In breve:

Fatti

speleologa Lanusei

Dentro la terra leggeri

di Augusta Cabras.
Le viscere della terra, su tantissime persone, esercitano un grande fascino. Suscitano la curiosità di chi vuole scoprire, di chi vuole illuminare gli angoli più bui e freddi di un mondo nascosto ma di straordinaria bellezza. Microcosmi in cui la natura si disvela con discrezione, lentezza, dove lo scorrere di una singola goccia d’acqua crea geometrie perfette, da restarne sempre piacevolmente stupiti. E ogni volta, entrare, scoprire, indagare è un’emozione fortissima.
Ce lo racconta con passione Cinzia Mulas, lanuseina di 46 anni, che da quando ha iniziato a fare le spedizioni nel cuore della terra non si è fermata più. «Andare per grotte non è la mia professione principale, ma è di certo la mia più grande passione. È nata in me nel 2004, quando ho iniziato a frequentare un corso base di speleologia che mi teneva impegnata nei fine settimana, con un programma di attività che prevedeva sia la parte teorica che la parte pratica. Mi sono appassionata fin da subito. La materia era interessantissima e via via scoprivo tante cose nuove che non conoscevo anche sul nostro territorio. Ho capito ben presto, però, che come tutte le passioni, per poterla coltivare seriamente, serviva la pazienza, il tempo e una grande forza di volontà». Elementi che a Cinzia sembrano proprio non mancare. Lei, inizialmente con il Gruppo Grotte Ogliastra di Perdasdefogu, e da oltre 15 anni con lo Speleo Club Oristanese, organizza o partecipa a spedizioni per approfondire la materia o per conoscere ancora meglio il territorio. «Ogni uscita è una scoperta; anche quando si torna negli stessi luoghi, possono esserci elementi che prima non c’erano o semplicemente erano sfuggiti alla vista». Per addentrarsi nei meandri della terra ci vogliono quindi passione, pazienza, fermezza, un grande spirito di osservazione e attenzione. L’Ogliastra, scrigno aperto che dispensa bellezza a ogni passo, si presta benissimo anche da questo punto di vista.
Cinzia ricorda ancora con grande emozione la prima visita ad una grotta. Era quella di Lovettecannas, nel territorio di Baunei. Ricorda come fosse oggi l’attesa, la preparazione con le attrezzature da indossare, casco, corde, discensori, l’immersione lenta nell’oscurità, l’ingresso nel silenzio che avvolge ogni pietra e ogni forma di vita. Perché là sotto, dove tutto è buio e silenzio, dove tutto sembra apparentemente immobile, si snoda con forza altra vita. In particolare la flora e la fauna endemica, a cui Cinzia nel corso degli anni guarda con sempre maggiore interesse e attenzione, studiando, fotografando, approfondendo la propria conoscenza di bio-speleologia. Capitò proprio durante la spedizione a Su sterrigeddu, profonda voragine di circa 140 metri, di riuscire a fotografare la fauna ipogea presente nella cavità e di individuare una nuova stazione di Sardaphaenops supramontanus graffitii, un coleottero cavernicolo dal corpo rossiccio dalle dimensioni di 8 millimetri, presente soltanto in alcune grotte del Supramonte di Oliena, Baunei e Urzulei. In quella spedizione Cinzia Mulas riuscì a vedere anche l’Alpioniscus Fragilis, un crostaceo isopode e depigmentato che può raggiungere i 18 millimetri di lunghezza. Ma la fauna delle grotte è ricca e affascinante e con caratteristiche legate all’habitat e in particolare all’assenza di luce, per cui la gran parte non possiede la vista e sviluppa altri sensi, gli organi tattili e di senso chimico. Vi si trovano insetti, crostacei, ragni ballerini che hanno sviluppato zampe lunghissime per evitare di stare a contatto del pavimento umido con il resto del corpo, insetti depigmentati, crostacei con le antenne per potersi orientare negli spazi e il Geotritone del Supramonte (Speleomantes supramontis o Hydromantes) una fra le cinque specie endemiche della Sardegna. Lucifugo, evita cioè la luce, il geotritone rimane nascosto nelle grotte. Durante l’autunno e la primavera esce dall’ambiente sotterraneo e rimane nelle vicinanze, ma la sua vita è comunque legata a un alto valore di umidità, 80-90%, che può essere presente solo nelle grotte. Si ciba di ragni, millepiedi, mosche, invertebrati, che è in grado di catturare con la sua lingua estroflettibile lunga ben 6 cm. In questo periodo Cinzia e lo Speleo Club Oristanese sta monitorando in una grotta della zona di Oristano l’Hydromantes Imperialis, dalla deposizione alla schiusa delle uova, al fine di ricavare informazioni utili e dettagliate sulla specie.
Un lavoro importante che consentirà di allargare le conoscenze e di diffonderle promuovendo sempre il rispetto per la terra, dentro e fuori.

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Il mondo a Urzulei. Natura e spiritualità in grotta

di Marco Congiu.
Speleologi e studiosi da tutto il mondo si sono dati appuntamento al centro della terra, nelle grotte di Urzulei. Un raduno internazionale che ha attirato nel centro ogliastrino migliaia di persone. Un autentico viaggio tra ambiente, cultura, storia e spiritualità.

I giorni dell’ottava di Pasqua sono stati, per la comunità di Urzulei, l’occasione per sperimentare il valore dell’ospitalità nell’accogliere quasi 1500 speleologi provenienti da tutto il mondo per il Raduno internazionale di Speleologia Impronte 2019, svoltosi dal 25 al 28 aprile scorso.
Numerose le iniziative, coordinate dall’Associazione Icnussa e dal Gasau, che hanno interessato gli appassionati e i curiosi. Laboratori, attività, testimonianze ed escursioni che avevano come scopo la conoscenza del territorio e il giusto modo di rispettarlo e prendersene cura, coinvolgendo oltre alle associazioni regionali e nazionali anche esperti provenienti da altre nazioni come lo speleosub britannico Rick Stanton, che insieme ai suoi colleghi, ha salvato tredici ragazzi in una grotta in Thailandia, o gli americani che hanno presentato una tecnica innovativa per la pulizia delle grotte danneggiate dall’intervento umano. Gli ospiti hanno anche avuto modo di immergersi nella cultura folkroristica e gastronomica sarda.
Non sono mancati i momenti di fede e spiritualità. Una particolare menzione va rivolta alla Santa Messa celebrata nella grotta di Pischina Urtaddala. L’eco della polifonia e del canto gregoriano, esaltati e ampliati dall’eccezionale acustica di questa grotta, ha guidato i numerosi fedeli lungo i sentieri che conducono alla sua imboccatura, sfidando la fatica del cammino per raggiungerla e ammirare la sua suggestiva bellezza. Situata a 700 metri sopra il livello del mare, Pischina Urtaddala è un’enorme semicupola al cui interno si è formata una vasta piscina che ha dato il nome al sito. Nei pressi della fonte d’acqua è stato collocato l’altare, tutt’intorno l’assemblea dei fedeli, che ha partecipato con devozione e attenzione alla celebrazione. In fondo alla grotta, nel punto in cui è migliore la risonanza, il coro polifonico Corale Urzulei, ha accompagnato la sacra cerimonia. La celebrazione si è conclusa facendo memoria di Luigi Donini, giovane speleologo emiliano che per primo, con un gruppo di amici, ha esplorato queste grotte contagiando gli urzuleini con la passione per la speleologia e l’amore per questo meraviglioso territorio. A lui è dedicata un’altra grotta nelle vicinanze, dopo che giovanissimo ha perso la vita nel tentativo di portare soccorso a quattro speleologi, rimasti bloccati in fondo a una cavità.
Presenti anche altri cori polifonici provenienti da tutta l’isola: il coro Bellavista di Tortolì, Su Circannueu di Baunei, Su Neulacoro di Urzulei, Monte Gonare di Orani, Vadore Sini di Sarule. Infine, dal momento che tutti i salmi finiscono in gloria, i fedeli al termine della ripida salita in cima alla grotta hanno potuto rifocillarsi al lauto banchetto a base di carne arrostita preparata da alcuni giovani.
Numerosi convenuti si sono, inoltre, lasciati coinvolgere nella vita della parrocchia di San Giovanni Battista che celebrava il 25 aprile le rogazioni con il canto delle litanie e la benedizione delle campagne, il 26 aprile la festa di San Giorgio, Vescovo, co-Patrono della parrocchia, con la processione e la Santa Messa cantata dal coro parrocchiale e, infine, il 27 e il 28 la celebrazione delle Sante Messe d’orario che concludevano l’ottava di Pasqua.
Troppo numeroso sarebbe l’elenco delle persone e gli enti che meritano di essere ringraziati per l’ottima riuscita di questi eventi. Ci si limita a ringraziare il buon Dio per le meraviglie che ha creato e tutte le persone di buona volontà che hanno messo a disposizione in questi giorni i propri talenti.

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La rete come occasione per creare comunità

di Filippo Corrias.
Il 2 giugno prossimo, solennità dell’Ascensione del Signore, celebreremo la 53a Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali.
Per l’occasione il Santo Padre, come da tradizione, ha approntato un messaggio, presentato nella sala stampa vaticana il 24 gennaio scorso, memoria liturgica di San Francesco di Sales patrono dei giornalisti, dal titolo “Siamo membra gli uni degli altri” (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana.
Francesco, promuovendo e incoraggiando l’uso di Internet – «la rete è una risorsa preziosa del nostro tempo», scrive – invita i fedeli a riflettere «sul fondamento e l’importanza del nostro essere-in-relazione e riscoprire, nella vastità delle sfide dell’attuale contesto comunicativo, il desiderio dell’uomo che non vuole rimanere nella propria solitudine».
Condivide la tesi degli esperti del settore che «evidenziano i rischi» dell’universo interattivo. Se da una parte Internet offre «una possibilità straordinaria di accesso al sapere», dall’altra parte «è uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito».
«La rete è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri, ma può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare. Sono i ragazzi a essere più esposti all’illusione che il social web possa appagarli totalmente sul piano relazionale, fino al fenomeno pericoloso dei giovani eremiti sociali che rischiano di estraniarsi completamente dalla società».
L’umanità si manifesta nella sua capacità di relazionarsi con gli altri e noi cristiani «siamo chiamati a manifestare quella comunione che segna la nostra identità di credenti».
La rete come occasione. «Se una comunità ecclesiale coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’Eucaristia insieme, allora è una risorsa. Se la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, allora è una risorsa».
«Questa è la rete che vogliamo – conclude il Pontefice – una rete fatta per liberare, per custodire una comunione di persone libere».

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La formazione prima di tutto

di Maria Giuseppina Scanu.
Nelle giornate del 15, 16 e 17 marzo si è tenuta a Tortolì la formazione regionale per gli animatori del Progetto Policoro della Sardegna, una formazione che ha potuto godere anche delle bellezze della natura ogliastrina.

Sono stati dodici gli animatori provenienti da varie Diocesi che si sono dati appuntamento a metà marzo per questo importante momento di crescita e condivisione, insieme a diversi attori del progetto e relatori, quali il direttore della Caritas, della Pastorale Giovanile e la Cooperativa Amos.
La formazione riservata agli animatori ha visto l’uso di metodologie differenti, attraverso le quali i giovani animatori si sono misurati e confrontati, riflettendo sul tema della prossimità, che faceva da filo conduttore alle tre giornate.
Nel corso della prima giornata si è ragionato sul proprio ruolo di animatori all’interno del Progetto Policoro nei propri territori: un momento laboratoriale pensato sul confronto con le cosiddette Life skills (le competenze trasversali quali consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, gestione dello stress, comunicazione efficace, relazioni efficaci, empatia, pensiero creativo, pensiero critico, prendere decisioni e risolvere problemi) e su come queste devono e possono essere incorporate nella vita quotidiana e nel proprio lavoro. Significativa la serata dedicata all’ascolto e alla lectio divina sulla lavanda dei piedi, tenuta da don Battista Mura che ha riservato una bella considerazione sulla figura di don Tonino Bello.
E con la lectio sul brano del buon samaritano, tenuta dal tutor del progetto, don Giorgio Cabras, ha avuto inizio la seconda giornata, durante la quale si è entrati nel vivo della formazione. Il gruppo, infatti, ha vissuto un’esperienza pratica di prossimità, con la visita dei terreni della fraternità curati dalla Cooperativa Amos, nei pressi de centro Caritas. Qui siamo stati accolti da Andrea Corrias, membro della Cooperativa ed ex animatore di comunità, e dai ragazzi e ragazze del Progetto Insieme, con i quali abbiamo piantato simbolicamente due alberi di ulivo in un bel momento di condivisione.
Il pomeriggio di formazione è proseguito lungo il sentiero che da Pedra Longa, a Baunei, porta alla spiaggia di Forrola: una camminata che si è fatta riflessione sulle parole della Laudato Sii, con un accento particolare e quanto mai attuale sulla fragilità del creato e sul ruolo fondamentale che l’uomo ha nella sua veste di corresponsabile della funzione creatrice e conservatrice dell’ambiente in cui vive. Prima di concludere la serata con la Messa nella parrocchia di San Nicola a Baunei, accolto da don Antonio Fanni, il gruppo ha fatto visita all’altopiano di Golgo e alla chiesetta di San Pietro.
La terza e ultima giornata è stata incentrata su un altro momento laboratoriale che, attraverso il gioco, ha cercato di dare concretezza al tema della prossimità. E se è vero che giocando si impara, è altrettanto vero che giocando si crea; nel nostro caso sono state gettate le basi per un progetto a base regionale, che grazie alla creatività degli animatori, una volta concluso potrà essere pubblicato.
Ora, la domanda è: perché una formazione così variegata?
Perché formazione, come dice la parola stessa, significa “dare forma all’azione”, è il luogo in cui si riflette, si rivisitano le azioni e le esperienze. Le ultime in particolare ci hanno permesso di acquisire nuove competenze, nuovi modi di indagare e incidere la realtà che si vive. La formazione non dev’essere vissuta semplicemente come l’insieme delle conoscenze e delle informazioni in un determinato settore specifico. Per il Progetto Policoro la formazione assume un significato più ampio: tocca la sfera relazionale, quella emotiva, la sfera professionale e spirituale. Il Progetto investe su questo in termini di denaro e professionalità, crede che l’animatore possa essere realtà di supporto al territorio e alle fragilità che incontra e che egli stesso debba essere accudito, accompagnato. Dunque formato.

Coro liturgia

Musica, liturgia e cori liturgici

di Tonino Loddo.
Che canti la Chiesa! Che canti sempre! Che canti, però, avendo ben in mente la memoria che vive, la Parola che proclama, il mistero che celebra.

Sui cori liturgici se ne sentono ormai di ogni genere, e nonostante sia il Concilio Vaticano II sia l’Ordinamento Generale del Messale Romano ne definiscano chiaramente ambiti e funzioni, tuttavia si fatica ancora a cogliere il senso vero della loro presenza nella liturgia. Ancora oggi, infatti, è possibile scorgere intorno ad essi e alla loro opera una serie di atteggiamenti preoccupanti, del tutto lontani dallo spirito liturgico della riforma conciliare. Tra essi ne citiamo alcuni. Il primo e peggiore è l’atteggiamento dei cori liturgici solo di nome, che cantano brani del tutto a casaccio, incuranti del momento e della circostanza liturgica. Il secondo atteggiamento è quello di chi proclama con la massima saccenteria che bisogna far cantare l’assemblea e che il coro deve solo sostenerne il canto. C’è poi, e all’incontrario, chi tende a esaltare il ruolo del coro impadronendosi di ogni parte cantata e lasciando completamente muta l’assemblea. Proviamo a fare chiarezza.
Partiamo da un primo e fondamentale principio: la musica, nella liturgia, non è un semplice accompagnamento o un ornamento; la liturgia, infatti, non si limita a offrire spazi per il canto e per la musica, ma si esprime e si costituisce essa stessa anche mediante il canto e la musica. Perché la vera musica liturgica è preghiera di lode per eccellenza ed è, perciò, essa stessa liturgia: non distrae, non si limita a dare un piacere estetico, ma aiuta l’assemblea nel raccoglimento, meglio introducendola nel mistero di Dio e conducendola quasi per mano alla riflessione, alla preghiera, all’adorazione.
La musica liturgica si pone, infatti, a servizio della Parola e del Pane spezzato e – insieme alle parole, ai simboli e ai gesti – aiuta i fedeli a gioire della Pasqua che si rinnova sull’altare. Come Mosè e gli israeliti, la Chiesa canta «in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato» (Es. 15,1), e insieme ai quattro viventi e ai ventiquattro vegliardi, «canta un canto nuovo» quando all’Agnello viene consegnato il Libro dei sette sigilli (Ap 5, 8-9). Il canto della Chiesa è canto di risurrezione ed espressione dell’attesa di nuove terre e cieli nuovi. La Chiesa ha bisogno di cantare perché il solo parlare non sarebbe sufficiente alla sua preghiera; di più, essa non può fare proprio a meno di cantare: sarebbe come inibire la propria esultanza della salvezza, di cui la preziosa tradizione musicale che ha accumulato nei secoli è originale e orgogliosa manifestazione.
Nei secoli, questo cantare si è stabilizzato intorno a tre pilastri: il canto gregoriano, la polifonia e la musica d´organo. Quanto tutto questo in molte (molte, purtroppo!) assemblee liturgiche si sia dimenticato e continui a trascurarsi è cosa nota. Tenere saldi quei tre pilastri costa fatica, esige competenza, richiede tempo. Più facile zappare su qualche chitarra o percuotere tamburi occasionali, cantando musichette dozzinali e testi talora non alieni da veri e propri errori dottrinali. L’importante è cantare, perché altrimenti la Messa è brutta! Ancora più facile chiamare un coretto a tutto avvezzo fuorché alla liturgia che canta quel che capita, come capita (non sarebbe male, per evitare qualche scempio di troppo, istituire – come s’è fatto per i fotografi e come si dovrebbe magari fare per i fioristi – un albo diocesano che ne certifichi la competenza a cantare nelle liturgie…). Ma non è raro neppure incontrare taluno che, pressato dalle troppe incombenze quotidiane, chiede di limitare il canto, …per non allungare troppo!
Che, dunque, canti la Chiesa! Che canti sempre! Che canti, però, avendo ben in mente la memoria che vive, la Parola che proclama, il mistero che celebra. In questa visione, la Schola può essere validamente di aiuto all’Assemblea, essendo suo «il compito di eseguire le parti che le sono proprie, secondo i vari generi di canto, e [di] promuovere la partecipazione attiva dei fedeli nel canto» (Ordinamento, 103). Infatti, la Schola talvolta canta con l’Assemblea, talvolta in dialogo con l’Assemblea e talvolta per l’Assemblea, come esplicitamente è detto nella parte III del cap. secondo dello stesso Ordinamento (§§ 46-90), che indica analiticamente quando e come il canto vada eseguito: alternativamente dalla Schola e dall’Assemblea, o dal cantore e dall’Assemblea, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola Schola; paragrafi che bisognerebbe almeno rileggere (se non proprio leggere). Spesso si ignora che il canto della Schola è frutto di un lungo lavoro; e sarebbe assai bello se i responsabili della pastorale si rendessero conto del grande servizio che rende a tutta la comunità parrocchiale.

Il canto liturgico
“Un ruolo significativo nella liturgia è rivestito dal canto. A cosa esso sia finalizzato ce lo dice chiaramente il Concilio Vaticano II: «Il fine della Musica Sacra è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli» (Sacrosanctum Concilium, 112). E che essa serva a lodare Dio ci è molto naturale e istintivo capirlo, forse più difficile ci riesce di capire in che misura essa possa servire alla «santificazione dei fedeli». Ma anche questo ci risulterà più facile, se appena pensiamo che la musica che usiamo nella Liturgia non deve e non può essere casuale, ma deve partire dalla particolare Liturgia in cui è inserita. Essa, esattamente come la Parola e i Segni, deve essere coerente con quello che la Liturgia sta esprimendo in quel momento.
E questo concetto vale per ogni celebrazione, sia che si tratti di una Liturgia della Parola, di una Liturgia Penitenziale o di un momento di preghiera. E soprattutto vale per la Liturgia Eucaristica, in cui Dio si fa uomo in Cristo non per umanizzare se stesso, ma per divinizzare l’uomo. E la musica liturgica, di conseguenza, deve riuscire a far presente e vivo questo concetto. In definitiva, ora, è facile capire cosa sia la musica nella Liturgia: non è colonna sonora, non è riempimento, non è esibizione del singolo o del coro. È Parola fatta musica. Perciò, si abbia grande attenzione nella scelta dei canti che si eseguono, che devono sempre essere adatti al tempo e al momento liturgico che si sta vivendo. Sia sobria l’esecuzione e sia dato – ove le circostanze lo permettano – uno spazio significativo all’utilizzo dell’organo, strumento musicale per eccellenza della Chiesa, «il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti» (Sacrosanctum Concilium, 120)”.

(dalla Lettera Pastorale Sul carro con Filippo del vescovo Antonello)

Tecnologie digitali

Tecnologie digitali tra opportunità e rischi

di Augusta Cabras.

Un incontro di teologia, quello di fine gennaio nel seminario vescovile di Lanusei, più che mai attuale ha visto come relatore Marco Deriu, docente dell’Università Cattolica. Significativo il tema della serata: “Gli educatori e nuovi media. Opportunità e rischi delle tecnologie digitali”.
Lo ha sentito, per la redazione, Augusta Cabras.

Prof. Deriu, in ambito educativo la tecnologia ha più opportunità o più rischi?
Opportunità. Senza dubbio. Come in tutte le cose, il rischio è collegato all’abuso o al cattivo uso. La tecnologia, che è pur sempre un insieme di strumenti creati dall’uomo per l’uomo, di per sé ha potenzialità positive. In ambito educativo ancora di più. Io sono padre di due figli di 18 e 16 anni che sono spesso attaccati ai nuovi mezzi tecnologici. Educarli a non usarli è impossibile. Bisogna educare a usarli bene, in maniera intelligente.
Tra le varie opportunità a cui fa riferimento, quale riconosce tra le più importanti?
La più importante, secondo me, è quella legata alla possibilità di costruire e mantenere delle relazioni. I mezzi di comunicazione, finché sono dei mezzi appunto e non dei fini, ci aiutano in questo. Il rischio, in questi casi, è che si entri in contatto solo attraverso il telefonino. Ma se questo aiuta a mantenere le relazioni che la distanza sfavorisce o non facilita è positivo. Facebook stesso nasce come una sorta di annuario scolastico che aiuta i vecchi compagni che si sono persi di vista a ritrovarsi. Un altro elemento è sicuramente l’immediatezza della disponibilità di contenuti, che soprattutto per i ragazzi è una ricchezza. Uno dei rischi, rispetto a queste opportunità può essere il fatto che, poiché la rete è un mare in cui si trova di tutto, bisogna imparare a discernere i contenuti. Se prima eravamo abituati al libro come fonte primaria di conoscenza o al giornale, che ha un ordine, ora nella rete non c’è un ordine, c’è l’ipertesto. La difficoltà, l’impegno e la sfida è quello di imparare a orientarsi dentro questo mare magnum.

Chi ci aiuta in questo?
Intanto la nostra coscienza con i punti saldi valoriali: giusto/sbagliato, utile/inutile, necessario/superfluo e, se parliamo di educazione, sicuramente l’esempio.

La sfida è educativa. Quali sono i modi per poter educare all’uso corretto e consapevole della tecnologia?
Il punto di partenza è quello di ricordare a noi adulti, prima ancora che ai ragazzi, che gli strumenti della tecnologia sono strumenti e non fini o obiettivi. Posto questo, io penso che si debba avere il coraggio di disciplinare questo uso. Ad esempio dare ai ragazzi dei tempi per il loro utilizzo. Faccio un paragone con il cibo. Il cibo buono fa bene, il cibo cattivo fa male, ma se abuso del cibo buono non mi fa bene, quindi bisogna educarci ed educare a utilizzare questi strumenti in maniera consapevole e responsabile. Io penso che se in famiglia, nel gruppo degli amici, in parrocchia, ecc., c’è una tenuta sociale, una relazionalità già buona, la comunicazione attraverso i media digitali non va a intaccarla ma la arricchisce. L’educazione è sul versante della integrazione di questi mezzi in relazioni già esistenti. Questi strumenti vanno usati non per isolarci, ma per connetterci.

I genitori e gli educatori sono pronti ad affrontare questa sfida?
Sì e no. A volte si tende a polarizzare per estremi: genitori che pensano che non ci sia bisogno di porsi questo problema e genitori che invece hanno molta paura di quanto male questi strumenti possano fare ai ragazzi. Secondo me, per noi adulti serve un po’ più di competenza; prima di dire a mio figlio: «Sei tante ore su Facebook, ora basta!», vediamo cosa è Facebook, conosciamo, cerchiamo di capire. La conoscenza maggiore ci rassicura e ci aiuta a interagire con i ragazzi.

C’è un limite di età sotto il quale è meglio non affidare la tecnologia?
Da genitore e da persona che si interessa a questo mondo dico ciò che io ho fatto con i miei figli. Loro hanno avuto il telefonino per la prima volta al primo anno del liceo. Ma non è raro che ce lo abbiamo anche i ragazzini delle medie o addirittura alle elementari, ma è decisamente troppo presto. Il telefonino può diventare un guinzaglio elettronico che serve a genitori ansiosi per tenere buoni i figli o per poterli meglio controllare o proteggere («qualsiasi cosa succeda chiamami!»). Questo è un grande rischio.

Quali sono le opportunità nell’ambito della scuola?
Ora tutte le scuole hanno la lavagna interattiva, multimediale, hanno una serie di contenuti digitali interessanti e importanti, così come pure la possibilità di visualizzare immagini, che possono arricchire la conoscenza. La conoscenza è certamente più immediata e i ragazzi possono attingere da una quantità enorme di contenuti.
C’è il rischio che questa immediatezza, unita alla mancata fatica della ricerca e dell’apprendimento renda la nostra memoria troppo breve?
Quello di cui noi fruiamo con la tecnologia passa molto velocemente. Per esempio, noi a scuola studiavamo tantissime poesie a memoria, ora non più. Si studiavano le tabelline mentre ora è consentito l’uso della calcolatrice; per muoverci in città usavamo le mappe ma poi ci ricordavamo il tragitto, mentre ora senza il navigatore ci perdiamo. Tanto più facilmente io trovo il contenuto che mi serve e posso tenerlo in memoria su un dispositivo tanto meno faccio la fatica di ricordarmelo. Però questo vale per la nostra generazione, meno per i nativi digitali, che penso riescano meglio a mettere insieme le due cose. È però chiaro che la memoria vada esercitata.

È reale il rischio che tra qualche secolo di noi non si sappia nulla, se usiamo solo la tecnologia?
Io sono convinto che la scrittura tradizionale sia ancora la forma migliore di conservazione e trasmissione della parola e del testo. Le memorie elettroniche e digitali dopo un po’ cambiano; pensiamo alle musicassette che ormai non si leggono più. Il digitale cambia continuamente; tra un po’ anche i Cd non si leggeranno più, mentre un libro si leggerà sempre.

Dove ci porterà la tecnologia?
C’è chi dice che a un certo punto il sistema collasserà e si tornerà indietro, ma io non credo che avverrà questo. Secondo me saremo sempre più interconnessi.

Scheda biografica.
Marco Deriu, originario della Sardegna, è sposato e padre di due figli.
Laureato in Lettere con indirizzo specialistico in Comunicazioni di massa, giornalista, si occupa professionalmente di informazione, comunicazione, relazioni istituzionali e Media Education.
Docente di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa e di Etica e deontologia dell’informazione all’Università Cattolica, collabora con varie testate e tiene incontri e seminari sul proficuo utilizzo dei media, vecchi e nuovi, a cui ha dedicato numerosi saggi e pubblicazioni.