In breve:

Volti e persone

MARCO CANNAS

Un cuore di cartapesta

di Fabiana Carta.

Talento musicale ogliastrino, Marco Cannas – in arte Zeep – è un ventottenne che divide la sua vita fra lo studio di registrazione e lo studio di architettura dove lavora. Due facce della stessa medaglia, due mestieri in cui è necessario creare, scovare idee e nuove ispirazioni.

Molto legato alle sue origini, mi racconta della sua infanzia trascorsa a Villagrande Strisaili e del trasferimento a Tortolì, all’età di 14 anni. La sua attitudine artistica emerge molto presto, verso i 5 anni, quando inizia a inventare canzoni e a trasformare questa attività in un gioco molto divertente: «Mi piaceva cantare, improvvisavo i testi e li memorizzavo, senza mai scriverli effettivamente. Ho riscoperto questa passione solo intorno ai 19 anni, quando ho iniziato a scrivere delle canzoni vere e proprie».

La famiglia di Marco si accorge subito dell’impegno e della passione musicale, comprende che alimentarla sarebbe stata la cosa più giusta da fare, così – quando ancora frequenta le scuole elementari – lo iscrive alla scuola civica di musica, per studiare chitarra. Oltre che la prima sostenitrice, la famiglia è stata anche il suo primo pubblico, come spesso accade. Ricorda le estati in cui organizzava dei concerti nel cortile dei suoi nonni, l’euforia e la gioia: «Costringevo i parenti ad ascoltarmi», conclude ironico.

Marco cresce e i suoi testi crescono insieme a lui. Per quanto un artista si costruisca un personaggio o decida di nascondersi in parte dietro uno pseudonimo, la sua anima viene fuori, trascinata da parole che non sono messe lì a caso. Le prime vere canzoni prendono vita all’età di 19 anni, quasi come un passatempo, in maniera molto leggera: «Ci si incontrava con gli amici in studio e si scriveva insieme senza per forza dover concretizzare il tutto», racconta.

Il suo primo lavoro, dal titolo “Bangerang”, esce nel 2016 inserendosi nel genere rap. Da allora Young Zeep, poi diventato solo Zeep, ha collezionato tante soddisfazioni e successi, passando per collaborazioni italiane – quella con En?gma fra tutte – e internazionali, come quella con Kosswan, rapper francese, e Legacy Bailey, rapper californiana.

Cosa è cambiato, nel corso del tempo? «È cambiato tutto – spiega –, sia nel processo creativo che nelle tempistiche, ma soprattutto (per fortuna) nel risultato finale. All’inizio era un passatempo e lo vivevo con molta più superficialità. Ora, avendo firmato un contratto discografico, ho sicuramente più scadenze e responsabilità, ma la voglia di divertirmi è sempre la stessa. Sto lavorando con professionisti e con artisti che fino a poco tempo fa sembravano inarrivabili e di questo vado molto fiero. Sono anche decisamente più soddisfatto delle canzoni che scrivo, perché crescono insieme a me», confessa.

Ascoltando qualche vecchio brano, e facendo il paragone con quelli più recenti, è facile accorgersi di un nuovo approccio, un cambiamento di genere avvenuto in maniera spontanea: «Credo di aver trovato la mia dimensione nel genere che faccio ora, credo si possa definire un indie-pop/ cantautorato». Parliamo anche del processo di scrittura; di cosa rappresenta per lui mettere nero su bianco le proprie emozioni. Una valvola di sfogo per chi sente tanto ma esterna poco, ma anche un modo per dare voce a chi non ne ha: «Col tempo ho capito che ci sono ragazzi che si rivedono in quello che scrivo. Questa per me è la soddisfazione più grande. Solitamente scrivo di getto, senza pensare troppo alle parole, ma piano piano sto imparando anche a cercare l’ispirazione quando sembra non esserci, soprattutto ora che lavoro anche come autore per altri artisti». E dove si trova l’ispirazione? Ovunque, nel quotidiano, qualsiasi piccola azione può diventare nutrimento per sviluppare una piccola storia da mettere in musica. Tutto sta nel come guardi le cose, come dice Marco.

L’adrenalina per il nuovo progetto che sta per andare in pubblicazione si fa sentire: ha annunciato da poco l’uscita del suo EP dal titolo “Astronavi & Carriattrezzi”. Parlerà di amicizia, amore, insicurezze e della vita in provincia. «Sono davvero contento del risultato e spero che piaccia anche a chi mi ascolta. Il primo estratto si intitola “Davvero” e uscirà il 9 Settembre», conclude prima di salutarci. E come sto? Bene, se c’è una chitarra nuova e una canzone da cantare…

 

 

Calzolaio Urzulei

Michele Sotgia e le scarpe made in Urzulei

di Augusta Cabras.

Nella via San Giorgio a Urzulei, un giovane calzolaio da qualche anno realizza scarpe in pelle su richiesta, per giovani e anziani di ogni parte della Sardegna, e non solo. Michele Sotgia, 33 anni, nato e cresciuto a Urzulei, con un diploma da ragioniere in tasca, con passione ed entusiasmo mantiene in vita un mestiere che rischiava di scomparire. «Ho sempre lavorato nel market della mia famiglia, e ancora, ogni giorno, do anch’io una mano, ma l’idea e la possibilità di realizzare le scarpe mi piace moltissimo».

E così Michele qualche anno fa ha iniziato ad apprendere l’Abc del mestiere, osservando il lavoro di altri calzolai che ancora operano in Sardegna, a Borore, a Gavoi e a Orgosolo, in particolare. L’osservazione e la sperimentazione sono andati di pari passo, tra qualche errore iniziale e il miglioramento continuo, determinato dalla costanza e dall’impegno quotidiano. «Ho iniziato ad acquistare le attrezzature e le macchine per cucire – racconta –, ho contattato i fornitori per avere la materia prima e ogni giorno sono qui, in questo spazio, a realizzare le scarpe».

Tra i rotoli di pelle di vacchetta arrivata dalla Toscana, adagiati su uno scaffale in attesa di essere lavorati e le suole realizzate nelle Marche, Michele si muove con scioltezza. È a proprio agio con i trapanti e i trancetti per scarnire la pelle, tra la pressa e il banco per il finissaggio. Ogni gesto delle mani mostra precisione e sicurezza, cura del dettaglio per un prodotto artigianale di grande qualità. Per realizzare un paio di scarpe Michele lavora, ora, per almeno quindici ore. Agli inizi aveva bisogno di una settimana intera. Adesso sono due i giorni di lavoro intenso, in cui ogni passaggio non lascia nulla al caso. Dalla misura del piede del cliente al disegno sulla pelle che diventerà la tomaia, dalla cucitura al bagno nell’acqua della concia, dall’attesa che tutto prenda forma fino alla consegna. Ma chi è che ancora compra calzature che hanno un prezzo importante e un tempo di realizzazione così lungo? «Sono soprattutto gli uomini, (ma è capitato di realizzarle anche per le ragazze), che le usano sia per lavorare in campagna o stare in montagna, sia per normale uso quotidiano, ma sempre più spesso anche per occasioni speciali. In questo caso il disegno cambia e la forma è molto più elegante».

L’odore della pelle lavorata sale dal banco di lavoro di questo giovane appassionato. Si mescola con il suono di una vecchia ma veloce macchina da cucire che ricorda i tempi passati. Sembra di rivedere qualche foto in bianco e nero. Eppure nella bottega di Michele il vecchio e il nuovo si mescolano con ordine, il legame con la tradizione sarda si lega in maniera evidente alla propensione a pensare in modo nuovo, a rinnovarsi, per crescere ancora e uscire dai confini locali. È una partita tutta da giocare ma il coraggio e l’entusiasmo sembrano non mancare. «La mia compagna Giustina – continua – mi incoraggia e l’apprezzamento delle persone che scelgono le mie scarpe mi spingono ad andare avanti. Le difficoltà ci sono. I costi della materia prima, ad esempio, sono molto alti, così come sono tante le ore di lavoro per un singolo paio di scarpe, ma io cerco di migliorarmi sempre. Mi piacerebbe che questa attività da hobby diventasse il mio mestiere. Ce la sto mettendo tutta».

È bellissima la passione che Michele trasmette. E pensare che tutto è nato per caso. O forse no.

«Un giorno mia madre invitò il calzolaio del paese, nell’ambito di una manifestazione organizzata dalla pro loco del paese, perché facesse una dimostrazione del suo lavoro. Il calzolaio, forse stanco, rispose che non aveva molta voglia e propose a me di farla. Mi incuriosii, osservai, provai, chiesi ai miei amici cosa ne pensassero. Tutti i pareri furono positivi e favorevoli, così volli provare. Per curiosità, per la voglia di cambiare e per vedere quanto potesse essere gratificante a livello personale. Ci ho creduto veramente e ora eccomi qui, a dedicare il mio tempo a questa attività».Mentre mi racconta la sua storia e mi descrive ogni passaggio che la creazione della calzatura richiede, i suoi occhi brillano e qualche perla di sudore si affaccia sulla fronte. C’è fatica ed emozione. Le mani sono svelte, si fermano solo per sentire se la rifinitura è perfetta, se la cucitura tiene ben aderenti i due pezzi di pelle. «Ci vuole pazienza», mi dice sorridendo. E come non dargli ragione! Non può esserci fretta se si vogliono fare le cose bene.

Intanto penso che in questi ultimi anni l’interesse per l’artigianato e per quei mestieri che stavano scomparendo è aumentato. Il miraggio del posto fisso (statale) ha forse permesso la rivalutazione della necessità che alcune professioni non scompaiano ma siano riprese, con uno sguardo rivolto alla ricchezza che arriva dalla tradizione, dall’esperienza di chi ha lavorato prima, dalle radici alimentate dalla storia e della cultura popolare insieme alle nuove intuizioni, a uno sguardo rinnovato sul futuro, ai vantaggi che la tecnica e la tecnologia oggi mettono a disposizione. Sostenere anche con incentivi questo settore potrebbe essere una buona cosa. Intanto è bello sapere che le figlie di Michele, Rita e Maria Francesca, di quattro e due anni, e con loro le nuove generazioni, possano ammirare il lavoro minuzioso del loro padre e dei nuovi artigiani e possano vedere nascere una creazione, con la curiosità tipica dei bambini. «Le mie bambine vengono qui – sorride – sono incuriosite dagli attrezzi che uso, osservano quello che faccio, come muovo le mani». Ed è grazie a persone come Michele che la bellezza dell’artigianato resiste, si conserva e viene preservata dall’oblio.

Mugnaie

Due donne alla guida del Molino Demurtas

di Federica Cabras.

«Sin da piccole, abbiamo respirato il profumo della farina e passato i pomeriggi tra i sacchi della crusca che, accatastati, ci sembravano dei fortini tra i quali nasconderci. Eravamo incuriosite e affascinate dal meccanismo e dal fragoroso rumore emesso dai macchinari». 
Sembra di vederle, lì, Nandina e Maria Grazia (rispettivamente trentaquattro e trentatré anni), a giocare in mezzo a quei profumi caratteristici, a quei suoni meccanici, al duro lavoro degli uomini della famiglia, alle esclamazioni di soddisfazione e ai rantoli di fatica. E chissà come avrebbero reagito, le due bimbe, se avessero saputo che sarebbero state loro, a distanza di decenni, le prime donne a tenere le redini di un’attività di famiglia tramandata di generazione in generazione fin dagli anni Trenta.
Ma facciamo un passo indietro. Fu Daniele Demurtas, il bisnonno delle ragazze, a creare il Molino Demurtas, oggi considerato realtà storica. Molti i traguardi, da allora. Basti pensare che l’imponente impianto a dieci passaggi di molitura – con cui ancora ora si lavora – venne installato nel ’57 e fu il primo in Ogliastra. All’epoca, presenti nell’impresa di famiglia anche i fratelli Serafino e Vincenzo.
«Noi rompiamo gli schemi», affermano con la luce negli occhi. Perché, checché se ne dica, le passioni più forti, quelle che danno una ragione per sperare e che si legano a doppio filo alle persone, nascono quando si è giovani, appunto, e il loro non è stato un destino imposto bensì scelto. Amato. Rispettato. Inseguito.
Nonno Giuseppe fece conoscere loro le peculiarità del mestiere che svolgeva con tenacia ed entusiasmo; proprio lui, che lavorò fino agli ottant’anni, tramandò alle sue nipoti l’amore per un lavoro duro, certo, ma denso di soddisfazioni.
E ancora, dopo di lui, furono Daniele e Tonino a continuare quest’importante opera.
«Nostro padre Daniele ci ha trasmesso la passione per un mestiere che ha portato avanti con grande orgoglio».
Le sorelle imparano da lui come intrattenere rapporti con i clienti, come selezionare le materie prime – rigorosamente prese dai singoli produttori, perlopiù del campidano in modo da poter avere un prodotto finito sardo di grande qualità –, come riconoscere i diversi tipi di farina. Ma, soprattutto, imparano a pensare che, sì, benché fino ad allora fosse stato considerato un lavoro prevalentemente maschile, questa regola non scritta si potesse – e si dovesse – cambiare.
«Il passaggio di testimone da nostro padre a noi è avvenuto nel novembre 2019».
Obiettivo odierno? Salvaguardare – come raccontano – il patrimonio inestimabile, frutto di dedizione e sacrifici spesso gravosi, giunto fino a loro: «Non ci siamo scoraggiate – raccontano – sebbene fosse considerato un mestiere da uomini. L’abbiamo affrontato come una sfida a noi stesse».
Lo scoglio più grande, adesso, è quello della forza fisica. «Ci penalizza», chiarificano, per nulla spaventate. È più un dato di fatto. Un qualcosa da prendere e considerare, ma che non le ferma. C’è da caricare, con sacchi molto pesanti, il mezzo che porterà poi la farina ai clienti; in più, bisogna considerare anche la parte meccanica, relativa al funzionamento dei macchinari.
«Stiamo perfezionando l’arte molitoria con il grande aiuto del nostro collaboratore storico Mario Monni, a cui siamo estremamente grate. Nonostante sia in pensione, è sempre attento e disponibile a ogni nostra esigenza e pronto a sostenerci ogni qualvolta ce ne sia bisogno, trasmettendoci il suo sapere dovuto alla sua grande esperienza».
Mantenere alto il livello di qualità è la regola d’oro del Molino Demurtas: «I nostri prodotti, dei quali siamo particolarmente fieri, sono fatti esclusivamente con grano duro sardo certificato e non contengono alcun tipo di conservante».
E, a dimostrazione di ciò, molti sono i premi e i riconoscimenti ottenuti dai clienti per pistoccu e carasau. Senza contare che, nonostante stia scomparendo, le due Demurtas offrono un prodotto di qualità anche a tutti coloro i quali, nostalgici dei tempi che furono, producono pane, pistoccu e dolci tipici in casa. Un tuffo in quel mare blu della tradizione.
«Per gestire una realtà simile, occorrono tanta determinazione, passione, sacrificio e tenacia»
E in tempo di pandemia – viene da chiedersi? Come si svolge un lavoro simile quando l’economia, già da prima in bilico, zoppica ogni giorno di più?
«Nonostante il nostro settore non abbia sofferto quanto gli altri perché, rientrando tra le attività commerciali che vendono beni di prima necessità, i mulini sono potuti rimanere aperti, noi abbiamo subito un calo di richieste». Ristoranti chiusi, produzione a picco: è una conseguenza che si palesa quotidianamente, forte e chiara. È uno dei mali scaturiti da questo incerto e devastante periodo di emergenza sanitaria. «Inoltre – continuano – la pandemia ha comportato la difficoltà nel reperire le materie prime e il relativo aumento esponenziale del prezzo del grano. Tutte cose che non facilitano una piccola realtà come la nostra che deve fare i conti, oltre che con la concorrenza, anche e soprattutto con la grande distribuzione»
Dicono che chi si ferma sia perduto; ah, dicono anche che è in momenti come questo che sia necessario rimboccarsi le maniche. E serve coraggio, certo, ma bisogna sempre credere nel futuro.
Le sorelle Demurtas non si fermano, non vacillano, non mollano. È troppo grande quello che è stato costruito.
«Per il futuro, ci auguriamo, in primo luogo, che la pandemia abbia fine e si possa ritornare presto alla normalità, di riuscire a essere all’altezza del patrimonio che abbiamo ricevuto tenendo sempre alta la qualità dei nostri prodotti, che il cammino intrapreso sia ricco di soddisfazioni e gratificazioni e che si possa sentire parlare del Molino Demurtas per le generazioni a venire».
È c’è anche un pensiero rivolto ai più giovani: «Sentiamo di dire loro che siamo fortunati a vivere in Ogliastra, una terra piena di bellezze incontaminate, tra mare e montagna, ricca di tradizioni e cultura, che merita di essere valorizzata, conosciuta e apprezzata. L’invito è a mettersi in gioco sfruttando le risorse che offre il territorio in modo da restare e non andare via».

MARCELLO MURRU

Il ragazzino di Arbatax

di Alessandra Secci.

Casualità.
La storia di Marcello Murru possiede questo leitmotiv: un ragazzino come tanti, in un borgo marinaro come pochi. «Arbatax è il posto di tanti ricordi, tra i suoi vicoli, i dintorni dell’Hotel Speranza e le Rocce Rosse». Ma è a Roma, a metà degli anni Settanta, che il caso comincia a colpire: il fascino della capitale attrae i compagni di liceo, e anche Marcello, che si iscrive a Scienze Politiche. «Tramite un annuncio per lezioni di italiano – racconta – fui contattato da una ragazza tedesca, appassionata di teatro, che accompagnai a un’audizione: in quella circostanza fui avvicinato da un signore elegantissimo che, inaspettatamente, mi propose per la parte del protagonista. L’uomo era Angelo Maria Ripellino, che al regista, Mario Ricci, mi presentò come “Ecco il tuo Majakovskij!”. Fra il pubblico della prima sera ci furono addirittura Fellini e Antonioni: erano anni di debutti, di prime volte, di incontri appunto, come quello, probabilmente uno dei più segnanti di tutta la mia vita, con Vittorio Gassman, di certo la persona che riconobbe in me un talento oltre la voglia di sognare».

Sanremo.
Alla riviera ligure si arriva sempre tramite uno spettacolo teatrale, dedicato ad Artemisia Gentileschi: «Il mio personaggio sussurrava un lamento in sardo, minimale, che durava 50 secondi e creava un grande pathos – continua –. Fu in quell’attimo che, tra il pubblico, un discografico della RCA, Vincenzo Micocci, produttore di Venditti, De Gregori e Rino Gaetano, rimase colpito dalla mia voce e mi propose per un provino: la musica era una mia passione, da ragazzino cantavo anche in un gruppo, ma fu un’esperienza che mai avrei pensato di riprendere. Quello stesso Natale Vincenzo mi richiamò per darmi la notizia della selezione per la kermesse sanremese e da Arbatax tornai subito a Roma, dove registrai con Liliana Ritteri e Varo Venturi il singolo Mondorama, che nel febbraio 1984 concorse nella sezione Nuove proposte».
Ma Marcello, nonostante i successi col gruppo, sente il richiamo, fortissimo, della scrittura. «Il bisogno di scrivere era prepotente, un peccato perché il progetto era meritevole di sviluppo, ma decisi di camminare da solo e, grazie ancora a Micocci, uscì nel 1990 il mio primo album da solista, Murru, nel quale concretizzavo il sogno di incidere pezzi miei. Non so perché però, ma la canzone mi pareva si consumasse in fretta: il teatro è altro, e forse per questo ho voluto sempre essere più una voce narrante, superare la distinzione tra voce e scrittura. Probabilmente mi porto dietro quel bambino che ascoltava le gare poetiche d’estate: quel modo di raccontare mi è rimasto da una vita, e l’ho fatto mio».

Scrittura come antidoto.
«La malattia fa la sua comparsa alla metà degli anni Novanta – spiega l’artista arbataxino –, dopo una lunga esperienza a teatro e l’affacciarmi al mondo della musica, inaspettata, in un momento in cui forse avrei dovuto raccogliere i frutti del lavoro di una vita. Ne ho fatto una forza: scrivere non ha mai cessato di essermi di grande aiuto e quello di appuntare su carta ciò che vedo e ciò che sento, specie in questo periodo, è diventato col tempo uno sfogo indispensabile. Un pennarello nero era –ed è – l’unico strumento con cui combattevo la malinconia, la solitudine della malattia e dei soggiorni negli ospedali».

Il Premio Tenco, Arbatax, Bonora.
«Malgrado il secco parere dei medici che si erano espressi per il no – aggiunge – dal trapianto di 9 mesi prima, a novembre, e con l’incertezza sul mio futuro, fui invitato nell’estate del 1998 da alcuni giornalisti a esibirmi al Premio Tenco. Grazie ad alcuni amici e a Lilli Greco, col quale lavorammo ad Arbatax, tornai a Roma in studio: lo volli fortemente perché significava essere vivo, presente. Quattro anni dopo esce Arbatax: un disco che continuo ad amare molto, un momento di luce dopo tanto buio, il luogo delle origini e dal quale non sono mai andato via. Anche in Bonora (2004) la Sardegna è presente; alcune tracce sono in lingua, e in questo c’è mia madre: tanto severa nel raccomandarci l’uso dell’italiano corretto quanto scrupolosa nell’utilizzo del sardo».

Diavoli storti (2021).
Il pezzo che dà il titolo all’album è un malinconico racconto alla Leonard Cohen e il video è diretto da una strepitosa Francesca Comencini. «La lunga gestazione dell’album è dovuta alla recrudescenza della mia malattia, che nel 2011 mi costrinse a guardare ancora il mostro in faccia, ma quando sono riuscito a stare meglio mi sono reso conto di non voler rinunciare a scrivere. Anche nei dischi precedenti ho raccontato i perdenti, i dimenticati, pure se ultimamente mi è parso che il mondo che osserviamo mi diventa sempre più dolorosamente incomprensibile. E mi sono interrogato, allora, su quello che può fare uno come me che scrive canzoni: il buon Lilli Greco mi ricordava sempre, almeno nei finali, di inserire quel po’ di azzurro, un po’ di luce. Ed è quello che penso della vita – conclude – nonostante non sia un propugnatore della speranza a tutti i costi, nonostante i lividi e i dolori, nonostante la vita stessa».

Paola Corona

È una corsa a ostacoli, l’obiettivo è vincere

di Claudia Carta.
Paola Corona, atleta e personal trainer jerzese, sa bene cosa significa sudare e lavorare sodo. Sa quanto è grande la tensione ai nastri di partenza, quelli reali su un tracciato, come quelli che si spalancano su un nuovo progetto che sa tanto di autentica impresa. Ne conosce i rischi, ne studia gli ostacoli, ne misura lo sforzo per dosare al meglio le energie e sferrare l’attacco al momento giusto.

Classe 1981, sorride commentando un traguardo importante che aprile le regala, i suoi primi 40 anni, trenta dei quali passati a correre. Anche l’età è leggera e allenata e su di lei disegna armonia e bellezza, grazia ed eleganza.

La “gazzella isolana”, la “tamburina sarda”. È così che le prestigiose testate sportive italiane l’hanno ribattezzata quando – dagli anni Novanta a dopo il Duemila – ha fatto incetta di coppe, medaglie e premi, sbaragliando una concorrenza agguerrita a livello nazionale: vicecampionessa italiana a soli 11 anni ai campionati di Camaiore nella sua specialità, la campestre, sia nei 1000 che nei 2000 metri.

Da quel momento, fatica e allenamento, pane e atletica, sacrificio e sudore, acido lattico e sofferenza. Ma ogni anno Paola c’è. Lavora, corre e vince. Sia che partecipi come Fidal (Federazione Italiana di Atletica Leggera) che come campionato studentesco. Lei arriva. E fa paura. Con lei, altre tre ragazze jerzesi. Le avversarie le temono. Non c’è terreno, aspro e scosceso, fangoso o pietroso, sole o pioggia che la spaventi. Paola vola sulle sue scarpette. Alza le braccia al cielo e centra il bersaglio. È suo per tre volte il campionato italiano individuale, mentre nel 2000 disputa il suo primo Mondiale in Turchia con la squadra.

Competizioni nazionali e regionali sono la sua quotidianità fino alla laurea in scienze motorie. Da lì a fare l’allenatrice il passo è naturale. A colui che l’ha, non solo notata, ma continuamente motivata e sostenuta, Vittorio Demurtas – professore jerzese di educazione fisica, oggi nell’associazione sportiva G.S. Ogliastra, allenatore e scopritore di veri talenti – l’atleta riconosce un tributo importante: «Mi ha trasmesso la passione e l’entusiasmo per questa disciplina, non è una cosa scontata», sottolinea. Gli aneddoti curiosi non mancano: «L’ho conosciuto per caso. Lui non era il mio professore. È stato da noi per una supplenza in prima media, e ci portò al campo sportivo. I ragazzi dovevano fare 10 giri di corsa; noi ragazze, 5. Chiesi il perché di questa disparità, ma mi rispose che potevo farne quelli che avrei voluto. Ne feci dieci, poi undici, poi tredici, fino a quando mi fermò e mi chiese: “Ti piace correre?”. In effetti, da allora non mi sono più fermata».

Eppure, il suo primo, vero allenatore è stata la sua mamma: «Sembra strana questa cosa – racconta – eppure è così. Tutto nasce dal fatto che la nostra campagna si trova sopra il paese, vicino alla località campestre di Sant’Antonio. In realtà, non ci andavo volentieri, anzi! Allora, per farmelo piacere un po’ di più, ci andavo di corsa! E mia madre prendeva il tempo, cronometrando quanto impiegassi ad arrivare dal nostro terreno fino alla strada principale. Un gioco che diventò, ogni volta di più, una vera sfida».

È innegabile, a Paola le sfide piacciono. E quella che ha raccolto in quest’ultimo anno è stata, e continua a essere, davvero impegnativa: palestre chiuse, zona rossa, stop che si susseguono e lavoro a singhiozzo. Che fare? Osare: «Non immaginavo che sarebbe stato un anno così complesso. Le palestre comunali, da settembre, non ce le hanno più concesse. Così, insieme a un’altra ragazza che pratica una disciplina diversa, abbiamo deciso di prendere un locale per organizzare al meglio le attività, adeguarci ai protocolli di sicurezza, seguendone scrupolosamente le regole. Tempo un mese e arriva il nuovo stop».

Bivio drammatico: fermarsi e aspettare tempi migliori o fare palestra sotto il cielo d’inverno, a 470 metri di altitudine, in qualunque condizione climatica? Paola sceglie la seconda: «Affronto e decido di fare sport all’aperto, superando il mio proverbiale terrore del freddo. Da novembre a oggi non ho saltato una lezione: con pioggia intensa o leggera, maestrale gelido, nebbia degna della Val Padana, con il termometro che segnava -2 gradi. Eppure, eppure noi ci siamo state. Le mie ragazze sono la mia forza. Pronte a tutto».

Zona rossa. Nuovo fermo. Centri sportivi chiusi, consentita solo l’attività motoria individuale. E adesso? «Faremo la Dad dell’attività fisica!», risponde senza esitazione la personal trainer pluripremiata: «Due settimane di lavoro da casa, un allenamento di sicuro più consono a un ambiente chiuso, con tappetini, elastici e pesi, ma certo non possiamo fermarci ora, non dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto».

Paola Corona è così, una guerriera, una combattente per natura, capace di contagiare energia e grinta, entusiasmo e determinazione. Un concentrato di idee e alternative, un uragano di proposte e soluzioni per tutti. Perché ogni storia è diversa, ogni persona ha le sue esigenze e per ciascuna c’è una strada da percorrere: «È importante che passi un messaggio: noi non siamo il peso che leggiamo sulla bilancia. È fondamentale sapersi accettare, curare il proprio corpo che è la nostra casa, volersi bene. Fare sport, così come alimentarsi correttamente, spendere tempo per se stessi, per sentirsi in forma fisicamente e psicologicamente, è quanto di meglio possiamo fare, soprattutto per affrontare questo periodo di grande stress e di forte negatività. Ognuno ha in sé forza e motivazione da tirare fuori per raggiungere qualunque obiettivo. Io sono solo uno strumento, una professionista che ti guida e ti motiva lungo il percorso. È una gioia grande vedere tanti risultati raggiunti, tanta soddisfazione negli occhi, nell’animo e, perché no, anche nel fisico delle mie ragazze. Gratifica e sprona a lavorare di più e meglio».

Sorride Paola, lei che tra mini olimpiadi con i bambini e manifestazioni sportive – vedi le recentissime edizioni del Jerzu run Wine Festival che ha richiamato campioni dall’intera l’isola – ha spalancato il tempio dell’atletica a tutti, amatori e professionisti.

Da ragazzina piccola e timida, a donna determinata e vincente, accanto a suo marito Andrea e ai figli Nicola ed Enrica. Innamorati. Di Paola e dello sport.

 

Silvia Cattoi-cut

Il teatro, la mia gioia

di Fabiana Carta.
Tutti gli attori sono avvolti da un’aura di fascino, dovuta – forse – al privilegio di poter vivere 10, 100, 1000 vite dentro i personaggi che interpretano. Le ragioni per le quali ci si inoltra nel mondo del teatro sono le più disparate, accade anche per caso, come è successo a Silvia Cattoi.
Racconta della sua La Spezia, città di mare, dove ha frequentato un laboratorio pomeridiano di teatro, tenuto da Alberto Cariola. Non sa dirmi perché in seconda superiore fece questa scelta, ma di certo segnò per sempre il suo futuro. «L’anno successivo a quel corso – spiega –, Cariola ha fondato una compagnia teatrale con altre persone di La Spezia e io sono entrata a farne parte. Abbiamo messo in scena diversi spettacoli, fatto viaggi in Italia e all’estero per vedere esiti scenici, mossi da una fame di conoscenza e di curiosità per tutto quello che riguardava il teatro».
Poi il solito bivio: seguire il cuore o la logica, Tecniche Bancarie a Siena o il Dams a Bologna? «Fu mia madre a guardarmi negli occhi e a dirmi: “Vai a Bologna” – ricorda –. Il DAMS in quegli anni era il crocicchio delle migliori menti, professori eccezionali (purtroppo quasi tutti morti) che studiavano, ragionavano, scrivevano di teatro». Gli anni più belli della sua vita, quelli che segnano, formano, costruiscono idee, sogni e ideali.
Dopo la laurea si cimenta in un corso di formazione superiore per attori all’Emilia-Romagna Teatro, continua lo studio partecipando a vari seminari fino al lavoro con la compagnia di danza Aldes di Roberto Castello e Alessandra Moretti, con la quale gira i migliori festival italiani ed esteri. All’età di trentatré anni sente quello che lei definisce il richiamo della foresta, ovvero il desiderio forte di maternità, più forte di qualsiasi altra cosa: in quegli anni nascono Yamina, Naima e Django. I figli modificano le priorità e le esigenze: era chiaro che l’approccio lavorativo dovesse cambiare. «Insieme a Juri Piroddi – continua – ho pensato che se avessimo voluto continuare a fare teatro avremmo dovuto costituire una nostra compagnia teatrale e ritagliarci il lavoro su misura, facendolo combaciare con le esigenze dei nostri figli. Così nel 2002 ci siamo trasferiti ad Arbatax e abbiamo fondato la compagnia Rossolevante».
Cambio di scena. L’Ogliastra l’ha adottata diciotto anni fa, ha fatto da sfondo alla crescita della famiglia e alla nuova realtà lavorativa. Ci sono incontri che cambiano e influenzano le nostre scelte, persone così carismatiche con un bagaglio di emozioni e storie che travolgono come un treno, così è stato con Giammarco Mereu: «Giammarco è un invalido sul lavoro: in seguito a un grave incidente è rimasto paraplegico (abbiamo parato della sua vicenda qualche anno fa, ndr). Lo spettacolo Giorni rubati racconta la sua storia, una narrazione scenica che aveva fin da subito la voglia di urlare a gran voce la rabbia contro il dato tristemente invariato da anni: ogni giorno in Italia tre persone perdono la vita sul lavoro e molti rimangono invalidi». Uno spettacolo unico nel suo genere: Giammarco da operaio si è reinventato attore scuotendo gli animi delle platee di tutta Italia.
«Numerosissime le repliche fatte, molti anni passati insieme a viaggiare, fare spettacoli, incontrare gente, visitare luoghi – prosegue Silvia Cattoi –. Esperienze che ci hanno trasformati nel profondo, che mi hanno fatto capire che salire su un palco deve essere sempre una questione di vita o di morte, che se si decide di fare quel piccolo passo sul palco, dalla realtà quotidiana a una più alta, bisogna farlo solo se si ha qualcosa da dire».
Da Giorni rubati sono nati altri spettacoli, fino allo scoppio della pandemia, che ha tagliato le gambe anche al teatro. Sparito il pubblico, le piazze, i palcoscenici, che cosa resta? Resta il bisogno urgente di trovare un altro modo per esprimersi: «Io non ho smesso nemmeno un giorno di continuare a fare il mio lavoro, come forma di sopravvivenza – sottolinea –. Parallelamente al lavoro di palco, ho scoperto un nuovo mezzo, quello del video, per sperimentare nuove forme di espressione. Il teatro non può essere sostituito con niente. Quindi mi sono messa dietro una telecamera non per riprendere il teatro, ma per scoprire e approfondire un altro linguaggio». Adattarsi ai tempi che corrono, per sopravvivere, appunto. «Durante la prima fase della pandemia – racconta – ho girato un corto con il cellulare, con i miei figli in veste di attori. Ora noi di Rossolevante abbiamo cominciato ad acquistare dell’attrezzatura (camera, microfoni, etc.) e abbiamo realizzato un mediometraggio, altri sono in cantiere. Mai smettere di mettersi in gioco e di imparare. Mai smettere di essere curiosi», conclude Silvia.
Si sostiene che non sarà più possibile pensare al teatro, agli spettacoli, nei modi precedenti alla pandemia. Chissà. Quello di Silvia Cattoi è un atto di resistenza. Quando il teatro è tutta la tua vita.