In breve:

Volti e persone

Malato

L’attenzione al malato: una questione di civiltà

a cura di Filippo Corrias.
Eutanasia, suicidio assistito e libertà della persona. Nella complessità drammatica di simili temi, riscopriamo il punto centrale sul quale riflettere: l’attenzione al malato, alla sua sofferenza e alla sua dignità

Si sente parlare sempre più spesso di eutanasia e suicidio assistito. È come dire la stessa cosa? Cosa si intende con questi termini?

Benché entrambi i metodi siano finalizzati al raggiungimento dello stesso obiettivo, almeno nelle intenzioni dichiarate dai sostenitori, ossia quello della eliminazione della sofferenza dell’individuo malato, sono due realtà distinte.
L’eutanasia è un’azione o un’omissione, (compiuta ad esempio da un medico), che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte a un paziente allo scopo di eliminare ogni dolore. La scelta dell’eutanasia diventa più grave quando si configura come un omicidio che gli altri praticano su una persona che non l’ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato a essa alcun consenso.
Nel caso del “suicidio medicalmente assistito”, invece, il soggetto non solo ha richiesto o ha acconsentito a tale pratica, ma collabora attivamente lui stesso a procurarsi la morte con l’assunzione del farmaco letale. In pochi minuti il paziente entra in coma profondo, il farmaco paralizza la respirazione e la morte sopraggiunge nel giro di mezz’ora.

La Corte Costituzionale ritiene non punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Cosa cambia dopo questo pronunciamento?

È vero che la formula “non punibile” non significa riconoscere l’aiuto al suicidio come un diritto, ma di fatto lo si rende “lecito”, almeno nella opinione della gente. Sarebbe più corretto dire che con tale pronunciamento si rende “legale” l’aiuto al suicidio, seppure a determinate condizioni: ma non tutto ciò che è legale è perciò stesso anche moralmente lecito.
Benché sia stato detto che tale decisione aveva lo scopo di stimolare il dibattito politico in Parlamento per giungere a legiferare in materia, di fatto proprio tale pronunciamento non potrà che condizionare in una direzione ben definita sia l’operato dei giudici, sia quello del Parlamento stesso. Di fatto siamo davanti a una depenalizzazione del reato di induzione o di aiuto al suicidio, secondo quanto previsto dall’art. 580 del Codice Penale, e per il quale è prevista la reclusione.

Quali sarebbero gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia?

Affermare che un comportamento sia “legale” è cosa diversa dal poterlo definire “lecito”. Basterebbe ricordare, in proposito, quanto profeticamente ha scritto San Giovanni Paolo II nell’enciclica “Evangelium vitae”: «uno Stato che legittimasse tale richiesta e ne autorizzasse la realizzazione, si troverebbe a legalizzare un caso di suicidio-omicidio… e tali legalizzazioni sono del tutto prive di autentica validità giuridica (cfr. E.V. 72). Simili legalizzazioni cessano di essere una vera legge civile, moralmente obbligante per la coscienza, sollevando piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi a esse mediante l’obiezione di coscienza» (cfr. E.V. 73).
Qualora il Parlamento dovesse seguire questa linea di pensiero (come lasciano intendere alcuni disegni di legge già depositati), l’Italia non tarderebbe a divenire come quei Paesi che hanno legalizzato da anni il suicidio assistito o l’eutanasia, nei quali – come nei Paesi Bassi – si sopprimono anche i bambini con patologie gravi e non, le persone affette da demenza o da altre patologie psichiatriche e dove le richieste di eutanasia aumentano in modo esponenziale. Chi potrà arginare una deriva intellettuale che un domani potrebbe lasciar passare l’idea che persino una grave frustrazione o delusione nel lavoro o in ambito sentimentale possano essere un valido, giustificato, e persino etico motivo per “procurarsi la morte”?

Il Papa recentemente, parlando a un gruppo di medici, ha affermato: «Si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia». Viene a mancare la libertà della persona umana?

Mi pare che oggi si ceda con maggiore frequenza al rischio di estremizzare il “principio di autonomia” o di rispetto della persona, che pure è un’importante conquista nel settore della assistenza medica. Ma non può essere ridotto a una acritica accettazione da parte del medico delle scelte del paziente, qualunque esse siano. La decisione del paziente può essere accolta se accompagnata da alcune condizioni: che sia libera; informata; presa con capacità di intenderla e volerla; non lesiva dell’interesse di terzi; rispettosa della dignità professionale e morale del medico; non autolesiva.
Il card. Bassetti ha ricordato che la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi che la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Ma come si potrà valutare il grado di libertà di un paziente in condizione di abbandono terapeutico? Se domina la “cultura dello scarto” e se la società diventa sempre più una casa abitabile solo da “forti”, da “efficienti”? Si preferisce percorrere la strada più sbrigativa di fronte a scelte che non sono espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati a morire, quando ci si sente soli e in preda all’angoscia e alla sofferenza.
In realtà sarebbe da potenziare tutto il campo che riguarda le cure palliative, che a distanza di quasi 10 anni sono ancora poco conosciute dalla popolazione e non adeguatamente assicurate dal Servizio sanitario, come previsto dalla Legge 38.
La verità è che curare costa… e non solo economicamente! Ma per non rischiare di partecipare al tragico gioco del “chi vogliamo eliminare per primo”, è questa la cura che bisogna promuovere e garantire. Una cura farmacologica, psicologica, affettiva, spirituale, perché fondata sul vero diritto a non soffrire e a essere accompagnati con dignità nell’ultimo tratto della vita. Non è solo una questione “religiosa”. È anche una questione di civiltà. Perché il grado di civiltà di un Paese si misura da come si rapporta allo stadio della fragilità umana, soprattutto nel momento dell’inizio e in quello che volge verso la fine dell’esistenza, quando appunto la fragilità si fa più evidente.

Scheda biografica
Don Paolo Sanna, sacerdote del clero dell’arcidiocesi di Cagliari, docente di Bioetica presso la Facoltà Teologica della Sardegna di Cagliari

FREDIANO MURA

Ambizioni da Oscar

di Claudia Carta.
L’Asinara lo ha incoronato fra i migliori giovani agricoltori innovatori della Sardegna. Ha vinto l’Oscar green, il premio ideato da Coldiretti Giovani Impresa, nella categoria Impresa4.terra. La sua azienda si chiama “Fragus e Saboris de Sardigna”; lui è Frediano Mura, ha 29 anni, è di Sadali è una filosofia di vita straordinaria.

«Da ragazzino, sognavo il cinema. Adesso, l’oscar è “verde” e l’ho vinto in agricoltura!». Basterebbe questo a comprendere la tempra del giovane imprenditore di Sadali, salito sull’Olimpo dei 200 migliori agricoltori, vincendo il prestigioso riconoscimento targato Coldiretti.
Un filosofo prestato all’agricoltura, vista la sua laurea umanistica. Ma l’idea di impresa ha avuto la meglio: «Per me Fragus e Saboris de Sardigna – spiega – prima di essere un’azienda agricola è uno stile di vita. Ai tempi dell’asilo, con i miei amici allestivamo delle bancarelle rudimentali presso la piccola stazione ferroviaria del paese. Obbiettivo: guadagnarsi qualche moneta e divertirsi con i turisti. Semplicemente un gioco. Oggi, ripensando a quei momenti, capisco che giocando, un bambino rivela tante cose di sé. Ai tempi, l’articolo più gettonato era un mix di erbe aromatiche racchiuse nei classici centrini porta confetti, trafugati dalle bomboniere conservate dalle nostre mamme!».
Il tempo passa. L’amore per la natura, la Sardegna e le sue risorse, no. Quando il gioco si trasforma in passione lavorativa ed emozione costante: «Oggi sono molte le erbe endemiche che Fragus e Saboris de Sardigna propone al suo pubblico – racconta Frediano –: ci sono gli oli essenziali e gli idrolati, ottenuti mediante estrazione in corrente di vapore. E poi oleoliti, unguenti, saponi, liquori, coloranti naturali, spezie secche e fresche, ecc. Tutti i prodotti sono realizzati con un unico scopo: diffondere la cultura del benessere, sempre più ricca di risposte concrete ed efficaci per la salute dell’uomo contemporaneo». Con una fondamentale precisazione: «Non si tratta solo di vendere un prodotto, ma di veicolare il progetto che ci sta dietro. Di fronte alla globalizzazione dei mercati e alle multinazionali, le nostre produzioni non possono certo competere. Tuttavia, quando si parla di qualità, ancora possiamo dire la nostra. Con orgoglio. La totale assenza di inquinamento atmosferico e acquifero, la presenza costante di forti venti dominanti e la straordinaria diversità botanica dell’isola, con oltre 2300 specie censite, di cui circa 200 endemiche, hanno permesso alla nostra azienda di realizzare oli essenziali bio-ecologici da questo ecosistema unico al mondo. Sostenere l’economia locale, le produzioni di qualità, valorizzare i nostri territori e le nostre risorse umane, anche attraverso l’inclusione sociale. Promuovere la cultura eco-friendly e l’economia circolare. Veicolare attraverso i prodotti, i luoghi dove questi vengono realizzati. In due parole: fare territorio».
Dietro quel “green”, insomma, non c’è solo il “verde” della giovane età e della speranza nel futuro, ma soprattutto una visione a lungo termine che trova nella valorizzazione e nella tutela dell’ambiente, nei prodotti a chilometro zero, nella filiera genuina e autentica dal produttore al consumatore, quella qualità eccellente che è il valore aggiunto di un’azienda come quella sadalese: «Queste sono le tematiche che mi stanno particolarmente a cuore – sottolinea Mura –: ne parlo durante gli eventi, con i clienti, o agli ospiti nel nostro B&B, dove a colazione serviamo frutti antichi, o ancora durante le attività didattiche che svolgiamo in azienda o nel nostro Museo sensoriale delle piante officinali. A breve, oltre a essere fattoria didattica, verremo accreditati anche come fattoria sociale. Questo mi fa sperare in future collaborazioni con Comuni, Asl, Istituti penitenzieri, ecc. Il tutto, all’insegna dell’inclusione sociale e della realizzazione di veri e propri prodotti sociali».
Come dire, dalla terra all’uomo. Con l’uomo che ritorna alla terra, che ama la terra. E la terra, se amata, risponde: «Le fattorie del futuro saranno sempre più centri di propagazione di idee, valori e obbiettivi eco-logici», sono le parole del premio Oscar Green. E aggiunge: «Negli anni, quasi tutti i prodotti sono entrati in regime di controllo biologico certificato e la gamma di prodotti Made in Sardinia si è notevolmente allargata. Anche il mondo della gastronomia si sta facendo sempre più spazio, diversificando il nostro mercato aziendale. A oggi, sono già diversi i contatti che abbiamo instaurato con ristoranti, chef e protagonisti dell’alta cucina, per l’utilizzo degli estratti nella creazione di piatti gourmet e nuovi paradigmi sensoriali. Oltre agli oli essenziali e idrolati, la nostra azienda produce molti altri prodotti, alcuni dei quali sono i liquori, completamente nuovi ai mercati nazionali ed esteri, ricavati da alcune erbe di montagna e dei quali siamo gli unici produttori».
E proprio scommettendo sull’unicità e sulla particolarità che Fragus e Saboris ha vinto la sfida ardua, arrivando a vincere il premio Coldiretti nella finale nazionale. Due i prodotti presentati: «Il primo gin elettrico al mondo, capace di dare scariche elettriche al palato di chi lo assaggia, regalando un’esperienza sensoriale unica nel suo genere. Ancora, il nostro smalto resinoso, interamente naturale e biologico, ricavato dalla lavorazione ad alte temperature degli scarti di lavorazione delle piante aromatiche officinali. Quest’ultimo, capace di vetrificare a freddo la ceramica, senza bisogno di cottura».
Il filosofo di Sadali non si ferma più. Giovane, poliedrico, brillante. Ambizione da vendere e tanti progetti ancora da realizzare: «In passato, ho studiato per diversi anni recitazione, sognando Hollywood. Decisi di cambiare strada. Mettere radici sane per me era importante. Chi l’avrebbe mai detto che l’Oscar, mi sarebbe stato dato per l’innovazione in agricoltura! Ora, più che mai, non posso che esserne estremamente orgoglioso. Tra i miei sogni a breve termine, c’è quello di riuscire ad acquistare un piccolo impianto di biomassa, capace di produrre vapore ed energia attraverso l’impiego degli scarti di lavorazione. Fare dell’estrazione degli oli essenziali, un processo totalmente virtuoso, a impatto zero, permettendo di ridurre i costi di estrazione, aumentare le produzioni, imporsi nei mercati nazionali ed esteri con prezzi competitivi e veicolare la qualità straordinaria dei prodotti Made in Sardinia».
Le nomination per tante altre “statuette”, Frediano se le merita tutte.

Maria Depau Ulassai

Luce antica

di Bruno Mulas.
Percorrendo le strade del paese, sino a non più di cinquant’anni fa, ci si imbatteva in straordinari personaggi che, senza insegne e senza vetrine, portavano avanti singolari attività, oggi solo nei ricordi di chi ha vissuto quei tempi.
Tanto per citarne una delle più emblematiche, se le tue scarpe tendevano a sbadigliare o lasciavano filtrare l’acqua delle prime piogge potevi ricorrere al calzolaio, a due passi da casa. Ancora sconosciuto il regime dell’usa e getta, perché le scarpe quelle erano e quegli anni dovevano durare.
Un’attività ormai rimossa dall’immaginario collettivo, in bilico tra arte e mestiere, era quella del fabbricante di candele.
Nel passare in via San Sebastiano, a Ulassai, vieni attratto da una vetrina che fa intravedere una locandina, magari con su scritto Oggi Pardulas. Se entri, o soltanto osservi attentamente, ti accorgi di una serie di candele di varia grandezza e variamente istoriate, che fanno bella mostra di sé su una parete del locale.
Ogni qualvolta passo di lì mi tornano alla mente zio Giuseppe e zia Silvia, primi anni Sessanta, quando abitavano nella casa posta in Su Porci. Un profumo intenso di miele caldo che stordiva, la luce fioca del magazzino, il calderone sul fuoco a squagliare la cera d’api e loro, col mestolo, a scolare la cera fusa sugli stoppini appesi a un robusto bastone di corbezzolo.
Maria Depau, 29 anni, un compagno e due figli, è la titolare del Mani in pasta, laboratorio artigianale di pasta fresca ed è nipote d’arte. L’attività ereditata dai nonni materni, Giuseppe e Silvia, l’ha raccolta non per mestiere, ma per passione. Perché, come spiega Maria, non è un mestiere che ti possa dare da vivere. E allora? «Allora lo devo fare, è più forte di me. Non posso abbandonare all’oblio questa storia che ha accompagnato la vita dei miei nonni e, prima ancora, di mio bisnonno Pietro».
Spiega ancora Maria che, nonostante l’impegno gravoso della sua attività artigianale, che svolge nel rispetto della tradizione culinaria ulassese, si ritaglia il tempo per conservare la sapienza di un’attività unica, destinata altrimenti a scomparire. Ha chiesto con forza, prima a sua nonna e poi a sua madre, di entrare nel ristretto cerchio dei detentori delle tecniche di lavorazione di questo prodotto. Con la curiosità, la pazienza e quella passione che non la lascia in pace, si impadronisce del mestiere e adesso sa, ne può parlare e spiegare di cosa si tratta.
Il prodotto finito della candela o del cero è l’ultimo anello di una filiera naturale. Si parte dalle api: suo nonno le allevava, suo padre e il compagno le allevano. Le api producono il miele, ma anche un sottoprodotto utile all’attività, la cera.
Tradizione familiare vuole che il miele venga utilizzato, in gran parte, per produrre il torrone, quello giallo ambrato e profumato, non quello commerciale, bianco candido che sa di zucchero. Poi la cera, ripulita dalle scorie, viene fusa in un calderone e con la pazienza e la tecnica, affinata in oltre un secolo di attività, vengono alla luce le candele, i ceri e altri prodotti particolari che vengono, di volta in volta, commissionati. Ma chi commissiona questi prodotti? «Quasi esclusivamente i fedeli che si accingono a celebrare le funzioni ricorrenti nella vita di un cristiano cattolico – spiega la giovane artigiana ulassese – nello specifico il battesimo e il matrimonio. Fino a qualche tempo fa anche in occasione delle funzioni funebri. C’è chi li utilizza più semplicemente come ex voto. Attualmente le comunità di Ulassai e Perdasdefogu sono quelle più legate a queste pratiche. Ultimamente, forse per la mia abitudine di esporle nel laboratorio artigianale, vengono richieste anche da qualche turista per arredo o collezione».
Una passione che restituisce a Maria valori e gratificazioni profonde: «Ritrovo principalmente il senso dell’appartenenza, il senso della famiglia. Mi spiego. Mi fa sentire parte di una scuola di vita dedicata alle cose genuine, lavorate con sudore e dignità, rispettando i cicli naturali, senza forzature.
C’è poi il godere dei legami di discendenza da persone che, anche in tempi bui, hanno tenuto viva questa passione per poi consegnarla a me. Ancora, il sentirmi responsabile di un lascito spirituale importante: trasmettere alle generazioni future i ritmi lenti del lavoro artigianale e l’amore per le cose semplici, fatte a mano, così come mi è stato insegnato. Infine, la soddisfazione di fare qualcosa che mi piace e che appaga l’esigenza di creare con le mie mani».
Maria dissimula, ma è emozionata, perfettamente capace di trasmettere a chi la ascolta e la osserva lavorare, la sincera passione che la guida, descrivendo nei particolari i passaggi della lavorazione. Mi informa, ad esempio, del fatto che le candele venivano arricchite con una sottilissima fettuccia di carta dorata, “s’indoru”, non più reperibile in commercio. Maria oggi interviene su ogni pezzo, eseguendo un delicato disegno con lo smalto. Ne ho visti di bellissimi.
Forse vorrebbe dirmi di quante volte ha accompagnato sua nonna e sua madre alle feste paesane per la vendita dei ceri e delle candele e dell’atmosfera che si respirava. Di quando, alla prima assenza della nonna, all’ingresso di settentrione della Chiesa campestre di Santa Barbara, le persone si commuovevano. O del tributo offerto alla nonna dai foghesini, in Piazza della Longevità, con la sua effigie nell’atto di vendere i ceri in via Roma, in occasione dei festeggiamenti del SS. Salvatore, davanti al portone di casa degli amici Cabitza.
Da questi ricordi emana una luce particolare. Una luce antica che scalda il cuore.

Artiste Deiana

Legàmi di sangue e di arte

di Fabiana Carta.
Due temperamenti diversi ma un’unica passione: dipingere. Raffaela e Angela Deiana, nate ad Arzana a un anno e mezzo di distanza, sono due sorelle profondamente unite dall’amore per l’arte. Come su un treno a unico binario, da sempre viaggiano insieme dentro questo mondo fatto di tecniche, colori e scoperte, condividendo ogni esperienza: mostre collettive, concorsi, estemporanee, murales, lavori privati. «Abbiamo sempre scarabocchiato qua e là, per fortuna abbiamo sempre avuto l’appoggio della nostra famiglia. Nostro padre aveva 91 anni quando ci ha lasciato, ma nonostante l’età mostrava ancora interesse per la nostra passione», mi confessa Angela. Raffaela ricorda di essere stata una bambina a cui piaceva tanto disegnare, ma non avrebbe mai pensato che da grande si sarebbe dedicata all’arte, il coinvolgimento si è sviluppato col tempo. Entrambe decidono di frequentare l’Istituto d’Arte di Lanusei, con qualche prima delusione, come mi racconta Angela: «Questa scuola ha lasciato un po’ insoddisfatte le nostre aspettative: mi aspettavo delle basi in più di disegno, per esempio. E infatti ho abbandonato prima di terminarla». Mentre Raffaela prosegue i suoi studi all’Accademia di Belle Arti di Sassari, diventando poi docente di Educazione Artistica, Angela continua a dipingere per conto suo, a cercare di migliorarsi, con periodi lunghissimi di pausa. Una spiccata sensibilità muove le corde della loro produzione artistica, le muove o le ferma, il gioco è così. «Le delusioni sul percorso sono state tante. A volte ti contattano dei galleristi che poi si rivelano interessati solo ai soldi, oppure capita di partecipare a delle estemporanee o concorsi in cui ciò che conta è solo emergere, con tutti i mezzi possibili» – come tagli sulla tela, le ferite restano e influenzano l’attività artistica fino a bloccarla –. Mi rendo conto che avremmo dovuto usare questa delusioni come stimolo… ma avendo un carattere molto sensibile ci facciamo i conti. Dall’ultima grande delusione di qualche anno fa non abbiamo più prodotto niente, a parte piccole cose, ma da quest’anno ci siamo incoraggiate a vicenda e abbiamo nuovi obiettivi».
Un anno di sperimentazioni e nuovi incontri che hanno riacceso la fiammella. Il corso frequentato con il pittore Salvatore Sanneris, il quale ha collaborato, fra gli altri, con Pinuccio Sciola, ha ridato anima all’ispirazione delle due sorelle. Angela me ne parla con grande trasporto: «Per me Salvatore può essere definito artista per eccellenza, riusciva a vedere mille colori dove noi potevamo vederne solo uno. Mi colpisce la luce, il modo in cui ne parla. Mi avevano raccontato di un suo lavoro, ricordo ancora l’emozione che mi aveva trasmesso. Forse più di un Caravaggio». Alla mia faccia stupita risponde così: «Sì, perché l’artista ce l’avevo davanti, e poi ero ferma da tanto tempo e vedere quel lavoro ha smosso in me qualcosa».
Sono tante le persone che hanno contribuito alla loro crescita personale e artistica, in particolare il pittore fiorentino Mario Ramazzotti, il pittore ogliastrino Mario Virdis e l’incontro con l’insegnante e critica d’arte Domenica Sanciuma, ma non è da tralasciare il grande sostegno della famiglia e di un gruppo di amici con i quali condividono nuove idee e sperimentano nuove tecniche.
I temperamenti così diversi di Angela e Raffaela si riflettono anche nei loro lavori: la prima predilige i paesaggi, la natura incontaminata e armoniosa, la delicatezza e la trasparenza dell’acquerello, che ricordano a tratti l’arte romantica; la seconda ha chiaramente dei richiami ai movimenti artistici d’avanguardia, come il surrealismo. Ho la fortuna di vedere qualche opera, sia dal vivo che rappresentata in due manuali, e le sensazioni sono contrastanti. Se da una parte c’è la tranquillità di un paesaggio, l’istante, il momento di una giornata impresso con pennellate leggere, dall’altra ci sono accostamenti arditi di oggetti, c’è la vertigine, l’incomprensione, la provocazione, l’oppressione. Sensazioni certamente volute, studiate, ricercate da Raffaela. “Il primo merito di un dipinto è essere una festa per gli occhi”, diceva Delacroix, in pieno clima romantico ottocentesco, mentre un secolo dopo René Magritte sosteneva che “il primo merito di un dipinto è suscitare un dubbio”. E allora, se Magritte è l’artista preferito di Raffaela, vorrà pur dire qualcosa?
Si parla di definizione di arte e di artisti, sempre molto soggettive: «Artista è colui che crea con passione, perché ci arriva con un ragionamento, con sensibilità»; si parla di interpretazioni, di opere come pezzi di vita: «Quando vendo un lavoro poi sento il vuoto, un pezzo di me che va via».
Mi parlano delle loro due figlie: quella di Raffaela ha tre anni; mentre quella di Angela otto; si inteneriscono. Piccole artiste in erba, a cui tentano di trasmettere tutta la loro passione, principalmente il disegno con l’acquerello: «Perché non sporca! – mi dicono ridendo –. Sono molto incuriosite, mia figlia ormai vuole usare i miei colori. Dai tempi della scuola materna avevo già notato che disegnava in modo diverso rispetto agli altri bambini, usava gli strumenti con garbo e dai gesti imitava me», racconta Angela.
Chissà, in futuro una collettiva con le loro bambine sarebbe un bel sogno.

[Ph by Pietro Basoccu]

Lussorio Daniele Caredda

Il restauratore di tesori

di Claudia Carta.
«L’arte è un concetto troppo grande per poterlo ridurre a specifici settori». Determinato, consapevole delle sue capacità, critico e realista, Lussorio Daniele Caredda è uno che sa il fatto suo, che non smette di studiare e formarsi e neppure di sognare.

Dategli un pennello e vi restaurerà il mondo. Ma se gli portate un pianoforte e potrà suonarlo, sarà felice. Lussorio Daniele Caredda è un professionista poliedrico e ne va fiero: «Si, me lo hanno sempre riconosciuto e col passare degli anni lo sono diventato ancora di più. Mi piace studiare, documentarmi, imparare in continuazione senza fossilizzarmi. Purtroppo il tempo a disposizione è pochissimo, ma continuo a dipingere, a suonare il pianoforte e a coltivare tante altre passioni che non sempre oggi giorno tutti trovano interessanti. Non sono tanti i giovani che si appassionano di storia, di arte, di antichità: m ritrovo, infatti, ad avere colleghi e amici molto più grandi di me».
Il ragazzo, classe 1982, lotzoraese doc, ha le idee chiare: «Credo che un artista debba saper fare tutto. Musica, antiquariato, pittura, scultura sono come parole all’interno di una frase: se ne mancasse una, il discorso non sarebbe mai completo e tantomeno comprensibile».
Dall’Artistico di Lanusei, “classe Ceramica”, alle più famose botteghe di Firenze. Di mezzo c’è il mare, ma l’ambizione lo spinge verso mete e traguardi di autentica bellezza, mentre le sue dita non smettono di danzare sul pianoforte. Così, dopo la maturità si trasferisce nella culla del Rinascimento: accademia di belle arti, indirizzo più completo, decorazione, dove studia anche restauro e contemporaneamente lavora già come antiquario e restauratore. Si laurea con il massimo dei voti in una tesi impegnativa che tesse insieme i differenti indirizzi artistici: il risultato è una straordinaria sfilata di moda e costume per lo spettacolo.
Il lavoro arriva immediatamente: prima Roma, come antiquario, poi “uno dei più grandi cantieri d’Europa”, «così viene definita L’Aquila dopo il terremoto – mi spiega Daniele – dove lavorano ditte edili molto esperte e qualificate, operai e professionisti del restauro, dell’ingegneria e dell’architettura continuamente aggiornati e con bagagli esperienziali importanti». È qui che, tramite una selezione di restauratori esperti, viene contattato e lavorerà per sette anni, mettendo mano a un patrimonio storico-artistico dal valore inestimabile: «Ho arricchito le mie conoscenze e affinato le mie capacità applicando al restauro i sistemi antisismici, eseguendo lavori complessi nel settore architettonico, ricostruendo volte, facciate, apparati architettonici decorativi molto imponenti. Tra l’altro, ho potuto arricchire e perfezionare le mie competenze di restauratore in tutti i settori: ligneo-lapideo-pittorico. La mia passione per la musica mi ha agevolato anche nei lavori di restauro degli antichi pianoforti, settore, questo, assai raro e singolare».
Il seguito è un susseguirsi di contatti e di esperienze lavorative da brividi: dai restauri berniniani del colonnato di Piazza San Pietro in Vaticano, a quelli del Museo Nazionale romano; dall’intero chiostro Ludovisi alle terme di Diocleziano e alle statue di Marte e Venere, Caracalla giovane, e Antino, oltre ad alcune epigrafi del terzo secolo d.C., passando per il complesso archeologico del Palatino, il Quirinale, San Crisogono in Trastevere e l’elenco potrebbe continuare.
Lussorio non si ferma mai e trova anche il tempo di tornare a Firenze, dalla Città eterna, e prendere la seconda laurea, con Lode, in Progettazione museale: la tesi – dedicata alla professoressa di progettazione dell’istituto d’arte di Lanusei, Lucia Di Lorenzo, scomparsa nel 2016 – sarà un progetto, successivamente realizzato, di riallestimento del museo fiorentino di preistoria.
Formazione ed esperienza al primo posto, dunque, sapendo che un bravo restauratore deve sapientemente miscelare le competenze in ambito chimico con quelle in campo storico-artistico: «Un restauratore non può mai smettere di studiare. Il restauro è anche saper applicare conoscenze chimiche e regole che ci permettono di comprendere, scoprire, recuperare e prolungare l’esistenza di un intero patrimonio storico artistico. È altrettanto importante conoscere la storia senza la quale non sarebbe possibile eseguire restauri perfetti: il rischio di creare falsi storici, di alterare l’autenticità dell’opera o addirittura di non comprenderla, creando così un danno, sarebbe altissimo».
Insomma, sarebbe bello vederlo all’opera in Terra Sarda. La risposta è al vetriolo: «Lavorare in Sardegna? Mai riuscito! Nessuno mi ha mai dato ascolto o preso in considerazione. Abbiamo un patrimonio storico-artistico in stato di abbandono e di forte degrado sul quale non si investe: vedo distruzione e tanta incuria, vedo centri storici demoliti, case antichissime buttate giù e ricostruite completamente diverse, orrori di cui purtroppo la Sardegna è piena. A volte penso che cercare di portare la cultura del restauro e della rivalorizzazione del patrimonio storico artistico in Ogliastra sia una lotta contro i mulini a vento».
Il sogno resta, comunque, ed è legato in particolare e alla sua Lotzorai: «Fin da quando ero bambino, e non mi sono mai arreso, ho sempre sognato di riportare agli antichi splendori la bellissima chiesa di Sant’Elena, a Lotzorai, oggi in stato di totale abbandono. Ho fatto di tutto per salvare quell’opera magnifica di cui purtroppo non è stata ancora compresa l’importanza: ho coinvolto le istituzioni, ho organizzato un campo scuola di educazione al restauro, ho eseguito – e sto eseguendo con il grande aiuto di un mio caro collega storico – degli studi che confermano il ruolo peculiare che rivestiva Sant’Elena in Ogliastra. Eppure…».
Tenacia, determinazione, forza d’animo, tuttavia, non si affievoliscono nel giovane professionista ogliastrino. Lo sguardo è rivolto lontano, con la voglia di trasmettere quel fuoco e quell’ardore che lo caratterizzano: «Il mio futuro? Posso dire come lo sogno: come un insegnate – tra l’altro iscritto alle graduatorie di supplenza da ben nove anni, con due lauree magistrali e quindici anni di esperienza in settori importantissimi, ma in Sardegna, stranamente, non sono mai stato chiamato! – capace di trasmettere con passione, competenza ed esperienza, degli insegnamenti nobili che non devono andare perduti; come un restauratore che cura e restituisce dignità e valore a un tesoro che troppo spesso non consideriamo o non vediamo; portando avanti il mio percorso artistico e, chi lo sa, riuscendo finalmente a lavorare in questa mia terra straordinaria».

Raimondo Secci

Raimondo Secci. Ogliastra, culla della storia

di Fabiana Carta.

Siti chiave, collocabili nel novero di quelli più importanti della Sardegna e dell’intero Mediterraneo, rendono l’Ogliastra una terra straordinaria per lo studio, la ricerca e le scoperte archeologiche. Ma tanto resta ancora da fare.

Qual è lo stato attuale delle ricerche archeologiche in Ogliastra?
Negli ultimi decenni le ricerche archeologiche nel territorio ogliastrino hanno fatto enormi passi avanti: i complessi di S’Arcu de is Forros e Sa Carcaredda a Villagrande Strisaili, oppure a quelli di Gennacili-Seleni a Lanusei, S’Ortali de su Monti a Tortolì e Scerì a Ilbono, hanno restituito dati di eccezionale interesse non soltanto riguardo alle dinamiche insediative, all’economia e all’organizzazione sociale delle popolazioni ogliastrine in epoca neolitica e nella successiva età nuragica, ma anche per la conoscenza delle loro connessioni mediterranee, rivelandoci un’Ogliastra perfettamente inserita in una fitta rete di contatti culturali con la Penisola italica, il Nord Africa e il Mediterraneo orientale. Moltissimo rimane ancora da scoprire; ma bisogna fare i conti, oltre che con risorse finanziarie sempre limitate, anche con l’eccezionale densità di testimonianze archeologiche presenti nel territorio. Questo può falsare la percezione del problema, generando un’impressione di immobilismo e di disinteresse da parte delle istituzioni: in realtà, se si tiene conto degli altissimi costi delle campagne di scavo, si può facilmente intuire come sia di fatto impossibile scavare tutto in poco tempo. Non rimane che sfruttare al massimo le possibilità offerte dalle nuove tecnologie e da discipline collaterali come l’archeobotanica, l’archeozoologia, l’archeometria, l’antropologia fisica, gli studi sul DNA etc. L’impossibilità di riportare alla luce tutti i monumenti, poi, non è in assoluto un male: poiché lo scavo rappresenta sempre un’operazione distruttiva e irreversibile (può essere infatti paragonata alla distruzione di un archivio), è evidente che ciò che non viene scavato oggi resterà, in futuro, a disposizione di archeologi sempre più “attrezzati” dal punto di vista metodologico, e pertanto in grado di evitare le perdite di informazioni purtroppo inevitabili con le tecniche attuali.

Si possono individuare delle peculiarità che contraddistinguono la nostra zona?
Le manifestazioni culturali preistoriche e protostoriche in Ogliastra mostrano numerosi elementi di differenziazione rispetto ad altre regioni della Sardegna. Un esempio significativo è costituito dalle domus de janas, che qui non raggiungono mai la complessità architettonica e decorativa di quelle del Sassarese o del Sulcis. Per quanto riguarda l’età nuragica, altre peculiarità si evidenziano nella tipologia dei nuraghi e delle tombe dei giganti, mentre in relazione alla fase punica e romana si può sottolineare la mancanza di grandi centri urbani costieri, paragonabili a quelli di Cagliari o Tharros. È lecito ritenere che queste differenze siano almeno in parte dovute alla particolare conformazione geomorfologica del territorio, prevalentemente montuoso e privo di grandi pianure coltivabili.

Ci sono state, nel corso degli anni, delle scoperte significative?
Sicuramente sì. Come ho già accennato, alcune scoperte avvenute di recente assumono un’importanza eccezionale non solo per l’Ogliastra, ma per l’intero bacino del Mediterraneo. In questo senso si segnalano soprattutto le ricerche effettuate nel sito di S’Arcu de Is Forros, attualmente considerato come uno dei più importanti centri di lavorazione metallurgica di tutta la Sardegna tra le fasi finali dell’Età del Bronzo e quelle iniziali del Ferro (XII-VIII sec. a.C.). Qui, oltre alla scoperta – già di per sé importantissima – di alcuni templi a megaron (un particolare tipo di edifici religiosi dedicati al culto delle acque) e di numerosi bronzetti figurati, è avvenuto il ritrovamento di manufatti che documentano l’esistenza di rapporti molto stretti con l’area egeo-levantina, con l’Etruria villanoviana e forse anche con la Penisola Iberica. Uno di questi ritrovamenti è quello relativo a un’anfora da trasporto proveniente dalla regione siro-palestinese, caratterizzata da un’iscrizione in caratteri fenici databile intorno al IX sec. a.C. La sua importanza consiste non soltanto nel fatto che si tratta della più antica testimonianza dell’uso della scrittura finora rinvenuta in Ogliastra e di una delle più antiche in tutto il Mediterraneo occidentale, ma anche nel suo valore documentario riguardo all’inserimento della costa ogliastrina nelle rotte marittime della cosiddetta “via dei metalli”. Il dato appare tanto più interessante alla luce della localizzazione del sito nel cuore del Gennargentu, in prossimità dei giacimenti metalliferi di Corru de Boi. Il complesso dei ritrovamenti – che comprende tra l’altro numerosi frammenti di lingotti di rame del tipo a “pelle di bue” e fornaci per la lavorazione dei metalli – fornisce inoltre informazioni molto importanti per la ricostruzione del tessuto economico e sociale ogliastrino: i dati finora acquisiti, infatti, mostrano l’esistenza di una società autoctona attiva e vitale, che deteneva il controllo dei mezzi di produzione ed era in possesso di conoscenze tecnologiche molto avanzate, tali da consentire alle sue élites di essere riconosciute come partner commerciali privilegiati dalle altre popolazioni mediterranee.

Quali sono le criticità e le emergenze che andrebbero risolte per poter valorizzare al meglio il nostro patrimonio storico-culturale?
Anche in questo campo sono stati fatti notevoli progressi rispetto ad alcuni decenni fa. Già da molti anni, infatti, in diversi comuni ogliastrini operano società e cooperative specializzate nella valorizzazione dei beni archeologici presenti nel territorio. Il loro lavoro è molto prezioso al fine di accrescere la sensibilità verso un patrimonio culturale che viene sempre più inteso e vissuto come elemento identitario collettivo. In generale, dunque, mi sembra che la strada intrapresa sia quella giusta e che tutti i soggetti coinvolti in questo settore stiano operando al meglio delle loro attuali possibilità, contribuendo in tal modo allo sviluppo culturale ed economico dell’Ogliastra.