In breve:

Volti e persone

Steward

Lavoro ad alta quota

di Fabiana Carta.
Una vita come quella di tanti ragazzi: un diploma di maturità in ragioneria, l’iscrizione all’Università di Cagliari in Scienze politiche con indirizzo “Relazioni internazionali”, spinto dalla passione per la geografia e dalla curiosità per le culture diverse dalla nostra.
Succede spesso, soprattutto ai giovani, di vivere dei momenti di insoddisfazione generale, nei quali non si riesce più a trovare degli stimoli, a trovare l’ispirazione, la voglia di proseguire il progetto che ci eravamo prefissati. E allora abbiamo due strade: una è quella di continuare comunque quello che avevamo iniziato. Non lasciare il sentiero, un po’ per mancanza di coraggio, un po’ per la paura di cambiare, un po’ per comodità o speranza di ritrovare la motivazione. L’altra strada non è per tutti, è per gli audaci, è per quelli che non si accontentano e che credono nei sogni.
Claudio Deidda, classe 1988, sceglie la seconda. «Era il 2015, avevo bisogno di dare una svolta alla mia vita, che era diventata piatta e noiosa. Il mio desiderio era quello di intraprendere la carriera di assistente di volo». Liberatosi dal legame forte con la sua terra, Tortolì, e vinta la paura di partire all’estero per un eventuale lavoro, decide di trasferirsi per tre mesi in Inghilterra per frequentare un corso d’inglese, lingua che ama molto. Così lascia la sua Itaca. «Quando ero bambino ricordo che andavo insieme a mio padre a vedere gli aerei all’aeroporto di Tortoli, poi mi portava al porto di Arbatax a vedere le navi, amavo anche i treni e i pullman. Una passione per tutti i mezzi di trasporto!». Le passioni dell’infanzia ritornano sempre, prepotentemente.
Nel febbraio 2016 rientra in Ogliastra e un mese dopo decide di affrontare due colloqui, i cosiddetti open day, uno a Venezia con la compagnia aerea spagnola Vueling e uno a Cagliari con Ryanair. Quest’ultimo va molto bene, tant’è che il giorno dopo il suo compleanno Claudio riceve un bel regalo, una mail della compagnia con esito positivo. Inizia la sua avventura con il trasferimento a Roma per frequentare il corso preparatorio intensivo della durata di sei settimane, rigorosamente in inglese, tutti i giorni dalle 9 alle 18 e sempre in abbigliamento super formale. Finito il corso si trasferisce a Londra Stansted, aeroporto principale di Ryanair. «Sembrava tutto bello e perfetto, ma poi sono iniziate le prime difficoltà. Mi sono ritrovato in Inghilterra senza una casa dove stare, insieme ad altri colleghi abbiamo vissuto in albergo, ricordo che eravamo in cinque in una stanza tripla per 14 giorni. Dopodiché ho trovato una stanza con altri colleghi, ma solo per il periodo estivo. Dal primo settembre ho iniziato di nuovo a vagabondare, ospite di altri colleghi, dormivo su un divano in quanto non riuscivo a trovare una sistemazione decente. Per di più anche il lavoro non era come avevo sognato: turni massacranti, stipendi bassi e ambiente lavorativo pessimo (esclusi i colleghi che oggi posso definire amici). Così a novembre ho deciso di lasciare il lavoro e l’Inghilterra in attesa di qualche nuova chiamata».
Tornato in Sardegna Claudio svolge altre attività, sempre con la speranza di ricevere proposte da altre compagnie aeree. Dopo sette mesi arriva la chiamata di Blue Panorama, compagnia italiana a cui aveva fatto richiesta di colloquio quasi un anno prima e riesce a ottenere un contratto fino alla fine della stagione. «Ero al settimo cielo, inizio a “volare” e finalmente per la prima volta mi sento un assistente di volo. Viaggi intercontinentali come Cuba e Kenya, Germania e altre città italiane, notti in albergo a 4/5 stelle con colazione, niente di più bello».
Comincia una vita in viaggio, finalmente lontano da tutto quello che gli stava stretto, assapora gli aspetti positivi di questo nuovo lavoro come incontrare e conoscere ogni giorno persone nuove provenienti da ogni parte del mondo e ascoltare anche i problemi dei passeggeri, cercando di aiutarli nel limite delle possibilità. Durante questi mesi arriva una nuova proposta da una compagnia aerea con base ad Alghero e Claudio, da buon sardo, sentendo il richiamo e la mancanza della sua terra, rientra a casa con il lavoro dei suoi sogni. «Mi sentivo l’uomo più fortunato del mondo. Purtroppo, però, la compagnia è finita in mezzo ai soliti problemi burocratici italiani, per cui mi sono ritrovato con orari dimezzati e stipendi dimezzati e con tanto tempo libero ad Alghero nel periodo invernale, che mi ha portato a stringere amicizia con i miei colleghi che a oggi sono tra i miei migliori amici, tra cui Sara, conosciuta in mezzo a questi “problemi” e che è diventata la mia compagna, sostenendomi nelle scelte e nelle difficoltà».
La vita di Claudio passa dalla tranquillità e monotonia iniziale dovuta a casa – studio – casa, con qualche lavoro poco stimolante, a un nuovo lavoro che lo ha travolto, facendogli cambiare in soli tre anni quattro compagnie aeree e cinque città dove vivere. Attualmente lavora per una compagnia con sede in Sicilia; come responsabile di cabina di un aereo con 70 posti che effettua i collegamenti tra Palermo e le due isole di Pantelleria e Lampedusa. «Per poter fare questo lavoro, come penso per tutti, ci vogliono tanti sacrifici anche perché al 99% devi andare via da casa, lasciare tutto e partire. E anche quando credi di essere tornato a casa con il tuo lavoro all’improvviso potresti ricevere un’altra proposta, dovendo abbandonare tutto e andare via di nuovo. Fare l’assistente di volo non è sempre il lavoro dei sogni come viene descritto, perché giriamo il mondo. A volte negli aeroporti restiamo solo mezz’ora, sbarchiamo, rimbarchiamo e partiamo!». Un lavoro adatto a chi ha spirito di adattamento e un «pizzico di pazzia», si vive in viaggio, in tutti i sensi, come lavoro e metafora di conoscenza.
Mi confida di ritenersi fortunato perché in così breve tempo, grazie alla sua carriera, ha iniziato a togliersi delle soddisfazioni senza che nessuno gli abbia mai regalato nulla, potendo contare sempre sul sostegno della famiglia e della sua compagna. Prima di salutarci gli chiedo come si vede nel futuro: «Non so se questo sarà il lavoro per tutta la mia vita, ma ad oggi non mi vedo da nessun’altra parte se non su un aereo. Anche se non nego che un giorno vorrei tornare a lavorare in Sardegna», come un Ulisse moderno. Se cerchi la tua strada verso Itaca spera in un viaggio lungo, avventuroso e pieno di scoperte. I Lestrigoni e i Ciclopi non temerli, non temere l’ira di Poseidone. Pensa a Itaca, sempre, il tuo destino ti ci porterà.

Becchia

Benvenuti a bordo!

di Augusta Cabras.
Emanuele Becchia vive e lavora in equilibrio perfetto con il ritmo delle onde del mare, con la loro potenza e la loro grazia, in navi che assumono sempre di più le sembianze di casa.
26 anni appena compiuti, dal 2015 lavora a bordo delle navi, coronando un sogno di bambino. «La passione per le navi è dentro di me sin dalla tenera età. Con la mia famiglia, ad agosto, andavamo a trovare i miei zii ad Olbia per circa due settimane. In questo breve periodo, grazie a mio zio che lavorava come barista alla stazione marittima, avevo la possibilità di stare a stretto contatto con le navi. Mi innamorai. Per me non esisteva pomeriggio migliore di quello trascorso in porto a vedere navi che arrivavano e partivano. Mia madre, ancora oggi, ricorda con quale attenzione cercavo di memorizzare qualsiasi dettaglio di quei bestioni che mi sfrecciavano davanti. Il mio unico strumento didattico erano i depliant pubblicitari delle varie compagnie: da questi potevo imparare lunghezza, larghezza, capienza e velocità di ogni singola nave. Essendo nato e cresciuto a Ussassai, quindi lontano dai più affollati porti sardi, la mia passione era destinata ad affievolirsi. Invece no, per tutto il periodo scolastico, ossessionavi amici e parenti con i racconti sulle mie navi».
Ma si sa, il sogno non basta. Ci vuole determinazione, studio, impegno, sacrificio e pazienza, tutti elementi che Emanuele mescola ed esercita per arrivare al traguardo. È certo che lì, in quelle navi che da bambino sembravano ancora più grandi, vuole impegnare le sue energie, le sue capacità, la sua voglia di scoprire e sperimentare.
Perché, se da un lato, vivere costantemente lontani da casa, genera una nostalgia profonda per la terra e gli affetti che lasci, dall’altra ogni viaggio diventa una scoperta, in ogni traversata c’è un mondo nuovo che si rivela nelle sue innumerevoli pieghe, nei suoni di linguaggi e parlate sconosciute e affascinanti, nei sapori dei cibi, negli odori che impregnano l’aria, nei mille e mille volti che si incontrano sopra la nave e nella terra ferma, quando il gigante del mare si riposa e con lui coloro che la abitano. «La vita a bordo non è sicuramente semplice – ammette Emanuele –. Tanti mesi lontano da casa e tanto lavoro creano in noi marittimi una nostalgia costante della vita che abbiamo lasciato a terra. Tante volte mi fermo a pensare che dall’età di 22 anni, quando la mia carriera è iniziata, ho passato con la mia famiglia e i miei amici circa un quarto del tempo che avrei potuto passare con loro lavorando a terra. Subito dopo però, penso che il punto focale della questione sia proprio la decisione di voler fare questo lavoro: non è capitato, non è un ripiego, ho semplicemente scelto di farlo. L’ho tanto desiderato, l’ho ottenuto e l’ho scelto. La vita mi offre sempre qualcosa di nuovo. Una nuova destinazione, nuovi amici, nuove esperienze. Quando sono a casa, invece, penso solo a ricaricarmi un po’. I miei amici di una vita sono sempre lì ad aspettarmi, pronti a raccontarmi tutto quello che mi sono perso delle loro vite in questi mesi di lontananza. Le due colonne portanti della mia vita, mia madre e mia sorella, sono sempre pronte ad accogliermi a braccia aperte a ogni mio rientro, come se ogni volta fosse la prima. Quando parto, invece, un pezzo di me rimane sempre con loro». Il momento del distacco dalle persone care per Emanuele è sempre un momento di tristezza che lentamente passa quando si re-immerge nel lavoro, nel viaggio, nella conoscenza di tante nuove persone che nel tempo di una traversata o di un’intera vacanza vogliono stare bene.
Ma quale è stato il percorso di studio compiuto da Emanuele per arrivare a fare questo lavoro per lui così appassionante? «Dopo la laurea in Economia e management del turismo a Olbia ho partecipato a una selezione per un corso post-universitario in tema turistico. Poco prima dell’esame finale ho avuto modo di partecipare a un breve training su una nave da/per la Sardegna, la stessa nella quale mi sarei imbarcato qualche mese dopo per dare inizio alla mia carriera a bordo. Ho seguito poi dei corsi pre-imbarco, fortemente mirati a mantenere un alto livello di sicurezza a bordo. Dopo stage e colloquio di lavoro, finalmente ho iniziato a lavorare nella prima nave che per me è stata il Moby Wonder. Ero imbarcato come Assistente Commissario, quindi la mia principale mansione prevedeva un diretto rapporto con il passeggero. Presidiavo la reception, dedicandomi all’accoglienza del cliente a bordo e alla sua completa assistenza. Mi occupavo della tenuta della contabilità dei locali commerciali, della gestione delle documentazioni equipaggio per ogni imbarco e sbarco (sezione camera e cucina), gestione buoni di lavoro e manutenzione delle aree passeggeri, annunci via interfono, nonché tutto ciò che riguarda l’assistenza al Commissario nello svolgimento delle sue principali funzioni. Dopo qualche anno ho deciso di lanciarmi in un’esperienza sulle navi da crociera; così mi sono catapultato in Asia, dove sono stato impegnato in crociere di circa cinque giorni tra Cina, Giappone e Taiwan. In quel periodo facevo parte del dipartimento Inventory; insomma, mi occupavo della misurazione e dell’analisi delle performance alberghiere, quindi controllo dei costi (Hotel & Food cost) e cura dei budget assegnati a ogni dipartimento alberghiero a bordo. Dopo questa fantastica esperienza, sono tornato in Moby da Commissario, con il compito di gestire il dipartimento alberghiero della nave posizionata in Nord Europa, Princess Anastasia». Per incontrare Emanuele in questo periodo dovremmo fare una crociera tra San Pietroburgo, Helsinki, Stoccolma e Tallinn. Lo troveremmo occupato nella direzione del dipartimento Hotel, dai ristoranti ai bar, dalle cabine alla Spa, dal Casinò alla discoteca, dalla cucina alla cambusa, dal Duty Free shop alla reception, impegnato a rendere indimenticabile la vacanza in crociera.

Tonino Casula

L’arte? Un eterno gioco di segni

di Claudia Carta.
Tutto ciò che non hai mai visto. Meglio, tutto ciò che credevi di vedere, per poi scoprire che la realtà (presunta, pensata, immaginata, vista) è cosa altra rispetto a quella che i tuoi occhi ti rimandano. Chiaro? Se la risposta è no, allora la strada è quella giusta e possiamo provare ad avvicinarci al Casula-pensiero per godere della meraviglia che ci regala a ogni click di mouse.
Geniale è riduttivo. Eclettico e poliedrico? Ci può stare. Ma la definizione migliore dell’artista seulese, classe 1931, ce la regala lui stesso: «Sperimentatore». Perché? «Mi piace controllare cosa succede se faccio il contrario di ciò che sembra normale». Non male come inizio.
Niente pennelli o tele – quelli li ha lasciati da parte almeno trent’anni fa – niente di appeso al muro – avete presente i quadri? –, ma solo tastiera e monitor. Attenti bene, il computer crea l’opera d’arte. Dunque, la tecnologia intesa come strumento e linguaggio utilizzato liberamente e in modo non banale. L’artista si interfaccia con esso e via via che l’opera prende forma, la mente umana ne acquista consapevolezza. Non è poco. È tutto. Il resto lo fanno i software, i programmi che possono essere bidimensionali o tridimensionali. Nascono da qui i cortronici 2D e 3D, molto più di semplici video. Che nomi! Eppure ogni cosa, anche i neologismi coniati da Casula, hanno un senso.
È stato il poeta visivo Gianni Toti a definirlo un “pittronico”, un pittore elettronico. E l’artista ogliastrino è abilissimo a giocare con immagini, colori e suoni, figuriamoci con le parole.
Il punto di partenza di questo viaggio costante fra reale e virtuale risponde a un altro nome particolare: le diafanie. «Sono immagini realizzate al computer – spiega – fotografate come appaiono sul monitor e proiettate alternativamente, in forma di diapositive, da due proiettori che le sovrappongono nello stesso spazio, separandole una dall’altra, attraverso dissolvenze incrociate. I proiettori sono governati da una centralina elettronica che decide la sostituzione delle diapositive e la lunghezza delle dissolvenze, oltre che lo scorrere della musica. Si tratta di una tecnologia ormai obsoleta, essendo sparite sia le diapositive che i proiettori».
Con i cortronici, i cortometraggi elettronici, il passo avanti è grande: la direzione è quella che va verso il cinema astratto, dal momento che di video astratti si parla. Da vedere e da ascoltare.
E le nostre certezze? I nostri punti di riferimento? «L’arte è meglio che tolga le certezze o, meglio, che le metta in dubbio. Quanto ai punti di riferimento, si tratta di valori importanti della vita, anche quando ritenuti stabili e inalienabili. Anche nei loro confronti, è bene che l’arte inserisca dei dubbi. Anche se non sempre l’arte può dirsene responsabile, le radici dei grandi sommovimenti sociali della storia affondavano nell’humus del dubbio».
E cosa sia l’arte, il pittronico ogliastrino prova a farcelo capire: «L’arte è un gioco che si esegue con l’uso libero dei segni (parole, immagini, suoni, gesti…). I segni sono qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, ma non sono la cosa di cui stanno al posto: la parola “penna”, che è un segno verbale, sta al posto della cosa “penna”. Con la parola “penna”, non posso tracciare segni sulla carta, mentre posso farlo con la cosa “penna”, Infatti, Cose e Segni sono governate da regole diverse. Per dirne un’altra: se prendo un ferro da stiro (cosa) e lo immergo in una vasca da bagno piena d’acqua, esso affonda (regola della gravità); se dipingo un ferro da stiro (segno) immerso in una vasca da bagno piena d’acqua, nessuno mi vieta di farlo galleggiare. Estendendo l’esempio al vasto mondo delle idee, questo significa uso libero dei segni».
Il libro dei segni”; “Tra vedere e non vedere”; “Una festa per gli occhi. L’avventura di un artista che guardava nel buio”, alcuni dei suoi libri. Un modo, il suo, di guardare/vedere l’arte influenzato indubbiamente dal complesso problema alla vista, risolto a 33 anni: «Quando il mio visus era tanto scarso che solo portando gli oggetti a portata di naso ero in grado di vederli nitidamente – racconta – ero in grado di cogliere ogni dettaglio nelle fotografie che mio padre scattava nei luoghi e alle persone della Barbagia. Questo mi permetteva di proiettare mentalmente le immagini di quei luoghi, nei luoghi che mio padre aveva fissato nelle sue fotografie e di vedere quei luoghi, quando li avevo davanti, come se fossero quei luoghi veri, anche se non li vedevo realmente, essendo proiezioni mentali. Diciamo che le immagini nascono dalle immagini come le parole nascono dalle parole. Per questo motivo, anche quando guardavo nel buio, riuscivo a dipingere. Va da sé che, dopo i due interventi chirurgici agli occhi, il mio apprendistato di neo vedente, unito agli studi della psicologia della percezione, hanno affinato i processi semiotici del mio lavoro d’artista».
26 anni di scuola elementare. Il maestro Tonino vive interamente nell’artista Casula: «Sì, è cosi: quando imparo qualcosa, non vedo l’ora di raccontarlo a tutti, anche se non sono più bambini e anche se non hanno voglia di ascoltarmi». L’arte dell’ottantasettenne seulese affascina i nativi digitali: «Purtroppo, non sempre sono in grado di rispondere alle loro domande su problemi tecnici, essendo i nativi più scaltri di me».
Arte e scienza, musica e pittura, percezione visiva e sperimentazioni. L’universo di Tonino Casula è in continuo divenire. Anche il futuro è arte.

Lo Cascio

Viaggiare per vivere

di Bruno Mulas.
Al di là della dotta definizione che ne dà il dizionario italiano, il viaggiare appartiene a molteplici attività del genere umano. Si viaggia con un mezzo di trasporto, pedibus calcantibus, si viaggia con la mente, leggendo, scrivendo, sognando…
Si viaggia per diletto, per passione, perché così fan tutti. Si viaggia per sfuggire alle guerre e alle persecuzioni. Si viaggia per lavoro, per vivere. Sì… viaggiare per vivere. È un’attività che richiama alla mente figure mitiche che hanno sollecitato la fantasia di generazioni di bambini e no. Il pilota d’aereo, il comandante della nave, il macchinista del treno, il commesso viaggiatore.
Forse non così presente nelle fantasie fanciullesche ma da ascrivere, a pieno titolo, alla categoria, il tassista, quello proprio tipico delle città e quello che per alcuni è considerato il cugino di campagna, cioè (tecnicamente) il titolare di autonoleggio da rimessa con conducente.
Figura presente in quasi tutti i paesi e piccole cittadine. Anche a Ulassai. È vivissimo il ricordo degli storici tassisti, ormai in pensione. Fantastici personaggi che hanno trasportato generazioni di compaesani, chi per Cagliari, chi per Nuoro. Oggi il nostro tassista è un giovane e aitante ventottenne, Luigi Greco, che accetta volentieri di scambiare quattro chiacchiere. Lo conosco da qualche anno, per via delle frequentazioni calcistiche e per le pastoie burocratiche dell’attività. Lo ricordavo taciturno e riservato. Nell’immaginario collettivo, come conferma Luigi, questa parrebbe un’attività semplice e banale, riservata magari a persone che non hanno avuto altra chance, da uomo di fatica. Mettersi a disposizione delle esigenze dei passeggeri e per tantissime ore ogni giorno, durante il vero e proprio viaggio e nell’organizzarlo, nella cura del mezzo e dei dettagli. Tutti i giorni tanti chilometri, nel caso di Luigi più di 80.000 all’anno, due volte la circonferenza della Terra. Alzarsi sempre molto presto e partire anche quando non è al top. Che fatica. Semplice e banale? No. Per Luigi non lo è. Perché questo lavoro gli piace.
È un lavoro di grande responsabilità perché quando sale a bordo del mezzo ne diventa il comandante con le prerogative proprie e assume in sé l’onere della sicurezza dei passeggeri, del loro confort, della puntualità. A bordo non può distrarsi, deve ascoltare attentamente e calibrare il suo parlare rispetto al passeggero, perché può essere giovane o anziano, studente o lavoratore, in partenza per un viaggio di piacere o accingersi a un viaggio della speranza. Deve capire le situazioni e addentrarsi nella psicologia del passeggero. Personalizzare il viaggio di ognuno assecondando le svariate esigenze, spingendosi a funzionare da radiosveglia per i più pigri.
«Questo mestiere mi piace, mi ha insegnato tanto, ha spalancato le porte dei rapporti interpersonali.
Quando sono arrivato qui, al seguito della mia fidanzata Fabiola, conoscevo praticamente nessuno. Oggi, passeggiando per le vie del paese, lei si stupisce perché mi fermo a parlare con tutti».
Magia del viaggiare.

Salvatore Loi

Perdersi dentro un libro

di Valentina Pani.
È un lettore onnivoro fin da piccolo; ha iniziato con i libri e poi è passato ai fumetti, e da allora non si è più fermato.
Zio Salvatore Loi, noto anche ziu Bobori, è il più anziano lettore delle nostre biblioteche: un 91enne appassionato di fumetti. Nel suo podio tiene Tex. Da più di dieci anni non si perde neppure un numero, annuali, semestrali, mensili, settimanali, tutti fanno parte della sua immensa “scarpiera” di libri.
Due grandi amori contraddistinguono la sua vita: la sua amata Maria e la sua passione per la lettura. L’amore per la sua donna è nato alla tenera età di 20 anni, quando i due sposini il 19 luglio 1947 si sono uniti in matrimonio; il secondo nel momento in cui ha imparato a leggere!
Ha sempre amato perdersi tra le righe di un libro, fra le sue storie, i racconti e le descrizioni, sorprendendosi per le cose nuove imparate. Ricorda ancora il suo primo libro, scritto da Michel Zevaco, che sta lì nel solaio, chiuso in una scatola piena di ricordi: solo due rampe di scale li separano, quelle scale troppo pericolose a 91 anni che non gli permettono più di poterlo stringere fra le mani.
La lettura per lui è un mezzo importantissimo ed estremamente efficace per creare un ponte con gli altri, permettendogli di esserci, di essere presente a chi ha davanti, con le parole, che formano una storia, una storia che ci regala lo spunto per aprire un dibattito, un confronto. È un modo per non perdere la voglia di imparare, di scoprire e riscoprirsi, per conoscere, per unire cultura e sociale. Una passione così forte che non poteva non tramandare ai suoi 9 figli, ma soprattutto a suo figlio Mario e a suo nipote Lorenzo; appassionati come lui di Tex.
Eppure, anche lui ha avuto un momento buio in cui ha abbandonato il libro, suo fedele compagno, quando purtroppo la vita ti ricorda che non è solo passioni e sorrisi, ma anche sofferenze e rinunce. Un lavoro troppo duro e lontano che lo portava a mettersi in viaggio alle 4 del mattino del lunedì, per due lunghe ore sui pedali della sua bici, per poi tornare a casa ad abbracciare la sua sposa solo il sabato notte. Un lavoro così pesante che la sera, in quelle camerate comunitarie, l’unica voglia era quella di poter riposare, in attesa di una nuova alba lavorativa che lo avrebbe avvicinato al sabato tanto atteso. Interminabili ed estenuanti giorni lontano dalla famiglia, per non riuscire neppure a comprare un paio di scarpe. Proprio questo motivo ziu Bobori decide di licenziarsi e iniziare la ricerca di un nuovo lavoro.
Finalmente il tempo libero torna a far parte della sua vita, momenti per poter trovare in quelle righe una nuova storia su cui sognare. La lettura lo libera dal peso delle ore, autorizza un andirivieni festoso fra passato, presente e futuro. Il libro stesso dà così l’impressione di dominare le stagioni, di rileggere la propria vita dando un senso agli eventi dell’esistenza. Una perdita troppo precoce, la sua Maria, lascia in lui un vuoto immenso.
Oggi le sue giornate sono piene di tempo libero. Non si perde d’animo e con il sorriso sulle labbra non molla la sua passione, rendendola motivo di giornata. Una passione che durante l’estate lo porta in spiaggia, a due passi da casa sua, nella biblioteca estiva in riva al mare a cercare qualcosa che gli permetta di sognare ancora, di riempire quel tempo così pieno di spazio, qualcosa che lo avvicini ancora a Maria per trasformare il vuoto in sogno.

Mauro Angiargiu

La fantasia al potere

di Fabiana Carta.
Mauro Angiargiu mi risponde al telefono, direttamente dalla sua casa di Sanluri, dove vive da qualche anno. Una passione per il disegno scritta nei geni, nasce per ultimo in una famiglia dove tutti i fratelli hanno una vena artistica ben sviluppata. Prima dell’intervista telefonica mi tuffo dentro il suo mondo multisfaccettato, dove i forti colori mi afferrano per la mano e mi trascinano in una galleria popolata dalle opere più svariate ed eclettiche.
Scorrendo i suoi lavori comprendo subito che Angiargiu non si può incasellare o catalogare in una precisa corrente, non è un artista monocorde, può passare dalle tele di Arte Sacra ai murales con scene di vita quotidiana sarda, dai trompe-l’oeil (genere pittorico che illude l’osservatore di stare guardando un oggetto reale e tridimensionale, in realtà dipinto su una superficie bidimensionale) ai dipinti d’ispirazione surrealista, che riportano alla mente grandi nomi come Dalì e Magritte.
Sfugge e si mischia dentro queste opere a tratti oniriche, surreali, libere, ironiche, pare che lui non voglia fare troppo rumore, sono le sue opere che devono parlare. Poco dopo lui stesso ammette: «Sono molto schivo, mi piace vivere nascostamente. Non sono abituato a raccontarmi».
Nasce a Sanluri, avrebbe voluto frequentare qualche scuola d’arte, ma è spinto dal padre a iscriversi al Liceo classico vicino casa, non trovandolo per nulla nelle sue corde. Dopo varie sofferenze, dentro un vestito che non era il suo, decide di abbandonare la scuola e di partire in Germania il giorno del suo diciottesimo compleanno. Artista autodidatta, nel 1982 si trasferisce in Ogliastra, terra che ama intensamente per le sue bellezze naturali, dove lascia il segno con numerose opere. Ricorda ancora i primi lavori effettuati a Lanusei nel Tempio di Don Bosco e commissionati da don Mameli, dove dipinge su compensato personaggi del mondo salesiano, la bellissima libreria dipinta sul muro del palazzo dell’avvocato Demurtas, il reparto nascite dell’Ospedale di Lanusei o l’interno del cinema Garibaldi di Tortolì dove simulò una sorta di spazio esterno, una piazza, nei muri che circondano la sala. Ci sono tante opere a cui è fortemente legato, come le due tele a olio per la parrocchia di Cardedu, vari murales a Loceri e Talana o lavori per privati.
Ha iniziato a esporre dai primi anni ’80 in Italia, in Europa, fino ad arrivare a New York. «Vivere d’arte oggi è veramente difficile, ci sono dei mesi più difficili di altri, poi arrivano periodi dove le cose vanno meglio…», è molto poetico vivere solo di arte – osservo – ma subito mi riporta coi piedi per terra: «È da pazzi! Ho trasformato la mia passione in un lavoro, ma di questi tempi è complicato. Non posso permettermi di fare solo ciò che mi piace, mi devo adeguare alle richieste che arrivano», mi confessa. Mi sembra di percepire nella sua voce un leggero sconforto, di chi ha dentro un forte bisogno di esprimersi con libertà, ma che spesso è ingabbiato dalla necessità di eseguire in maniera meccanica le richieste. L’arte comunque resta il suo ossigeno: «Non riesco a immaginare la mia vita senza, è troppo importante, è un pensiero fisso, qualsiasi cosa è collegata alla proiezione sulla tela, un film in tv, la musica…».
Per Angiargiu l’arte deve far pensare, non deve essere una forma di espressione fine a se stessa, deve incuriosire. Ciascuno di noi di fronte all’opera deve vivere l’emozione in maniera personale, laddove arriva. «Non è detto che si riesca a suscitare un’emozione, ognuno deve poterci trovare dentro quello che vuole. Spiegare una tela, un dipinto, non penso sia necessario e lo ritengo poco interessante. Ciò che importa di più non è quello che mi ha portato a dipingere o l’idea che volevo trasmettere, ma quello che ci leggi tu».
Dipinge insieme alla sua compagna tedesca Gabi Shunzel: «È bellissimo respirare tutti giorni e insieme la voglia di creare. È qualcosa che ci appassiona e ci accomuna». Mauro e Gabi si propongono con esposizioni e mostre, hanno due stili molto diversi, ma riescono comunque a esprimere con garbo le loro diverse interpretazioni, come nella bella mostra dedicata a Klimt.
Gli chiedo quali sono le correnti a cui è più affezionato: «A me piace tutta l’arte, ogni forma d’arte è un’espressione di qualcosa sempre originale, incuriosisce e appassiona. La mia corrente preferita, che si avvicina a quanto posso sentire dentro e al mio modo di dipingere, è il Surrealismo».
Ancora abbagliata dall’intensità dei suoi colori, chiudo la telefonata convinta che la missione segreta di Mauro sia quella di dichiarare guerra alla ragione e alla razionalità, proiettando il bisogno di una realtà – altra, un po’con gli occhi di un bambino.