In breve:

Fatti

Risorse Diocesi

Le risorse della Diocesi per un futuro da scrivere

di Alessio Loi.
Entro il mese di giugno, come ogni anno, deve essere presentato alla Conferenza Episcopale Italiana il rendiconto delle risorse assegnate alle Diocesi derivanti dal gettito dell’otto per mille. Come ormai di consuetudine, ogni anno, il rendiconto viene pubblicato perché si ritiene doveroso rispettare il principio della trasparenza nell’utilizzo delle risorse. Ciò sia sotto il profilo etico, in quanto Chiesa, sia sotto il profilo giuridico in quanto l’otto per mille rappresenta una quota parte delle risorse pubbliche provenienti dallo Stato, per scelta dei cittadini. Le risorse provenienti dalle assegnazioni dell’8xmille non sono, tuttavia, sufficienti a soddisfare tutte le esigenze della nostra Diocesi alle quali, pertanto, si fa fronte con fondi propri, con risorse delle singole parrocchie, con contributi straordinari della Cei a destinazione specifica e con risorse pubbliche provenienti dai Comuni e dalla Regione. Sia queste ultime risorse che i fondi 8xmille compongono il bilancio della Diocesi che viene esaminato e approvato dalla Commissione economica diocesana e, successivamente, presentato e illustrato a tutto il clero diocesano. Nell’ambito delle iniziative legate alle esigenze di culto e pastorali si stanno attuando importanti interventi per la manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici di culto con una particolare attenzione alle strutture delle case canoniche e ai locali da adibire ad aule catechistiche. Da notare che la realizzazione delle opere strutturali sta animando il sistema delle imprese locali e, pertanto, ha sicuramente ricadute in ambito occupazionale. Seppure in maniera ridotta, di conseguenza, tali attività contribuiscono ad alleviare la grave crisi economica e occupazionale di cui soffre il nostro territorio.
Nell’ambito degli interventi straordinari programmati è da annoverare il recupero della sede dell’Episcopio di Tortolì che sarà utilizzato anche per attività d’interesse culturale. L’opera, cofinanziata dal Ministero dei Beni culturali, dalla Regione e dalla nostra Diocesi, è in fase di avanzata progettazione da parte della Sovrintendenza di Cagliari, individuata quale soggetto attuatore. C’è anche da ricordare – profeticamente, come è stato scritto nel numero di maggio di questo mensile – un’altra importante opera programmata, di cui è già stato predisposto il progetto preliminare: la realizzazione di un oratorio interparrocchiale a Tortolì, in un terreno della Diocesi.
L’oratorio ha sempre rappresentato un importante centro di aggregazione e di formazione sociale: è un luogo in cui i giovani scoprono la dimensione comunitaria, vivono momenti di solidarietà, sviluppano le loro capacità culturali e il loro senso civico in una dimensione complementare rispetto a quella familiare e scolastica. In questa prospettiva l’oratorio non solo assolve un essenziale ruolo formativo, ma rappresenta soprattutto un insostituibile strumento di politica sociale, che allontanando i giovani da fenomeni di devianza, ne favorisce la crescita armonica ed equilibrata. È di tutta evidenza che in un contesto caratterizzato da profondi mutamenti sociali, dalla crisi economica e dall’assenza dei punti di riferimento, diventa pressante l’esigenza di potenziare le politiche di prevenzione rivolte specificatamente ai giovani. Questa importante iniziativa è stata pensata e fortemente voluta dal nostro Vescovo come progetto pilota per futuri interventi da realizzare in altre realtà della Diocesi. Gestita e animata da educatori opportunamente formati l’iniziativa costituirà sicuramente un intervento significativo nell’ambito della pastorale giovanile cui la nostra Diocesi presta particolare attenzione.

Cinema Tortolì

Come sta il nostro cinema?

di Fabiana Carta.
Internet, pirateria digitale, l’invasione di serie Tv di qualità altissima, piattaforme virtuali, hanno danneggiato tristemente il Cinema come luogo in cui vivere l’emozione di un film a trecentosessanta gradi.
Incontro Franco Muceli, proprietario dello storico Cinema Garibaldi di Tortolì aperto nel 1942 grazie a suo padre, per capire qual è lo stato di salute di questo gioiello ogliastrino. «Il cinema oggi sta male. Mi devo necessariamente rivolgere a una fascia di pubblico ampia, dai bambini, ai giovani, agli anziani. La gente affluisce quando c’è un film che gli interessa, in questo periodo vanno di moda i supereroi e mostri. Purtroppo le uscite non le concordano granché tra le varie case cinematografiche, perciò ci ritroviamo in due settimane ad avere in programmazione due film dello stesso genere».
È un problema generale. Il 2017 è stato l’anno nero del cinema italiano: i biglietti venduti sono calati del 25% rispetto al 2016, nessun film ha superato i 10 milioni e si parla di una perdita di più di 70 milioni rispetto la stagione precedente. Un 2016 salvato ai botteghini dalla presenza di Checco Zalone con il film “Quo vado?”, come mi conferma Muceli: «Uno dei problemi maggiori è che non producono più grandi film, a livello di incassi ci stiamo riducendo ad aspettarne uno che sbanchi i botteghini, come i film di Zalone, che resta ancora quello che fa la differenza nei riferimento di incasso annuali. Oggi escono troppi film in una settimana, solo i cinema multisala possono assolvere alla loro programmazione, i piccoli centri come Tortolì con a disposizione solo due sale devono fare delle scelte. In Ogliastra siamo appena sessantamila abitanti, siamo penalizzati, ma siamo fortunati ad avere il nostro cinema».
Mi spiega che se un film, come si dice in gergo, si programma in battuta, ovvero si distribuisce in contemporanea, può andare bene come no, resta un azzardo, nessuno può prevedere la risposta del pubblico, «neanche il distributore può essere certo del successo, per quanto si faccia leva sulla pubblicità a tutto campo». Qualche volta i film non vanno, ma firmando il contratto che ne prevede la proiezione per un certo numero di giorni, in gergo tenitura cinematografica, si è costretti a tenerlo pur non avendo ricavi.
Gli chiedo come si svolge la selezione delle opere: «I film li scelgo io, seppur vincolato o limitato qualche volta dai distributori e dalle regole commerciali, e la scelta si basa sugli incassi prevalentemente in Sardegna. Tempo fa mi sono dedicato al Cinema d’essai (in altre parole si selezionano i film sulla base dell’interesse culturale e sulla qualità artistica), ma nel corso degli anni è cambiato il modo di andare al cinema, c’è meno risposta».
Mi ricorda l’incanto delle estati in cui si dedicarono anche al cinema all’aperto, sotto le stelle, quello che ha segnato felicemente molti momenti della mia infanzia. Oggi perché non si fa più? «Il motivo principale è che la gente durante l’inverno vede tutti i film e in estate non ci ritorna. Un altro motivo è che non posso sobbarcarmi tutte le spese, mi piacerebbe avere la collaborazione di altri enti oppure organizzazioni». Altro tasto dolente: le scuole partecipano poco, pare ci sia una sorta di diffidenza o difficoltà nel portare i ragazzi al cinema. Stranezze. Possono essere più educative delle immagini, una storia proiettata su uno schermo che due ore di lezione in cui si parla solamente. Secondo un’indagine commissionata da Fondazione ente dello spettacolo all’Istituto Toniolo, presentato durante l’ultima edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica della Biennale di Venezia, sono emersi dei dati interessanti: il 92,6% dei giovani vorrebbe andare al cinema più spesso, cosa li allontana? Al 46,4 % i costi. Franco Muceli mi risponde così: «Il problema del prezzo è legato anche al costo del noleggiatore, che ci chiede circa il 50% dell’incasso. Immagina che da un biglietto che costa 6,50 euro, incasso solo 3,50».

Classe

Buongiorno signor maestro!

di Maria Franca Campus.
La scuola di una volta vista attraverso gli occhi e i ricordi di una coppia di insegnanti della scuola elementare di Arzana che confrontano il loro vissuto con il presente dei loro cinque nipotini, alunni della scuola primaria.

Dario Lai, classe 1927, e sua moglie Maria Giannicchedda, di tre anni più giovane. Insegnanti negli anni sessanta e settanta. Di Arzana lui, orunese lei. Una lunga carriera. Tempi diversi. «C’era tanta povertà allora – raccontano – e molti bambini lavoravano nei campi o con il bestiame». Dario Lai ricorda un bambino che arrivava a scuola tutti i giorni oltre le dieci, dopo aver passato le prime ore del mattino in campagna. Benedetto grembiulino che rendeva tutti uguali e dignitosi, coprendo gli abiti vecchi e umili dei più. Il grembiule «fut unu coprimiseria», chiarisce il maestro che nei suoi racconti in italiano usa il sardo per rendere nitide certe immagini.
Non era la scuola del tempo pieno e tanto meno degli zaini pieni. Campanella di ingresso alle 8,30 e a mezzogiorno e mezza tutti a casa. Dentro la borsa l’indispensabile: il libro di lettura, il sussidiario, un quaderno a righe e uno a quadretti. «Oggi, scolari e insegnanti hanno molto materiale – osservano – allora tutto era ridotto al minimo. L’insegnante non aveva gli ausili tecnologici di oggi, doveva fare tutto da sé per coinvolgere gli alunni». La maggior parte dei bambini arrivava a scuola senza conoscere l’italiano perché la lingua materna era il sardo. «L’italiano era per loro un lingua nuova, una lingua straniera, mentre oggi – sottolinea il maestro con un po’ di amarezza – il sardo non lo conoscono per niente».
C’era l’intervallo, ma niente spuntino a metà mattinata. «Oggi hanno tutti il panino imbottito, fin troppo imbottito – sottolinea maestra Giannicchedda – ma allora nessuno aveva la merenda», racconta porgendo una fotografia dei suoi alunni di un tempo: una trentina per classe, con tanti, a volte la maggior parte, ripetenti. Oggi le definiamo volgarmente classi-pollaio, allora era la normalità e spesso un lusso. «Le famiglie erano numerose e la scuola elementare di Arzana contava 15 classi». Ma la vivacità era quella di tutti i bambini, ieri come oggi. Certo, con un vissuto completamente diverso rispetto a quello dei loro nipotini. «Allora avevamo davanti dei piccoli uomini, che già nei primi anni delle elementari avevano importanti esperienze di vita vissuta».
Le cronache di questi tempi, che riferiscono di attacchi violenti e sfiducia verso la classe docente, loro non le hanno conosciute. Allora «l’insegnante era un’autorità e godeva di piena fiducia da parte delle famiglie che mai venivano a lamentarsi. Il rapporto con i genitori era bellissimo». Operato dell’insegnante e professionalità non erano messi in discussione dalla società. Ma a scuola la loro attività era monitorata, controllata e anche valutata dal Direttore didattico. Una figura che il maestro Lai e la maestra Giannicchedda ricordano con molta stima. «Entrava in classe, ci chiedeva a che punto fossimo con il programma e interrogava gli alunni. Poi alla fine dell’anno esprimeva un giudizio sull’operato di ciascuno di noi», spiega Maestra Giannicchedda, ricordando i preziosi consigli che le aveva dato il direttore di Siniscola durante la sua prima supplenza, insistendo sul fatto che ciò che contava non era la quantità di programma svolto, ma ciò che apprendevano gli alunni. «Se per spiegare Garibaldi c’è bisogno di un mese, lei dedichi un mese a Garibaldi, mi disse».
Uno spaccato della scuola di ieri, denso di storia, ricco di spunti, di differenze e somiglianze con i tempi di oggi. Una passione, soprattutto, che si coglie non solo in ciò che raccontano, ma nei loro sguardi e nei loro sorrisi.

Meningite

Meningite: vaccinarsi? Sì, ma senza panico

di Anna Mulas (pediatra).
Dalla fine di Dicembre 2017 a oggi, in Sardegna sono stati registrati otto casi di malattia invasiva, nota come meningite, attribuibili a meningococco, alcuni con esiti letali. Nello stesso periodo dell’anno scorso i casi registrati erano stati due. Ma vi è epidemia in atto? La risposta è semplice: si tratta solamente di una “epidemia mediatica”, in cui il patogeno, che si sta moltiplicando a dismisura, contagiando giornali e lettori, è la notizia giornalistica.
Cosa dicono i dati? Dal punto di vista scientifico ed epidemiologico, la diffusione delle malattie invasive (meningiti e/o sepsi) dovute al meningococco, in Italia, è di circa 200 casi l’anno, e certi cluster (si tratta di una concentrazione dei casi di tutto un anno magari in pochi mesi) non significano affatto epidemia. La malattia da meningococco non è dovuta a un singolo agente, ma è causata da una molteplicità di microrganismi diversi che appartengono a una stessa specie e sono in grado di causare una malattia dalle caratteristiche simili.
Si può parlare di epidemia solo se un unico ceppo di meningococco è il responsabile di tutti i casi che si verificano a cascata. I meningococchi interessati, pur appartenendo al sierogruppo B, fanno parte di tre ceppi diversi e dunque distinti tra loro. Appena si ha la segnalazione di un caso sospetto, il Servizio di Igiene pubblica del Dipartimento di prevenzione della Assl , entro 12 ore, si allerta e opera seguendo un preciso protocollo che è previsto dal Ministero della Sanità e che prevede l’accertamento diagnostico, l’inchiesta epidemiologica e le conseguenti misure gratuite di chemioprofilassi, entro 24 ore, e di vaccinoprofilassi sui contatti stretti e su alcuni altri contatti ritenuti a rischio, che siano stati vicini al soggetto malato nei dieci giorni precedenti la diagnosi.
Alcuni interventi preventivi possono ridurre i rischi di contagio (evitare stress fisici da stravizi, evitare luoghi sovraffollati, non usare bicchieri, bottiglie, sigarette e altri veicoli in modo promiscuo, ecc.) dato che la malattia si trasmette per via aerea con le goccioline emesse dalla bocca di un portatore del microrganismo e dato che i soggetti portatori sani vanno dal 5 al 30% della popolazione.
Considerato che tra i fattori di rischio della meningite da meningococco B, l’età riveste un ruolo particolare, e dato che la maggiore incidenza e gravità la si osserva nei primi mesi di vita, il Ministero della Sanità, con gli esperti che hanno stilato il calendario della vita, ha previsto di offrire gratuitamente la vaccinazione a tutti i nuovi nati dal primo gennaio 2017. Da questa data in poi tutti i bambini saranno coperti contro il meningococco B. Gli altri vaccini offerti gratuitamente, sempre in ambito di meningiti da meningococco, sono quelli contro il meningococco C previsto al 13° mese e quello contro i quattro meningococchi (C, A, W, Y) previsto per i ragazzi di 11 e 16 anni. Per le età per cui non è prevista la gratuità, è possibile la vaccinazione con la partecipazione alla spesa.
É importante non vivere in maniera angosciosa la mancanza di un vaccino per il meningococco B ora e subito per tutti. Sono necessari tempi tecnici che devono essere attesi con tranquillità. Ma è fondamentale che si capisca quanto i vaccini, tutti i vaccini del calendario della vita, siano ugualmente utili e importanti e che aderire al calendario delle vaccinazioni è la tappa di salute più importante a cui non dobbiamo mancare, il regalo più grande che si possa fare ai nostri figli.

Viticultori Jerzu

In vigna fra tradizione e innovazione

di Caudia Carta.
Pelau. A pochi chilometri dal mare. Eterna primavera. Un giovanotto jerzese, Massimiliano Loi, classe 1970.
Sterrassai. Quota 750 metri di altitudine. Sui Tacchi d’Ogliastra a dominare le alture, con lo sguardo che si perde lunga la vallata del Rio Sa Canna. Antonio Lai è del 1949 e non provate a dirgli che ha quasi settant’anni. Ad agosto spegnerà 69 candeline. Un anno è importante.
In comune? Per dirla con l’Angius/Casalis: «Vigne. Sono queste la principal sorgente del lucro di questi provinciali. Il sole opera sugli aprichi lor poggi con tutta sua virtù a maturare i succhi de’ grandi grappoli che incurvano i pampini; ed una semplicissima operazione dà i vini più pregevoli al commercio. […] La vigna prospera come ne’ luoghi più favorevoli. […] I vini riescono di ottima qualità e però se ne fa gran commercio co’ genovesi».
Due vite dedicate alla terra. Tempi e modi differenti. Generazioni diverse. Uvaggi diversi. Ma una costante da cui non si può prescindere: la qualità.
Massimiliano, laurea in ingegneria, docente di elettrotecnica. Un’azienda di circa sette ettari che, oltre al vigneto, mette in bella mostra frutteti, agrumeti e uliveti. Fiero di essere un agricoltore “in controtendenza”, come lui stesso si definisce: «Intanto perché – spiega – ho tre ettari di Vermentino e uno e mezzo di Cannonau e a Jerzu questo non è usuale. Ma anche per tutta una serie di motivazioni legate al mio modo di intendere il lavoro in vigna e, conseguentemente, di svolgerlo. A partire dal sistema di allevamento: io porto avanti quello del cordone speronato, quando quello Guyot va per la maggiore. Ho chiaramente l’impianto di irrigazione ovunque e, avendo inizialmente problemi di sovraproduzione, sono rimasto circa 7/8 anni senza concimare, poi ho ripreso».
Uno, in sostanza, a cui piace sperimentare: «Il mio vigneto non è arato, mi limito a trinciare l’erba. Ho notato che, con il tempo, si sta creando un consistente strato di terra nera e che il terreno sta diventando un buon terreno, il cui humus, attraverso questo procedimento, si autoalimenta. Si creano così tutta una serie di microrganismi che lavorano in simbiosi con la radice, garantendo benefici a tutta la pianta».
«Quassù – racconta per contro Antonio Lai – i buoi hanno lavorato fino agli anni Ottanta. Poi ci siamo affidati al trattore. Tutto il resto dei lavori è rigorosamente fatto a mano».
Nei tre ettari e mezzo di Sterrassai, la vigna c’è sempre stata. Giovanna Orrù, sposa di Antonio, anima energica e piglio imprenditoriale, è il cuore pulsante del vigneto più alto del territorio: «Mio padre era del 1918: la vigna l’ha sempre conosciuta lassù e suo padre raccontava la stessa cosa. E nonostante l’avessimo estirpata e reimpiantata, gli innesti, is marsas, sono stati fatti su quella stessa vigna. La pianta-madre, insomma, è quella».
Massimiliano osserva i filari nella tenuta di Antonio e ne rimane come rapito per l’ordine e la precisione. Eppure, in quel di Pelau, a spuntare ci pensa la cimatrice: «La macchina passa e taglia rasente sia di lato che nella parte superiore. Un grosso aiuto e un risparmio di tempo considerevole. Anche la potatura è meccanizzata mentre, a settembre, la vendemmiatrice svolge un lavoro incredibile, almeno per il Cannonau. Le uve da Vermentino le raccolgo a mano».
«Noi in confronto a te siamo una goccia nel mare!», gli risponde sorridendo Giovanna. Ma la loro è una scelta perfettamente consapevole: «Noi non siamo per la quantità – spiega Antonio –. Abbiamo una produzione che si attesta sugli ottanta quintali per ettaro. Ma parliamo di un prodotto qualitativamente eccellente. Se a luglio/agosto lo riteniamo opportuno, tagliamo l’uva in eccedenza, lasciandola a terra. Sembra assurdo, ma serve a far maturare bene quella che resta. Inoltre, non spuntiamo la pianta, ma ne attorcigliamo i tralci sul fil di ferro. Da qui l’effetto di ordine. Ma è anche un motivo legato alla maturazione stessa. Prus ndi portat de pàampinu, prus maturat beni! Infine le gemme: ne lasciamo massimo cinque, sono sufficienti a ottenere un prodotto ottimale. Siamo contrari anche all’impiego della vendemmiatrice: è vero che fa economizzare il tempo, ma è anche vero che nella pianta si annidano tanti animali; la macchina aspira tutto. Nelle ceste, invece, ci devono essere i grappoli e basta, possibilmente sistemati su un solo strato, senza pestarli. Non puoi conferire in Cantina uva sfasciata o in cattive condizioni».
Intendiamoci, anche per Massimiliano al primo posto viene la qualità: «Al centro c’è sempre la pianta. I risultati ottenuti sono frutto di scelte specifiche tenendo ben presente la salute del vitigno. I mezzi meccanici ti consentono di guadagnare tempo prezioso, ma la qualità è immutata. E, comunque, la scelta dei germogli è fatta a mano ed è giusto che lo faccia l’agricoltore. La scelta che faccio al momento della potatura, viene confermata quando è tempo di diradare i germogli. Così come sono favorevole all’impiego di prodotti naturali per la salvaguardia della pianta».
A Sterrassai solo solfato e zolfo in polvere, tutto a mano e «l’uva è perfetta». È interamente da queste uve che la Cantina sociale Antichi Poderi di Jerzu ricava il suo passito, Àkratos, ideale per accompagnare la degustazione di dolci. E nella vigna di Antonio e Giovanna arrivano gli esperti e gli studiosi di tutto il mondo; i documentaristi ne fanno oggetto dei loro filmati e cantine del calibro di Sella&Mosca vi effettuano le degustazioni ufficiali.
Nella lista dei desideri di Massimiliano, che si chiama Psr (Piano di sviluppo rurale), c’è la macchina per tirar via i tralci, la prepotatrice e quella che consente di eliminare i germogli dalle piantine, la spollonatrice. Burocrazia permettendo: «No ai contributi a pioggia – sottolinea con determinazione –, sì ai soldi dati per migliorare l’azienda: significa che ci tengo al mio progetto e vado avanti. Contributi mirati, denari che girano e che reinvesti».
Ha senso, oggi, investire sulla terra? «Certo, ma solo se hai voglia di farlo, se hai passione e se impari a farlo come si deve. Dipende da serietà e volontà, serve mentalità imprenditoriale e idea di azienda. La terra non va avvelenata: qualità e genuinità dei prodotti vengono al primo posto. Avere un hobby è una cosa. Essere agricoltori è un’altra.
Il parere è unanime, da Sterrassai a Pelau.

Campagna

Quando i conti non tornano

di Fabiana Carta.
O natura, o natura perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?”.
Per dirla con Leopardi, contro la forza distruttrice della natura l’uomo non può nulla. Gelate, alluvioni, grandinate, incendi e interminabili periodi di siccità hanno disegnato un quadro di crisi disperata per l’agricoltura in Sardegna, coinvolgendo proprio tutti: allevatori, cerealicoltori, ortofrutticoltori, nessuno escluso. Danni ingenti, produzioni dimezzate e costi di gestione raddoppiati per aziende e singoli imprenditori.
«Dopo un’annata pessima, caratterizzata dalle bizze del clima che hanno portato gelate in primavera e caldo in autunno, stiamo assistendo a un inizio del 2018 ancora peggiore: le temperature sono ben oltre la media stagionale e i livelli d’acqua presenti nei bacini di tutta l’Isola sono sempre più preoccupanti, anche alla luce della carenza di precipitazioni», come afferma il presidente della Coldiretti Nord Sardegna, Battista Cualbu.
Una visione tragica e scoraggiante, dove non si può dare la colpa solo alla natura. Oggi un agricoltore è senza prospettive, tra burocrazia incomprensibile e una politica quasi assente, le campagne sono in totale abbandono, non ci sono incrementi nelle vigne, né negli erbai e neanche nei frutteti. Per quale motivo dovrebbero spendere dei soldi per acquistare il seme, il concime, il gasolio a prezzo pieno, se non si ottiene un guadagno nel raccolto? Per continuare su questa linea, è inutile che un agricoltore decida di coltivare il grano se poi arrivano le navi cariche di farina dal Manitoba, così come è inutile che si coltivino i pomodori sardi se poi quelli cinesi invadono il mercato, o se poi arrivano le arance dalla Spagna a costi irrisori.
Queste politiche scorrette hanno portato ad una situazione di impoverimento generale, come mi confida un imprenditore agricolo ogliastrino: «È veramente scoraggiante per chi fa questo mestiere. Non ci sono abbastanza controlli e non si rispettano le regole, qualunque cosa si decida di fare ci stai perdendo perché la maggior parte dei prodotti arriva dall’estero: Turchia, Israele, Siria, Spagna, ecc. È impossibile fare concorrenza! Sono amareggiato, le piccole realtà stanno anche peggio delle grandi aziende, siamo carichi di vincoli».
Per esempio basta ricordarci che nell’oristanese è stato riscontrato un calo del 40 % nella produzione degli agrumi, settore fortemente in crisi più di altri. Per gli agrumicoltori, oltre al calo di produzione, è in caduta libera il prezzo pagato dai grossisti, un chilo di agrumi viene venduto a circa 40 centesimi. Poniamo il caso che un agricoltore decida di vendere il foraggio: chi lo acquista dovrebbe rifarsi delle spese vendendo la carne o il latte, ma sappiamo che i prezzi sono al ribasso dal 2016 col crollo fino al 50 %; nel frattempo però sono aumentate le spese del gasolio, dei concimi e dei medicinali. È il cane che si morde la coda.
Proviamo a pensare anche a quanti imprenditori hanno investito nell’acquisto di mezzi che poi hanno dovuto lasciare dentro un garage, come mi raccontano: «Era il 1984, quando decisi di comprarmi la mietitrebbia nuova: 100 milioni tondi tondi. Quei soldi avrei potuto investirli in un appartamento in paese, invece della mietitrebbia non mi è rimasto niente. Ho fatto in tempo a pagare l’ultima cambiale. Dall’89 non ho più seminato un chicco di grano».
Ricapitolando, tra calamità naturali, prezzo del latte basso, assenza di foraggio, ritardo nei vaccini, premi comunitari bloccati o forse no, proteste, riunioni e assemblee, nel settore agricolo regna il caos più totale e un malessere diffuso.