In breve:

Volti e persone

Lussorio Daniele Caredda

Il restauratore di tesori

di Claudia Carta.
«L’arte è un concetto troppo grande per poterlo ridurre a specifici settori». Determinato, consapevole delle sue capacità, critico e realista, Lussorio Daniele Caredda è uno che sa il fatto suo, che non smette di studiare e formarsi e neppure di sognare.

Dategli un pennello e vi restaurerà il mondo. Ma se gli portate un pianoforte e potrà suonarlo, sarà felice. Lussorio Daniele Caredda è un professionista poliedrico e ne va fiero: «Si, me lo hanno sempre riconosciuto e col passare degli anni lo sono diventato ancora di più. Mi piace studiare, documentarmi, imparare in continuazione senza fossilizzarmi. Purtroppo il tempo a disposizione è pochissimo, ma continuo a dipingere, a suonare il pianoforte e a coltivare tante altre passioni che non sempre oggi giorno tutti trovano interessanti. Non sono tanti i giovani che si appassionano di storia, di arte, di antichità: m ritrovo, infatti, ad avere colleghi e amici molto più grandi di me».
Il ragazzo, classe 1982, lotzoraese doc, ha le idee chiare: «Credo che un artista debba saper fare tutto. Musica, antiquariato, pittura, scultura sono come parole all’interno di una frase: se ne mancasse una, il discorso non sarebbe mai completo e tantomeno comprensibile».
Dall’Artistico di Lanusei, “classe Ceramica”, alle più famose botteghe di Firenze. Di mezzo c’è il mare, ma l’ambizione lo spinge verso mete e traguardi di autentica bellezza, mentre le sue dita non smettono di danzare sul pianoforte. Così, dopo la maturità si trasferisce nella culla del Rinascimento: accademia di belle arti, indirizzo più completo, decorazione, dove studia anche restauro e contemporaneamente lavora già come antiquario e restauratore. Si laurea con il massimo dei voti in una tesi impegnativa che tesse insieme i differenti indirizzi artistici: il risultato è una straordinaria sfilata di moda e costume per lo spettacolo.
Il lavoro arriva immediatamente: prima Roma, come antiquario, poi “uno dei più grandi cantieri d’Europa”, «così viene definita L’Aquila dopo il terremoto – mi spiega Daniele – dove lavorano ditte edili molto esperte e qualificate, operai e professionisti del restauro, dell’ingegneria e dell’architettura continuamente aggiornati e con bagagli esperienziali importanti». È qui che, tramite una selezione di restauratori esperti, viene contattato e lavorerà per sette anni, mettendo mano a un patrimonio storico-artistico dal valore inestimabile: «Ho arricchito le mie conoscenze e affinato le mie capacità applicando al restauro i sistemi antisismici, eseguendo lavori complessi nel settore architettonico, ricostruendo volte, facciate, apparati architettonici decorativi molto imponenti. Tra l’altro, ho potuto arricchire e perfezionare le mie competenze di restauratore in tutti i settori: ligneo-lapideo-pittorico. La mia passione per la musica mi ha agevolato anche nei lavori di restauro degli antichi pianoforti, settore, questo, assai raro e singolare».
Il seguito è un susseguirsi di contatti e di esperienze lavorative da brividi: dai restauri berniniani del colonnato di Piazza San Pietro in Vaticano, a quelli del Museo Nazionale romano; dall’intero chiostro Ludovisi alle terme di Diocleziano e alle statue di Marte e Venere, Caracalla giovane, e Antino, oltre ad alcune epigrafi del terzo secolo d.C., passando per il complesso archeologico del Palatino, il Quirinale, San Crisogono in Trastevere e l’elenco potrebbe continuare.
Lussorio non si ferma mai e trova anche il tempo di tornare a Firenze, dalla Città eterna, e prendere la seconda laurea, con Lode, in Progettazione museale: la tesi – dedicata alla professoressa di progettazione dell’istituto d’arte di Lanusei, Lucia Di Lorenzo, scomparsa nel 2016 – sarà un progetto, successivamente realizzato, di riallestimento del museo fiorentino di preistoria.
Formazione ed esperienza al primo posto, dunque, sapendo che un bravo restauratore deve sapientemente miscelare le competenze in ambito chimico con quelle in campo storico-artistico: «Un restauratore non può mai smettere di studiare. Il restauro è anche saper applicare conoscenze chimiche e regole che ci permettono di comprendere, scoprire, recuperare e prolungare l’esistenza di un intero patrimonio storico artistico. È altrettanto importante conoscere la storia senza la quale non sarebbe possibile eseguire restauri perfetti: il rischio di creare falsi storici, di alterare l’autenticità dell’opera o addirittura di non comprenderla, creando così un danno, sarebbe altissimo».
Insomma, sarebbe bello vederlo all’opera in Terra Sarda. La risposta è al vetriolo: «Lavorare in Sardegna? Mai riuscito! Nessuno mi ha mai dato ascolto o preso in considerazione. Abbiamo un patrimonio storico-artistico in stato di abbandono e di forte degrado sul quale non si investe: vedo distruzione e tanta incuria, vedo centri storici demoliti, case antichissime buttate giù e ricostruite completamente diverse, orrori di cui purtroppo la Sardegna è piena. A volte penso che cercare di portare la cultura del restauro e della rivalorizzazione del patrimonio storico artistico in Ogliastra sia una lotta contro i mulini a vento».
Il sogno resta, comunque, ed è legato in particolare e alla sua Lotzorai: «Fin da quando ero bambino, e non mi sono mai arreso, ho sempre sognato di riportare agli antichi splendori la bellissima chiesa di Sant’Elena, a Lotzorai, oggi in stato di totale abbandono. Ho fatto di tutto per salvare quell’opera magnifica di cui purtroppo non è stata ancora compresa l’importanza: ho coinvolto le istituzioni, ho organizzato un campo scuola di educazione al restauro, ho eseguito – e sto eseguendo con il grande aiuto di un mio caro collega storico – degli studi che confermano il ruolo peculiare che rivestiva Sant’Elena in Ogliastra. Eppure…».
Tenacia, determinazione, forza d’animo, tuttavia, non si affievoliscono nel giovane professionista ogliastrino. Lo sguardo è rivolto lontano, con la voglia di trasmettere quel fuoco e quell’ardore che lo caratterizzano: «Il mio futuro? Posso dire come lo sogno: come un insegnate – tra l’altro iscritto alle graduatorie di supplenza da ben nove anni, con due lauree magistrali e quindici anni di esperienza in settori importantissimi, ma in Sardegna, stranamente, non sono mai stato chiamato! – capace di trasmettere con passione, competenza ed esperienza, degli insegnamenti nobili che non devono andare perduti; come un restauratore che cura e restituisce dignità e valore a un tesoro che troppo spesso non consideriamo o non vediamo; portando avanti il mio percorso artistico e, chi lo sa, riuscendo finalmente a lavorare in questa mia terra straordinaria».

Raimondo Secci

Raimondo Secci. Ogliastra, culla della storia

di Fabiana Carta.

Siti chiave, collocabili nel novero di quelli più importanti della Sardegna e dell’intero Mediterraneo, rendono l’Ogliastra una terra straordinaria per lo studio, la ricerca e le scoperte archeologiche. Ma tanto resta ancora da fare.

Qual è lo stato attuale delle ricerche archeologiche in Ogliastra?
Negli ultimi decenni le ricerche archeologiche nel territorio ogliastrino hanno fatto enormi passi avanti: i complessi di S’Arcu de is Forros e Sa Carcaredda a Villagrande Strisaili, oppure a quelli di Gennacili-Seleni a Lanusei, S’Ortali de su Monti a Tortolì e Scerì a Ilbono, hanno restituito dati di eccezionale interesse non soltanto riguardo alle dinamiche insediative, all’economia e all’organizzazione sociale delle popolazioni ogliastrine in epoca neolitica e nella successiva età nuragica, ma anche per la conoscenza delle loro connessioni mediterranee, rivelandoci un’Ogliastra perfettamente inserita in una fitta rete di contatti culturali con la Penisola italica, il Nord Africa e il Mediterraneo orientale. Moltissimo rimane ancora da scoprire; ma bisogna fare i conti, oltre che con risorse finanziarie sempre limitate, anche con l’eccezionale densità di testimonianze archeologiche presenti nel territorio. Questo può falsare la percezione del problema, generando un’impressione di immobilismo e di disinteresse da parte delle istituzioni: in realtà, se si tiene conto degli altissimi costi delle campagne di scavo, si può facilmente intuire come sia di fatto impossibile scavare tutto in poco tempo. Non rimane che sfruttare al massimo le possibilità offerte dalle nuove tecnologie e da discipline collaterali come l’archeobotanica, l’archeozoologia, l’archeometria, l’antropologia fisica, gli studi sul DNA etc. L’impossibilità di riportare alla luce tutti i monumenti, poi, non è in assoluto un male: poiché lo scavo rappresenta sempre un’operazione distruttiva e irreversibile (può essere infatti paragonata alla distruzione di un archivio), è evidente che ciò che non viene scavato oggi resterà, in futuro, a disposizione di archeologi sempre più “attrezzati” dal punto di vista metodologico, e pertanto in grado di evitare le perdite di informazioni purtroppo inevitabili con le tecniche attuali.

Si possono individuare delle peculiarità che contraddistinguono la nostra zona?
Le manifestazioni culturali preistoriche e protostoriche in Ogliastra mostrano numerosi elementi di differenziazione rispetto ad altre regioni della Sardegna. Un esempio significativo è costituito dalle domus de janas, che qui non raggiungono mai la complessità architettonica e decorativa di quelle del Sassarese o del Sulcis. Per quanto riguarda l’età nuragica, altre peculiarità si evidenziano nella tipologia dei nuraghi e delle tombe dei giganti, mentre in relazione alla fase punica e romana si può sottolineare la mancanza di grandi centri urbani costieri, paragonabili a quelli di Cagliari o Tharros. È lecito ritenere che queste differenze siano almeno in parte dovute alla particolare conformazione geomorfologica del territorio, prevalentemente montuoso e privo di grandi pianure coltivabili.

Ci sono state, nel corso degli anni, delle scoperte significative?
Sicuramente sì. Come ho già accennato, alcune scoperte avvenute di recente assumono un’importanza eccezionale non solo per l’Ogliastra, ma per l’intero bacino del Mediterraneo. In questo senso si segnalano soprattutto le ricerche effettuate nel sito di S’Arcu de Is Forros, attualmente considerato come uno dei più importanti centri di lavorazione metallurgica di tutta la Sardegna tra le fasi finali dell’Età del Bronzo e quelle iniziali del Ferro (XII-VIII sec. a.C.). Qui, oltre alla scoperta – già di per sé importantissima – di alcuni templi a megaron (un particolare tipo di edifici religiosi dedicati al culto delle acque) e di numerosi bronzetti figurati, è avvenuto il ritrovamento di manufatti che documentano l’esistenza di rapporti molto stretti con l’area egeo-levantina, con l’Etruria villanoviana e forse anche con la Penisola Iberica. Uno di questi ritrovamenti è quello relativo a un’anfora da trasporto proveniente dalla regione siro-palestinese, caratterizzata da un’iscrizione in caratteri fenici databile intorno al IX sec. a.C. La sua importanza consiste non soltanto nel fatto che si tratta della più antica testimonianza dell’uso della scrittura finora rinvenuta in Ogliastra e di una delle più antiche in tutto il Mediterraneo occidentale, ma anche nel suo valore documentario riguardo all’inserimento della costa ogliastrina nelle rotte marittime della cosiddetta “via dei metalli”. Il dato appare tanto più interessante alla luce della localizzazione del sito nel cuore del Gennargentu, in prossimità dei giacimenti metalliferi di Corru de Boi. Il complesso dei ritrovamenti – che comprende tra l’altro numerosi frammenti di lingotti di rame del tipo a “pelle di bue” e fornaci per la lavorazione dei metalli – fornisce inoltre informazioni molto importanti per la ricostruzione del tessuto economico e sociale ogliastrino: i dati finora acquisiti, infatti, mostrano l’esistenza di una società autoctona attiva e vitale, che deteneva il controllo dei mezzi di produzione ed era in possesso di conoscenze tecnologiche molto avanzate, tali da consentire alle sue élites di essere riconosciute come partner commerciali privilegiati dalle altre popolazioni mediterranee.

Quali sono le criticità e le emergenze che andrebbero risolte per poter valorizzare al meglio il nostro patrimonio storico-culturale?
Anche in questo campo sono stati fatti notevoli progressi rispetto ad alcuni decenni fa. Già da molti anni, infatti, in diversi comuni ogliastrini operano società e cooperative specializzate nella valorizzazione dei beni archeologici presenti nel territorio. Il loro lavoro è molto prezioso al fine di accrescere la sensibilità verso un patrimonio culturale che viene sempre più inteso e vissuto come elemento identitario collettivo. In generale, dunque, mi sembra che la strada intrapresa sia quella giusta e che tutti i soggetti coinvolti in questo settore stiano operando al meglio delle loro attuali possibilità, contribuendo in tal modo allo sviluppo culturale ed economico dell’Ogliastra.

Luca Piras

La bottega del gusto. Una grande scommessa

di Fabiana Carta.
Il negozio che non ti aspetti, a due passi da casa: prodotti senza glutine, ricercati o biologici. E ancora, salumi e formaggi sardi, frutto della filiera corta. Qualità e genuinità in vendita.

C’è un luogo, a Lanusei, dove sembra che il tempo si sia fermato. Una bottega, dove si respira l’atmosfera familiare di una volta, dove le persone si incontrano per comprare qualcosa, ma anche per scambiare quattro chiacchiere e confidenze. A gestirla è un giovane, Luca Piras di 33 anni, con l’aiuto prezioso di sua moglie Simona Olianas.
La bottega si presenta con i prodotti separati per settori: senza glutine da una parte, prodotti ricercati o biologici dall’altra. Una parte dedicata ai salumi e formaggi, per la maggior parte sardi, provenienti da piccole produzioni. Le cassette con frutta e verdura offrono prodotti esclusivamente di stagione delle aziende locali, per riabituare il cliente alla stagionalità. «Abbiamo riflettuto sul fatto che nella nostra zona i celiaci o gli intolleranti al glutine, per acquistare del cibo adatto, dovevano andare in farmacia. Abbiamo voluto dare la possibilità anche a questa fascia di persone di poter fare la spesa in un semplice negozio sotto casa. Poi abbiamo pensato anche a tutte quelle persone attente all’alimentazione, alla provenienza dei cibi a chilometro zero».
È la tendenza degli ultimi anni, la cosiddetta filiera corta, che presenta vari vantaggi, come l’eco-sostenibilità (meno trasporti, imballaggi ridotti, scarso utilizzo di prodotti chimici), il sostegno alle aziende del territorio e prodotti di qualità. Come nasce quest’idea? «Una sera di agosto del 2017 sono rientrato a casa con una brutta notizia – mi racconta Luca – da un giorno all’altro, come un fulmine a ciel sereno mi hanno comunicato che non mi avrebbero rinnovato il contratto, dopo circa due anni».
Nel momento di crisi inaspettato, nell’instabilità economica e quindi del proprio futuro, si riaffaccia un’idea che ogni tanto faceva capolinea nei loro discorsi: aprire un’attività insieme, qualcosa che a Lanusei ancora non ci fosse. L’unico modo per portare avanti un progetto è differenziarsi da tutto il resto: per questo credono che specializzarsi nella vendita di prodotti per intolleranti alimentari possa essere una scelta vincente e soprattutto utile per una grande fascia di persone. Se le statistiche non mentono, in Italia contiamo un milione e 800mila allergici alimentari, nello specifico: 305mila allergici al latte e 600mila al glutine, numeri destinati a crescere. «Questa era l’idea di base, ma abbiamo anche pensato di specializzarci in prodotti particolari, ricercati, puntando più sulla qualità che sulla quantità. Abbiamo sia prodotti indispensabili come latte, mozzarella, zucchero e caffè, sia prodotti sardi che non si trovano nella grande distribuzione, come il Caffè di Sardegna torrefatto a Ollolai, le marmellate di un privato di Nuoro, il tartufo di Laconi o la birra artigianale di Baunei».
Inoltre Luca e Simona hanno dei terreni in cui coltivano patate e fagiolini, una piccola produzione, ma quando i clienti li trovano in bottega sanno che sono di prima qualità e senza trattamenti chimici. Dietro queste scelte mirate c’è un’attenta selezione dei prodotti e delle aziende produttrici, effettuata personalmente da Luca e Simona, che ci tengono a conoscere e toccare con mano quello che poi rivenderanno nella loro bottega. Mentre chiacchiero con loro mi accorgo che nelle cassette c’è solo qualche limone, scarola e due finocchi, ovvero quello che le aziende offrono in quel momento. Certo, volendo ci sono i supermercati – penso – dove possiamo trovare le melanzane e le zucchine tutto l’anno, per esempio. Ma sarebbe ora che tutti imparassimo a fare scelte consapevoli. «Fra noi e i nostri clienti si è creato nel tempo un rapporto di fiducia, hanno capito che quando abbiamo frutta e verdura è perché è locale ed è ciò che in quel momento ci offre la terra. I supermercati vendono frutta e verdura di ogni tipo tutto l’anno e sono talmente grandi e dispersivi che quando entri neanche ti salutano, oppure non ti imbustano la spesa, li trovo assurdi!», mi dice Simona. Per loro il rapporto negoziante-cliente è qualcosa che va oltre, che ci tiene ad approfondire, a spiegare, a educare verso un nuovo approccio alla scelta del cibo. Per questo motivo La bottega del gusto ha iniziato un percorso di sensibilizzazione e informazione per i suoi clienti organizzando degli incontri, all’interno della bottega, con una nutrizionista-dietista, con la partecipazione di qualche rappresentante delle aziende da cui si riforniscono. «Non tutto ciò che è bello è anche buono», ci tiene a precisare Luca. Una scelta coraggiosa. L’alternativa sarebbe stata quella di andare via dalla Sardegna, le strade erano solo due. «Sicuramente è una grande scommessa, ma siamo partiti dal presupposto che non potevamo lamentarci tutta la vita senza provare a fare qualcosa che potesse modificare o migliorare le cose. Se va bene o no dipende soprattutto da noi».
La ricetta? Ragazzi in gamba, pieni di iniziativa, pronti a migliorarsi sempre.

Nena Fenu

L’onda creativa di Nena Fenu

di Augusta Cabras.
Nena Fenu è un’artista spontanea. Spontanea nell’atto del dipingere e nell’ispirazione, così come spontaneo è stato, ma forse solo apparentemente, l’esordio della sua creatività.

In realtà tutta la vita di Nena Fenu è stata un creare incessante, abbandonando situazioni e contesti sterili e rigidi e aprendo nuovi spazi, nuove situazioni, determinando nuove possibilità.
Nativa di Bitti, lì ha vissuto per oltre vent’anni, con la madre e il padre, morto molto presto, quattro sorelle e tre fratelli. Fin da bambina è determinata e volitiva, curiosa e insofferente alla rigidità di un paese chiuso, piccolo, in cui il pettegolezzo vola veloce di bocca in bocca e il giudizio, soprattutto per le ragazze che rivendicano la stessa libertà dei ragazzi, pesa come un macigno.
Inizia a lavorare molto presto dopo alcuni corsi di formazione, come assistente sociale per un’opera portata avanti dai Gesuiti. Ma Nena decide che non è lì che vuole stare. Si trasferisce a Milano insieme ad alcune cugine, svolge diversi lavori finché non arriva a Zurigo. Sono tre i mesi di prova che deve fare alla Lindt, famosa industria di cioccolato svizzero, e invece ci rimarrà 27 anni. Anni in cui si occupa di accogliere il nuovo personale, di seguirlo nella sistemazione abitativa offerta dalla fabbrica e poi di selezionarlo lei stessa. Per necessità impara lo spagnolo, il tedesco, i dialetti del sud Italia, pugliese in particolare, seleziona persone che arrivano dalla Jugoslavia, dalla Cina e dalla Turchia. Ogni difficoltà per Nena è sempre un’opportunità di crescita e di apprendimento.
Lei, che oggi ha 85 anni, è sempre stata un vulcano di energia e passione.
Oltre il suo lavoro, quando è in Svizzera, ha a cuore la condizione delle donne immigrate e che per la maggior parte vive segregata in casa. Per loro chiama a raccolta volontari medici, avvocati e insegnanti e fonda un consultorio. In Svizzera conosce la persona che diventerà suo marito, Francesco Piras. Sardo come lei, condividono tanti interessi e passioni. Come quella per l’arte. A Zurigo negli anni Settanta c’è un grande fermento culturale che Nena e Francesco respirano a pieni polmoni. Lui dipinge e insieme a un gruppo di amici fonda il Gruppo Artistico. Nena per il Gruppo organizza le mostre personali e collettive, ne individua il filo conduttore, prepara i testi delle brochure, scrive agli enti pubblici e privati, crea un bel movimento.
Anche la casa porta i segni di quest’onda culturale. Pennelli, tele e colori sono sempre pronti per essere usati. Anche da Nena, che fino a quel momento aveva solo ammirato le opere ma mai aveva creato. Quei pennelli esercitano su di lei una forza a cui non riesce più a resistere. Inizia a dipingere. Di nascosto. La notte. Prova quasi pudore a mostrare questa sua prorompente necessità. Dipinge spontaneamente, liberamente. Sui fogli bianchi le pennellate di tempera nera sono decise, chiare, forti. I primi dipinti sono volti di donne, alcuni asimmetrici rivelano angoscia, altri si celano da se stessi. Sono dipinti che sembrano squarciare la tela, tanto sono intensi. Altri sono più morbidi ma di grande forza. Mi rivela di aver dipinto oltre 500 volti, mai identici, nella moltitudine di espressioni, sensibilità, temperamenti, gioie e dolori del genere umano. Volti quindi, ma anche fiori, (altra grande passione condivisa con il marito) che dalle tele escono a regalare un dolce senso di libertà, e poi visioni cosmiche, incendi di colori nelle colluttazioni spaziali.
Nena negli anni Ottanta lascia la Svizzera. Si trasferisce con il marito in Sardegna, nella sua casa di Tancau, e anche in Ogliastra mette a frutto la sua energia. Si laurea in Lingue, insegna spagnolo per dicei anni all’Università delle Terza Età, espone i suoi lavori in tante mostre, apre la sua casa a pittori, musicisti e artisti. Tra le pareti tanti quadri suoi, del marito, del fratello, di altri amici e poi i libri, ricordi di innumerevoli viaggi in varie parti del mondo, tanta musica, da Mozart a Paolo Conte, fiori e piante. Un trionfo di natura e di cultura per una donna che ha fatto della passione e della condivisione uno stile di vita.

Walter Maioli

A tu per tu con Walter Maioli, musicologo

di Augusta Cabras.

Walter Maioli, 69 anni, è un ricercatore, paleorganologo, polistrumentista e compositore italiano. Specializzatosi in archeologia sperimentale si è occupato di musica dell’antichità e della preistoria. All’interno del Museo Archeologico di Paestum svolge laboratori in cui si possono utilizzare antichi strumenti sonori: pietre, fischietti di semi e in canna, sonagliere di conchiglie, maraca di zucca, bambù battenti, legni sonori, cimbali, flauti, crotali, ecc.

Raggiungo il maestro Walter Maioli al telefono. Impegnato a Paestum dove risiede da anni, mi parla subito di musica, di suoni ed emozioni, della capacità di ascoltare, dell’evoluzione (e involuzione) della musica, di strumenti musicali antichissimi, della sacralità della musica e dell’importanza della musica preistorica.
Ma perché è importante la musica della preistoria?
É importante perché alle origini abbiamo un linguaggio comune in tutto il mondo. É la storia del paleolitico; è la storia di quarantamila anni fa. Abbiamo elementi che legano tutti gli uomini sulla terra ed è importante rintracciarli. Le faccio un esempio: le conchiglie che si trovano in tutto il Mediterraneo venivano usate anche in Giappone, in India, nei templi, per i pellegrinaggi. La nostra cultura è sempre legata ad altre e conoscere il passato significa allargare i confini. Riferirci ad altre culture è importante anche in questo momento storico in cui avviene l’incontro con numerose persone provenienti da tanti paesi diversi o anche perché Internet ci permette di entrare in contatto con luoghi e culture differenti.
Che caratteristiche ha la musica della preistoria?
Nell’antichità intanto non scrivevano la musica. Non c’èra la musica scritta, non perché non ne avessero le capacità, (pensiamo agli egizi, ad esempio), ma perché la musica aveva un altro valore, il potere era nel suono, non nella melodia.
Ora invece è il contrario?
Sì. Per noi adesso la musica è nella melodia. E nel ritmo. Pensiamo alla ritmica da discoteca. È assurda. Pam, pam, pam e basta! In discoteca poi non si è riusciti a sviluppare ritmi più interessanti, eh! É una catastrofe da questo punto di vista. Si è perso tutto, il gusto dell’high fidelity. Ai miei tempi c’era l’alta fedeltà, si prendeva un bel disco, con delle belle casse, un bell’impianto, si sentiva proprio il suono. Adesso ci si accontenta di due cuffiette attaccate al computer, altoparlanti distorti, musica compressa. É un disastro!
Ci stiamo disabituando al bel suono?
Proprio così. Anche per quello che si trasmette in radio o alla televisione; la musica è sempre la stessa! Abbiamo un patrimonio di musica classica straordinario, incredibile, ma che nessuno conosce, che non esce allo scoperto. C’è poi tutto il patrimonio di musica tradizionale che è stata proibita in televisione. In Italia, forse a esclusione della musica napoletana, è sempre stata penalizzata a livelli incredibili per scelte discografiche e non solo. Negli anni ’60 la musica tradizionale conosciuta era quella di protesta; uno confondeva la canzone tradizionale con quella dei canzonieri, con quella di Giovanna Marini ad esempio, ma non si sentiva la vera musica tradizionale.
Ho letto che è stato in Sardegna e che la musica e i suoni di questa terra lo abbiano affascinato.
Sono venuto in Sardegna per la prima volta nel 1973. Tutti rimasero molto delusi perché si aspettavano un gruppo rock, mentre siamo arrivati con tutti i nostri strumenti etnici, tra cui anche il vostro scacciapensieri. Io cercavo le launeddas, chi cantasse a tenore, ma di questo allora non se ne occupava nessuno ed eravamo nel 1973. Incontrai un prete, don Giovanni Dore, prete ed etnomusicologo che studiava, faceva conoscere la musica tradizionale e poi scrisse un bellissimo libro sugli strumenti musicali. In quel periodo pubblicai in una rivista un articolo sulle launeddas, ne parlai con Angelo Branduardi, cercai di divulgare queste cose. Sulle launeddas penso che pur essendo lo strumento e il suono antico, le scale musicali siano state, con il cristianesimo, educate, togliendo i suoni più antichi.
Quando parla dei suoni intende solo quelli prodotti dagli strumenti musicali o anche quelli prodotti dalla voce?
La voce è sicuramente su un altro livello. Negli anni ʼ80 ho fatto uno studio sui canti arcaici di tante popolazioni in tutto il mondo. Ho studiato il canto prima degli strumenti musicali. Ho ascoltato il canto degli esquimesi e dei pigmei, degli abitanti della Guinea, della Polinesia, gli aborigeni australiani, e altri. Ho raccolto 48 stili di canti arcaici. Nelle Hawaii, ad esempio, cantano come le onde del mare… Il suono è straordinario.
Canti arcaici come quello a tenore.
Sì. Uno dei più arcaici.
Possiamo dire che la musica ha il primato rispetto alla parola e al pensiero?
La musica è pre-tutto. É un linguaggio archetipo immediato, reattivo. Il suono è un segnale; diamo un senso al suono, sia che sia ostile, sia che sia buono. La musica poi funziona per associazioni. É emozionale. Il mondo sonoro si ripercuote in tutti gli aspetti della vita. Purtroppo tecnicamente si è alzata la soglia di udibilità. Purtroppo siamo diventati tutti più sordi, per cui ad esempio, anche in una sala di 100 persone non parla più nessuno senza microfono. É pazzesco. La gente è sorda e non sa più parlare; perché usando il microfono hai perso la voce. Siccome io ho lavorato per 5 anni con Albertazzi, mi è venuta pure una bella voce, per cui non uso il microfono e faccio l’esempio di come nell’antichità si parlasse anche per 5000 persone solo con la voce. E faccio capire a tutti il disastro di oggi. Faccio capire soprattutto ai bambini e ai ragazzi quanto sia importante l’orecchio, l’ascolto.
E in un mondo chiassoso in cui la musica, le relazioni, i luoghi sono dominati dal rumore dobbiamo educarci al suono, ai suoni, ai micro suoni, anche del nostro corpo come il respiro, i battiti, lo scorrere del sangue; a quelli della natura: il vento, le foglie, l’acqua, gli animali. E anche al silenzio.

Axridda Formaggio Escalaplano

Axridda, il formaggio delle nostre radici

di Giuseppe Contu.
Arroccato sulle pendici di un altopiano, ai lati due corsi d’acqua e canyon tra le montagne. Nell’aria l’aroma inconfondibile della macchia mediterranea. Da queste parti diversi sono ancora i pastori che portano al pascolo pecore e capre in un territorio, quello di Escalaplano, dove brucano erbe spontanee. Così come si faceva in epoca nuragica, qui ancora si trasforma il latte in formaggio con metodi ancestrali, per poi conservarlo secondo natura.
Già due millenni or sono, Plinio il Vecchio raccontava di questa tecnica di custodia dei cibi altrove scomparsa e perfino dimenticata. Ma non qui, in questo paese della Sardegna dove si riesce a creare un equilibrio magico tra tre prodotti squisitamente autoctoni: l’argilla, l’olio di lentischio e il pecorino. Questa triade produce un risultato che rappresenta un unicum nel suo genere: su casu de axridda, sintesi perfetta dei sapori di una terra incontaminata.
Il formaggio riceve una patinatura con l’olio di lentischio cui segue un primo rivestimento con l’argilla che poi, una volta asciutta, viene riumidificata, preparandola per un secondo strato di argilla. «Ho appreso questa antica arte da mio padre e da mio nonno – racconta Rino Farci – perché in questa comunità non si è mai smesso di conservare il formaggio secondo questa modalità. Si riesce così a ottenere una salvaguardia ottimale del prodotto, ponendolo al riparo dalle elevate temperature del periodo estivo e garantendo, nel contempo, un giusto livello di umidità. Cerco di concentrare tutta la produzione nel periodo primaverile – prosegue – perché in questa stagione il pascolo è particolarmente variegato e questo assicura una singolare prelibatezza al formaggio».
Un prodotto che al palato risulta particolarmente equilibrato e piacevole, quasi piccante e con un insieme di aromi che richiamano le essenze del territorio. Può essere consumato dal secondo mese di stagionatura, tempo in cui le forme sono pronte per ricevere la particolare cappatura, fino ai due anni quando il gusto presenta caratteri decisi, pur mantenendo una consistenza ancora sufficientemente morbida.
A Escalaplano, paese a spiccata vocazione agropastorale, questa antica tradizione si è dispiegata nei secoli senza soluzione di continuità. Da qualche anno poi il formaggio axridda è ormai un PAT (prodotto agroalimentare tradizionale), inserito nell’apposito elenco istituito dal Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. È questo un riconoscimento che viene attribuito a prodotti ottenuti con metodi di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidati nel tempo secondo regole tradizionali. Ciò contribuisce a rendere il formaggio axridda una specialità della locale tradizione e denota la sua origine in termini di assoluta singolarità.
In paese, infatti, è possibile reperire tutti gli elementi che coesistono in queste deliziose porzioni di formaggio: il latte, l’olio di lentischio (altra eccellenza locale) e l’argilla della cava alla periferia del paese.
La consapevolezza di poter contare su un prodotto di qualità ha determinato nell’ultimo decennio il concretizzarsi di iniziative imprenditoriali assolutamente promettenti. Rino è stato uno dei primi a credere nelle positività di questa produzione che, sostiene, «potrebbe determinare una chiara occasione di sviluppo del sistema economico escalaplanese in forza delle enormi potenzialità che axridda ha di ricavarsi importanti fette di mercato».
Il riconoscimento ministeriale quale PAT permette a tutti gli operatori del paese di misurarsi con questa opportunità che rivela quanto sia possibile dare slancio a un settore cronicamente in crisi, magari diversificando la produzione e puntando a captare consumatori sempre più raffinati ed esigenti.
Questo necessità di un continuo processo evolutivo nella ricerca della migliore forma da assicurare al prodotto. Magari affiancando alla tradizionale figura del pastore altre professionalità che seguano e indirizzino il processo di produzione e di stagionatura, assicurando, nel virtuosismo della multidisciplinarietà, un processo di evoluzione qualitativa.
«Possiamo e dobbiamo crederci qui a Escalaplano – conclude Rino – abbracciando, perché i tempi lo richiedono, condotte imprenditoriale di larghe vedute che promuovano la nostra crescita. Ma per questo bisogna convincerci in primis noi, escalaplanesi, dell’unicità del prodotto e delle opportunità a esso connesse».
L’annuale sagra punta anche a questo, richiamando in paese tutti coloro che vogliono avere una conoscenza diretta del prodotto e delle fasi della lavorazione. Ma anche altre iniziative divulgative sono da incoraggiare per dare slancio a idee che potrebbero rivelarsi vincenti.
In una porzione di Sardegna che subisce la falcidia di una crisi economica difficile da affrontare, puntare sulle proprie radici e sulla specificità delle tradizioni può determinare una seria ripartenza. L’agro-alimentare di qualità, in questo caso, offre al mercato l’assoluta bontà di un prodotto, peraltro dai tratti originali, in un settore di sviluppo dove innovazione e tradizione si pongono come binomio vincente.
Nessuno possiede la bacchetta magica per proporre la ricetta anti crisi insieme all’antidoto contro il conseguente progressivo spopolamento. Ma fermarsi un attimo ad attuare una riflessione storica su noi stessi, sul quel che siamo stati e soprattutto su quel che vorremo essere, può consentire di trovare in casa nostra e nel nostro vissuto il leit-motiv di un rilancio.
Così si può individuare una risposta all’atavica questione del prezzo del latte, alla crisi pluriennale della disoccupazione e al triste fenomeno della fuga delle giovani risorse.
Alcuni passi son stati fatti anche in questa prospettiva. L’inserimento di Escalaplano tra i paesi dell’Igp Culurgionis d’Ogliastra darebbe l’opportunità di inserire una porzione di formaggio axridda nella classica ricetta, promuovendo ulteriormente il prodotto caseario.
Resta da sperare che il trend appena inaugurato si arricchisca di una costante evoluzione che diventi molto di più di una ragionevole speranza di un futuro anche qui, in questo lembo di Sardegna, nelle valli tra i due fiumi, dove l’orgoglio della propria origine e l’attaccamento alle proprie radici forse ha scoperto una via per il proprio futuro.