In breve:

Fatti

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La scuola virtuale fra cucina e salotto

di Valentina Pani.

Tutta una famiglia a scuola. Anna vive a Tertenia con suo marito e cinque figli. Un solo computer e infiniti compiti da fare. Salti mortali e sfide da raccogliere. In questi mesi ha sperimentato tutti i limiti della didattica a distanza. Ma è convinta che possa essere una grande opportunità per un nuovo modo di fare scuola

La storia della didattica a distanza? Inizia così: «Ciao maestra, a domani!»
Un domani che, però, non c’è mai stato e che ancora tarda ad arrivare. Un mondo nuovo tutto da scoprire, fatto di incertezze e paure. Universitari, adolescenti, giovani, bambini, genitori, insegnanti, tutti catapultati improvvisamente dentro una piattaforma. E la scuola diventa automaticamente virtuale a 360°.
Sarà Anna, mamma di cinque figli, a raccontarci come questo modo di concepire e di vivere la scuola sia entrato nella quotidianità della sua famiglia: «Le mie preoccupazioni si sono da subito incentrate sulla paura di non essere all’altezza del compito che avevo davanti – spiega – e dunque di non essere capace di seguire tutti i bambini alle prese con esercizi, consegne, elaborati. Una situazione davvero difficile: ho due bambine che frequentano la primaria, un bambino alla scuola dell’infanzia, due piccoli che girovagano per casa – uno ha 2 anni e l’altra 7 mesi – e infine una sorellina che costantemente richiede il mio supporto e frequenta le scuole medie. Potrei definirla un’esperienza surreale: non sapevo da dove iniziare, con un programma scolastico che mi spaventava tremendamente, una connessione debole, un solo computer in casa. Il tutto così all’improvviso! Nel frattempo, la paura che i miei bambini accumulassero delle lacune prendeva il sopravvento».
Ma si sa, la storia è maestra di vita. E nel corso della storia il primo impatto dell’uomo verso il cambiamento è sempre accompagnato da incertezze, paure, scoraggiamento. Ciononostante, si è non solo adeguato, ma anche evoluto. Una mamma ha il compito di proteggere i suoi cuccioli, combattere per loro, anche a costo di ridimensionare se stessa: niente può fermare l’istinto materno. È stato così anche per Anna: «Devo ammettere che inizialmente le difficoltà erano davvero grosse, anche perché mio marito sta fuori casa per lavoro dalle 4 del mattino fino alle 20: riuscire da sola a tenere i più piccoli lontani dalle sorelle, mentre queste ultime cercavano di trovare la concentrazione, non è stato per niente facile. Gli ambienti della casa sono limitati, i più piccoli avevano bisogno di attenzioni e allo stesso tempo la mia presenza era necessaria come supporto per lo studio delle ragazze. Ma ci siamo adattati, abbiamo organizzato le nostre giornate, inventato attività che coinvolgessero i più piccoli: colori, disegni, lavoretti, tutto per far sì che loro si sentissero grandi, al pari delle sorelle, così che io potessi rivolgere a tutti la mia attenzione».
Altro aspetto: la tecnologia. È innegabile che essa, nel corso degli anni, abbia fatto progressi esorbitanti e oggi consenta di sentirsi vicini anche stando lontani. Ma non è un mondo fatto solo di rose e fiori: delle volte le spine ci sono e sanno pungere bene. Non tutti, infatti, hanno la fortuna di avere un computer in casa, una connessione veloce che possa supportare giornate intere di videolezioni, trasferimento di dati o file di grandi dimensioni in tempi accettabili, o peggio ancora, non tutti hanno la capacità di saperli utilizzare questi grandi strumenti. Insomma, la sfida virtuale della scuola ha richiesto – e tuttora richiede – uno sforzo maggiore: «Mi ritengo davvero fortunata – sottolinea la giovane mamma terteniese – perché ho una buona attitudine all’utilizzo dei mezzi tecnologici, non mi arrendo facilmente, ma mi rendo conto e so per certo che non tutti hanno la mia stessa fortuna, o comunque non è una cosa scontata, nemmeno ai nostri giorni».
Siamo, per dirla tutta, in una sorta di scuola allargata, dove non ci sono più solamente alunni e insegnanti, ma dove anche i genitori costituiscono una parte integrante e fondamentale, una piattaforma che unisce famiglie e scuola in un rapporto stretto che molto probabilmente si stava affievolendo, rischiando di perdersi: «Ho sempre ritenuto la figura del docente essenziale – ribadisce Anna –, soprattutto in questo difficile momento. Un ruolo chiave nella vita di ogni studente, non solo per le nozioni che trasmette ai ragazzi, ma anche per il supporto psicologico ed educativo che sa dare. Si viene a creare, insomma, un rapporto di fiducia tra insegnanti e alunni, soprattutto ora, che i bambini sono stati travolti da novità e paure e che hanno profondamente bisogno di quello sguardo amico, rassicurante e confortevole. Lo leggo negli occhi di Elias – prosegue –: lui frequenta la scuola dell’infanzia, ogni mattina non vede l’ora che arrivi il video della fiaba che l’insegnate ha scelto; un semplice gesto che fa sentire il calore di una presenza anche se lontana».
Insomma, se pur riadattata a diversi livelli d’istruzione, tutti si ritrovano in questa immensa e singolare avventura di scuola virtuale. Anna è un grande supporto anche per la figlia più grande: scuola media, programmi, stili, metodologie differenti. «Nonostante utilizzassimo tutti la stessa piattaforma – dice – ho notato grandi differenze nelle varie fasce scolastiche e tutto è risultato spesso molto confusionale. Alle medie, ad esempio, le videolezioni erano appuntamenti quotidiani. Sarebbe stato bello se questo metodo di lavoro si fosse attuato anche nella fascia della primaria: tutti gli alunni, infatti, hanno un bisogno costante degli insegnanti, di vederli, sentirli, di essere seguiti e rassicurati da loro».
Insomma, se andiamo a guardare bene, sembra quasi che la scuola non sia solo un diritto e un dovere al tempo stesso, ma una vera e propria fortuna, per due ordini di motivi: se hai gli strumenti e sei in grado di utilizzarli e se tu – principalmente istituzione, società, famiglia – capisci che si tratta di uno mezzo preziosissimo e irrinunciabile per combattere l’ignoranza dilagante.
Dobbiamo crescere dei bambini che amano la lettura, che credono nella scuola, che fanno dell’istruzione un dono straordinario. «Non avremmo dovuto aspettare una pandemia per capire l’importanza della tecnologia nelle scuole – fa notare Anna –. È innegabile che sia il punto di partenza verso una nuova scuola, ma va assolutamente riadattata e rielaborata e tutti devono essere messi nella condizione di poterne usufruire, senza creare disparità e senza lasciare indietro nessuno».

CNN

#indueparole. Capaci di accettare la sfida?

di Roberto Comparetti (Il Portico)

Omar Jimenez, rapper, cestista e giornalista della Cnn è stato arrestato in diretta televisiva mentre da Minneapolis riferiva delle proteste per la morte di George Floyd, il cittadino afro-americano morto per asfissia dopo che un poliziotto lo ha bloccato con il ginocchio premuto sul collo.
È solo l’ultimo degli episodi a danni di giornalisti che finiscono nel mirino o delle forze dell’ordine oppure di violenti senza scrupoli.
Eppure non c’è giorno che ci sia chi muove i propri strali sulle rete per attaccare i giornalisti, rei, a loro dire, di esser parte di un sistema che tiene in scacco i più deboli.
Il frutto becero del maldestro utilizzo dei social è sotto gli occhi di tutti. Così allora aveva forse ragione l’intellettuale Umberto Eco che, poco prima di morire, bollò Facebook e le altre piattaforme di scambio, come mezzi che «danno diritto di parola a legioni di imbecilli». Un’espressione un po’ forte. Per alcuni versi, però, l’uso improprio di quegli strumenti sta mettendo in discussione le libertà personali e collettive, con studi che dimostrano come anche le scelte politiche dei singoli elettori possono essere pilotate proprio da un uso distorto dei media.
Lo scorso 24 maggio abbiamo celebrato la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali e la sfida che Papa Francesco ha lanciato ai giornalisti è quella di raccontare le storie «in un’epoca in cui – ha detto – la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, raggiungendo livelli esponenziali (il deepfake)». Per questo «abbiamo bisogno di sapienza – ha proseguito il Pontefice – per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la veritàdi quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano».
L’impegno per i giornalisti è dunque è quello di raccontare il bello, senza dimenticare ciò che bello non è: una bella sfida che vale la pena accettare.

Tenda Ospedale

L’Ogliastra e lo spettro del virus

di Fabiana Carta.

Di questo triste periodo ricorderemo senz’altro il continuo aggiornamento dei numeri: le persone contagiate, le persone guarite, i tamponi effettuati, i morti. Ma c’è anche tutto il buono della solidarietà, dell’aiuto reciproco e della spiritualità ritrovata

Oltre 1300 i positivi nella nostra isola, da quando è iniziato quest’incubo. La minaccia Covid-19 ha allungato la sua ombra spaventosa sull’Ogliastra in un paio di occasioni. Ansia e paura, allerte e attese. La chiusura temporanea del reparto di Cardiologia del Nostra Signora della Mercede di Lanusei, con all’interno i pazienti, due medici, due infermieri e un operatore di servizi sanitari e la chiusura del reparto di Ostetricia sono stati i momenti più bui, insieme alla notizia delle due donne di Loceri risultate positive al virus, ma contagiate all’ospedale di Sassari dove prestavano servizio.
Adesso che l’emergenza sta leggermente scemando e stiamo passando alla fase due, è saltato alle cronache il primo caso nel comune di Bari Sardo (dopo i due “di importazione” in quello di Loceri), ma l’Ogliastra resta sempre una delle zone meno colpite in tutta Italia.
Vivere isolati ha avuto i suoi vantaggi: la bassa densità di popolazione, il distanziamento sociale dovuto alla lontananza tra i paesi e alla conformità stessa del territorio hanno fatto un piccolo miracolo. Una teoria ancora da studiare e approfondire, quando le priorità saranno altre, è che la resistenza dei geni ogliastrini al Covid-19 sia connesso agli anticorpi della malaria presenti nella maggioranza della popolazione. La notizia è rimbalzata anche sulle testate nazionali, la nostra piccola isola felice, terra di centenari, una delle cinque zone blu del mondo è rimasta protetta, ma mai abbassare la guardia.
Non sono mancati i momenti di tensione e di polemica, come la richiesta dei sindaci di avere informazioni più dettagliate da parte della protezione civile regionale sulle persone in quarantena; siamo stati in balìa della confusione causata dai rientri nelle proprie case, a volte vere e proprie fughe.
Ancora oggi si denuncia la gestione poco trasparente dei dati, comune per comune, in modo da poter avere la reale consapevolezza della situazione in Sardegna. A questo proposito il presidente Christian Solinas ha annunciato che partirà l’attività di screening della popolazione, un’operazione che andrà avanti per almeno un mese. Nei paesi e nelle città della Sardegna che saranno presi a campione si faranno le postazione in strada per il test rapido per accertare la presenza di anticorpi nel sangue, rivelando se una persona è venuta a contatto con il virus Sars Cov-2.
Nei giorni più caldi dell’emergenza ricordiamo l’esposto presentato da un’operatrice sanitaria dell’ospedale Nostra Signora della Mercede di Lanusei che riguardava la carenza di dispositivi di protezione individuale, in particolar modo di mascherine, per il quale è stata aperta un’inchiesta. La denuncia è arrivata anche da altri medici e operatori sanitari ormai allo stremo, in prima linea ma senza protezioni adeguate.
Nell nostra Ogliastra, terra che vive del settore terziario, di agricoltura, artigianato, pastorizia e turismo, sta crescendo l’angoscia per lo scenario economico futuro e per gli effetti devastanti di questa crisi. Angoscia che cresce per l’intera Sardegna, perché l’emergenza Coronavirus rischia di avere un impatto sull’economia ancora più tragico rispetto a quello del resto d’Italia, con il Pil in crollo del 9,6 %. Il Centro Studi della CNA Sardegna si è espressa in questo modo: «L’economia sarda nel 2020 rischierebbe di vedere andare in fumo almeno 3 miliardi di euro (4,4 miliardi nel caso del protrarsi delle restrizioni fino a giugno)».
Questo momento di crisi generale, però, ha messo in luce anche aspetti positivi, come la generosità, la tendenza alla solidarietà e beneficienza del popolo ogliastrino. Non sono mancate le donazioni da parte di comitati impegnati nell’organizzazione di feste paesane, direttamente all’ospedale di Lanusei, alla Croce Verde, per acquistare materiale di protezione per medici, infermieri e volontari. Gesti di solidarietà sono arrivati anche da parte di singoli cittadini, aziende, cooperative sociali, imprenditori, ristoratori, che hanno messo a disposizione il loro tempo per creare dispositivi di protezione sanitaria, o donare del cibo a chi più ne aveva bisogno.
E la scuola? Anche lei ha dovuto adeguarsi, con modalità di insegnamento a distanza, su piattaforme digitali, social, e scambio di materiali e compiti via chat. Non facile districarsi per chi non è avvezzo alla tecnologia, e se si aggiungono le difficoltà causate da una connessione Internet inadeguata e non omogenea, famiglie sprovviste degli strumenti, il pasticcio è presto fatto. Alcune amministrazioni comunali, per questi motivi, hanno provveduto a distribuire gli strumenti necessari per garantire la didattica, sia agli istituti che alle famiglie. La scuola non può e non deve fermarsi, per garantire il diritto allo studio a bambini e ragazzi, garantendo il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 2 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
La parola d’ordine di questi tempi, insomma, è stata adattarsi alla situazione che ci è piombata addosso. E si è dovuta adattare anche la Chiesa tutta. Il divieto di assembramento non ha risparmiato nessuno, il blocco delle celebrazioni con la presenza dei fedeli è stata una decisione difficile quanto necessaria. Sono state diverse le iniziative social diocesane o dei singoli parroci, per mantenere viva la preghiera e la vicinanza ai fedeli, soprattutto durante la Settimana Santa, garantendo le Messe e i riti in diretta streaming e radio-Tv, così come stabilito della indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana, perché il momento più importante dell’anno liturgico fosse vissuto nella maniera più intensa e partecipata possibile.
Il nostro vescovo Antonello ha celebrato la Messa di Pasqua nella Cattedrale di Lanusei, in diretta su Telesardegna, in streaming su Facebook e su Radio Barbagia.
In questa nuova fase di convivenza con il Covid-19 le Messe sono ancora bandite, decisione che ha fatto sussultare tutto il mondo cattolico, tanto che è stato pubblicato un comunicato dei Vescovi Italiani, con pronta risposta del Governo: «Nei prossimi giorni saranno elaborati protocolli per le Messe che consentiranno la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».
In questo tempo di incertezze e isolamento, solitudine, pensieri e riflessioni, la fede e la ricerca di conforto sembrano la via per una spiritualità ritrovata.

Solidarietà virale

Solidarietà virale

di Augusta Cabras.

La coesione di un popolo si vede nei momenti di maggiore difficoltà e in questo momento storico il nostro territorio ha dimostrato ancora una volta di essere abitato da persone generose, pronte a mettersi a servizio di chi ha più bisogno

È bastato il tempo di incassare il colpo sferrato dall’arrivo della pandemia, di riprendere la rotta dopo un momento di disorientamento e di forte incertezza e in quasi tutte le comunità della nostra diocesi si sono espresse, e ancora si esprimono, le migliori energie, travolte dal virus della solidarietà, messa in pratica con slancio e concretezza.
Da Triei a Villagrande, da Ilbono a Tortolì, passando per Baunei fino a Tertenia e Villaputzu. Si tratta di iniziative del singolo, ma più spesso promosse da gruppi spontanei, solo in alcuni casi sollecitati e coordinati dalle amministrazioni e dagli uffici comunali. Sono gruppi che si sono resi disponibili per svolgere azioni semplici ma straordinariamente utili in una situazione così complessa, come fare la spesa o acquistare i medicinali e consegnare tutto nel domicilio delle persone sole, esprimendo vicinanza e aiutando a tenere a bada la paura sentita in particolare dagli anziani e dai bambini. Proprio a questi ultimi ha pensato un cittadino di Triei che, in occasione della Pasqua, ha donato uova di cioccolato ai bambini del paese con il pensiero e l’obiettivo di rendere più dolce questo tempo amaro. E come sempre capita, le buone azioni ne generano altre e sempre più persone si sono unite per l’iniziativa, sposandone l’idea.
Ci sono poi i comitati che, nati per organizzare i festeggiamenti in onore di un Santo, in questo periodo hanno scelto di incontrarsi virtualmente, di fare una raccolta fondi e di donare quanto raccolto all’Ospedale di Lanusei per fronteggiare con maggiori mezzi e strumenti l’emergenza sanitaria.
Le associazioni di assistenza pubblica, che non si sono mai fermate, in molti casi hanno fatto da collettore tra privati, imprese e volontari, rispondendo via via alle esigenze specifiche nate nel mezzo della pandemia: essere presenti e vicini alle persone sole da sempre o perché costrette dalla quarantena e fornire al maggior numero di persone i dispositivi di protezione individuale, mascherine in particolare. E così, il passaparola, sempre virtuale e a distanza, contagia di energia e creatività. Gruppi di sarte professioniste o semplici appassionate di ago e filo danno inizio alla produzione artigianale rispondendo a una richiesta sempre maggiore. Non è mancato neppure chi, rimanendo nel più assoluto anonimato, ha fatto trovare scorte di viveri alle famiglie più bisognose del paese, chi nel ricordo di una parente defunta – in un momento in cui la vicinanza dei propri cari è negata – ha iniziato una raccolta fondi destinata al presidio medico di Lanusei, coinvolgendo un gran numero di persone o chi, emigrato ma con la Sardegna del cuore, ha fatto giungere nell’isola gratuitamente, i dispositivi di protezione individuali.
Sono tutti grandi e piccoli gesti che diventano segni di attenzione e di condivisione. Perché come ha detto Papa Francesco nella sera del 27 marzo, in una piazza San Pietro gremita di solitudine e speranza e il cui ricordo rimarrà indelebile nella nostra mente e nelle parole di chi scriverà la storia, «Siamo tutti nella stessa barca. […] Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».
È il riconoscimento della nostra umanità pregna di fragilità che nel momento del dolore, della paura, quando tutto diventa precario, quando il rischio della morte si fa reale, scopre e riscopre la possibilità di gettare ponti, di tendere le mani e gli orecchi per ascoltare e accogliere il grido del bisognoso a cui non si può e non si deve rimanere indifferenti.
C’è da chiedersi se da questa esperienza impareremo qualcosa, se il dolore di prima o seconda mano, quello vissuto o solo intuito possa far rifiorire la nostra umanità. C’è da chiedersi se la spontaneità dei gesti di solidarietà germogliati in questo tempo potranno essere coltivati con la stessa passione nelle nostre comunità, quotidianamente, per rispondere alle richieste d’aiuto presenti anche in momenti in cui la pandemia sarà un brutto ricordo. Ma questo ora non è dato saperlo. Tutto dipenderà da ciascuno di noi, dipenderà da quanto siamo disposti a lasciarci coinvolgere dallo spirito di carità e da quanto sapremo farci testimoni del messaggio cristiano. Prima che una sfida comunitaria, questa è forse una sfida personale che inevitabilmente si rifletterà con luce luminosa o come ombra sugli altri e sulla storia.
Si dice da più parti che nulla sarà più come prima. Forse sarà realmente così. In ogni caso possiamo scegliere se mettere a frutto quello che abbiamo imparato sulla nostra e sull’altrui umanità oppure possiamo archiviare quello che abbiamo vissuto come un fatto storico e personale, al massimo da ricordare e raccontare ai posteri.

Gaia Argiolas

Lezioni? Sì, ma che gran confusione!

di Gaia Argiolas.
IV Alberghiero
Accoglienza turistica

Reti sovraffollate, comunicazioni estremamente lente, mancanza di segnale specie nei centri dell’interno. Si prova a farla, questa didattica a distanza, ma il sistema è ancora particolarmente inadeguato e palesa tutte le sue difficoltà. La scuola 4.0, insomma, resta per certi versi ancora un miraggio. Ce lo racconta Gaia, studentessa di Ilbono all’alberghiero di Tortolì, alle prese ogni giorno con le bizze di piattaforme e web    
È dalla fine di dicembre che il Covid 19, o se preferite, il Coronavirus sta terrorizzando il mondo. Da quando un medico cinese, creduto da nessuno, lo ha denunciato e ne ha diffuso la notizia. Risultato: pericolosità completamente sottovalutata e rapidità di contagio inquietante. Egli stesso, dopo esserne stato contagiato, è deceduto. Da lì a poco l’epidemia si è diffusa così rapidamente da evolversi in pandemia, colpendo gravemente anche la nostra nazione con un elevatissimo numero di contagi e decessi che sono purtroppo diventati la cronaca costante dei nostri giorni.
Una crisi globale dalla quale anche la scuola non ne è uscita indenne: sospensione delle attività didattiche fino al 15 marzo, prorogata successivamente sino al 3 aprile, poi fino al 13, ma già si intravedono all’orizzonte ulteriori proroghe, con il rischio che non si possa affatto rientrare in classe almeno fino a quando non cesserà lo stato di emergenza.
In seguito a questa decisione, nei giorni successivi è iniziata una corsa, da parte dei professori, sulle varie piattaforme per attivare la cosiddetta “didattica a distanza”, nella confusione più totale. All’Istituto Alberghiero di Tortolì, dove io frequento la classe 4° Accoglienza turistica, fino al periodo precedente la quarantena abbiamo utilizzato quotidianamente il registro elettronico per annotare gli argomenti delle lezioni e anche per accedere alle slides caricate dai docenti. Oggi stiamo utilizzando le stesse modalità per scaricare e ricaricare i compiti che ci vengono assegnati, ma la rete è satura dall’eccessivo traffico dovuto al fatto che tutti gli studenti utilizzano le stesse piattaforme e vi accedono simultaneamente.
Noi come scuola le abbiamo sperimentate tutte: dalla ricezione delle consegne via mail al rinvio delle stesse, all’utilizzo di Whatsapp (che si è rivelato il canale più immediato e funzionale). Stiamo incontrando delle grosse difficoltà anche perché prima d’ora non avevamo mai lavorato con queste modalità. I docenti, dal canto loro, hanno cercato di attivarsi anche con le video lezioni, ma purtroppo si sono dovuti scontrare con la scarsa velocità e capillarità delle connessioni che compromette la qualità delle immagini e dell’audio. Ciò rende difficoltosa, se non addirittura impossibile, la fruizione dei contenuti da parte di alcuni studenti che, di conseguenza, non ritengono questo metodo di insegnamento alla pari di quello che si impartisce in aula, ragion per cui incomprensioni e difficoltà nello svolgimento degli elaborati sono assai maggiori. Ecco perché, per avere chiarimenti ulteriori e mirati, abbiamo creato dei gruppi Whatsapp con i professori, ai quali possiamo chiedere qualsiasi informazione seguendo l’orario scolastico. Le valutazioni si basano sui lavori che svolgiamo a casa e che inviamo tramite mail oppure grazie alla funzione upload del registro.
Come i docenti, anche noi studenti stiamo cercando di dare il massimo, ma è il dibattito e il confronto quotidiano quello che viene a mancare. Non avrei mai pensato di dirlo, eppure, in questa situazione così surreale, mi manca la scuola e la classica lezione dei professori!

Schilirò

I preadolescenti e la vertigine del cambiamento

di Augusta Cabras.

Mutanti, abitanti della “terra di mezzo”, ragazzi sospesi, catapultati nel mezzo di una tempesta che li vede protagonisti di un cambiamento personale epocale

Sono i preadolescenti, i non-più-bambini e i non-ancora-ragazzi, quelli che attraversano l’età compresa tra gli 11 e i 14 anni. Esseri meravigliosi e spaventosi, portatori di un’energia straordinaria mista a incertezza, ricchi di passioni e desideri, decisi, determinati e capaci di trovarsi nell’attimo seguente disorientati e privi di ogni stimolo.
È la vertigine della trasformazione, l’oscillare continuo tra quello che ero fino a ieri e quello che sarò domani. Ma cosa avviene in loro, in particolare a livello psicologico e che ruolo ha l’adulto in questa fase? Lo chiedo ad Antonino Schilirò, Psicologo clinico e Psicoterapeuta di grande esperienza. «Nel preadolescente il corpo infantile diventa altro, cerca prepotentemente altre identità non ancora chiare; cambiano i sentimenti, le emozioni, le relazioni e, da un punto di vista psicologico, si avvicendano repentini cambiamenti d’umore, conflitti interiori, comportamenti che gli adulti faticano a comprendere e a gestire, in un crescendo di incomprensioni e maldestre riparazioni. I genitori – spiega ancora Schilirò – in questo tempo devono fare semplicemente i genitori. La presenza rassicurante, l’attenzione ai bisogni insita nella relazione genitori-figli rappresentano i necessari presupposti per accompagnare i ragazzi a tollerare i primi richiami al rispetto delle regole da parte degli adulti di riferimento. Le espressioni di disagio, a volte urlate, spesso grida inascoltate, richiamano a non essere lasciati soli nell’elaborazione del lutto, di ciò che non potrà più essere e della paura, carica di angoscia, di ciò che ancora non è. I genitori devono essere presenti nella loro funzione regolatrice e nella loro presenza attiva, pronti a cogliere e valorizzare istanze di crescita, ma anche a gestire inevitabili conflitti, mantenendo fermo il ruolo autorevole di chi deve governare i tumulti».
Governare i tumulti, essere faro nella tempesta, garantire l’appiglio sicuro nel disorientamento, sorreggere l’abisso e accogliere gli slanci più alti e costruttivi:è questo il compito arduo dell’adulto. Negare queste sicurezze ai preadolescenti significa lasciarli in balia dello tsunami che li attraversa rischiando di fare loro un danno enorme. Ma quali sono concretamente i rischi che i preadolescenti possono correre se non adeguatamente sostenuti e amati? «I rischi sono tanti e di diversa natura – fa notare lo psicoterapeuta – in linea con gli aspetti dirompenti delle loro azioni. I preadolescenti sfidano apertamente il sistema delle relazioni familiari e sociali fin qui conosciute; è in questo stadio di sviluppo, tuttavia, che cercano prepotentemente di affermare lo strutturarsi della propria personalità e autonomia. Nuovi bisogni e desideri, compresi quelli della sfera sessuale, ancora molto confusi, sconosciuti, spingono verso la soddisfazione immediata, da condividere con i pari, spesso senza rete e confini, dando inizio a esperienze ad alto rischio di devianza. I processi evolutivi, nella maggioranza dei casi, vengono vissuti normalmente; esistono, tuttavia, fattori di rischio che li possono far degenerare, soprattutto in contesti familiari marginalizzati e deprivati culturalmente ed economicamente». E aggiunge: «In questi casi la presenza di istituzioni sociali e culturali, di adulti che sappiano guidare, indirizzare, supportare i ragazzi, a casa come a scuola, è di fondamentale importanza. I circuiti attrattivi legati al consumo di droghe, alcolici, al gioco d’azzardo informatico, all’uso improprio di Internet e dei social, sono pericolosamente diffusi e facilmente accessibili alle giovani generazioni. Vengono alla ribalta nuovi modi di umiliare e aggredire i coetanei; si aggravano fenomeni di violenza divulgata in rete (cyberbullismo). Osserviamo sempre di più, associati all’abuso di droghe e alcoolici, nuove forme di disturbi dell’umore e derive autolesionistiche».
In questo tempo di grandi cambiamenti, mentre mutano i preadolescenti, una trasformazione continua attraversa anche il mondo degli adulti che fino a qualche decennio fa pareva essere stabile, normativo, autoritario ed autorevole. «Negli ultimi trent’anni – dice – la nostra vita è stata attraversata da cambiamenti epocali. È cambiata la famiglia, la scuola, i centri di aggregazione e di incontro tra generazioni; è cambiata la comunicazione e i mezzi attraverso cui si dirama, è mutato il clima nei rapporti affettivi, negli stili e nella qualità della vita; spesso viene a mancare l’adulto che contiene, orienta, supporta, indirizza e aiuta a rielaborare. I ragazzi, talvolta, sono lasciati soli davanti agli svariati monitor o assediati da miriadi di stimoli che stordiscono, confondono, fuorviano e disorientano. L’autorità regolatrice, funzione un tempo rivestita dal padre, è evaporata risultando assente nel suo doppio ruolo protettivo e normativo. I preadolescenti oggi sono il riflesso dei mutamenti intervenuti e della evanescenza delle nostre presenze, delle nostre sottovalutazioni e delle mancate assunzioni di responsabilità. Loro, sempre più soli, già disorientati e in crisi, osservano gli adulti e non trovano risposte adeguate alle loro difficoltà, chiedendosi sconsolati quali siano i corretti confini».Tutto è più liquido in questo tempo, tutto è più evanescente. Forse l’uso e l’abuso della tecnologia aumenta questa dimensione e forse marca in modo più profondo il confine tra genitori e figli. «La tecnologia –ribadisce –, se ben usata e regolamentata, non può né deve rappresentare un problema. Le figure educative hanno una funzione di guida e conoscenza, di positiva e costruttiva gestione degli strumenti informatici. Regolamentare tempi, modi e accessi, farlo insieme, in totale sicurezza, è il modo migliore per condividere approcci, tecniche e modalità di comunicazione. È importante aprirsi con intelligenza al nuovo che avanza, ponendo al centro dei propri interessi il confronto e l’esperienza reale tra persone e tra queste e le proprie comunità di vita. Urge comunque l’attivazione, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, di percorsi di educazione digitale da estendere, a cura dei comuni, anche ai genitori».
È un tempo speciale la preadolescenza, un tempo bisognoso d’amore.