In breve:

Iniziative Diocesane

IRC

L’immagine di Dio e la sua ricerca

di Miria Ibba.
Si è tenuto a Sardara, dal 3 al 5 ottobre scorso, il corso annuale di aggiornamento per docenti di Religione Cattolica di ogni ordine e grado, dal titolo “L’immagine di Dio e la sua ricerca. La verità di fede alla prova della sensibilità degli studenti”.

Un incontro ormai abituale per i docenti di Religione, denominati formatori, che hanno il compito arduo e importante di trasmettere la formazione fatta a livello regionale, all’intero corpo docente diocesano.
Ogni diocesi era rappresentata da quattro insegnanti appartenenti ai quattro ordini di scuola. Promotore e coordinatore del corso, l’Ufficio scolastico regionale IRC per la Sardegna.
La Diocesi di Lanusei, delegata dalla CES, ha gestito l’organizzazione e tenuto contatti con il Miur, il quale ha autorizzato e finanziato il progetto. Presente e garante l’ispettore del Miur, Peppino Loddo.
Da cinque anni il corso è itinerante. Si è partiti da Lanusei, poi è stata la volta di Nuoro, Alghero per la diocesi di Alghero-Bosa e lo scorso anno dell’arcidiocesi di Sassari. Quest’anno è toccato alla diocesi di Ales-Terralba ospitare il corso a Sardara.
La ricerca della sinergia sul territorio significa creare ponti educativi tra comunità scolastica e territorio, valorizzando anche il patrimonio della comunità ecclesiale e promuovendo progetti rispettosi della formazione integrale dell’uomo, al fine di favorire il miglioramento identitario dell’alunno, il suo riconoscersi appartenente a quella cultura presente e incarnata nel patrimonio locale.
Ad accogliere i docenti, il sindaco di Sardara, Roberto Montisci, che ha apprezzato la scelta della sua città per lo svolgimento del corso, sia per la tematica proposta che per l’occasione di conoscenza del territorio e delle sue peculiarità, seguito dall’Arcivescovo di Oristano e Amministratore Apostolico di Ales-Terralba, Roberto Carboni e da don Claudio Marras, responsabile diocesano per l’IRC.
Antonello Mura, vescovo di Nuoro e Amministratore Apostolico di Lanusei, delegato regionale per il Progetto Culturale ha poi aperto il Corso con una lectio magistralis incentrata sul primo capitolo della Genesi, paragonando il paradiso terrestre alla scuola, che assume le sembianze di un giardino educativo: come Dio ha lasciato che liberamente la prima coppia dell’umanità trasgredisse alle sue indicazioni e abbandonasse l’Eden, luogo protetto per eccellenza, così gli educatori devono lasciare liberi i ragazzi e le ragazze loro affidati. La scuola è un giardino recintato che deve avere qualche via di fuga, se fosse privo di apertura leverebbe l’opportunità di crescita, di maturazione. Nel giardino-scuola il rapporto tra alunni e insegnanti non è autoritario ma autorevole, si mantiene sempre l’asimmetria dei ruoli, ma l’educatore segue, sostiene, aspetta chi gli è stato affidato. Come Dio, egli deve sapere che il seme porterà all’albero, anche se non sempre gli sembrerà di riconoscerne il frutto.
Relatrice del corso, Maria Teresa Moscato, docente ordinario di pedagogia generale e sociale dell’Università di Bologna, che ha dato il via ai lavori. Alle relazioni di base e di approfondimento sono succeduti i laboratori dei gruppi, la sperimentazione e la progettualità.
Il lavoro di gruppo è stato un momento estremamente arricchente che ha consentito di condividere situazioni di vita reale e di favorire il confronto sia dal punto di vista umano che professionale.
La celebrazione della Santa Messa da parte del vescovo Antonello nella Chiesa gotica di Santa Maria Aquas ha aperto il secondo giorno del percorso, durante il quale ha avuto luogo il laboratorio didattico sul territorio. Lodevole l’iniziativa del docente locale e delle collaboratrici dell’Ufficio IRC della diocesi ospitante, Giovanni Canargiu, Barbara Adalgisa Pinna e Simona Ruggiero di far guidare la visita agli alunni della scuola secondaria di I grado di Sardara. I ragazzi hanno condotto i partecipanti tra i monumenti e i siti archeologici più prestigiosi come il villaggio nuragico con tempio a pozzo sacro di Sant’Anastasia, situato nel centro abitato, dove sorge l’omonima chiesetta.
I lavori della terza e ultima mattinata sono stati introdotti da una breve lectio di Don Giuseppe Casti, delegato mondiale per i Salesiani Cooperatori e ospite della tavola rotonda guidata da Barbara Adalgisa Pinna, attraverso gli interventi di Maria Teresa Moscato, Don Giuseppe Casti e Sebastian Ruggiero, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Arbus.
Conclusioni affidate proprio alla Moscato, attraverso una verifica sul raggiungimento degli obiettivi prefissati: ragionare su come si forma l’immagine di Dio nella psiche e quale funzione essa assolve nello sviluppo della persona in crescita e nelle sue trasformazioni adulte; analizzare e valutare materiale empirico ricavato da ricerche specifiche: come i bambini disegnano Dio; riflettere su come introduciamo l’immagine del Dio cristiano nel corso delle attività didattiche.
È stato messo in evidenza il ruolo specifico che l’insegnamento della religione cattolica svolge nel campo dell’educazione integrale della persona e il contributo che può dare nella costruzione di percorsi formativi orientati allo sviluppo delle competenze, in maniera particolare quelle della cittadinanza. Ci si è, inoltre, confrontati con le buone pratiche e le esperienze didattiche finalizzate a innovare il processo di insegnamento-apprendimento nell’ottica della ricerca-azione.
Ancora una volta una bella occasione di formazione, dialogo e crescita per tutti e a tutti i livelli.

Campo Famiglie

Ripartire dalla famiglia

di Maria Franca Campus.
Sempre più ricco di spunti e rinnovato entusiasmo, l’appuntamento agostano con il campo famiglie nell’oasi di Bau Mela si conferma un momento di crescita e condivisione particolarmente apprezzato

Tre giorni all’insegna della spiritualità, della riflessione, della pace e della comunità, lontani da spiagge e ombrelloni. Anche quest’anno, ad agosto, nel cuore dell’estate, mamme, papà e figli si sono ritrovati a Bau Mela per il campo famiglie organizzato dalla Diocesi di Lanusei.
La parola campo rimanda a semina e raccolto. La famiglia è proprio il terreno su cui coltivare principi, fede e amore e guai a non curare e innaffiare quei semi, quei fiori, quei frutti. L’esperienza di Bau Mela è nata proprio per prestare attenzione alla famiglia, non nella solitudine della propria casa ma insieme, in comunità, in un luogo lontano dalla mondanità, immerso nel verde che parla di pace e natura, in cui ci si sente più vicini a Dio.
Quest’anno i partecipanti erano 90 (21 coppie e una quarantina di bambini), provenienti da diversi paesi della diocesi: Lanusei, Tortolì e Arbatax, Ilbono, Arzana, Ulassai, Villagrande, Perdasdefogu e Villaputzu. Chi partecipa dalla prima edizione, chi lo fa da qualche anno, chi è alla prima esperienza. Famiglie con sei, cinque, quattro figli, altre con due, tre, ma anche coniugi senza prole perché il pilastro è la coppia. Tre giorni con momenti di preghiera, convivialità, ma anche formazione e riflessione, passeggiate e perché no, relax.
Un’organizzazione impeccabile che conta sull’impegno di tanti volontari e su una struttura capace di ospitare un gruppo così numeroso. Giovanni Pischedda e Pinuccia Nieddu sono i responsabili della pastorale familiare e con loro collabora un’efficiente équipe composta da otto coppie. Ma la macchina organizzativa funziona anche grazie al prezioso lavoro di Giulia Aresu, in cucina insieme a fedeli collaboratrici e animatrici che seguono i bambini mentre mamme e papà sono impegnati. Padre dell’iniziativa è stato Mons. Antioco Piseddu che inaugurò l’esperienza 15 anni fa. Il vescovo Antonello Mura ha riconfermato ogni estate quell’appuntamento virtuoso, convinto com’è che le famiglie sane siano alla base di una società sana. Dal suo insediamento ha sempre mostrato una particolare attenzione per la famiglia dedicando a essa la giornata del 2 giugno e organizzando durante l’anno diverse iniziative di formazione di alto spessore culturale e spirituale. Appuntamenti per dare sostegno e consigli agli sposi nel loro cammino e per sottolineare che è da lì che bisogna partire per costruire una società migliore.
La tematica di quest’anno è stata: “Conflitti e ferite in famiglia. Come ritrovarsi pacificati?” su cui sono intervenuti Paola Cadau e Andrea Irde, una coppia di Scano Montiferro che ha svolto un master sulla consulenza familiare, padre Christian Steiner, responsabile regionale della pastorale familiare e il vescovo Antonello Mura. Le difficoltà, le ferite come esperienza e opportunità di crescita, l’importanza di riconoscere e orientare le proprie emozioni, il progresso della famiglia, la forza della comunicazione sono solo alcuni degli argomenti affrontati che sono stati oggetto di riflessione personale, poi di coppia e infine comunitaria. Iosé Pisu e Lucia Pistis che hanno partecipato a tutti i campi famiglia di Bau Mela riconoscono che quella di quest’anno era una tematica spinosa, di certo non facile da affrontare: «Avere avuto l’opportunità di riflettere su questo argomento, di parlarci faccia a faccia come era previsto in diversi momenti, è stato prezioso». Al termine del campo i partecipanti hanno espresso viva soddisfazione per l’esperienza vissuta e sono tornati a casa carichi di buoni propositi, rinnovati nella fede e nell’amore.

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L’Abc dell’amore in famiglia

di Iosè Pisu e Lucia Pistis.
Baci, abbracci, carezze, sguardi, coccole, sentimenti, emozioni.
Di questo si è parlato nella Festa della Famiglia del 2 giugno, quest’anno ospitata nella parrocchia di Santa Maria Navarrese. E non poteva che essere così, vista la tematica: “L’affettività che fa nascere e crescere la famiglia”.

Scelta coraggiosa, bella e apprezzata: parlare di affettività e gesti d’amore, sembra si addica più agli innamorati adolescenti, piuttosto che alle coppie che vivono assieme da anni.
L’intento dell’incontro era quello di far riprendere consapevolezza dell’affettività, ricordando il grande valore dei gesti che l’accompagnano, soprattutto di quelli che hanno fatto sbocciare l’amore.
Il Vescovo, riflettendo sapientemente sul brano della peccatrice in casa di Simone (Lc 7,36-50), ha rilevato come i gesti concreti dell’affettività devono sempre essere presenti in famiglia perché indispensabili per la coppia e per la qualità delle relazioni fra tutti i suoi componenti. È importante «recuperare la capacità di esporsi al desiderio dell’altro – sono state le sue parole –, di dirsi che si ha bisogno gli uni degli altri, donandosi all’altro/a gratuitamente, attraverso gesti affettivi che valgono come “massaggi cardiaci” affinché il cuore di carne prenda il posto di un cuore di pietra (cfr. Ez 36)», e perché l’amore della coppia rimanga sempre acceso/vivo.
Anche la coppia relatrice provenienti dal Centro familiare “Casa della Tenerezza” di Perugia, Barbara Baffetti e Stefano Rossi, alla luce della loro forte esperienza e dell’esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco, hanno sottolineato come sia fondamentale curare l’affettività, nei momenti di gioia e nei momenti di difficoltà, anche quando i sentimenti e la passione si indebolissero (cfr. AL 120).
Tutti abbiamo bisogno di sentirci amati e di amare, in un modo del tutto gratuito, anche e soprattutto nelle crisi. Queste sono occasione di crescita della coppia, che occorre conoscere e affrontare insieme attraverso il dialogo, senza paura di dirsi che si è in crisi, richiedendo aiuto se serve e ritornando a prendersi cura dell’altro. Citando sempre l’Amoris Laetitia, 135: «Un’idea celestiale dell’amore terreno dimentica che il meglio è quello che non è stato ancora raggiunto», occorre guardare avanti, far maturare l’amore e credere che davvero il meglio deve ancora venire. Per affinare questa maturità affettiva, Barbara e Stefano suggeriscono di appoggiarsi sulla tenerezza, non un semplice sentimento, ma una vera e propria virtù, qualcosa che si deve scegliere e imparare ogni giorno. La tenerezza ci riempie di gesti concreti come l’abbraccio, il bacio, la carezza, di quella voglia di tendere verso l’altro; in questo caso l’affettività è solida, perché caratterizzata dalla gioia (AL 126) che dilata il cuore e dalla bellezza (AL 127).
Ma come si alimenta questa affettività? Condividendo tutto con il coniuge che il Signore ci ha messo accanto, attraverso una spiritualità familiare quotidiana (AL 315-317), perché proprio qui Dio ci parla, cercando di non chiudere mai il rapporto con il Signore, anzi affidando a lui i problemi e le difficoltà, con la fede certa di potersi amare per sempre.
L’incontro si è concluso con la Santa Messa e il pranzo comunitario e ci si è salutati con l’auspicio che nelle nostre famiglie, ma anche nelle nostre comunità, si possano respirare e vivere sempre di più gesti di sana affettività, anche attraverso incontri come questo.
Iosè e Lucia

Alla giornata hanno preso parte circa 200 persone provenienti da 15 parrocchie della diocesi. Sono state 65 le coppie presenti e circa 55 fra bambini e ragazzi. Nutrita anche la delegazione di sacerdoti e religiose.
Sul Centro familiare “Casa della Tenerezza” di Perugia vedere il sito www.casadellatenerezza.it

STUDI 15

Studi Ogliastrini

di Tonino Loddo.

Nei giorni scorsi è arrivato in omaggio nelle case dei nostri abbonati il n. 15 di “Studi Ogliastrini” che contiene ampi saggi che illuminano aspetti inediti della storia del nostro territorio.

Puntuale come ogni anno è giunto nei giorni scorsi a tutti i nostri abbonati il fascicolo di “Studi Ogliastrini”. L’invio, voluto in forma gratuita dal nostro vescovo Antonello, va ad arricchire l’offerta culturale che la Chiesa diocesana propone agli ogliastrini e si inserisce nell’ampio ventaglio di iniziative che danno la dimensione di un’attenzione rilevante allo sviluppo integrale delle donne e degli uomini che abitano questo territorio o che con esso tengono ancora vivi i rapporti, come dice nel suo intervento lo stesso vescovo che tutti invita ad aprirsi a pensieri alti e grandi, uscendo dalle piccolezze.
Questo numero si apre con un ampio e documentatissimo saggio firmato da Antonio Forci e Sergio Sailis che, partendo da documentazione inedita proveniente da archivi italiani e spagnoli, ricostruisce con puntualità di nomi e date l’ultimo periodo (1378-1417) della storia della gloriosa diocesi di Suelli, in parte rettificando quanto finora già noto attraverso gli studi del compianto p. Vincenzo M. Cannas. Uno studio fondamentale che consente di rielaborare la cronotassi dei vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi, presentando ciascuno di essi nel suo rapporto di fedeltà con Roma, in un tempo dominato dal grande scisma che colpì la Chiesa.
Alla penna intrigante di Mauro Dadea si deve poi il punto definitivo sulle dipendenze del pittore ilbonese Andrea Lusso dai modelli pittorici europei, in particolare dalla grafica del Dürer che seguì praticamente alla lettera, pur rivisitandone in forma personale temi e volti. Un saggio che fa chiarezza intorno a non pochi luoghi comuni acriticamente fatti propri dalla pubblicistica attuale.
Di un pedagogista di origini gairesi ma vissuto a Lanusei, Giulio Lorrai, attivo nel primo terzo del Novecento, si occupa Tonino Loddo seguendone passo per passo l’opera editoriale e l’attività scolastica di maestro, direttore didattico e ispettore. Le sue tesi, che molto devono a Saverio De Dominicis, appaiono ancora oggi assolutamente interessanti.
Seguono due saggi che si occupano di alcuni aspetti relativi ad altrettanti paesi ogliastrini. Di Ussassai e del suo sviluppo storico e sociale dal XIV al XVII sec. si occupa Francesco Virdis che lo ricostruisce sulla scorta di documenti d’archivio in larga parte inediti, mentre Luca Lai si occupa della demografia di Tertenia tra il 1595-1621, pubblicando i dati tratti dal primo volume dei Quinque Libri di quella parrocchia e discutendo sulla famiglia di p. Giovanni Domenico Aresu, morto martire nelle Filippine nel Seicento.
Giovanni Idili presenta, quindi, un bellissimo calice tardo-cinquecentesco custodito nel Museo Diocesano d’Ogliastra offrendo originali spunti per una datazione. Alla questione recentemente ripresa in mano della Conferenza Episcopale Sarda circa l’utilizzo della lingua sarda nella liturgia, ci porta Minuccio Stochino che pubblica – arricchendolo con un interessante saggio critico – il testo di una predica in sardo pronunciata nel primo Novecento dall’allora giovanissimo Luigi Porcu che diventerà successivamente il più longevo parroco della Cattedrale di Lanusei. Il numero si chiude, infine, con un saggio di Filippo Corrias che, traendo spunto dalla Visita Pastorale che mons. Giuseppe Miglior compì a Baunei nel 1929, offre uno spaccato della vita sociale e religiosa di quel centro nel primo Novecento.

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Ilbono dà voce alle passioni dei ragazzi

di Valentina Pani.
Vigilia della Domenica delle Palme: si rinnova l’appuntamento con la Giornata diocesana dei Giovani, svoltasi lo scorso 13 aprile a Ilbono. Lo slogan? “La Passione di Gesù converte le nostre passioni tristi”.

La gioia e l’entusiasmo di circa cento giovani provenienti da nove parrocchie della nostra Diocesi hanno trasformato una triste giornata uggiosa in una splendida giornata di condivisione di passioni.
La cronaca dice Ilbono, 13 aprile.
«Eppure Egli si è caricato delle nostre sofferenze; si è addossato i nostri dolori. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità». Le parole del profeta Isaia hanno scandito i momenti della Giornata diocesana dei Giovani, iniziata nel primo pomeriggio della vigilia della Domenica delle Palme, nella parrocchia di San Giovanni Battista, la cui accoglienza è stata davvero calorosa. Così come significativa è stata la riflessione del vescovo Antonello, il quale con le sue parole ci ha riportato allo slogan della giornata: “La Passione di Gesù converte le nostre passioni tristi”. Quella passione che stava proprio lì, davanti ai nostri occhi, al centro della chiesa; una passione vera, vivente, che con le nostre stesse labbra abbiamo sfiorato, quando con un semplice gesto, come un bacio, ci siamo inchinati a onorare Colui che di passione morì per noi.
Viviamo in una società poco stimolante per i giovani, piena di tentazioni e di passioni tristi che ci possono proiettare in un vuoto che inghiotte. Droga, fumo, violenza, alcool: tutte “passioni” che oramai sono diventate quotidianità nei nostri giovani e che il vescovo non si stanca di ricordare.
Un ragionamento che ha successivamente aperto le porte ai lavori di gruppo con i ragazzi, nei quali sono state affrontate tematiche delicate legate a quei desideri tristi che cambiano mente e vita dei giovani.
La domanda, allora, è: come la fede può aiutare in determinate situazioni? Nessuno meglio di Frate Antonio Salinaro poteva darci risposta. Un breve video, accompagnato da un leggero sottofondo musicale, illustra il susseguirsi di numeri e statistiche sconfortanti che riguardano noi giovani: quante cattive abitudini e stili di vita sbagliati, spesso senza nemmeno rendersene conto! Ma cambiare si può. Sempre. È proprio lui, Frate Antonio che con la sua testimonianza ci racconta il suo cambiamento «dalla droga al saio». Sguardi attenti, appassionati, il silenzio cala nell’aula e l’attenzione prende posto nel cuore di chi ascolta. Qualcosa si smuove dentro il cuore di ciascuno di noi. Prendiamo il bagaglio delle emozioni e diamo avvio alle attività. Nella porta di ogni aula abbiamo trovato un grosso cuore a indicarci la strada. Pian piano tutto diventa familiare. «Cos’è per te la passione?» è la domanda che apre la riflessione. Qualche discussione, un po’ di timidezza, la paura di parlare. Ma quella testimonianza ha creato una marea di emozioni che ci permettono di confrontarci tutti. Una riflessione che diventerà comunitaria nel momento in cui ci ritroveremo insieme a esporre i nostri lavori. La preghiera finale e le conclusioni del vescovo chiudono questo emozionante incontro, non senza il momento gioioso della festa, così ben preparata dalla comunità che ci ha accolto. Un piccolo ricordo della giornata sta non solo nel dono che ognuno ha riposto nella propria camera, ma soprattutto in quel bagaglio di pensieri e riflessioni che ci accompagneranno per tutta la vita.

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Un Venezuela stremato chiede aiuto

di Raffaele Callia.
«Non possiamo usare la parola guerra per definire la situazione in cui si trova il Venezuela oggi, perché non ci sono due gruppi armati che lottano uno contro l’altro. Da una parte c’è lo Stato venezuelano, con il presidente Nicolás Maduro e il suo seguito di corpi di polizia e militari, sostenuto anche da gruppi paramilitari armati, che difendono la Rivoluzione; dall’altra, c’è una popolazione disarmata e priva delle risorse minime per sopravvivere, che chiede i propri diritti di libertà e giustizia semplicemente manifestando per strada. Non è una guerra, questa. Semmai è una violenza perpetrata dallo Stato contro una popolazione la cui unica colpa è reclamare i propri diritti».
Sono le parole, pronunciate non meno di un anno fa, dal cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida e amministratore apostolico di Caracas, nonché presidente di Caritas Venezuela. Parole ancor più cariche di sofferenza e di ulteriore e preoccupata impotenza, seppur mai prive di speranza, il cardinal Porras Cardozo le ha pronunciate a Lanusei, lunedì 17 settembre, ospite della Diocesi ogliastrina nel locale Seminario, insieme al suo vescovo ausiliare, Luis Enrique Rojas Ruiz.
D’altra parte, se non si può definire tecnicamente guerra una situazione in cui le libertà civili sono represse nel sangue, la popolazione non si può curare e continua a morire di fame, i bambini non riescono ad andare a scuola e si fa fatica persino a emigrare, ben poco ci manca. E quanto hanno riferito i due presuli venezuelani a un uditorio attento e sconcertato, consapevole della poca informazione che circola in Europa, e dunque anche in Italia, su quanto sta avvenendo in quel lontano e pur così vicino Paese dell’America Latina; in quel Paese così ricco di risorse naturali (a cominciare dal petrolio), ma divenuto estremamente povero nel giro di pochi lustri (anche a causa del crollo del prezzo dell’oro nero).
I numeri drammatici e impietosi della crisi venezuelana non lasciano adito a dubbi, confermando la situazione di un Paese al collasso, non solo in termini economici e sociali ma anche politico-istituzionali, con un regime che ha smesso di rispettare la legge già da tempo (sono diversi i parlamentari, fra quelli antagonisti al regime, a trovarsi in carcere). Sono numeri – sottolineano i due presuli – che ricordano che tra il 2015 e il 2016 sono morti di fame 11.000 bambini (nella classe d’età da 0 a 5 anni) e che, per l’anno in corso, si trovano in condizione di grave denutrizione circa 200.000 tra bambini e ragazzi. Crescono i bisogni alimentari e sanitari proprio perché scarseggiano cibo e farmaci (chi, ad esempio, è semplicemente insulinodipendente rischia la morte); un’intera classe media (costituita da medici, insegnanti, professionisti) è stata ridotta alla fame, non di rado costretta a emigrare; è aumentata l’insicurezza nelle strade delle principali città, con il moltiplicarsi di violenze accresciute dalla fame, dalla corruzione e dalla circolazione della droga (nel 2017 si sono registrate 27.000 morti violente); il costo della vita ha raggiunto cifre stellari (1 dollaro equivale a 10 milioni di bolivar) e fa ritornare alla mente i racconti di quei tedeschi che, durante gli anni dell’iperinflazione weimaraiana, andavano ad acquistare un semplice uovo con cestini colmi di banconote.
Ciononostante, dalla testimonianza che è stata offerta a Lanusei, breve ma intensissima, non è mai mancato quello spiraglio di luce che solo la speranza cristiana è in grado di offrire. È la speranza di una Chiesa giovane, seppur debole in risorse (a Mérida, su una popolazione di più di mezzo milione di abitanti ci sono 130 sacerdoti, con un’età media di 45 anni), capace di testimoniare quotidianamente la Carità. Una “capacità samaritana”, secondo l’espressione usata dal cardinale Porras Cardozo, che si esprime ad esempio con il programma “Il pane di Dio”, che viene servito tutte le domeniche a conclusione della celebrazione eucaristica, o con il programma “Il ponte della solidarietà”, attraverso cui aiutare chi intraprende la strada dell’emigrazione verso altri Paesi vicini. Una Chiesa che sa testimoniare anche il valore della libertà, attraverso la cosiddetta “Messa per la libertà”; perché se è vero che il governo impedisce ogni manifestazione pubblica, le processioni con il Santissimo o con il simulacro della Madonna diventano non solo forme di pietà e di devozione cristiana, ma anche l’espressione di una libertà di coscienza che non potrà mai essere repressa, neppure con la violenza.

(Delegato regionale Caritas)