In breve:

Fatti

Altieri

L’Ogliastra nel cuore e nelle mani

di Anna Maria Piga.
L’Ogliastra nel cuore la terra nelle mani: sono i nuovi contadini, giovani laureati, diplomati e comunque con un profilo culturale di alto livello, che hanno deciso di dedicarsi all’agricoltura.
Hanno investito competenze, energie, capitali, sogni e speranze in una attività che ritengono fondamentale per uno sviluppo sostenibile, in un territorio che adeguatamente curato e valorizzato può garantire benessere e lavoro a molte persone.
Giorgio Altieri classe 1982, laurea magistrale in Sviluppo e Gestione Sostenibile del territorio, ossia Economia territoriale, sposato con la dottoressa Maria Pisano e padre di Gaia una bimba di quattro anni, è convinto che una agricoltura innovativa possa dare lavoro e un senso proprio all’esistenza, perché la terra restituisce i suoi frutti a chi si prende cura di lei.
Matteo Cuboni del 1980, un diploma di geometra e un’esperienza di autotrasportatore, con antenati proprietari terrieri e con una consuetudine estiva di lavoro in campagna e negli orti di famiglia.
Daniele Deplano nato nel 1986, il più giovane, laurea magistrale in Ingegneria civile, desideroso di mettere a frutto i suoi studi, confrontandosi con le tecniche avanzate per rendere più efficace e meno faticoso il lavoro manuale.
Tre giovani che hanno deciso di diventare imprenditori agricoli e per questo hanno costituito la “Società Agricola Radici d’Ogliastra”.
Radici d’Ogliastra – dice con orgoglio Giorgio Altieri – è una società agricola che nasce nel 2017 dal profondo amore di tre ragazzi per la propria terra, con l’intento di valorizzare le eccellenze agroalimentari.- Parla a nome di tutti- La nostra azienda opera nel cuore più verde della Sardegna, l’Ogliastra, dove la salubrità dell’ambiente e le sapienti tradizioni alimentari hanno creato un luogo unico, connotato dai più alti tassi di longevità e certificati dalla presenza della più importante Blue Zone del mondo.
Lavorare la terra, lavorare con la terra mette in gioco tutte le energie: le mani, il cuore la mente e attraverso la fatica si scopre il lavoro delle generazioni precedenti, si entra in contato con il mondo così come è senza mediazioni e il raccolto ha il valore delle nuove scoperte della fatica e del tempo impiegato per ottenere il prodotto finale.
È passione quella che anima i tre giovani; c’è la fatica ma anche il coraggio di aver osato. «Ci occupiamo di orticultura e di produzione di olio di oliva extravergine – prosegue Giorgio -, avendo la massima attenzione alla qualità dei nostri prodotti. Seguiamo rigidi disciplinari di produzione per offrire frutti della terra rispettosi dell’ambiente e della salute. Nelle nostre produzioni ci facciamo aiutare dalle api che instancabilmente impollinano le nostre colture migliorando i prodotti in maniera naturale».
L’offerta della società è diversificata: sono ottocento le piante di un uliveto sperimentale abbastanza giovane, in località Sèssula nelle campagne di Lanusei, che ha prodotto un olio di prima qualità, che ora viene venduto a prezzo di mercato, ma l’obiettivo, dopo aver ottenuto tutte le certificazioni di rito, è quello di riuscire ad imporsi nel mondo della ristorazione anche fuori dalla Sardegna per dare ragione all’alta qualità del prodotto. Ma l’idea sottesa alle attività della scorsa stagione estiva è stata la tutela e il rilancio dei culurgiones il piatto più famoso della cucina ogliastrina che ha ottenuto il marchio Igp (indicazione geograficamente protetta).
«Il nostro intento – è ancora Giorgio a parlare – è quello di realizzare una filiera a Km 0 per i culurgionis d’Ogliastra offrendo ai pastifici le patate e tutti gli altri prodotti della terra direttamente all’interno dell’areale di trasformazione. Questo proposito nasce per valorizzare e migliorare la qualità del prodotto identitario per eccellenza, che rappresenta L’Ogliastra in tutto il mondo».
Inoltre l’obiettivo, inconfessato, è anche quello di vanificare l’uso diffuso della fecola di patate per la produzione del culurgione, in maniera che tutta la produzione sia conforme al marchio IGP.
Per questo motivo si sono spesi in un’intensa ed estesa coltivazione di patate fra le specie più rinomate riscuotendo notevole gradimento nei consumatori.
Si dirà: ma allora dedicarsi all’agricoltura è un gioco, è tutto molto semplice coltivo-vendo- guadagno. Si può fare. No non è così semplice. I tre giovani nel progettare la loro impresa sono stati incoraggiati e convinti dalla bontà di un bando regionale del 2015 denominato Pacchetto giovani, il cui obiettivo era il ricambio generazionale in agricoltura. Erano disponibili 70 milioni per il primo anno destinati agli under 40 che fossero interessati. L’obiettivo era quello di valorizzare e sostenere un settore primario come l’agricoltura necessaria per vivere. Cosa semplice partecipare al bando, in fondo hanno studiato, tutto come richiesto, per la domanda e i documenti non ci sono problemi.
Nell’attesa di essere selezionati e usufruire dei fondi promessi si attivano per iniziare l’attività. Sostenuti dalle rispettive famiglie spendono, comprano gli strumenti basilari: un trattore, un furgone, il necessario per l’irrigazione dei campi e le sementi. E così arano, seminano, innaffiano, raccolgono e si attivano per le vendite, vendono tutto attraverso consegne a domicilio, nei banchetti agli incroci per il mare tutto in prima persona. Dei fondi regionali nessuna notizia, anzi si sa che sono bloccati a causa di un intoppo burocratico: manca una soluzione informatica che consenta di analizzare le domande di contributo. Nel mese di ottobre dell’anno appena trascorso, risolto l’ostacolo tecnologico si sa che delle 2.900 domande, due su tre sono state escluse. I finanziamenti arriveranno per i fortunati in primavera.
Matteo, Daniele e Giorgio forti delle loro professionalità e attrezzati dell’esperienza maturata anche se nel breve periodo di esercizio non intendono arrendersi, sono convinti della bontà della loro iniziativa imprenditoriale che si fonda anche su una scelta etica: preservare la natura da incursioni devastanti e far si che la terra l’aria e l’acqua e le altre risorse siano considerati un bene comune da tramandare alle generazioni future.

Gorilla

Is Carristas, tutti pazzi per il carnevale

di Marco Pisanu.
Le origini del Carnevale in Sardegna e non solo, sono strettamente legate alla cultura religiosa, in quanto collegate alla Pasqua, che cade sempre la prima domenica di Primavera, che è quella dopo la prima luna piena primaverile. Dalla domenica di Pasqua si contano a ritroso 6 settimane di cui 5 di Quaresima e da lì una settimana prima si ottiene la data di inizio del Carnevale. Anche se il legame alle antiche usanze cristiane è molto forte, tanto che lo troviamo anche nel nome Carnevale, dal latino carnem levare, che stava ad indicare il termine ultimo in cui era possibile mangiare carne prima dell’astinenza dovuta al periodo di Quaresima, in alcuni aspetti del cerimoniale tipico del Carnevale, ritroviamo anche echi delle feste pagane degli antichi romani, che ancora oggi si intrecciano nei diversi modi di festeggiare questa festa che, come da tradizione, rappresenta il rito liberatorio per eccellenza.
Nell’ex provincia più piccola d’Italia, tra i tanti comuni che hanno portato in piazza in un turbinio di musica e colori i cortei di carri allegorici e gruppi in maschera, c’è un paese, Bari Sardo, che da anni sta diventando sempre più punto di riferimento dei festeggiamenti del Carnevale. Anche quest’anno le sfilate di maschere e carri, uniti alla consueta pioggia di coriandoli e stelle filanti, hanno accompagnato le sfilate della 28’ edizione del “Carnevale Bariese”. L’evento, organizzato dall’associazione Is Carristasa in collaborazione con i commercianti e il patrocinio dell’amministrazione comunale, ha richiamato nel centro costiero migliaia di visitatori. Più di 2 mila i figuranti che nelle giornate di sabato 10, domenica 11 e martedì 13 febbraio hanno colorato le vie del centro, a partire dalla via Mare e via Cagliari, passando per la Piazza Repubblica e Corso Vittorio Emanuele. Ricchi come da tradizione gli ingredienti creativi che, uniti al rinomato estro artistico, gli ideatori dei carri hanno portato in piazza. Ironia e sarcasmo con qualche accenno anche agli ultimi fatti di attualità e della vita politica, regionale e nazionale. Ma a trionfare, nella personale gara delle rappresentazioni sceniche dei carristi, sono state come da consuetudine le proiezioni in carta pesta dei cartoni animati e delle saghe cinematografiche.
Una festa di colori e di emozioni. A Bari Sardo il Carnevale è questo, ma anche tanto altro. Tra tradizioni e trasgressioni, la festa più divertente dell’anno è per gli abitanti del centro costiero soprattutto un momento di visibilità e un motivo di aggregazione per l’intera comunità che, proprio con il Carnevale e la sua innata anima festaiola, ritrova la sua unità e manifesta la voglia di riemergere di un paese alle prese con tante problematiche economiche e sociali. Lo si scorge dagli occhi delle persone anziane che subito dopo aver preparato chili di zeppole e fatti fritti, affacciate al davanzale della propria finestra guardano compiaciuti i propri figli e nipoti fare festa. Lo si avverte dallo sguardo fiero e compiaciuto di chi, dal mese di dicembre, mette anima e corpo per organizzare l’evento. Lo si avverte dallo sguardo confuso dei bambini che si trovano a sfilare mascherati con altri “bambini” quarant’anni più grandi di loro. Perché, si sa, a Bari Sardo il Carnevale è come la vita, che a volte può non essere quella festa che tutti noi speriamo, ma una volta dentro bisogna pur sempre festeggiare.

Abito

Se anche l’abito fa il monaco

di Augusta Cabras.
Habitus/abito, habere/avere, abitudine, abitare. Nell’origine etimologica della parola abito il riferimento è al soggetto che possiede una determinata cosa, all’essere del soggetto in un determinato modo, all’abitare una situazione. E se il proverbio dice che l’abito non fa il monaco è anche vero che l’abito da sempre racconta qualcosa della persona e delle persone che lo indossano. Come segno di appartenenza o come espressione del proprio ruolo, pensiamo ad esempio alla toga del giudice o al paramento del sacerdote. Anche la storia delle nostre comunità è una prova di come l’abito non sia solo mezzo per nascondere la nudità del corpo o per proteggere, ma sia segno, espressione, linguaggio. Grazie agli abiti tradizionali indossati soprattutto dalle donne, ancora oggi, possiamo riconoscerne, ad esempio, la provenienza. La differenza del ricamo sul fazzoletto che copre il capo, la diversa lunghezza de sa fardetta, la plissettatura delle camicie, per un occhio mediamente esperto sono segni che distinguono un abito, tipico di un luogo, dall’altro. E se ancora resiste l’uso de sa fardetta, de sa camisa o blusa per le donne, per gli uomini si è uniformato tutto in modo più veloce. In alcune zone dell’Ogliastra, ad esempio, gli uomini portano ancora un bottone nero sulla giacca elegante, quale segno di vedovanza, o indossano sa berritta sulla testa, ma quasi tutti gli elementi dell’abito maschile nel corso del tempo hanno perso le connotazioni più antiche conservandosi esclusivamente per uso folkloristico.
L’abito quindi che racconta, vela o disvela. L’abito oltre la funzione fondamentale di coprire e proteggere; l’abito che rappresenta il segno di appartenenza a un gruppo e a una comunità, declinato nelle diverse forme, funzioni e colori. Se guardiamo alla realtà ogliastrina di quasi un secolo fa, magistralmente fotografata dal filologo friulano Ugo Pellis – trasferito in Sardegna negli anni compresi dal 1932 al 1935 per la stesura del celebre Atlante Linguistico Italiano – vediamo qualcosa che si è conservato nel tempo, almeno tra le persone più anziane, e qualcosa che invece si è perso per sempre.
In quelli scatti in bianco e nero, le donne appaiono con gonne lunghe che lasciano scoperta solo la caviglia, gonne sporche e impolverate dal lavoro quotidiano nei campi, dall’impegno con i tanti figli nel focolare domestico. L’abito per i giorni normali trascorsi in casa o nella campagna era generalmente composto oltre che dalla gonna, da una maglia raccolta dentro la gonna e da un fazzoletto che incorniciava il viso. Da questo si differenziava ovviamente quello delle feste, in particolare quello utilizzato per l’evento del fidanzamento e del matrimonio, confezionato su misura scegliendo tessuti di valore e colori speciali. Per un evento importante infatti, anche l’abito doveva acquistare importanza e doveva raccontare la stra-ordinarietà del momento, legato non solo a vicende personali ma comunitarie. È evidente come l’abito, nella sua forma e nel colore, così come i monili o altri segni, diventano importante veicolo d’espressione personale su cui la psicologia potrebbe veramente aver molto da spiegare.
Da bambina ricordo che negli armadi c’era sempre il vestito della domenica. L’abito che, forse per fattura, si differenziava dall’abito di tutti i giorni. Era anche quello un segno che distingueva l’ordinario dal festivo, segnava la differenza tra l’attività scolastica e di gioco all’aperto dalla partecipazione comunitaria alla messa dove davvero tutti indossavano il vestito della domenica. Mettersi addosso quell’abito diventava vestire un segno di festa, segnare la pausa dalla routine, predisporsi a un tempo breve ma gioioso. Ora anche questo aspetto si è quasi perso. Oggi la quantità di abiti prodotti e indossati, acquistati e buttati è enorme. Dal possedere il solo vestito per tutti i giorni e un vestito della domenica si è passati ad avere cataste di pantaloni, maglie, scarpe che raccontano di un consumismo senza regole, di omologazione, di un sistema che detta la moda del momento, impone il colore dell’anno, determinando in molti l’esigenza di abbandonare tutto l’abbigliamento dell’anno precedente perché dominato da un colore che sta all’opposto rispetto al colore del momento. La trasformazione del modo di vestire, di consumare gli oggetti, di acquistare anche in modo compulsivo cose obiettivamente inutili e inutilizzate è segno della trasformazione sociale e dello scorrere del tempo che tutto muta. Ma si sa, quello che chiamiamo progresso non porta con sé solo il buono.

Piseddu A

L’Ogliastra nel cuore: intervista a mons. Antioco Piseddu

di Fabiana Carta.
Incontro il vescovo emerito Antioco Piseddu nel suo appartamento a Cagliari, all’interno del Seminario Arcivescovile, dove mi accoglie con tanta gentilezza. Le sue analisi puntuali mi colpiscono subito, frutto della profonda conoscenza del territorio e delle persone, del bagaglio di saggezza accumulato con gli anni. Le parole cultura e ottimismo saltano fuori spesso durante la nostra chiacchierata. Sono trascorsi tre anni da quell’ultima messa nel Santuario della Madonna d’Ogliastra, in cui ha salutato tutti con grande commozione, ma è evidente che l’Ogliastra è ancora saldamente piantata nel suo cuore.
Ci aveva lasciati con queste parole: «Non so quello che mi aspetta…». È stata dura?
Si trattava di cambiare totalmente tipo di vita. Poi, dopo oltre 30 anni di apostolato attivo è pesante lasciare tutto e iniziare una vita su basi nuove. Mi ha facilitato il fatto che sono tornato dove vivevo prima di diventare vescovo, io ero parroco a Sant’Anna a Cagliari e ho vissuto proprio qui al Seminario. È stato un po’come tornare alle origini.
Di cosa si occupa adesso?
Sto continuando le mie passioni di ricerca di archivio, scrivo articoli, ho scritto anche un libro sulle leggende del mio paese, Senorbì. Sono disponibile per le pastorali nelle parrocchie, mi chiamano per fare delle prediche, per le feste; e l’arcivescovo mi chiama spesso per celebrare le cresime, quando non può essere presente. Certi periodi sono molto impegnato! Gli anni ci sono e quando meno te lo aspetti si fanno sentire! A volte prendo degli impegni, anche molto vicini nel tempo, poi mi accorgo che faccio fatica. C’è la volontà, interiormente mi sento più giovane, ma questi anni ci sono e bisogna farci i conti! La vita è cambiata totalmente, sono tornato nel mio ambiente, ho tante amicizie, tante possibilità di incontri. Ho ripreso i contatti con gli universitari della FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana), dove sono stato assistente, li avevo lasciati giovanotti e li ho ritrovati settantenni. Ogni volta che posso, quasi tutte le domeniche, vado a Senorbì a fare visita a mio fratello e mia sorella.
Che cosa augura all’Ogliastra e agli ogliastrini per questo nuovo anno?
Auguro loro ogni bene. Che continui questo lavoro di aggiornamento e di progresso che l’Ogliastra sta facendo ormai da molti anni, che possa raggiungere le mete che merita sotto l’aspetto culturale, economico, sociale. Secondo un’espressione che avevo usato alla fine della mia permanenza a Lanusei, auguro che l’Ogliastra non sia un problema per la Sardegna, ma un dono. Voglio sottolineare l’aspetto della loro identità molto forte, prima di dire «sono sardo» gli abitanti di questa terra benedetta dicono: «sono ogliastrino». Io ritengo che il senso di identità sia una ricchezza, un motivo di stimolo, come qualcosa da difendere.
Quali aspetti andrebbero valorizzati?
Credo che l’Ogliastra, ma un po’tutta la Sardegna, dovrebbe insistere di più nella crescita culturale. C’è il pericolo di chiudersi e di prescindere da quello che avviene al di fuori, anziché sentirsi protagonisti di una storia succede che ci si mette da parte a vedere un po’che cosa capita, magari lasciandosi sfuggire qualche critica o condanna. Mi preoccupavo molto quando, per esempio, vedevo i dati sulla dispersione scolastica. L’ogliastrino, ma il sardo in generale, è portato alla malinconia e alla tristezza. Non siamo molto ottimisti, a volte tendiamo a piangerci addosso, a trovare gli aspetti negativi senza poi fare concretamente qualcosa. Dovremmo vincere questa sfida con noi stessi.
Come possiamo intensificare la crescita culturale?
È questione di educazione. È la generazione di adulti che deve instillare nei giovani questo impegno del darsi da fare. È evidente che anche la scuola deve fare la sua parte, il giovane di oggi deve sentire il piacere di imparare, è questione di cultura. Ci sarebbe bisogno di un centro di promozione culturale che faccia un lavoro di educazione per tutti. Io l’avevo sognato con l’Associazione Culturale Ogliastra e vedevo come stimoli alla cultura la pubblicazione del mensile “L’Ogliastra”, che era interrotta da decenni, quella di “Studi Ogliastrini”, che sta continuando e mi fa enorme piacere, il premio letterario, il museo diocesano…
Non sono tanti i giovani che si interessano all’arte, alla letteratura o alla lettura, purtroppo. Se potesse guardare negli occhi i giovani ogliastrini, che cosa gli direbbe?
C’è una questione, sempre legata alla cultura: la mentalità. Nei giovani manca lo spirito imprenditoriale, questo è un difetto. Gli dire che devono avere più coraggio! Ripetevo spesso la frase di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura, prendete in mano la vostra vita, rendetela bella, fatene un capolavoro». Vedo molti giovani impauriti, spaventati da questo mondo che corre veloce e non credo che gli adulti li aiutino molto. Mi pare ci sia una sensazione, molto diffusa in Sardegna, di tirare i remi in barca, con l‘economia in crisi, la popolazione che diminuisce, ci si trova di fronte a problemi che sembrano impossibili da risolvere. E allora che si fa? Ci si mette da parte ad aspettare. Ma questo è l’errore più grande. E ai giovani direi anche che è molto importante studiare, approfondire, per potersi confrontare con tutti, per non vivere di pregiudizi.
Cosa si augura per il lavoro?
Mi auguro che le aziende riescano a influire nelle multinazionali, allargando gli orizzonti. Credo che la strada da seguire sia questa. Le iniziative industriali in Ogliastra sono venute da fuori e gestite sempre da persone non della zona, come la Cartiera, che ha seguito le logiche del «la costruisco qui perché mi conviene, la faccio fallire perché mi conviene». Auguro di aprire lo sguardo, di pensare in grande, di far crescere il senso di sicurezza e di ottimismo. L’Ogliastra dovrebbe avere un progetto. Per camminare bisogna avere una strada davanti, se non hai la strada ti fermi o torni indietro. C’è bisogno di un obiettivo. Oggi dovremmo puntare molto sul turismo e metterci in prima linea, nelle decisioni, nella gestione. Chi ci governa dovrebbe essere in grado di dialogare con le multinazionali, ecco la questione culturale che torna, dobbiamo diventare i protagonisti.

Biotestamento

L’inganno del biotestamento

di Francesco Ognibene.
Se anche ritenessimo che possa bastarci quel che già abbiamo visto, sentito e letto sin qui sul biotestamento e la relativa legge appena approvata, s’incarica poi la realtà a richiamarci a restare vigili. Perché le «Norme in materia di consenso informato e di Disposizioni anticipate di trattamento» (o Dat) varate a grande maggioranza alla Camera il 20 aprile dello scorso anno e al Senato in via definitiva il successivo 14 dicembre non si limitano a introdurre alcune rilevanti novità nel nostro ordinamento giuridico sulla relazione di cura ma cambiano in modo radicale il paradigma di riferimento dell’intero sistema legislativo e sanitario sulla vita umana. Esageriamo? Nient’affatto.
Basti pensare alla distanza che passa tra la legge 38 sulle cure palliative e la 2.801 sulle Dat. La prima fu approvata nel 2010 e poi presa a modello da altri Paesi per il suo stampo profondamente umanistico in un’era di dominio della tecnologia, eppure in Italia resta ancora largamente inapplicata. Al centro di quella legge c’è la dignità del paziente al quale va garantito il diritto di affrontare l’ultimo tratto della vita con la piena «tutela della dignità e dell’autonomia», oltre alla «promozione della qualità della vita fino al suo termine» e l’«adeguato sostegno sanitario e socio-assistenziale» a lui e alla famiglia. La legge 38 dispone che ci si prenda cura dell’altro, perché è consapevole che di questo la persona umana ha bisogno. Un approccio saggio che ascolta le vere necessità del paziente ritenendolo anzitutto una persona ancora e sempre nella sua pienezza. Nel testo varato sette anni fa (ma che la stragrande maggioranza degli italiani non conoscono) si coglie la sapienza della cultura cristiana di un Paese – e di una civiltà – che alla figura del buon Samaritano vede ispirarsi innumerevoli testimonianze personali e sociali del sapersi far carico della sofferenza altrui, e dispone che mai si possa recedere dalla coerenza rispetto a questo stile.
Non altrettanto si può dire purtroppo della ben più reclamizzata legge sul fine vita, che rovescia il fondamento sul quale si costruisce l’impianto normativo: con le Dat lo Stato prende atto che si possa chiedere e si debba ottenere di interrompere la propria vita quando si ritiene venuta meno la propria dignità, senza neppure fissare criteri temporali (ad esempio, la terminalità della malattia) o clinici (la refrattarietà alle cure, o l’accertata mancanza di margini per un miglioramento). In pratica al diritto di essere assistiti si sostituisce – senza neppure dirlo – quello di morire quando e come si desidera. Basta chiedere, lasciandolo scritto nelle proprie disposizioni (e non semplici dichiarazioni) anticipate di trattamento, e nessun medico potrà opporsi.
È la conferma di come spesso nel nostro Paese le leggi servano assai più come grimaldelli per introdurre nuove letture della realtà, e dunque diffondere una mentalità e una cultura calate dall’alto, che come strumenti per risolvere problemi: leggi come quella sulle Dat si configurano, in altre parole, come “manifesti”. Era necessaria una legge per affermare il diritto di rifiutare le terapie, sospendere le cure o evitare l’accanimento terapeutico? O la Costituzione, la deontologia medica e il rapporto personale tra ogni medico e ogni paziente già bastava come garanzia per evitare situazioni che potessero ledere la dignità del paziente? E ha senso una legge per sua stessa natura generalista per regolare ognuna delle infinite situazioni concrete nelle quali si incarna un percorso di fine vita? Come ha osservato più di un medico, scettico oltre che preoccupato per un’ulteriore dose di burocratizzazione aggiunta alla vita professionale, delle Dat non si sentiva alcuna mancanza. Tanto più che una legge sul fine vita il nostro Paese già l’aveva: quella sulle cure palliative, appunto, e per di più esemplare e impegnativa. Ma evidentemente andava affermato un nuovo principio, facendo leva sulla retorica ormai inarrestabile dei “nuovi diritti” e della libertà individuale eretta a dogma illusorio di una società dove si convincono i cittadini di poter fare di sé ciò che meglio credono, quasi a voler eludere un discorso serio sulle vere libertà e i veri diritti che oggi reclamano di essere ascoltati (primo tra tutti quello di essere curati e assistiti come la propria malattia esige), e forse sul diritto e la libertà in quanto tali.
Il rovesciamento del metro col quale si misura la vita umana è un passo grave al quale ci si è disposti in una situazione paradossale se si pensa alla posta in gioco: è noto infatti che con pochi giorni di lavori parlamentari ancora a disposizione prima dello scioglimento delle Camere una maggioranza trasversale e anomala che va dal Pd a M5S alle varie formazioni della sinistra radicale, pescando però anche in altri partiti, ha scelto il fine vita come scalpo da esibire ai potenziali elettori lasciando scadere un gran numero di altri provvedimenti assai più rilevanti. Il senso politico di una simile operazione sfugge, a meno che non si ascolti l’esultanza di chi questa legge l’ha ispirata davvero avendo in mente una chiara strategia per giungere per via parlamentare o giudiziaria (i prevedibili contenziosi per applicare una norma confusa e ambigua) alla legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito, senza obiezione di coscienza.
Se la si vede sotto questa lente, la legge sulle Dat appare dunque come un altro passo verso la secolarizzazione del Paese ripulito con metodicità da ogni residuo di “principio primo” che superi e preceda la volontà individuale eretta a nuovo idolo, e da ciò che può fondarlo, legittimarlo e renderlo condiviso, religione in primis. Più che una legge, un’altra mano di bianco stesa sul capolavoro dell’umanesimo che ispira la nostra comunità nazionale. Di solito, l’ideologicità di operazioni simili non fa i conti con la resistenza della realtà e dell’essere umano rispetto a operazioni che ne forzano la natura. Ora tocca anche a ciascuno di noi testimoniare che non c’è diritto di morire che valga la vita.

BAU MELA GIOVANI

Il cuore giovane di Bau Mela

di Don Filippo Corrias.
Non aver paura dei punti interrogativi! Svegliati prima che sia tardi! Il coraggio di attendere nuove terre”. Sono stati questi i temi che il Vescovo Antonello ha voluto affrontare con una ventina di giovani della diocesi nella suggestiva cornice di una Bau Mela invernale, nelle due giornate di spiritualità dedicate ai giovani diciottenni. Protagonisti indiscussi 19 giovani provenienti da diverse comunità parrocchiali della diocesi con i quali il Vescovo ha voluto dialogare in fraternità.
Le due giornate sono state scandite dall’ascolto della Parola di Dio, sapientemente commentata dal pastore della Chiesa d’Ogliastra, e dalla condivisione fraterna, in forma di collatio, a partire anche dal vissuto esperienziale dei giovani. Interrogarsi, svegliarsi e attendere i tre verbi utilizzati dal presule per rincuorare i giovani presenti ad avere il coraggio di prendere in mano la propria vita e farne un dono.
Interrogarsi.
“La realtà continua a farci domande e ci chiede di scegliere e venire fuori per quello che siamo. Da questa chiamata a manifestare chi siamo deriva quel desiderio di fuga che di tanto tanto sperimentiamo”, ha esordito Vescovo aprendo la meditazione del primo giorno. “Qual è il nostro vero profilo?”, ha chiesto ai giovani. “Siamo anche noi come Giovanni Battista che non ha paura di lasciarsi interrogare dalla realtà? A volte nella vita ci sentiamo fermi e incapaci di fare il prossimo passo, ci sentiamo smarriti senza sapere bene dove andare”. A conclusione della prima riflessione il Vescovo ha ricordato che “Gesù Cristo è sempre il nuovo inizio per ciascuno”.
Svegliarsi.
“Per uscire dal sonno occorre accorgesi di dove siamo”, ha dichiarato nella seconda tappa del cammino. “Gesù spesso invita i suoi discepoli ad aprire gli occhi. Vegliare significa tenere vivo il compito che la vita mi sta affidando poiché non siamo noi a costruirci affannosamente un senso per la vita, ma lo accogliamo. Dio è generoso con tutti e non lascia mai una vita senza senso perciò ciascuno di noi è attesa.” Il Vescovo ha ricordato ai giovani, concludendo il secondo step della due giorni, che “l’uomo è un essere vivente teso tra la certezza che Dio ha già visitato la mia vita e il desiderio che torni ancora ad abitarla. La notte non può durare per sempre”.
Attendere.
Il capitolo 13 del libro dei Numeri è stato il brano biblico utilizzato dal Vescovo per illustrare il terzo verbo. Si tratta di un episodio biblico che si taglia bene quando si parla del tempo che passa, dell’attesa e del futuro. “Il tempo che passa – ha ricordato – oltre al rischio di desiderare un passato che non c’è più, ha spesso la tentazione di fuggire il tempo trasferendo il senso della vita umana in un «altrove», esulando dalla vita quotidiana e rifugiandosi in un recinto che offre sicurezze e appiana le difficoltà”. Quali i rimedi? “Evitare di lasciare la storia alla deriva, «spiando» il passaggio di Dio nella mia storia, abbandonandomi alla sua azione, già in opera, assecondandola”.
“Non rimettere tutto in discussione per il fatto di trovarti messo in discussione”, uno dei punti fermi che il Vescovo ha voluto affidare ai giovani. Si riprende da qui?