della confusione causata dai rientri nelle proprie case, a volte vere e proprie fughe.
Ancora oggi si denuncia la gestione poco trasparente dei dati, comune per comune, in modo da poter avere la reale consapevolezza della situazione in Sardegna. A questo proposito il presidente Christian Solinas ha annunciato che partirà l’attività di screening della popolazione, un’operazione che andrà avanti per almeno un mese. Nei paesi e nelle città della Sardegna che saranno presi a campione si faranno le postazione in strada per il test rapido per accertare la presenza di anticorpi nel sangue, rivelando se una persona è venuta a contatto con il virus Sars Cov-2.
Nei giorni più caldi dell’emergenza ricordiamo l’esposto presentato da un’operatrice sanitaria dell’ospedale Nostra Signora della Mercede di Lanusei che riguardava la carenza di dispositivi di protezione individuale, in particolar modo di mascherine, per il quale è stata aperta un’inchiesta. La denuncia è arrivata anche da altri medici e operatori sanitari ormai allo stremo, in prima linea ma senza protezioni adeguate.
Nell nostra Ogliastra, terra che vive del settore terziario, di agricoltura, artigianato, pastorizia e turismo, sta crescendo l’angoscia per lo scenario economico futuro e per gli effetti devastanti di questa crisi. Angoscia che cresce per l’intera Sardegna, perché l’emergenza Coronavirus rischia di avere un impatto sull’economia ancora più tragico rispetto a quello del resto d’Italia, con il Pil in crollo del 9,6 %. Il Centro Studi della CNA Sardegna si è espressa in questo modo: «L’economia sarda nel 2020 rischierebbe di vedere andare in fumo almeno 3 miliardi di euro (4,4 miliardi nel caso del protrarsi delle restrizioni fino a giugno)».
Questo momento di crisi generale, però, ha messo in luce anche aspetti positivi, come la generosità, la tendenza alla solidarietà e beneficienza del popolo ogliastrino. Non sono mancate le donazioni da parte di comitati impegnati nell’organizzazione di feste paesane, direttamente all’ospedale di Lanusei, alla Croce Verde, per acquistare materiale di protezione per medici, infermieri e volontari. Gesti di solidarietà sono arrivati anche da parte di singoli cittadini, aziende, cooperative sociali, imprenditori, ristoratori, che hanno messo a disposizione il loro tempo per creare dispositivi di protezione sanitaria, o donare del cibo a chi più ne aveva bisogno.
E la scuola? Anche lei ha dovuto adeguarsi, con modalità di insegnamento a distanza, su piattaforme digitali, social, e scambio di materiali e compiti via chat. Non facile districarsi per chi non è avvezzo alla tecnologia, e se si aggiungono le difficoltà causate da una connessione Internet inadeguata e non omogenea, famiglie sprovviste degli strumenti, il pasticcio è presto fatto. Alcune amministrazioni comunali, per questi motivi, hanno provveduto a distribuire gli strumenti necessari per garantire la didattica, sia agli istituti che alle famiglie. La scuola non può e non deve fermarsi, per garantire il diritto allo studio a bambini e ragazzi, garantendo il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 2 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
La parola d’ordine di questi tempi, insomma, è stata adattarsi alla situazione che ci è piombata addosso. E si è dovuta adattare anche la Chiesa tutta. Il divieto di assembramento non ha risparmiato nessuno, il blocco delle celebrazioni con la presenza dei fedeli è stata una decisione difficile quanto necessaria. Sono state diverse le iniziative social diocesane o dei singoli parroci, per mantenere viva la preghiera e la vicinanza ai fedeli, soprattutto durante la Settimana Santa, garantendo le Messe e i riti in diretta streaming e radio-Tv, così come stabilito della indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana, perché il momento più importante dell’anno liturgico fosse vissuto nella maniera più intensa e partecipata possibile.
Il nostro vescovo Antonello ha celebrato la Messa di Pasqua nella Cattedrale di Lanusei, in diretta su Telesardegna, in streaming su Facebook e su Radio Barbagia.
In questa nuova fase di convivenza con il Covid-19 le Messe sono ancora bandite, decisione che ha fatto sussultare tutto il mondo cattolico, tanto che è stato pubblicato un comunicato dei Vescovi Italiani, con pronta risposta del Governo: «Nei prossimi giorni saranno elaborati protocolli per le Messe che consentiranno la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».
In questo tempo di incertezze e isolamento, solitudine, pensieri e riflessioni, la fede e la ricerca di conforto sembrano la via per una spiritualità ritrovata.

Solidarietà virale

Solidarietà virale

di Augusta Cabras.

La coesione di un popolo si vede nei momenti di maggiore difficoltà e in questo momento storico il nostro territorio ha dimostrato ancora una volta di essere abitato da persone generose, pronte a mettersi a servizio di chi ha più bisogno

È bastato il tempo di incassare il colpo sferrato dall’arrivo della pandemia, di riprendere la rotta dopo un momento di disorientamento e di forte incertezza e in quasi tutte le comunità della nostra diocesi si sono espresse, e ancora si esprimono, le migliori energie, travolte dal virus della solidarietà, messa in pratica con slancio e concretezza.
Da Triei a Villagrande, da Ilbono a Tortolì, passando per Baunei fino a Tertenia e Villaputzu. Si tratta di iniziative del singolo, ma più spesso promosse da gruppi spontanei, solo in alcuni casi sollecitati e coordinati dalle amministrazioni e dagli uffici comunali. Sono gruppi che si sono resi disponibili per svolgere azioni semplici ma straordinariamente utili in una situazione così complessa, come fare la spesa o acquistare i medicinali e consegnare tutto nel domicilio delle persone sole, esprimendo vicinanza e aiutando a tenere a bada la paura sentita in particolare dagli anziani e dai bambini. Proprio a questi ultimi ha pensato un cittadino di Triei che, in occasione della Pasqua, ha donato uova di cioccolato ai bambini del paese con il pensiero e l’obiettivo di rendere più dolce questo tempo amaro. E come sempre capita, le buone azioni ne generano altre e sempre più persone si sono unite per l’iniziativa, sposandone l’idea.
Ci sono poi i comitati che, nati per organizzare i festeggiamenti in onore di un Santo, in questo periodo hanno scelto di incontrarsi virtualmente, di fare una raccolta fondi e di donare quanto raccolto all’Ospedale di Lanusei per fronteggiare con maggiori mezzi e strumenti l’emergenza sanitaria.
Le associazioni di assistenza pubblica, che non si sono mai fermate, in molti casi hanno fatto da collettore tra privati, imprese e volontari, rispondendo via via alle esigenze specifiche nate nel mezzo della pandemia: essere presenti e vicini alle persone sole da sempre o perché costrette dalla quarantena e fornire al maggior numero di persone i dispositivi di protezione individuale, mascherine in particolare. E così, il passaparola, sempre virtuale e a distanza, contagia di energia e creatività. Gruppi di sarte professioniste o semplici appassionate di ago e filo danno inizio alla produzione artigianale rispondendo a una richiesta sempre maggiore. Non è mancato neppure chi, rimanendo nel più assoluto anonimato, ha fatto trovare scorte di viveri alle famiglie più bisognose del paese, chi nel ricordo di una parente defunta – in un momento in cui la vicinanza dei propri cari è negata – ha iniziato una raccolta fondi destinata al presidio medico di Lanusei, coinvolgendo un gran numero di persone o chi, emigrato ma con la Sardegna del cuore, ha fatto giungere nell’isola gratuitamente, i dispositivi di protezione individuali.
Sono tutti grandi e piccoli gesti che diventano segni di attenzione e di condivisione. Perché come ha detto Papa Francesco nella sera del 27 marzo, in una piazza San Pietro gremita di solitudine e speranza e il cui ricordo rimarrà indelebile nella nostra mente e nelle parole di chi scriverà la storia, «Siamo tutti nella stessa barca. […] Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».
È il riconoscimento della nostra umanità pregna di fragilità che nel momento del dolore, della paura, quando tutto diventa precario, quando il rischio della morte si fa reale, scopre e riscopre la possibilità di gettare ponti, di tendere le mani e gli orecchi per ascoltare e accogliere il grido del bisognoso a cui non si può e non si deve rimanere indifferenti.
C’è da chiedersi se da questa esperienza impareremo qualcosa, se il dolore di prima o seconda mano, quello vissuto o solo intuito possa far rifiorire la nostra umanità. C’è da chiedersi se la spontaneità dei gesti di solidarietà germogliati in questo tempo potranno essere coltivati con la stessa passione nelle nostre comunità, quotidianamente, per rispondere alle richieste d’aiuto presenti anche in momenti in cui la pandemia sarà un brutto ricordo. Ma questo ora non è dato saperlo. Tutto dipenderà da ciascuno di noi, dipenderà da quanto siamo disposti a lasciarci coinvolgere dallo spirito di carità e da quanto sapremo farci testimoni del messaggio cristiano. Prima che una sfida comunitaria, questa è forse una sfida personale che inevitabilmente si rifletterà con luce luminosa o come ombra sugli altri e sulla storia.
Si dice da più parti che nulla sarà più come prima. Forse sarà realmente così. In ogni caso possiamo scegliere se mettere a frutto quello che abbiamo imparato sulla nostra e sull’altrui umanità oppure possiamo archiviare quello che abbiamo vissuto come un fatto storico e personale, al massimo da ricordare e raccontare ai posteri.

Gaia Argiolas

Lezioni? Sì, ma che gran confusione!

di Gaia Argiolas.
IV Alberghiero
Accoglienza turistica

Reti sovraffollate, comunicazioni estremamente lente, mancanza di segnale specie nei centri dell’interno. Si prova a farla, questa didattica a distanza, ma il sistema è ancora particolarmente inadeguato e palesa tutte le sue difficoltà. La scuola 4.0, insomma, resta per certi versi ancora un miraggio. Ce lo racconta Gaia, studentessa di Ilbono all’alberghiero di Tortolì, alle prese ogni giorno con le bizze di piattaforme e web    
È dalla fine di dicembre che il Covid 19, o se preferite, il Coronavirus sta terrorizzando il mondo. Da quando un medico cinese, creduto da nessuno, lo ha denunciato e ne ha diffuso la notizia. Risultato: pericolosità completamente sottovalutata e rapidità di contagio inquietante. Egli stesso, dopo esserne stato contagiato, è deceduto. Da lì a poco l’epidemia si è diffusa così rapidamente da evolversi in pandemia, colpendo gravemente anche la nostra nazione con un elevatissimo numero di contagi e decessi che sono purtroppo diventati la cronaca costante dei nostri giorni.
Una crisi globale dalla quale anche la scuola non ne è uscita indenne: sospensione delle attività didattiche fino al 15 marzo, prorogata successivamente sino al 3 aprile, poi fino al 13, ma già si intravedono all’orizzonte ulteriori proroghe, con il rischio che non si possa affatto rientrare in classe almeno fino a quando non cesserà lo stato di emergenza.
In seguito a questa decisione, nei giorni successivi è iniziata una corsa, da parte dei professori, sulle varie piattaforme per attivare la cosiddetta “didattica a distanza”, nella confusione più totale. All’Istituto Alberghiero di Tortolì, dove io frequento la classe 4° Accoglienza turistica, fino al periodo precedente la quarantena abbiamo utilizzato quotidianamente il registro elettronico per annotare gli argomenti delle lezioni e anche per accedere alle slides caricate dai docenti. Oggi stiamo utilizzando le stesse modalità per scaricare e ricaricare i compiti che ci vengono assegnati, ma la rete è satura dall’eccessivo traffico dovuto al fatto che tutti gli studenti utilizzano le stesse piattaforme e vi accedono simultaneamente.
Noi come scuola le abbiamo sperimentate tutte: dalla ricezione delle consegne via mail al rinvio delle stesse, all’utilizzo di Whatsapp (che si è rivelato il canale più immediato e funzionale). Stiamo incontrando delle grosse difficoltà anche perché prima d’ora non avevamo mai lavorato con queste modalità. I docenti, dal canto loro, hanno cercato di attivarsi anche con le video lezioni, ma purtroppo si sono dovuti scontrare con la scarsa velocità e capillarità delle connessioni che compromette la qualità delle immagini e dell’audio. Ciò rende difficoltosa, se non addirittura impossibile, la fruizione dei contenuti da parte di alcuni studenti che, di conseguenza, non ritengono questo metodo di insegnamento alla pari di quello che si impartisce in aula, ragion per cui incomprensioni e difficoltà nello svolgimento degli elaborati sono assai maggiori. Ecco perché, per avere chiarimenti ulteriori e mirati, abbiamo creato dei gruppi Whatsapp con i professori, ai quali possiamo chiedere qualsiasi informazione seguendo l’orario scolastico. Le valutazioni si basano sui lavori che svolgiamo a casa e che inviamo tramite mail oppure grazie alla funzione upload del registro.
Come i docenti, anche noi studenti stiamo cercando di dare il massimo, ma è il dibattito e il confronto quotidiano quello che viene a mancare. Non avrei mai pensato di dirlo, eppure, in questa situazione così surreale, mi manca la scuola e la classica lezione dei professori!

Schilirò

I preadolescenti e la vertigine del cambiamento

di Augusta Cabras.

Mutanti, abitanti della “terra di mezzo”, ragazzi sospesi, catapultati nel mezzo di una tempesta che li vede protagonisti di un cambiamento personale epocale

Sono i preadolescenti, i non-più-bambini e i non-ancora-ragazzi, quelli che attraversano l’età compresa tra gli 11 e i 14 anni. Esseri meravigliosi e spaventosi, portatori di un’energia straordinaria mista a incertezza, ricchi di passioni e desideri, decisi, determinati e capaci di trovarsi nell’attimo seguente disorientati e privi di ogni stimolo.
È la vertigine della trasformazione, l’oscillare continuo tra quello che ero fino a ieri e quello che sarò domani. Ma cosa avviene in loro, in particolare a livello psicologico e che ruolo ha l’adulto in questa fase? Lo chiedo ad Antonino Schilirò, Psicologo clinico e Psicoterapeuta di grande esperienza. «Nel preadolescente il corpo infantile diventa altro, cerca prepotentemente altre identità non ancora chiare; cambiano i sentimenti, le emozioni, le relazioni e, da un punto di vista psicologico, si avvicendano repentini cambiamenti d’umore, conflitti interiori, comportamenti che gli adulti faticano a comprendere e a gestire, in un crescendo di incomprensioni e maldestre riparazioni. I genitori – spiega ancora Schilirò – in questo tempo devono fare semplicemente i genitori. La presenza rassicurante, l’attenzione ai bisogni insita nella relazione genitori-figli rappresentano i necessari presupposti per accompagnare i ragazzi a tollerare i primi richiami al rispetto delle regole da parte degli adulti di riferimento. Le espressioni di disagio, a volte urlate, spesso grida inascoltate, richiamano a non essere lasciati soli nell’elaborazione del lutto, di ciò che non potrà più essere e della paura, carica di angoscia, di ciò che ancora non è. I genitori devono essere presenti nella loro funzione regolatrice e nella loro presenza attiva, pronti a cogliere e valorizzare istanze di crescita, ma anche a gestire inevitabili conflitti, mantenendo fermo il ruolo autorevole di chi deve governare i tumulti».
Governare i tumulti, essere faro nella tempesta, garantire l’appiglio sicuro nel disorientamento, sorreggere l’abisso e accogliere gli slanci più alti e costruttivi:è questo il compito arduo dell’adulto. Negare queste sicurezze ai preadolescenti significa lasciarli in balia dello tsunami che li attraversa rischiando di fare loro un danno enorme. Ma quali sono concretamente i rischi che i preadolescenti possono correre se non adeguatamente sostenuti e amati? «I rischi sono tanti e di diversa natura – fa notare lo psicoterapeuta – in linea con gli aspetti dirompenti delle loro azioni. I preadolescenti sfidano apertamente il sistema delle relazioni familiari e sociali fin qui conosciute; è in questo stadio di sviluppo, tuttavia, che cercano prepotentemente di affermare lo strutturarsi della propria personalità e autonomia. Nuovi bisogni e desideri, compresi quelli della sfera sessuale, ancora molto confusi, sconosciuti, spingono verso la soddisfazione immediata, da condividere con i pari, spesso senza rete e confini, dando inizio a esperienze ad alto rischio di devianza. I processi evolutivi, nella maggioranza dei casi, vengono vissuti normalmente; esistono, tuttavia, fattori di rischio che li possono far degenerare, soprattutto in contesti familiari marginalizzati e deprivati culturalmente ed economicamente». E aggiunge: «In questi casi la presenza di istituzioni sociali e culturali, di adulti che sappiano guidare, indirizzare, supportare i ragazzi, a casa come a scuola, è di fondamentale importanza. I circuiti attrattivi legati al consumo di droghe, alcolici, al gioco d’azzardo informatico, all’uso improprio di Internet e dei social, sono pericolosamente diffusi e facilmente accessibili alle giovani generazioni. Vengono alla ribalta nuovi modi di umiliare e aggredire i coetanei; si aggravano fenomeni di violenza divulgata in rete (cyberbullismo). Osserviamo sempre di più, associati all’abuso di droghe e alcoolici, nuove forme di disturbi dell’umore e derive autolesionistiche».
In questo tempo di grandi cambiamenti, mentre mutano i preadolescenti, una trasformazione continua attraversa anche il mondo degli adulti che fino a qualche decennio fa pareva essere stabile, normativo, autoritario ed autorevole. «Negli ultimi trent’anni – dice – la nostra vita è stata attraversata da cambiamenti epocali. È cambiata la famiglia, la scuola, i centri di aggregazione e di incontro tra generazioni; è cambiata la comunicazione e i mezzi attraverso cui si dirama, è mutato il clima nei rapporti affettivi, negli stili e nella qualità della vita; spesso viene a mancare l’adulto che contiene, orienta, supporta, indirizza e aiuta a rielaborare. I ragazzi, talvolta, sono lasciati soli davanti agli svariati monitor o assediati da miriadi di stimoli che stordiscono, confondono, fuorviano e disorientano. L’autorità regolatrice, funzione un tempo rivestita dal padre, è evaporata risultando assente nel suo doppio ruolo protettivo e normativo. I preadolescenti oggi sono il riflesso dei mutamenti intervenuti e della evanescenza delle nostre presenze, delle nostre sottovalutazioni e delle mancate assunzioni di responsabilità. Loro, sempre più soli, già disorientati e in crisi, osservano gli adulti e non trovano risposte adeguate alle loro difficoltà, chiedendosi sconsolati quali siano i corretti confini».Tutto è più liquido in questo tempo, tutto è più evanescente. Forse l’uso e l’abuso della tecnologia aumenta questa dimensione e forse marca in modo più profondo il confine tra genitori e figli. «La tecnologia –ribadisce –, se ben usata e regolamentata, non può né deve rappresentare un problema. Le figure educative hanno una funzione di guida e conoscenza, di positiva e costruttiva gestione degli strumenti informatici. Regolamentare tempi, modi e accessi, farlo insieme, in totale sicurezza, è il modo migliore per condividere approcci, tecniche e modalità di comunicazione. È importante aprirsi con intelligenza al nuovo che avanza, ponendo al centro dei propri interessi il confronto e l’esperienza reale tra persone e tra queste e le proprie comunità di vita. Urge comunque l’attivazione, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, di percorsi di educazione digitale da estendere, a cura dei comuni, anche ai genitori».
È un tempo speciale la preadolescenza, un tempo bisognoso d’amore.

Sarrala

Stagione turistica: parola d’ordine “resistere”!

di Fabiana Carta.

Chi ha una struttura ricettiva o lavora nel settore turistico rimane sconcertato da quanto sta accadendo. I numeri dicono di una stagione che mai ci sarà. Ma c’è chi guarda avanti, pronto a reagire e a ricominciare

Hanno tutta la speranza e lo sguardo positivo della giovinezza. Loro sono Antonio e Stefania Carta, due fratelli rispettivamente di 36 e 31 anni, che da qualche anno gestiscono l’Hotel ristorante Janas nella marina di Tertenia, un lavoro ereditato dalla famiglia.
Antonio ha alle spalle dieci anni di vita trascorsi in Inghilterra dove è riuscito ad aprire un ristorante e a imparare perfettamente la lingua inglese. Stefania sta per terminare i suoi studi alla Iulm di Milano in Relazioni pubbliche e comunicazione d’impresa. «Il sogno di gestire un albergo come il Janas ci ha permesso di ricongiungere le nostre strade e di ritornare nel nostro paese d’origine. La gratitudine per essere nati in questo angolo di paradiso, l’orgoglio per il nostro lavoro, l’amore per i sapori genuini, la passione per i gusti dimenticati, il credo per i valori profondi sono tutto quello che ci ha ispirato e continuano a ispirarci da sempre».
Due ragazzi con la testa sulla spalle e tanta passione che si ritrovano a navigare in questo mare disperato, in mezzo a un’emergenza globale che sta mettendo a dura prova tutti. La stagione primaverile per le strutture ricettive vale circa il 30% del fatturato totale annuo del turismo e con il passare del tempo pare ormai compromessa: «I primi giorni eravamo preoccupati – spiegano – alternavamo momenti di ottimismo a momenti di sconforto, vedendo anche le cancellazioni che a poco a poco stavano aumentando. Ascoltando i Tg abbiamo realizzato che non si trattava più di una semplice influenza e abbiamo capito che qualcosa di irreversibile stava arrivando, che ogni cosa intorno a noi sarebbe cambiata. Oggi navighiamo a vista e, vedendo il lavoro messo in piedi in anni di sacrifici, non possiamo permetterci momenti di debolezza, anzi mettiamo l’attenzione sulle cose da fare quando ci riprenderemo, sperando che la voglia di tornare alla normalità delle persone sia più forte di ogni cosa».
Su scala mondiale il World Travel & Tourism Council oggi stima una perdita di 50 milioni di posti di lavoro a fronte di un calo della domanda internazionale del 25%, ossia la perdita secca di tre mesi di attività. E siamo solo alle stime di un fenomeno, la cui intensità, diffusione e durata reali restano ancora indefinite.
Ci sono strutture che hanno dovuto licenziare i loro dipendenti. Stefania e Antonio per adesso cercano di confortarli, con forza. «Non perdiamo la speranza e anche a loro diciamo di non perderla, nonostante intorno a noi ci sia il buio più totale e i numeri parlano chiaro. Non possiamo permetterci di essere disfattisti. La differenza la si fa quando resisti a quei periodi in cui sembra che va tutto male e i pensieri brutti prendono il sopravvento: è in quel momento che devi andare dritto verso ciò che vuoi».
Le disdette arrivano, soprattutto per il periodo che va da aprile a giugno, la sensazione di stare andando incontro a una stagione fantasma si fa sempre più chiara. Siamo bombardati da previsioni, statistiche e numeri, ma loro rispondono così: «Prendiamo con le pinze ogni previsione che viene fatta, si dovrebbero basare su uno storico di dati e numeri che non esistono, quindi non ha senso fasciarsi la testa prima di cadere. Cerchiamo di tenerci pronti per il “fischio” d’inizio, perché la partita in gioco sarà sicuramente dura. Le nostre esperienze personali ci insegnano che la vita è fatta per l’80% di come reagisci a quello che succede, la reazione di ognuno di noi non produce effetti nell’immediato, ma aiuta a uscire velocemente fuori dal tunnel».

Streaming

Parroci webmaster ai tempi di Covid-19

di Giampaolo Matta.

L’evangelizzazione passa dalla Rete e corre sui social. E i sacerdoti non si fanno trovare impreparati

Non v’è dubbio che la Quaresima di quest’anno sia molto particolare. La sospensione da tutto e da tutti, porta anche noi cristiani a pensare che ci manchi il terreno sotto i piedi. Ma è davvero così?
Certamente, anche noi parroci ci siamo reinventati il modo di essere Chiesa, costruendo nuovi canali di evangelizzazione utili e adatti alla situazione contingente. Ci siamo alleati con la tecnologia, se non lo avevamo già fatto. Facebook, YouTube, siti Internet delle parrocchie, Whatsapp sono le piattaforme per eccellenza che consentono di rimanere in comunione spirituale con i fedeli.
La necessità di questo momento, insomma, ci dà modo di essere più autentici con Dio e con i fratelli nella comunità, anche attraverso la tecnologia.
Ho deciso, così, di riorganizzare meglio la pagina Fb della Parrocchia, che oggi è diventata strumento e principale canale di evangelizzazione parrocchiale: in essa vengono pubblicati dei video dove curo un saluto e una breve meditazione sul Vangelo domenicale, oppure si inseriscono alcuni filmati di preghiera, comunicazioni su preghiera e catechesi trasmessi dalle emittenti televisive (in particolare Tv 2000), istruzioni su come mettersi alla presenza di Dio con l’utilizzo di questi strumenti, condivisione di momenti di spiritualità proposti da Papa Francesco e dalla Diocesi di Lanusei.
Personalmente, ritengo che per seguire la santa Messa, il Rosario e altre preghiere, sia preferibile utilizzare la Tv – che propone dei programmi davvero ben fatti –, decidendo di fermarsi e di spegnere anche il telefono. Questo perché Facebook spesso induce alla tentazione di far scorrere post e video uno dietro l’altro, senza dedicare il tempo necessario alle cose di valore.
Altro strumento non meno importante è la messaggistica istantanea di Whatsapp, sia per i contatti diretti con le singole persone che attraverso i “gruppi” con i quali si raggiungono particolari categorie di collaboratori, come ad esempio coro e catechisti. In tal modo, oltre a mantenere dialogo di amicizia, si cerca di mantenere anche le attività, facendo le prove di canto, per esempio, perché il sorriso non manchi! Con il gruppo dei catechisti vi è una più ampia condivisione dell’attività parrocchiale: vi è scambio di opinioni e di modalità di lavoro dei singoli catechisti, i quali proseguono la proposta formativa e mantengono i contatti con i bambini. Recentemente, si è proposta un’attività quaresimale che potesse suscitare la curiosità dei più piccoli, spiegandone i significati: realizzare in ogni casa i tradizionali nenniris che il Giovedì Santo si portano in chiesa, o anche eseguire la lavorazione delle palme. Si indica, inoltre, la proposta di formazione catechistica trasmessa da Tv 2000. Molti genitori hanno accolto il tutto con entusiasmo e i bambini si divertono attraverso queste piccole gocce di spiritualità.
L’Azione Cattolica, infine, mantiene i contatti e prosegue la proposta formativa e di preghiera sia per gli adulti che per i ragazzi, grazie a responsabili ed educatori di settore.
Termino con una nota di rilievo a livello diocesano: il vescovo ha deciso di mantenere, sia pur a distanza, l’appuntamento del ritiro mensile del clero, inviandoci proprio su whatsapp una bellissima meditazione in file audio, che tutti i sacerdoti del clero ogliastrino e nuorese hanno ascoltato nello stesso giorno e alla stessa ora davanti a Gesù Eucaristia esposto sull’altare delle proprie chiese: momento di intensa spiritualità e comunione tra i due presbitèri diocesani e il vescovo.