In breve:

Fatti

San Giovanni Battista

San Giovanni Battista. L’accoglienza è di casa a Escalaplano

di Elisabetta Cotza.
La festa di San Giovanni Battista a Escalaplano si celebra il giorno della sua natività, il 24 giugno, nell’omonima chiesa campestre, situata a circa 4 chilometri dal paese, in località San Giovanni (Santu Giuanni).
Il simulacro del Santo tiene tra le mani un fascio di spighe preparato dal comitato organizzatore per suggellare il legame con la tradizione agropastorale del paese e viene accompagnato da una lunga processione di fedeli, su un carro trainato da un giogo di buoi, circondato di fiori e adornato di preziosi pizzi e ricami pregiati. Un culto religioso molto sentito e partecipato dagli escalaplanesi che si dimostrano sempre profondamente devoti.
A capo del corteo religioso ci sono i cavalieri, i gruppi folkloristici locali e dei paesi vicini, le donne con gli stendardi, i giovani suonatori di launeddas e di organetto. Segue il carro con il Santo, il parroco e tutti gli altri fedeli: uomini donne e bambini. Le donne e il sacerdote intonano il rosario in sardo alternandosi con le melodie delle launeddas e dell’organetto e tutti i fedeli percorrono il lungo tragitto, fino all’ultima salita, che porta al promontorio della collina dove è situata la chiesetta omonima, in posizione dominante rispetto al territorio sottostante, quasi a vegliare, dalla sommità del colle, il paese in lontananza.
La fatica dei devoti è comunque alleviata dallo spettacolare panorama che si può ammirare una volta sopraggiunti al pianoro. Nel momento in cui San Giovanni fa il suo ingresso nella chiesa, tutta la comunità intona in suo onore Is Goggius, le preghiere in sardo, che raccontano la storia e la vita del Santo e contribuiscono a creare un’atmosfera religiosa di intensa spiritualità. Si cantano sia quando si arriva alla chiesa campestre, ma anche quando si riaccompagna il simulacro alla parrocchiale di San Sebastiano, sancendo di fatto la chiusura dei festeggiamenti in onore di San Giovanni Battista.
Il Santo rimane per qualche giorno nella chiesa campestre, dove si celebrano i riti religiosi e i devoti rivolgono le loro preghiere; nelle campagne circostanti, in quelle stesse giornate, il comitato con alcune famiglie del paese condividono un pasto insieme ad amici e parenti.
Per i festeggiamenti di San Giovanni fanno rientro a Escalaplano molti di quei paesani che si sono spostati per motivi di lavoro nel vicino capoluogo o nei paesi vicini e anche coloro che negli anni sono dovuti emigrare in terre più lontane. Si tratta, infatti, di una realtà religiosa ancora autentica e unica per il paese poiché rappresenta un momento di vita collettiva che si può vivere quasi esclusivamente in questa circostanza.
La storia dei festeggiamenti in onore di San Giovanni è molto antica, come ci ricorda il rudere dell’originaria chiesetta (probabilmente del XVIII secolo) presente nella stessa località a pochi metri da quella costruita più di recente. L’attuale chiesa è stata edificata a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, i lavori si sono protratti fino agli anni Novanta, quando sia per volontà di tutta la popolazione, sia per volere del parroco di allora (Don Franco Serrau) viene finalmente completata all’interno e all’esterno.
La scelta del sito per erigere la chiesa campestre è molto significativa, se si pensa al legame di San Giovanni Battista con l’acqua; nella stessa località, infatti, a poca distanza dall’edificio sacro è presente una sorgente, la più importante della zona, la fontana di Fossada che dà anche il nome alla località. Inoltre, nello stesso territorio è presente un’importante necropoli ipogeica, composta da sette Domus de Janas e in prossimità delle stesse si scorgono ancora i ruderi di un nuraghe.
L’intera l’area è caratterizzata da una stratificazione rocciosa spettacolare, un gran numero di coppelle, presumibilmente legate al culto dell’acqua e delle costellazioni, ricchissime testimonianze archeologiche e bellezze naturalistiche.
Da qualche decennio la festa religiosa e civile è organizzata da un comitato di venticinquenni che si adopera, già nei mesi precedenti, per preparare in tutte le sue fasi i festeggiamenti in onore di San Giovanni, partendo dalla raccolta delle offerte fra la popolazione. Tra i diversi compiti, rientra quello di allestire il carro che porterà il Santo durante la processione, preparare la chiesetta che in tutta la sua sobrietà viene adornata con arazzi, fiori e spighe, frutto delle messi appena raccolte, ma anche organizzare le serate di musica. Infine, il comitato organizza una cena per tutti i compaesani a base di carne di pecora che i generosi pastori del paese offrono in onore del Santo. Alla cena vengono invitati tutti coloro che sono presenti, compreso chi si trova di passaggio e gli ambulanti giunti per vendere i loro prodotti.
Nei giorni della festa la popolazione si ritrova nella piazza attorno alla secolare quercia, per danzare i balli tradizionali del paese e per riscoprire, anche nei festeggiamenti civili, la bellezza di stare insieme e di ritrovarsi come comunità.
Lo scorso anno, a causa della pandemia, ovviamente, non è stato possibile organizzare il programma tradizionale e l’accompagnamento del Santo è avvenuto in modo del tutto inconsueto: su un camioncino e con pochi fedeli. Tutta la comunità di Escalaplano si augura di poter al più presto riaccompagnare il Santo alla sua chiesetta e di riorganizzare una bella festa come quelle passate.

social e giovanissimi

Social e giovanissimi: solo la consapevolezza ci salverà

di Luigi Carletti.

Quando qualcuno si prenderà la briga di contare le vittime da uso di social network, scoprirà che il cimitero è piuttosto affollato e che molte di quelle lapidi ricordano persone giovani o giovanissime. Ma la colpa non è dei social. La colpa è nostra

Siamo noi, con il nostro intemperante entusiasmo, oppure con la nostra ottusa resistenza negazionista, ad aver mandato al macello eserciti di giovani e giovanissimi, in molti casi unendoci a loro in una spensierata marcia verso un progresso che ha invece dentro tutti i segni dell’ignoranza, dell’improvvisazione e spesso della barbarie sociale. In altri casi liquidando come “sciocchezza” un mondo che stava cambiando in maniera irreversibile e che, bene o male, ci coinvolge tutti.
I social network sono uno strumento straordinario. Internet rappresenta una delle più importanti rivoluzioni che l’umanità abbia mai conosciuto. Lo sappiamo fin dall’inizio, ma la società del consumo ne ha considerato solo le opportunità, snobbando le implicazioni più serie, i rischi e le conseguenze più pericolose.
Oggi un’azienda che sappia utilizzare bene i social network può spingere considerevolmente il proprio business. Su tutto questo è nata un’economia: esistono società e nuove professioni che dell’utilizzo dei social fanno una branca in cui convivono e dialogano tecnologia, sociologia, psicologia, marketing e tanto altro. È materia di insegnamento universitario ed è un mondo di grande fascino, anche perché in continua evoluzione.
Ma dall’altra parte ci sono le persone normali, in molti casi genitori che si confrontano con i problemi di tutti i giorni. Provo a mettermi nei panni di quelle madri e di quei padri che, nell’apprendere la tragedia della ragazzina di Palermo morta per un gioco su Tik Tok, il social dei giovanissimi, immediatamente vanno con il pensiero al comportamento dei propri figli. Quanto sanno realmente di che cosa combinano con il telefonino? E quanto capiscono di quel mondo che fa di tutto per apparire innocuo, ma che innocuo, evidentemente, non è?
La famiglia e la scuola sono le due “agenzie educative” che in questa rivoluzione in corso da vent’anni sono completamente mancate. Per la semplice ragione che insegnanti e genitori spesso sono tra i più ignoranti in materia. È colpa loro? In qualche caso potevano darsi da fare, e qualcuno lo ha fatto, ma a mancare è stata la società intesa come espressione di istituzioni e classe politica. È mancato (e manca ancora) lo Stato. Perché possiamo pure vietare tutto il vietabile, si possono mettere in piedi tutti i Garanti e le Authority che si vuole, ma qui il vero problema è quello di un’alfabetizzazione digitale che fa rima con consapevolezza, e che riguarda tutte le fasce sociali, a cominciare dai giovanissimi.

Internet è materia da insegnare a scuola, con capitoli tutti dedicati all’uso virtuoso e a quello rischioso o, peggio, sconsiderato. La Rai del servizio pubblico dov’è stata in questi venti anni? I vari ministri dell’Istruzione quali programmi hanno varato? Abbiamo visto le solite passerelle con le solite star della comunicazione che ci spiegavano le meraviglie del web, ma un piano di reale formazione digitale indirizzato ai giovani, alle famiglie e agli insegnanti, nessuno l’ha pensato.
Eppure c’è chi queste cose le fa. Un piccolo esempio: da alcuni anni la diocesi di Lanusei, in Sardegna, fa un corso (al quale collaboro come docente) con i ragazzi che si avviano alla maturità. È già tardi – si dirà – ed è vero, ma è qualcosa. Ebbene, a quest’iniziativa voluta dal vescovo Antonello Mura, partecipano spesso anche i docenti e le famiglie. Non avete idea delle domande, spesso angosciate, che capita di sentire. E dei dubbi, delle false credenze, e delle fisionomie che cambiano con la comprensione. Si chiama consapevolezza. L’unica possibile salvezza.

Barbagia Flores

Barbagia Flores. Il fatto…

di Alessandra Secci.

Villanova Strisaili, metà degli anni Novanta: dal naufragio del progetto Orchid Plant nasce quello di Barbagia Flores, fortemente voluto da Stefano Wallner, imprenditore veronese, già presidente nazionale di Confagricoltura, e da sua moglie Rosanna Fiori, origini sassaresi, nipote di Francesco Cossiga, donna combattiva, energica e per nulla incline all’arrendevolezza.

Dopo un avvio burocratico quanto mai travagliato e dispendiosissimo (l’investimento previsto di circa 18 miliardi in poco tempo sale a 28), innumerevoli difficoltà attuative e dopo qualche anno a regime, l’azienda florovivaistica, la più estesa a livello italiano e tra le prime in Europa, circa 50 mila mq di serre su una superficie di quasi 15 ettari, simbolo di un’Ogliastra che ha voglia di riscatto dopo la chiusura della Cartiera di Arbatax e di una modernità tecnologica con pochi precedenti, mostra i primi segni di cedimento: i tanto agognati finanziamenti pubblici tardano ad arrivare, i costi di gestione aumentano vertiginosamente e si fanno sempre più serrati gli scontri tra proprietà, dirigenza e dipendenti, che rimangono senza compensi per lunghi periodi di tempo e che in taluni frangenti arrivano persino a occupare gli spazi aziendali. Minacce, ritorsioni e atti intimidatori di vario genere completano un quadro che appare sempre più ingovernabile: una parabola discendente, ben descritta da Maria Francesca Chiappe ne La Serra dei misteri, il cui macabro apice viene raggiunto la mattina del 3 ottobre 2001, quando Rosanna Fiori è freddata con 3 colpi d’arma da fuoco all’interno della sua Fiat Brava.

Un epilogo inaudito e nerissimo, tuttora senza colpevoli dopo quasi vent’anni di indagini e processi, e al contempo una gelida stoccata che blocca definitivamente tutto il meccanismo produttivo e che lentamente trasforma il pianoro delle serre in un triste ricordo di archeologia industriale, un sito da urban exploration (urbex), un’immensa area cimiteriale per occasioni perdute.

[L'inchiesta in versione integrale la trovi sul numero 2 de L'Ogliastra, Febbraio]

 

 

Copertina Coronaversus

Poesie unite dal filo della speranza

di Lucia Becchere.

Coronaversus. Poeti sardi al tempo della pandemia, edizioni L’Ortobene, è la silloge curata da Luciano Piras che raccoglie 62 poesie di 54 autori della nostra Isola. Il ricavato della vendita di 400 copie numerate a mano, stampate con il contributo delle Acli di Nuoro, sarà interamente devoluto a favore della Caritas diocesana di Nuoro.
Per Luciano Piras, giornalista sensibile e attento alle tematiche sociali, autore di diversi libri e caposervizio della Nuova Sardegna – Nuoro e Oristano, questo impegno vuole essere un atto d’amore e di generosità verso i bisognosi e gli ultimi.
La raccolta da lui curata comprende per la maggior parte componimenti in lingua sarda, ma anche in lingua italiana. Poesia che parla al cuore di tutti come una mano tesa e nel silenzio si carica di invocazioni, di messaggi di fede e di fratellanza, per noi lettori percorsi di speranza e di rinascita. Poesia che si fa storia, ricordando il momento terribile del dilagare del Covid 19, quando l’umanità ha dovuto cambiare le sue regole di vita e nulla sarebbe stato più come prima.

Luciano, come è nata questa idea?

Durante il primo lockdown che ha avuto inizio il 7 marzo 2020, nel mio blog@ddurudduru ho ricevuto numerose poesie di gente che, chiusa in casa, ha dato vita a questa forma d’arte e dietro suggerimento di alcuni amici ho pensato di raccoglierle in una antologia.
È nata così in me l’idea di una iniziativa solidale pienamente condivisa dai poeti interessati, entusiasti di parteciparvi e di destinare l’eventuale guadagno a un’opera di bene.

La raccolta comprende tutte le poesie pervenute?

Quasi tutte. La scelta è stata dettata dal tema strettamente legato alla pandemia. Alcune sono opere di vera poesia mentre altre sono sperimentali, comunque ho ritenuto giusto non escluderne alcuna perché tutte dettate dalla speranza di riprendere in mano la propria vita.

Quale messaggio hai voluto veicolare?

Il messaggio principale è quello solidale. Chi è più fortunato deve correre in aiuto di chi ne ha bisogno. La cosa straordinaria è che per la prima volta 54 poeti contemporanei viventi, giovani e meno giovani, si ritrovano tutti insieme accomunati a scopo benefico.

Cosa unisce questi poeti oltre il tema della pandemia?

Il filo della speranza. C’è una luce che resta sempre accesa, sia essa fede religiosa o qualcos’altro, Nonostante il dramma, resta viva la speranza per un futuro migliore: “Ata a finire / ata a colare” è il mantra di tutti i poeti.

Poesia lirica, attuale, impegnata socialmente e anche politicamente nel senso nobile della politica, quali sentimenti traspaiono dai versi?

La paura è sempre presente, paura della solitudine non tanto della morte. Tuttavia nei versi domina una visione positiva della vita perché nessuno cede alla rassegnazione.

Tu che nelle poesie, e non solo, hai il privilegio di essere allo stesso tempo osservatore, testimone e portavoce di una esperienza così triste e dolorosa come la pandemia, come hai vissuto quei momenti?

Posso ritenermi fortunato perché essendo responsabile di due redazioni, in continuazione mi spostavo per lavoro. Tuttavia a casa lasciavo un figlio e una moglie, i genitori, ho due fratelli medici che lavoravano e tuttora lavorano in prima linea. Comunque sono i bambini la categoria che più di tutti pagherà lo scotto di questa restrizione.

Cosa ti ha colpito di questa esperienza?

La solidarietà delle persone che si mettono a disposizione di altre persone. C’è molto cuore, non è vero che siamo una società di egoisti, è vero il contrario invece. I poeti lo hanno dimostrato.

Ferrai

Prevenzione e vaccino: così si sconfigge il virus

di Claudia Carta.

Parte la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 anche in Ogliastra. Ne abbiamo parlato con il direttore sanitario dell’ospedale di Lanusei, Luigi Ferrai

Sono molto forti le parole di Papa Francesco. Forti come i tempi che stiamo vivendo. Forti come i rischi che stiamo correndo, quelli oggettivi legati a una pandemia che non sembra cedere un metro nella sua corsa globale, e quelli celati dietro diffidenze, bufale, negazionismo e complottismo.

Vaccino, una scelta etica. È forte anche la presa di posizione che la nostra chiesa diocesana fa, a partire dalla sua guida. La stessa scelta, libera, consapevole, convinta e responsabile che l’intera società ogliastrina fa e deve fare. Libera. Come tutte le scelte…

Eppure: «Credo che eticamente tutti debbano prendere il vaccino – afferma Bergoglio –. È un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri». E aggiunge: «C’è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare».

Prevenzione e vaccino sono gli strumenti che ora abbiamo in mano per arginare e sconfiggere il virus.

E allora è corsa contro il tempo per riuscire a mettere a punto la più grande campagna di vaccinazione che sia mai stata realizzata. Siamo in ritardo, è vero, a tratti si naviga a vista, ma la speranza è che, una volta entrata a regime, la macchina possa funzionare spedita.

Obiettivo cruciale e sforzo organizzativo notevole per raggiungerlo. Anche al Nostra Signora della Mercede di Lanusei si lavora senza sosta in questa direzione. È Luigi Ferrai, capo della direzione sanitaria del presidio ospedaliero ogliastrino, a illustrarci logistica e pianificazione: «Abbiamo iniziato la somministrazione dei vaccini lo scorso 7 gennaio: ho inoculato la prima dose del vaccino a una mia collega e successivamente sono stato io il secondo. Solo il primo giorno sono state somministrate 162 dosi di vaccino a medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici dell’ospedale. La somministrazione è proseguita anche nei giorni successivi, dal momento che nella sera del 6 gennaio sono state consegnate 426 dosi. Cercheremo di effettuarne quanti più possibile: il 7 gennaio abbiamo testato la macchina organizzativa, siamo in grado di somministrare 200 vaccini al giorno, anche di più. Ci sarà poi il richiamo che verrà effettuato dopo 21 giorni».

La logistica racconta di unità operative, attività di counseling e consenso informato: «Si tratta – prosegue Ferrai – di un’organizzazione che coinvolge diverse figure professionali, in primis gli igienisti, io e il mio collega, dott. Dessì. Abbiamo coinvolto anche un medico anestesista, primario di Anestesia e Rianimazione, dott. Francesco Loddo. Fanno parte, inoltre, dello staff quattro infermieri, tre amministrativi e un Oss. L’iter prevede la somministrazione del vaccino a tutte le unità operative. Abbiamo fatto tre gruppi, ognuno dei quali è composto da sei unità operative e, ogni ora, ciascun gruppo manda un suo professionista. Siamo predisposti per effettuare circa 18 vaccini all’ora, in realtà, siamo riusciti a farne molti di più».

Sui ritardi iniziali, il direttore sanitario risponde così: «Abbiamo perso un po’ di tempo all’inizio, perché abbiamo curato dettagliatamente quella che è la preparazione del vaccino. C’è, infatti, tutto un procedimento da seguire. Successivamente abbiamo organizzato la prima fase, quella cosiddetta del counseling: ogni professionista ha ricevuto una mail con la modulistica da compilare secondo quello che è il consenso informato, allegato che contiene una serie di domande sullo stato di salute della persona che dà il consenso alla vaccinazione. Infine, c’è una parte destinata al medico che gestisce il vaccino, l’indicazione del lotto, l’ora di somministrazione e la data. Dati e documenti che arrivano già con il professionista; io e il mio collega ne controlliamo la regolarità ed eventualmente approfondiamo alcune tematiche prima di dare il consenso alla vaccinazione. Una volta che questa viene effettuata, la modulistica viene trasmessa agli amministrativi che caricano sul sistema i dati, generando un flusso di informazioni a livello aziendale e regionale».

Il vaccino in distribuzione è quello Pfizer-BioNTech, «stoccato in frigo a circa -80° a Cagliari – dice ancora l’igienista –. Le dosi vengono successivamente trasportate a Lanusei o a Nuoro tramite catena di custodia del freddo, attraverso una ditta specializzata».

Attualmente il punto di vaccinazione è collocato all’interno dell’ospedale lanuseino: «Stiamo utilizzando un’ala di un reparto dove sono state allestite quattro stanze: una destinata alla segreteria per la raccolta dei dati, due alla somministrazione del vaccino e una stanza è allestita dal punto di vista rianimatorio se qualcuno, eventualmente, manifestasse qualche reazione allergica. Successivamente ci saranno dei punti di vaccinazione anche sul territorio, ma l’organizzazione territoriale andrà sicuramente in mano all’Igiene pubblica. È indubbio che l’ospedale offrirà, comunque, un supporto sul territorio come sta facendo da tempo perché c’è stata un’ampia e serena collaborazione tra ospedale, distretto, igiene pubblica, centro di igiene mentale. La nostra Asl da questo punto di vista è forte, collaboriamo costantemente, oggi ancora di più».

È ormai risaputo che i primi a essere vaccinati, come da normativa, siano gli ospedalieri, cioè a dire tutti i professionisti coinvolti, per la parte sanitaria, dentro il nosocomio. «Eseguita la somministrazione sulla parte ospedaliera – illustra Ferrai – procederemo con quella territoriale che va a coinvolgere i medici di medicina generale, le guardie mediche, gli specialisti, tutte le persone coinvolte nelle case di riposo, le persone fragili, ecc».

Poi il monito: «Il vaccino non è obbligatorio, ma è fortemente consigliato. Quello che abbiamo fatto in Ogliastra in questi ultimi dieci giorni è qualcosa di eccezionale, oserei dire di grandioso: uno screening di massa al quale hanno aderito quasi 30mila ogliastrini, con 300 sanitari e altrettanti volontari, che ha visto coinvolti 23 comuni e 46 postazioni, con una logistica senza precedenti, dato che la Asl di Lanusei – grazie al coordinamento di Luigi Mereu – ha fatto sì che le sedi avessero tutto il necessario per garantire la somministrazione del tampone antigenico. Il risultato: 152 persone positive che sono state sottoposte immediatamente a tampone molecolare così come i loro stretti contatti. Operazione che si è ripetuta l’11 e il 12 gennaio. Contemporaneamente stiamo somministrando il vaccino. È davvero importante – sottolinea ancora il vertice del Nostra Signora della Mercede – vedere quanto lavoro c’è dietro tutto questo: la direzione sanitaria, i miei più stretti collaboratori, le unità operative, gli specialisti ambulatoriali, i medici di medicina generale, i volontari e tutte le persone che ci hanno aiutato a ottenere un risultato così eclatante».

Sul dovere di fare il vaccino, Ferrai non ha dubbi: «Lo screening è una delle prime linee di prevenzione, è un autentico attacco al virus. Così pure lo è il vaccino. Stiamo lavorando sulla prevenzione e contemporaneamente stiamo cercando di annientare il virus: queste sono le armi che abbiamo in mano e dobbiamo assolutamente sfruttarle».

Manias

Sulla via di Damasco. Maria Grazia Manias, nostalgia di Dio

di Augusta Cabras.

Maria Grazia Manias è originaria di Villagrande, lì nasce nel 1949. Dalla sua famiglia e dalla scuola riceve un’educazione tradizionale dove il ruolo della donna è notoriamente definito e circoscritto; insieme eredita un’educazione religiosa, legata al cattolicesimo.
Da Villagrande però Maria Grazia si allontana, con il chiaro obiettivo di saziare la sua sete di conoscenza. Così raggiunge la Capitale e con una borsa di studio triennale frequenta la Scuola di Servizio Sociale fondata da Giovanni De Menasce, figura fondamentale nel dopo guerra per lo sviluppo delle scuole di ispirazione cristiana e di cui oggi poco si conosce.
Siamo tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta. Sullo sfondo i primi movimenti studenteschi, le contestazioni, la formazione del Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) e il Movimento per la Liberazione della Donna (MLD) legato al Partito Radicale, che in quegli anni e in quelli a seguiremetterà molte energie sul fronte della battaglia per l’approvazione della legge che consente il divorzio e l’aborto.
Allo studio presso la Scuola di Servizio Sociale segue per Maria Grazia lo studio e la laurea in Sociologia. «Fu durante i tempi della scuola – racconta – che conobbi Michelangelo. Frequentava il corso con me e usufruiva anche lui di una borsa di studio. Entrambi scoprivamo un nuovo mondo e ci lasciavamo alle spalle quello vecchio. Mi godetti l’incanto del primo amore, sfociato poi nel matrimonio, rigorosamente civile, presso il municipio di Lacedonia, paese originario di lui in provincia di Avellino, il 27 dicembre 1976».
Per Maria Grazia e Michelangelo questo fu il tempo dell’amore, della vita condivisa, dei sogni, della carriera che prende il via… «Quello che fu il mio lavoro principale – prosegue – avvenne quasi per caso in seguito a una domanda fatta su suggerimento di Michelangelo. Lavoravo a Lavinia in assistenza a una ragazza con handicap. Il lavoro di segretario comunale venne successivamente una volta trasferiti in Sardegna» E il ritorno nell’Isola non porta solo il nuovo lavoro, ma anche la maternità con l’arrivo di due figlie che allietano la vita della coppia. «Decidemmo di non battezzarle», precisa, quasi a garanzia della libertà di scelta rimandata al tempo futuro della maturità. «Tra le due maternità – racconta Maria Grazia – ci fu anche un aborto terapeutico al quinto mese di gravidanza, che mi provò profondamente. Ora non potrei fare quella scelta».
La vita della sociologa villagrandese è particolarmente ricca di eventi ed esperienze che segnano il passo della sua storia personale e di quella di coppia. «Con Michelangelo, a un certo punto, vivemmo un periodo di difficoltà. Facevamo fatica a comunicare e queste complessità nella relazione sfociarono prima nella separazione e poi nel divorzio che non causò però l’interruzione del dialogo fra noi negli anni successivi. Io mi presi carico dell’educazione delle figlie e intrapresi un percorso intimo di conoscenza e di studio dello Yoga e delle filosofie e religioni orientali, frequentando la Scuola di Yoga Ratna a Piacenza, diretta da Gabriella Cella. Nel 2003, entrai a far parte dell’albo degli insegnanti. Furono anni importanti in cui ci furono per me diversi incontri, profondi e finalizzati alla ricerca, poiché tutta la vita io la intendo come ricerca».
È con questo atteggiamento di apertura, di curiosità e di costante studio, con questo spirito inquieto di chi cerca risposte alle domande di senso più profonde e significative dell’esistenza, propria e altrui, che Maria Grazia sente la nostalgia del Cristianesimo, o forse, in maniera inconsapevole, sente un’immensa nostalgia di Dio. Maria Grazia inizia così ad aprirgli il cuore. Lo fa nel sacramento della riconciliazione, esattamente nel giornata dedicata alla Madonna di Fatima, il 13 maggio del 2006. Il confessore ascolta. Accoglie con rispetto e misericordia, il racconto di una vita: gli slanci e le cadute, i sogni realizzati e quelli infranti, i doni ricevuti e coltivati e quelli offerti e condivisi. È una confessione liberatoria, catartica. È una riconciliazione con quel Dio più ignorato che contestato, quel Dio che rimette le persone in asse quando tutto sembra disarmonico, il Dio che riassembla i pezzi di una vita, anche quelli che vorremmo scartare, nascondere o eliminare e dona un senso e una luce nuova a tutte le cose. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», dice il Dio della novità e quindi della speranza, della possibilità ma anche del mistero.
Maria Grazia inizia lì e così la sua conversione. «Due anni dopo – racconta – mi venne diagnosticata una forma di sclerosi multipla. In quel periodo mi fu molto vicino Michelangelo, che nel frattempo aveva fatto un suo percorso spirituale avvicinandosi alla fede cristiana. Decidemmo insieme di risposarci, questa volta in chiesa, nel 2013, dopo aver seguito i corsi di preparazione al matrimonio sacramento. Non molto tempo dopo, anche la sua situazione di salute subì un brusco cambiamento ed è attualmente delicata. Nel fluire degli eventi, la conversione continua nel senso che ho capito profondamente che ogni accadimento della vita è per il miglior bene della persona, che spesso non capisce e sta come un bue immoto».
L’amore profondo fra loro è rinato, rinnovato nella consapevolezza, per entrambi e dopo un cammino di scoperta e conversione personale, della presenza di Colui che è Amore. Sempre. Anche nelle difficoltà, anche nella malattia.