In breve:

Fatti

Infermiere Loceri

In principio furono 80 ore in reparto

di Alessandra Secci.
Un incubo chiamato Coronavirus e l’isolamento sociale.
Abbiamo incontrato Graziella e Federica, le due infermiere di Loceri che nel marzo 2020 hanno contratto il virus sul luogo di lavoro, l’ospedale di Sassari. Con loro ripercorriamo quei drammatici momenti

Febbraio 2020. Il nuovo Coronavirus comincia a propagarsi sul suolo italiano e già a fine mese le vittime sono centinaia. In Sardegna, Sassari è il nucleo del contagio e l’ospedale Ss. Annunziata il focolaio principale. Graziella e Federica, entrambe loceresi, lavorano come Oss e infermiera presso il reparto di Cardiologia del presidio sassarese: la prima è sposata e ha due bambini, Federica ha due nipotini per i quali stravede.
Marzo. Dopo alcuni sintomi sospetti, la sera di sabato 14 in Cardiologia sono processati i tamponi ai pazienti e a tutto il personale, comprese Graziella e Federica. Il responso arriva la mattina seguente: come per quasi tutti i loro colleghi: positivo. Per un’assurda concatenazione di eventi, le ragazze sono quindi le prime due ogliastrine ad aver contratto il Covid-19.
Dopo gli accertamenti, parte immediatamente un inverosimile rimpallo di responsabilità tra i vari enti, che in breve si trovano a gestire una situazione rognosissima; le malcapitate, già distanti da casa, chiedono a gran voce di poter effettuare l’isolamento in Ogliastra, in un alloggio apposito, ma il loro appello cade inspiegabilmente nel vuoto. Graziella riesce a rientrare al suo domicilio in città, mentre Federica, assieme ad altri colleghi, rimane rinchiusa all’interno del reparto, senza possibilità di lavarsi, cambiarsi, ma continuando stoicamente a fornire meglio che può assistenza ai degenti. Martedì 17. L’unica novità consiste nello spostamento del personale al 4° piano: la frustrazione è immensa e il riposo una chimera. Su Facebook scrive: «80 ore in reparto. Il titolo di un film? No, l’inizio di un incubo».
Il mattino dopo viene finalmente dato il via libera al loro rientro: l’ambulanza, scortata dai carabinieri, arriva a Loceri nel tardo pomeriggio.
Giovedì 19. Tra le testate online che raccontano del loro ritorno, si legge: «Si è discusso dell’operazione, che ha suscitato grandi perplessità nella popolazione di Loceri, comprensibilmente allarmata».
Già, comprensibilmente: i contorni assurdi della vicenda sono racchiusi proprio in questo avverbio. Nelle ragazze, già provate dall’attesa snervante e dalla malattia, a prevalere è però la sensazione di smarrimento: nessuna vasca in centro, nottate in discoteca o precauzioni ignorate, il contagio non è avvenuto di certo così! Per loro il lavoro è una missione, loro sono soldati e quelle riportate sono ferite inferte sul campo di battaglia, non per una mascherina sotto il naso. Non vogliono medaglie, né riconoscimenti.
Eppure a Loceri pare non sia tanto atteso, il loro rientro. Anzi.
In paese vige un clima quasi manzoniano: l’isolamento a cui entrambe sono sottoposte non è solo quello necessario al decorso, ma soprattutto (e purtroppo) quello sociale. Per fortuna, però, le comunicazioni non sono quelle seicentesche e i due soldati, pur provati, tengono ancora botta grazie all’incessante sostegno telefonico delle loro famiglie e dei tantissimi amici. A Federica mancano soprattutto le risate dei nipotini, a Graziella la presenza dei suoi bimbi, ma dopo 34 lunghissimi giorni di positività la prima e 48 la seconda, i tamponi sono finalmente negativi.
Federica, da bravo soldato, rientra subito in trincea, a Lanusei, già da maggio, ed è tuttora impegnata tra screening e campagna vaccinale; Graziella è invece in forze al CSM di Tortolì: per entrambe quindi un 2020 duro, spietato, ma al contempo foriero di speranze e di nuove sfide.
Dinanzi a esse un vero soldato non si tira indietro. Anche senza medaglie.

IV CLASSICO LANUSEI

DAD, una bella scommessa

a cura della IV Liceo Classico Lanusei

È passato ormai un anno da quel fatidico 4 marzo, in cui la chiusura delle scuole sembrava solo una breve vacanza. Ma da un giorno all’altro le abitudini sono cambiate: la classe è diventata la nostra camera, il professore una voce robotica, i compagni delle icone silenziose e l’acronimo DaD costituisce ormai un vocabolo consueto.

La pandemia ha gettato il sistema scolastico nella condizione di condurre l’ordinaria attività formativa in una modalità inedita: la didattica a distanza, che oggi è la nostra nuova quotidianità. Inizialmente la carente disponibilità di strumenti adeguati, di connettività e di competenze a vari livelli, hanno costituito una oggettiva difficoltà nell’esercizio del diritto all’istruzione. Tuttavia, i docenti hanno immediatamente stabilito un contatto e hanno così dato continuità al progetto educativo tramite l’utilizzo di video lezioni e audio lezioni in varie piattaforme digitali, per mantenere vivo il senso di appartenenza alla comunità scolastica.

Abbiamo constatato, dunque, l’imprescindibilità per il docente del rapporto con noi alunni e noi tutti ci siamo sentiti parte attiva del processo di edificazione delle conoscenze che necessita motivazione, interesse ed esperienza. È chiaro che l’istituzione scolastica non è solo un luogo di indottrinamento e apprendimento, ma è essenziale per la socialità degli studenti: essa, infatti, incita alla condivisione, all’aiuto verso il prossimo e insegna all’individuo a vivere in comunità tramite le relazione dirette; una battuta improvvisata, una discussione tra compagni, l’attesa della campanella e l’intervallo sono mancanze che tracciano una forte distinzione tra la didattica in presenza e quella a distanza, che risulta irreversibilmente più fredda e distaccata.

Come spesso accade, il valore di ciò che abbiamo viene apprezzato soltanto quando ne siamo privati. Attualmente, seppur nella insofferenza e impazienza generale, poiché la normalità sembra un miraggio, le difficoltà dei primi mesi possono dirsi comunque superate, anzi possiamo evidenziare alcuni vantaggi come la migliore gestione del tempo studio e del tempo libero, vista la facilità di accesso alla nuova scuola virtuale.

Dopo un iniziale scetticismo di fronte a una realtà così inconsueta, quasi subito abbiamo riscontrato alcuni aspetti positivi, che hanno riguardato prima di tutto i pendolari: «La didattica in presenza è ineguagliabile, ma la comodità di poter fare qualche ora di sonno in più risparmiandoci un lungo viaggio è sicuramente qualcosa di consolante. Possiamo infatti recuperare quelle ore per dedicarci ad altri interessi, trovando in tal modo una via di fuga momentanea dallo studio e diminuendo il carico di stress a cui eravamo invece precedentemente soggetti».

Che questa pandemia abbia sospeso la dinamicità della nostra vita quotidiana è un fatto inderogabile, ma non possiamo negare che essa ci abbia concesso la possibilità di riflettere maggiormente su noi stessi, sui valori fondanti di una giusta e sana convivenza, sull’importanza del valore della vera fraternità, sull’ essere solidali tra noi e con tutti e sul non dare niente per scontato. Ci rivolgiamo ai nostri coetanei, che come noi si vedono limitati nella possibilità di vivere a pieno l’importante fase della giovinezza: viviamo con la giusta grinta ogni attimo, perché questa prova che la vita ci ha posto, possa essere una rampa di lancio verso un futuro migliore.

Francesca

Morire in solitudine

di Elisabetta Piras.
Nei mesi duri del lockdown lo sconforto maggiore è stato quello di non poter accompagnare, insieme alla comunità, i propri cari che venivano a mancare e non poter prendere parte alla Messa delle esequie. La solitudine della morte ha acuito il dolore del distacco. È capitato anche per Francesca Maria Vittoria Piroddi, lanuseina, ma residente da tempo ad Alghero, deceduta il 24 aprile 2020. Lettrice storica e affezionatissima del nostro giornale diocesano, innamorata del suo paese e dell’Ogliastra. Il ricordo è di sua nipote, Elisabetta, che ci scrisse in quei terribili giorni

Francesca nasce nell’agosto del 1936 a Lanusei, in via Gialeto, la più grande di tre figli.
Da piccolina odiava il suo nome: il primo giorno di scuola non sapeva scriverlo bene e nel dubbio ci mise pure la H. Tornò a casa e disse alla madre: «Ma perché non mi hai chiamato Anna? Francesca è troppo lungo!».
Il suo sogno più grande? Fare la maestra, ma contesto storico e dinamiche di quel periodo non lo permisero. Frequentò i primi anni di scuola e poi aiutò il padre in campagna, a Su Accu. Non smise mai di scrivere, leggere e ascoltare. Aveva una bella calligrafia, così uno zio avvocato spesso la chiamava per la trascrizione di alcuni documenti.
Negli anni ‘70 aprì il primo centro di telefonia della Sip, il Posto di Telefonico Pubblico (PTP) a Lanusei: al tempo non tutti avevano il telefono in casa e ci si recava lì per contattare amici, parenti e uffici. Allo stesso tempo, gestiva anche una maglieria. Madre di 5 figli, era sposata con Mario che all’epoca lavorava in Germania in fabbrica.
Una volta in pensione, non le mancarono di certo gli interessi: lavorava a maglia, leggeva, cucinava e viaggiava con suo marito, innamorata di lui come il primo giorno, andarono insieme persino a Medjugorje.
La sua fede è sempre stata forte, come lo sono sempre stati i suoi gesti di amore concreto verso il prossimo. Francesca pregava così tanto, ma così tanto, che ogni suo rosario si rompeva vicino alla croce, talmente veniva consumato. Pregava per tutti, ogni giorno. Diceva addirittura che se avesse sentito la chiamata, si sarebbe subito fatta suora.
Nel 2009 Francesca diventò vedova. Uno status che specificava sempre, quasi a indicare un’appartenenza eterna: ved. Pisano. Per un periodo provò un forte senso di colpa a indossare abiti colorati: il lutto è sempre un percorso lungo e tortuoso. Ma si fece subito coraggio e si trasferì ad Alghero, accanto a una delle sue figlie, prendendosi cura dei suoi primi nipoti. Qui frequentò la Chiesa del Santissimo Nome e iniziò una nuova vita nella città del corallo.
A 73 anni è difficile ricreare una rete di amicizie in un luogo sconosciuto, mantenendo forti i propri interessi senza impigrirsi: lei ci riuscì. Riuscì a essere quella donna combattente per se stessa e per la sua famiglia, senza mai demordere e senza mai farsi trovare impreparata.
Amava tenere un vasetto di menta e basilico sul davanzale, viziare i propri nipoti, passeggiare in riva al mare, cucinare culurgiones e anguledda. Amava raccontare i sogni che faceva durante la notte, giocare a dama, proporre indovinelli e leggende sui banditi ogliastrini o personaggi del paese.
Per contro, odiava mettere gli altri in disparte, non voleva lasciare nessuno in solitudine. Teneva, infatti, una lista di tutte le telefonate giornaliere per non dimenticarsi mai di contattare amici e parenti. Francesca, insomma, ha vissuto tante epoche diverse, tenendosi sempre aggiornata, rendendosi partecipe, attiva nel suo essere cittadina, generando amore per l’altro. Una donna rivoluzionaria, in questo senso.
La notte prima di morire, in quella che doveva essere la solita chiacchierata dopo cena, mi disse: «Ho anche chiesto scusa a San Francesco, prima mi facevo chiamare Franca, non mi piaceva proprio il mio nome. Ora, invece, mi piace, suona bene Francesca, vero?».

Cisl

Allarme Cisl: «Economia e lavoro in caduta libera. Serve un cambio di passo della politica»

di Michele Muggianu.
I dodici mesi tragici che abbiamo alle spalle hanno lasciato il segno sull’economia, sulle aziende e sui lavoratori. In assenza di serie politiche di rilancio, le ferite che si apriranno saranno devastanti.
La crisi politica nazionale è arrivata nel momento peggiore e il Presidente Mattarella ha saggiamente scelto l’uomo che più di tutti può aiutarci a prendere l’ultima ciambella di salvataggio per il futuro del nostro Paese e dei nostri figli: il Recovery fund da 209 miliardi.
L’Italia non può mancare questo appuntamento, ma il piano ha bisogno di essere condiviso con le parti sociali e deve essere ricco di contenuti e con modalità attuative rapide. Le risorse sono infatti soltanto teoriche, sta a noi essere in grado di fare le riforme e programmarne l’utilizzo, tenendo presente che andranno spese entro il 2026.
Le croniche difficoltà e incapacità che abbiamo puntualmente mostrato nella gestione delle risorse comunitarie – perdendo ogni settennio gran parte dei finanziamenti assegnati – sono lì a dimostrare che occorre un deciso cambio di passo.
I dati economici del nostro territorio risultano particolarmente negativi. Il tasso di occupazione in Ogliastra risulta sotto il 50% (quello regionale è al 53,1 %); abbiamo 3.264 nuclei familiari (per un totale di 7.248 persone coinvolte) che vivono grazie al reddito di cittadinanza (importo medio mensile 475,19 euro); nel 2019 sono state presentate alla sede Inps di Lanusei 3.874 domande di Naspi (al 16.11.2020 erano già 3.089).
Numeri drammatici che si accompagnano allo spopolamento dei centri dell’interno, alla mancata crescita demografica dei centri costieri, alla ripresa dell’emigrazione, al livello di istruzione (preoccupante il dato sull’abbandono scolastico), alla sanità (in gravissima difficoltà sia quella ospedaliera che la medicina del territorio), ai rischi sulla permanenza dei presidi dello Stato, al futuro assetto istituzionale del territorio, ai bisogni delle famiglie.
La Sardegna è una terra sempre più lenta, dove le istituzioni pubbliche non brillano per affidabilità e imparzialità, dove solo un giovane su quattro è laureato, un prodotto interno lordo più vicino alle regioni dell’Est europeo che al resto d’Italia. Siamo abbondantemente sotto la media europea in quasi tutti i campi, dicono le statistiche elaborate secondo gli indicatori di Bruxelles.
Rispetto alle altre Regioni simili alla nostra siamo molto indietro, così come siamo molto indietro nel settore delle infrastrutture (gli studiosi incaricati dalla Commissione hanno preso in considerazione lo stato della rete stradale, le condizioni delle linee ferroviarie, il numero dei voli a disposizione di ogni cittadino). Su tutti questi temi siamo puntualmente bocciati.
Poi c’è la stabilità dell’economia, giudicata sulla base dell’indebitamento, degli investimenti e dei risparmi. Il Pil sardo pro capite è fermo a 20.100 euro, ovvero il 69% della media europea (ecco perché tra il 2021 e 2027 riceveremo più soldi dal Fondo di sviluppo). Altro dato che fa paura è quello relativo al grado di istruzione della popolazione sarda, in particolare dei giovani. Il nostro tasso di laureati supera di poco il 23 % (fascia di età 30-34 anni), siamo al diciassettesimo posto tra le regioni italiane e tra gli ultimi in Europa.
Siamo però in testa se si parla di abbandoni scolastici: un ragazzo su tre lascia il percorso di studi prima della fine. I numeri fanno paura: oltre il 30% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni abbandona la scuola prima o durante le superiori, ma se guardiamo i dati comune per comune, scopriamo che ci sono enormi differenze territoriali e che c’è una correlazione evidente tra la mancanza di istituti nei propri paesi o in quelli vicini e l’abbandono scolastico.
Tutte le problematiche evidenziate sono risolvibili solo con il miglioramento dei servizi primari, con specifici programmi e interventi a favore dell’agricoltura e dell’allevamento, del turismo, della piccola e media industria, con nuove misure e strumenti a favore del lavoro dei giovani, sostenendone la permanenza con incentivi per le loro abitazioni, valorizzando e rivitalizzando le comunità sul versante dei beni ambientali e culturali.
Siamo preoccupati perché non vediamo politiche lungimiranti di programmazione dello sviluppo (contenuti, tempi e modalità attuative, efficienza ed efficacia degli interventi, ruolo della burocrazia); le riforme istituzionali e in primo luogo della Regione non sono all’orizzonte; latitano anche le politiche delle risorse umane, della formazione e dell’istruzione, le politiche di settore e territoriali (socio-assistenziale-sanitario, ambiente e territorio, edilizia e costruzioni, mercato del lavoro e inclusione sociale, beni culturali e identitari, agricoltura e allevamento, pubblica amministrazione, servizi primari, sviluppo aree interne, questione urbana, aree costiere).
È necessaria una fase di confronto con le parti sociali per programmare le politiche di spesa delle risorse comunitarie, fondamentali per far ripartire l’economia dopo la botta del Covid-19 (il documento deve essere inviato alla Commissione europea entro aprile 2021).
I 206 progetti inviati dalla Regione al Governo devono essere condivisi e soprattutto devono guardare allo sviluppo di tutta l’Isola.
Noi crediamo che occorra dare un orizzonte ideale alla nostra Regione e alla nostra Ogliastra.
Lo dobbiamo ai tanti concittadini coraggiosi che hanno deciso di restare qui perché amano questo territorio, perché ci sono nati, perché qui hanno i loro affetti.
Noi abbiamo il compito, la politica ha il compito, di dare prospettive a queste persone, che sono spesso in ansia, ferite dall’ampliarsi delle disuguaglianze e delle fasce di povertà.
In gioco c’è il nostro futuro. Noi vogliamo essere protagonisti ed esiste un solo risultato possibile: cambiare lo stato delle cose per rivedere l’alba.

San Giovanni Battista

San Giovanni Battista. L’accoglienza è di casa a Escalaplano

di Elisabetta Cotza.
La festa di San Giovanni Battista a Escalaplano si celebra il giorno della sua natività, il 24 giugno, nell’omonima chiesa campestre, situata a circa 4 chilometri dal paese, in località San Giovanni (Santu Giuanni).
Il simulacro del Santo tiene tra le mani un fascio di spighe preparato dal comitato organizzatore per suggellare il legame con la tradizione agropastorale del paese e viene accompagnato da una lunga processione di fedeli, su un carro trainato da un giogo di buoi, circondato di fiori e adornato di preziosi pizzi e ricami pregiati. Un culto religioso molto sentito e partecipato dagli escalaplanesi che si dimostrano sempre profondamente devoti.
A capo del corteo religioso ci sono i cavalieri, i gruppi folkloristici locali e dei paesi vicini, le donne con gli stendardi, i giovani suonatori di launeddas e di organetto. Segue il carro con il Santo, il parroco e tutti gli altri fedeli: uomini donne e bambini. Le donne e il sacerdote intonano il rosario in sardo alternandosi con le melodie delle launeddas e dell’organetto e tutti i fedeli percorrono il lungo tragitto, fino all’ultima salita, che porta al promontorio della collina dove è situata la chiesetta omonima, in posizione dominante rispetto al territorio sottostante, quasi a vegliare, dalla sommità del colle, il paese in lontananza.
La fatica dei devoti è comunque alleviata dallo spettacolare panorama che si può ammirare una volta sopraggiunti al pianoro. Nel momento in cui San Giovanni fa il suo ingresso nella chiesa, tutta la comunità intona in suo onore Is Goggius, le preghiere in sardo, che raccontano la storia e la vita del Santo e contribuiscono a creare un’atmosfera religiosa di intensa spiritualità. Si cantano sia quando si arriva alla chiesa campestre, ma anche quando si riaccompagna il simulacro alla parrocchiale di San Sebastiano, sancendo di fatto la chiusura dei festeggiamenti in onore di San Giovanni Battista.
Il Santo rimane per qualche giorno nella chiesa campestre, dove si celebrano i riti religiosi e i devoti rivolgono le loro preghiere; nelle campagne circostanti, in quelle stesse giornate, il comitato con alcune famiglie del paese condividono un pasto insieme ad amici e parenti.
Per i festeggiamenti di San Giovanni fanno rientro a Escalaplano molti di quei paesani che si sono spostati per motivi di lavoro nel vicino capoluogo o nei paesi vicini e anche coloro che negli anni sono dovuti emigrare in terre più lontane. Si tratta, infatti, di una realtà religiosa ancora autentica e unica per il paese poiché rappresenta un momento di vita collettiva che si può vivere quasi esclusivamente in questa circostanza.
La storia dei festeggiamenti in onore di San Giovanni è molto antica, come ci ricorda il rudere dell’originaria chiesetta (probabilmente del XVIII secolo) presente nella stessa località a pochi metri da quella costruita più di recente. L’attuale chiesa è stata edificata a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, i lavori si sono protratti fino agli anni Novanta, quando sia per volontà di tutta la popolazione, sia per volere del parroco di allora (Don Franco Serrau) viene finalmente completata all’interno e all’esterno.
La scelta del sito per erigere la chiesa campestre è molto significativa, se si pensa al legame di San Giovanni Battista con l’acqua; nella stessa località, infatti, a poca distanza dall’edificio sacro è presente una sorgente, la più importante della zona, la fontana di Fossada che dà anche il nome alla località. Inoltre, nello stesso territorio è presente un’importante necropoli ipogeica, composta da sette Domus de Janas e in prossimità delle stesse si scorgono ancora i ruderi di un nuraghe.
L’intera l’area è caratterizzata da una stratificazione rocciosa spettacolare, un gran numero di coppelle, presumibilmente legate al culto dell’acqua e delle costellazioni, ricchissime testimonianze archeologiche e bellezze naturalistiche.
Da qualche decennio la festa religiosa e civile è organizzata da un comitato di venticinquenni che si adopera, già nei mesi precedenti, per preparare in tutte le sue fasi i festeggiamenti in onore di San Giovanni, partendo dalla raccolta delle offerte fra la popolazione. Tra i diversi compiti, rientra quello di allestire il carro che porterà il Santo durante la processione, preparare la chiesetta che in tutta la sua sobrietà viene adornata con arazzi, fiori e spighe, frutto delle messi appena raccolte, ma anche organizzare le serate di musica. Infine, il comitato organizza una cena per tutti i compaesani a base di carne di pecora che i generosi pastori del paese offrono in onore del Santo. Alla cena vengono invitati tutti coloro che sono presenti, compreso chi si trova di passaggio e gli ambulanti giunti per vendere i loro prodotti.
Nei giorni della festa la popolazione si ritrova nella piazza attorno alla secolare quercia, per danzare i balli tradizionali del paese e per riscoprire, anche nei festeggiamenti civili, la bellezza di stare insieme e di ritrovarsi come comunità.
Lo scorso anno, a causa della pandemia, ovviamente, non è stato possibile organizzare il programma tradizionale e l’accompagnamento del Santo è avvenuto in modo del tutto inconsueto: su un camioncino e con pochi fedeli. Tutta la comunità di Escalaplano si augura di poter al più presto riaccompagnare il Santo alla sua chiesetta e di riorganizzare una bella festa come quelle passate.

social e giovanissimi

Social e giovanissimi: solo la consapevolezza ci salverà

di Luigi Carletti.

Quando qualcuno si prenderà la briga di contare le vittime da uso di social network, scoprirà che il cimitero è piuttosto affollato e che molte di quelle lapidi ricordano persone giovani o giovanissime. Ma la colpa non è dei social. La colpa è nostra

Siamo noi, con il nostro intemperante entusiasmo, oppure con la nostra ottusa resistenza negazionista, ad aver mandato al macello eserciti di giovani e giovanissimi, in molti casi unendoci a loro in una spensierata marcia verso un progresso che ha invece dentro tutti i segni dell’ignoranza, dell’improvvisazione e spesso della barbarie sociale. In altri casi liquidando come “sciocchezza” un mondo che stava cambiando in maniera irreversibile e che, bene o male, ci coinvolge tutti.
I social network sono uno strumento straordinario. Internet rappresenta una delle più importanti rivoluzioni che l’umanità abbia mai conosciuto. Lo sappiamo fin dall’inizio, ma la società del consumo ne ha considerato solo le opportunità, snobbando le implicazioni più serie, i rischi e le conseguenze più pericolose.
Oggi un’azienda che sappia utilizzare bene i social network può spingere considerevolmente il proprio business. Su tutto questo è nata un’economia: esistono società e nuove professioni che dell’utilizzo dei social fanno una branca in cui convivono e dialogano tecnologia, sociologia, psicologia, marketing e tanto altro. È materia di insegnamento universitario ed è un mondo di grande fascino, anche perché in continua evoluzione.
Ma dall’altra parte ci sono le persone normali, in molti casi genitori che si confrontano con i problemi di tutti i giorni. Provo a mettermi nei panni di quelle madri e di quei padri che, nell’apprendere la tragedia della ragazzina di Palermo morta per un gioco su Tik Tok, il social dei giovanissimi, immediatamente vanno con il pensiero al comportamento dei propri figli. Quanto sanno realmente di che cosa combinano con il telefonino? E quanto capiscono di quel mondo che fa di tutto per apparire innocuo, ma che innocuo, evidentemente, non è?
La famiglia e la scuola sono le due “agenzie educative” che in questa rivoluzione in corso da vent’anni sono completamente mancate. Per la semplice ragione che insegnanti e genitori spesso sono tra i più ignoranti in materia. È colpa loro? In qualche caso potevano darsi da fare, e qualcuno lo ha fatto, ma a mancare è stata la società intesa come espressione di istituzioni e classe politica. È mancato (e manca ancora) lo Stato. Perché possiamo pure vietare tutto il vietabile, si possono mettere in piedi tutti i Garanti e le Authority che si vuole, ma qui il vero problema è quello di un’alfabetizzazione digitale che fa rima con consapevolezza, e che riguarda tutte le fasce sociali, a cominciare dai giovanissimi.

Internet è materia da insegnare a scuola, con capitoli tutti dedicati all’uso virtuoso e a quello rischioso o, peggio, sconsiderato. La Rai del servizio pubblico dov’è stata in questi venti anni? I vari ministri dell’Istruzione quali programmi hanno varato? Abbiamo visto le solite passerelle con le solite star della comunicazione che ci spiegavano le meraviglie del web, ma un piano di reale formazione digitale indirizzato ai giovani, alle famiglie e agli insegnanti, nessuno l’ha pensato.
Eppure c’è chi queste cose le fa. Un piccolo esempio: da alcuni anni la diocesi di Lanusei, in Sardegna, fa un corso (al quale collaboro come docente) con i ragazzi che si avviano alla maturità. È già tardi – si dirà – ed è vero, ma è qualcosa. Ebbene, a quest’iniziativa voluta dal vescovo Antonello Mura, partecipano spesso anche i docenti e le famiglie. Non avete idea delle domande, spesso angosciate, che capita di sentire. E dei dubbi, delle false credenze, e delle fisionomie che cambiano con la comprensione. Si chiama consapevolezza. L’unica possibile salvezza.