In breve:

Volti e persone

Ignazio Locci

Profumati di mirto

di Claudia Carta.

Prendi una pianta di mirto. Guardala. Ascoltala. Toccala. Ti regalerà le bacche. Le lascerà cadere nelle tue mani. Saranno il tuo tesoro più caro. Il nettare che ne verrà fuori, sarà delizia e balsamo, frutto sublime che ripagherà ogni fatica. È lo spirito dell’azienda biologica jerzese Mirteto 84

Le piante vanno accarezzate. Ne va accarezzato il frutto.
Filosofia dell’amore? Anche, perché no. Ma principalmente una missione. Quella di chi la campagna la vive, la rispetta, la cura. Perché sa che da questo dare scaturirà un ricevere.
Un amore che porta frutto e lo porta in abbondanza. Profumi e sapori intensi, ma soavi al tempo stesso. Decisi e avvolgenti. Freschi, ghiacciati, per l’estate più calda. Glassati e caramellati per una naturale voglia di dolcezza.
Lo direste voi che stiamo parlando di mirto? Mangio mirto e campo cent’anni. È da sempre il motto dell’azienda biologica jerzese di Ignazio Locci e Sabrina Orrù, Mirteto 84, una giovane coppia che con la terra ha fatto una scommessa: quella di realizzare una produzione che fosse interamente naturale, senza l’impiego di fitofarmaci, diserbanti o additivi chimici.
Attenzione. Mangio mirto. Non, bevo mirto. Via dall’immaginario collettivo, per un momento, l’idea del digestivo da sorseggiare dopo il caffè in un tranquillo pomeriggio ogliastrino. Qui parliamo di prodotti rigorosamente analcolici che tutti, anche i più piccoli, possono gustare con ricette diverse, da inventare e da cambiare, perché non c’è limite alla fantasia e alla creatività sulla tavola.
Lo scenario. Pelau, regno di vigneti da sempre. Località Sa Spadula. Qui un ettaro di terra raccoglie il respiro di 1700 piantine. L’idea nasce nel 2013. Ignazio e Sabrina non si fermano a quello che è solo un pensiero e piantano subito ben 1021 mirti, incoraggiati e supportati anche da Manfredi Cannas: è suo il terreno concesso in affitto ai giovani sposi. Quando zio Manfredi verrà a mancare, all’età di 84 anni, la coppia di imprenditori jerzesi lo omaggia inserendo nel nome della loro azienda un numero che significa dedizione e riconoscenza.
Due anni e, nel 2015, quello che era un progetto diventa realtà ufficiale. Sa Spadula profuma di mirto, non solo di vino. Da allora, ogni giorno reca con sé una storia nuova. E sono le piante a tesserne le trame, fra sole e pioggia, fra maestrale e scirocco. «Le piante sono come i figli – sorridono –: ti fanno disperare ma poi, quando mostrano il frutto del tuo lavoro, tutto passa!». Un lavoro certosino, costante, che richiede sacrificio e fatica. Ma Ignazio, che sa bene cosa significa lavorare la terra, è guidato da tenacia e determinazione. Sa di realizzare qualcosa di importante, di singolare, sa che può concretizzare davvero la sua idea in mille sfumature e che può imprimere sopra la certificazione di genuinità e autenticità.
Artigiano del mirto. Se fosse un marchio, sarebbe: realizzato a mano. E il marchio c’è, eccome. Vero, come le mani che raccolgono le bacche: «Ci si impiega un po’ di più – fa notare – ma il frutto viene preservato, la bacca non subisce danni e stress, non si altera e si conserva bene. La prima fase, quella della raccolta, fatta interamente a mano, è molto bella, salutare e rilassante. Successivamente, in laboratorio, hanno inizio lavorazione e trasformazione».
Anche la preparazione e il confezionamento avvengono sul posto. Cortissima la filiera. Grande l’orgoglio. Sublime il risultato.
La glassa di mirto. Su maistu. «È studiata per osare in cucina – dicono quasi strizzando l’occhio al buongustaio e a chi non resiste alla tentazione di un piatto diverso –.  Non solo si può utilizzare per insaporire la selvaggina ma, anche formaggi, salumi, verdure e condire insalate». Il consiglio? «Ottima con il capriolo».
La composta di mirto, priva di conservanti e coloranti: «Ottima da gustare al mattino sul pane, sulle fette biscottate e, in abbinamento con i formaggi, è ideale anche per guarnire sebadas e farcire crêpes. Il suo retrogusto leggermente tannico la rende molto apprezzata a chi non ama la confettura troppo dolce».
C’è anche lo sciroppo. Nemus. Un nome che a Jerzu, ma ormai ovunque in Italia, è divenuto assai familiare. «È ottimo accompagnato ai dolci secchi, ai dessert e ai dolci al cucchiaio, per via della sua essenza corposa dal sapore intenso e persistente».
E ancora, il miele di mirto, il semifreddo, gli oli essenziali e, perché no, anche il mirto analcolico Nero di Pelau, per chi non vuole comunque negarsi il piacere di un buon digestivo o aperitivo dall’inconfondibile sentore, ma che ben si adatta anche come condimento per piatti a base di carne e pesce.
Il lavoro paga sempre. E la qualità pure. Non tardano ad arrivare nemmeno prestigiosi riconoscimenti, come quello di Sardinia Food Awards, l’Oscar delle eccellenze agroalimentari della Sardegna, conquistato nel 2018 per la categoria “Distillati e liquori”, o la significativa partecipazione a Mirtò, l’esclusiva fiera nella cornice spettacolare di Porto Cervo.
E poi c’è Anna, la piccola di casa, 13 anni, assaggiatrice ufficiale di tutti i prodotti e i preparati. Il suo gusto, la sua opinione, il suo riscontro sono fondamentali per testare quello che sarà il grado di apprezzamento fra i clienti, fra i quali figurano tanti suoi coetanei.
Ma con i ragazzi, l’equipe di Mirteto 84, ha un rapporto davvero speciale: le scolaresche vanno in visita all’azienda, ne seguono le fasi di produzione o di lavorazione, ne percepiscono la filosofia. Scoprono che il suo segreto vitale è nella naturalezza delle fasi, dalla coltivazione al prodotto finito. Imparano quell’amore e quel rispetto per ogni pianta, per ogni bacca, per ogni angolo di terra che solo sentendosi amata, può restituire bontà e salute, in un continuo circolo virtuoso.
Ignazio, Sabrina e Anna hanno iniziato dai campi pieni di sole del Pelau, dal verde di Sa Spadula, dal fiore di una pianta. Ma si sa, per fare tutto ci vuole un fiore. Di mirto.

Renato Muggiri

Renato Muggiri e lo stato persistente di meraviglia

di Augusta Cabras.

Ha iniziato a muovere le dita su un pianoforte quando aveva circa dieci anni. Prima di allora Renato Muggiri si divertiva a suonare lo xilofono e le piccole tastiere messe a disposizione dal padre, grande appassionato di canto polifonico, dimostrando fin da piccolissimo una particolare predisposizione e una grande passione per la musica.
A Villagrande Strisaili Renato vive un’infanzia igienicamente perfetta, per dirla con De Gregori, amato da Muggiri insieme ai grandi cantautori italiani e ai gruppi rock statunitensi come i The Smashing Pumpkins, (per lui una delle maggiori fonti d’ispirazione), e gli Aerosmith.
Dalla quinta elementare segue con curiosità e interesse le lezioni di pianoforte del suo primo maestro, il professor Domenico Pellegrino, fino al tempo dell’adolescenza. E l’adolescenza, come capita a tanti se non a tutti, porta con sé una buona dose di scompiglio e la tendenza al deragliamento da sentieri canonici; regala interessi nuovi insieme a quello sguardo di sufficienza su quanto fatto fino a quel momento, compresa, nel caso di Renato, la musica al pianoforte, che smette di essere, ma solo per un po’, un interesse predominante.
Gli anni passano, nel frattempo Renato si diploma al Liceo Scientifico e insieme alla maggiore età arriva una nuova consapevolezza e un dominante desiderio: vivere solo di musica. «Ho avuto proprio un’illuminazione – racconta –, ho riscoperto la voglia di suonare, la necessità sempre più forte di studiare ancora. I miei genitori mi hanno permesso di iscrivermi al Conservatorio di Cagliari, non senza qualche perplessità data la mia incostanza e il mio percorso non perfettamente lineare. A quel punto ho preparato l’esame di ammissione e ho iniziato. È stato un percorso impegnativo e stimolante, sotto la guida di grandi maestri, come Francesca Carta e Romeo Scaccia».
Ma c’è un’esperienza che si rivela determinante nella vita e nel percorso artistico di Renato Muggiri: l’Erasmus a Cracovia. Sei mesi in Polonia per un nuovo inizio, con nuovi incontri, rinnovate possibilità e nuove collaborazioni: «Lì ho scoperto un altro mondo – prosegue –; ho frequentato un’Accademia di altissimo livello e mi sono accorto, che, nonostante questo, c’era spazio anche per me. Ho iniziato a dare una direzione al mio fare musica e questo mi ha permesso di liberarmi dalla paura di non farcela, di essere in ritardo, di essere troppo grande; mi sono liberato via via di zavorre inutili che appesantivano il mio cammino, la mia mente e il mio corpo, che mi impedivano di lasciare fluire le cose, cogliendone le possibilità e la bellezza».
Ed è privilegio degli artisti questo contatto costante con la bellezza, lo stato persistente di meraviglia, che rapisce nell’atto di dar forma, spazio e tempo alla musica, tra suono e silenzio, tra piani e forti, tra attesa e compimento. È un continuo comporre e sciogliere, tendere e allentare, battere e levare, in un gioco di armonie di fronte al quale si resta senza fiato. «Io continuo a provare stupore», dice Renato quando gli chiedo cosa provi nel momento in cui con il movimento delle sue dita fa nascere la musica. «Quando suono Chopin, Brahms, solo per citarne due, mi chiedo come sia possibile così tanta bellezza. Provo ogni volta una sensazione di incredulità e di stupore». E forse è proprio lo stupore, categoria fondamentale dello spirito, la chiave d’accesso al bello; ciò che permette, senza troppi sofismi di contattare la parte più intima e profonda dell’uomo e del mondo, lasciando una porta aperta verso l’altrove da dove alcune musiche paiono arrivare.
E una volta raggiunta questa consapevolezza è impossibile non condividerla con gli altri. «Ormai è la mia missione – ammette con un sorriso –. L’insegnamento della musica è parte fondamentale del mio lavoro. Voglio che altri, a partire dai bambini, possano fare esperienza della musica e della sua bellezza. Insegno che la musica apre ed emoziona; cerco di insegnare che c’è sempre un’altra possibilità».
Oltre a essere un insegnante, Muggiri è un compositore e ha all’attivo importanti collaborazioni con altri professionisti, in particolare con la cantante e attrice Gisella Vacca, la violinista Noemi Loi e la cantante Jessica Trudu. Tre artiste con le quali Renato Muggiri esplora ambiti musicali diversi, spaziando dal jazz al pop, dai ritmi latini alla musica contemporanea, dal blues al rock, senza dimenticare e abbandonare del tutto le radici classiche. Con loro porta nei palcoscenici sonorità originali, risultato di una ricerca continua, di un esercizio e di una passione costantemente alimentata.
Ho il piacere di ascoltare alcune composizioni per pianoforte e violino. Mi rivelano un respiro ampio, comunicano dinamicità e gioia. A occhi chiusi, le note trasportano la mente nello spazio, disegnano geometrie fluide e leggere, danzano raggiungendo vette sonore commoventi e accompagnano lentamente il respiro lasciando, alla fine, la sensazione che lascio un bel viaggio.
È certamente il potere delle stupore, vissuto, sperimentato e condiviso.

Don Minuccio

Don Minuccio Stochino. Una memoria storica

a cura di Filippo Corrias.

Il primo maggio il Vescovo Antonello Mura ha provveduto a nominare il nuovo parroco della Cattedrale Santa Maria Maddalena in Lanusei nella persona di don Piergiorgio Pisu. Don Minuccio, dopo quindici anni di ministero lascia, per raggiunti limiti di età, la guida della Chiesa Madre.
A lui abbiamo voluto rivolgere alcune domande

Qualcuno, a motivo dei tanti ministeri svolti in Diocesi nei suoi 52 anni di presbiterato, lo ha definito: «Una memoria storica». Lei che ne dice?
Non esageriamo. Almeno due motivi aiutano a ridimensionare l’affermazione. Prima di tutto non ci si può fermare sul passato: il nuovo che, soprattutto ai nostri tempi, scorre in modo vertiginoso, vieta il fermarsi sul passato. In secondo luogo c’è da dire: durante gli anni di studio si era costretti a ritenere a mente nozioni ed esperienze. Si diceva citando Dante: «non fa scienza, / senza lo ritenere, avere inteso». Diventati preti è necessario passare la mano sulla fronte quasi a dire: dimentica… dimentica!

Ho sentito dire: «Che cosa non ha fatto questo sacerdote»? Potrebbe dirci qualcosa sulle responsabilità che le sono state affidate in questi 52 anni di sacerdozio?
Premetto che mi sono lasciato guidare sempre dal principio: «Niente chiedere e niente rifiutare». Questa disponibilità mi ha permesso di trovarmi a gestire tante e tante incombenze, e tutte con molta serenità. Dopo giornate tanto intense e con una agenda ancora piena per il domani, mettendomi a letto dicevo: «Signore, mettimi la mano sul petto e fammi dormire. Lo sai che domani mi aspettano altre scadenze importanti». Il Signore mi sempre ascoltato. Lo ringrazio caldamente.
Fatte queste premesse, devo certamente riconoscere che ho avuto modo di impegnarmi su un orizzonte molto vasto. Sono stato per sette anni viceparroco in Cattedrale (1968-1975). In questi anni ho avuto modo anche di insegnare alle scuole elementari, medie e liceo scientifico; sono stato anche assistente ragazzi/giovani dell’ACI; e per un anno animatore nel Seminario Maggiore di Cuglieri. Nel 1975 il Vescovo Mons. Salvatore Delogu mi dava l’incarico di reggere il Seminario diocesano, prima come responsabile e poi come Rettore. Contemporaneamente dovevo occuparmi dell’amministrazione dello stesso Seminario, dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche (OVE), del Centro Diocesano Vocazioni (CDV) e dell’insegnamento delle lettere presso l’Istituto Salesiano dove erano accolti anche i nostri seminaristi (avevo 14 ore d’insegnamento settimanali).
Il Seminario – allora c’erano dai 20 ai 30 ragazzi interni – comportava una presenza continua, quella di padre e di madre di famiglia. È stata un’esperienza bellissima, supportata dai collaboratori, uno migliore dell’altro, che ancora voglio ringraziare per l’entusiasmo, la dedizione e la fedeltà dimostrata.

Solo questo? Durante gli anni che reggeva il Seminario mi pare abbia avuto anche altre responsabilità. Dica pure. Non si lasci guidare da false umiltà!
E sì. Ne ringrazio il Signore e i vescovi che hanno avuto fiducia. Come non ricordare l’Istituto di Scienze Religiose (ISSR) con i suoi 20 anni di vita e che ha permesso di avere tanti insegnanti di religione con titolo pieno? Anche questo impegno è stato portato avanti con la collaborazione di tanti volontari sacerdoti, religiosi e laici. Non saprei come ringraziarli. Personalmente mi ha permesso di tenermi aggiornato su tanti campi degli studi ecclesiastici: teologia, morale, patrologia, storia, catechetica. Legato all’ISSR è stato l’impegno molto bello della formazione e dell’aggiornamento degli insegnanti di religione (IRC). Per la formazione personale non dimentico i sette anni che sono stato nominato segretario aggiunto della Conferenza Episcopale Sarda (CES), che mi ha permesso di sperimentare l’ottima testimonianza e ricchezza evangelica di tanti vescovi. Per la Diocesi è stato ed è importante anche l’avere tirato su l’Oasi Regina Apostolorum di Bau Mela. Grossi sacrifici, ma tutti portati avanti con gioia ed entusiasmo. Infine la nomina a parroco della Cattedrale. Mancava questa esperienza: è c’è stata pure questa.

Quali i momenti più belli della sua vita sacerdotale?
Tutto è stato molto bello ed esaltante. Il Signore pare ci abbia giocato. Si è servito di un nulla, di un balbuziente e timido all’eccesso per tessere la sua tela. Dei momenti più belli ricordo un fiorellino. Era tutto pronto per l’ordinazione presbiterale. Mi sono recato dal Vescovo per stabilire gli ultimi ritocchi e mi sento dire: «Ti ordino qui a Lanusei. La mia salute non mi permette di andare a Talana». Grande la mia delusione anche perché pensavo ai talanesi che mi volevano un sacco di bene. Insistetti un po’ e Mons. Basoli, concluse: «Ti voglio fare un regalo. Verrò a Talana». Venne e si trattenne per ben tre giorni. Un regalo che non dimentico mai. Molto bella la concelebrazione (1982) con San Giovanni Paolo II nella cappella privata: ci aveva ricevuto con tutta la Comunità del Seminario.

C’è stato anche qualche momento brutto?
E sì. Ci piango ancora. In Seminario c’era un bel gruppo di ragazzi: ragazzi di belle speranze, si diceva. Improvvisamente, come capita a una vigna bella e prosperosa che viene investita da una grandine, una diecina di questi ragazzi in pochi giorni lasciarono il Seminario. Mi ricordo che andai al Tabernacolo e incominciai a dare dei pugni. Ero inferocito. Il silenzio di Dio mi schiantava. Oggi la maggior parte di questi ragazzi sono impegnati come testimoni laici. Il Signore ha i suoi progetti. Dovevo e devo imparare.

E della parrocchia cosa vuole dirci?
Oggi Lanusei non è come negli anni ’70 quando ero viceparroco. Allora c’era l’entusiasmo della crescita. La domenica si celebravano ben cinque Messe e tutte segnavano il pienone di presenze. In quegli anni si è vissuti di rendita? Forse non si è profittato per una buona semina. Oggi i tempi sono diversi. C’è molto disimpegno a livello cristiano. Devo dire, però, che anche l’autunno e l’inverno sono periodi importanti per la semina e la crescita del seme evangelico. Il deserto è luogo di esperienza del Signore. Il buon pastore sa guardare avanti con fiducia. Il Padre non smette mai di attirare a sé. Il Risorto è meraviglioso nella sua opera.

Tante altre domande le avrei voluto rivolgere; ma lo spazio riservatoci è finito. Con due battute mi può dire il suo rapporto con i vescovi che ha incontrato?
Le relazioni iniziali sono state piuttosto problematiche con tutti. Conoscendoci, e giocando a carte scoperte, la sincerità ha fatto il resto: si è cresciuti nella fiducia e si è cercato di costruire insieme qualcosa di buono. Grazie.

Vincenzo Ferreli

Dal pane alla terra. Una nuova via da tracciare

di Claudia Carta.

Pensare. Programmare. Avviare. Non parole a caso. Piuttosto l’esatta sequenza che determina la nascita di un progetto. «Io ho passione quando devo seguire questi passaggi fondamentali. Il mio percorso, paradossalmente, si è completato quando sono riuscito a realizzare tutto ciò che avevo in mente».
È sufficiente ascoltarlo pochi minuti, Vincenzo Ferreli, per capire la reale portata della sua carica motivazionale. Forte la determinazione. Tagliente il realismo. Sfrontata l’ambizione.
Dalla valigia dei suoi 38 anni, salta fuori una laurea in Economia e gestione dei servizi turistici. Oristano e Rimini non lo ispiravano. «Firenze mi è piaciuta da subito – racconta – e più studiavo, più mi convincevo di ciò che avrei potuto fare qui. L’idea è sempre stata quella di realizzare un progetto di lavoro tutto mio: non potrei lavorare alle dipendenze di altri». Lo ha fatto, intendiamoci. Ma «sempre finalizzato a imparare qualcosa da riproporre a Lotzorai».
Vulcanico. «Quello che ho fatto fino a oggi è un’attività imprenditoriale collegata al contesto nel quale sono nato e mi sono ritrovato». Un contesto che sa di buono: il panificio Ferreli, aperto dal 1964. Il dottore lascia, dunque, le rive dell’Arno nel 2007 e fa ritorno a quelle del rio Pramaera. Lavora due anni nell’azienda di casa. Nel 2009 la svolta, dopo una breve parentesi nel market di famiglia accanto al panificio, che «non ha mai riscosso la mia simpatia», ammette.
Apre il suo piccolo-grande mondo: la panetteria, caffetteria e paninoteca sulla centralissima via Roma. Ha pensato, programmato e avviato. Dieci anni fa o giù di lì. «Quando ho aperto – racconta – il mio concetto di ristorazione era completamente diverso, più semplice e immediato. Una volta ripresa in mano l’attività dall’ultima gestione, ho sentito che c’era bisogno di dare una nuova impronta. Così, ho deciso di aprire il servizio cucina, anche perché a Lotzorai non c’era un locale dove poter mangiare. Ho avuto ragione a metà. Alcune cose funzionano bene, altre meno, poi ti adegui. E quando arrivi ad adeguarti, vuol dire che il ciclo si è concluso».
Grandi occhi scuri. Sorriso timido ma genuino. Non ha paura di guardare in faccia una realtà come quella di oggi, complessa e avversa. Più che mai incerta. La serrata generale targata Covid-19 non ha risparmiato la sua attività. Riadattare il locale, gestire la sanificazione e reggere i suoi costi, dipendenti in cassa integrazione, improbabili protocolli di sicurezza: «Non so se ci sono i margini di guadagno per poter tenere aperto. Se dovessi riaprire, sicuramente lo farei in modo diverso e con servizi differenti».
Quarantena. Silenzio. E ancora quella irrefrenabile voglia di nuovo. Di ideare, di studiare, di dare forma a quell’istinto imprenditoriale che gli scorre nelle vene da sempre.
Birdesu – verdeggiante località in agro di Girasole – diventa la sua casa. In realtà lo è sempre stata, da quando era bambino. Un’area totale di 30 ettari. 7 per sognare in grande. Ma Vincenzo è uno che i cassetti li lascia ad altri. Lui, i sogni li vuole realizzare. O comunque ci prova caparbiamente. Si ricorda di avere nella valigia anche una partita Iva da imprenditore agricolo. Ma in fondo non se n’è mai dimenticato. «Ho finalmente voglia di mettere in pratica ciò per cui ho studiato». Ed eccolo, l’agri camping. Un’area di campeggio, prevalentemente rivolta agli arrampicatori e agli appassionati di trekking, ma in realtà un’oasi all’interno della quale trovino posto diverse attività: dalla fattoria didattica al frutteto, al punto vendita dei prodotti tipici; dalle aree comuni pic-nic con barbecue all’area giochi per bambini, passando per l’oliveto, il mandorleto e una piccola vigna, già presenti, così come la palestra per l’arrampicata.
Il fiore all’occhiello del suo progetto: l’acquaponica, una forma sinergica di allevamento dei pesci e coltivazione delle piante. Tramite il ciclo dell’azoto trasforma ammonio e ammoniaca prodotta dai pesci – trote, carpe, gamberi d’acqua dolce, anguille, collocati in appositi acquari – in nitriti e nitrati, principale nutrimento delle piante. I microrganismi, oltre a rendere queste ultime più vigorose, accelerano la loro maturità difendendole come se fossero un vero e proprio un sistema immunitario. Una volta utilizzata l’acqua necessaria, quella in eccesso, ormai filtrata, fa ritorno agli acquari portando ulteriori sostanze nutritive per i pesci stessi. «È ormai da quattro anni che studio e osservo questo sistema – spiega –. Mi piacerebbe far capire ai bambini il discorso legato alla scarsità idrica e all’utilizzo sapiente dell’acqua. Non solo è possibile recuperare quella piovana, ma un sistema efficiente consente di risparmiare fino all’80% di acqua rispetto alla classica irrigazione. Quello che si perde è legato solo all’evaporazione e all’assorbimento da parte delle piante».
Un progetto ambizioso. «Infatti, bisogna iniziare per gradi – sorride –. Vista l’estensione del terreno, ho provveduto a dividerlo in vari lotti. Abbiamo iniziato a pulirlo e sistemarlo. L’elettricità è già presente e ho effettuato un ordine con varie tipologie di alberi per realizzare i viali di siepi».
Sostenibile. A chilometro zero. Sinergico. «Non si può prescindere dalla collaborazione sul territorio e con il territorio – sottolinea –: più aziende ci sono e sono coinvolte, più hai voglia di fare qualcosa e creare sinergia, diversamente non si va da nessuna parte».
Un visionario? No. È solo uno che «si è messo in testa che qui esiste ancora la possibilità di realizzare qualcosa a partire da quanto abbiamo a disposizione, sotto gli occhi, tra le mani, tutti i giorni o addirittura da sempre – sostiene –. Ci sono tanti potenziali, occorre vederli o serve qualcuno che indichi come fare. Ci sono luoghi, anche in Sardegna, dove le idee imprenditoriali realizzate non mancano. Nella mia realtà, questa mentalità è assente, leggo più un continuo voler essere assistiti. Devi iniziare per lo meno a informarti – ribadisce –: è vero che spesso non si trova niente, e da oggi forse ancora di più, però forse la fortuna sta proprio qui: non c’è nulla, ma se hai l’idea giusta, o la follia giusta, potrebbe esserci tutto e, per di più, non c’è concorrenza. Devi essere sveglio, ti devi documentare, ti devi formare. Non puoi restare fermo e immobile, lamentandoti di ciò che non c’è».
Fantasia e follia. Rabbia, quella giusta. Quanto basta. Gira il mondo – «non quanto vorrei», precisa – per trovare nuovi spunti da realizzare. Cuore e muscoli all’obiettivo, Vincenzo, lui che a tracciare nuove vie su pareti difficili è abituato, da climber appassionato quale è. Stress positivo, dinamico, ricco di adrenalina e stimoli: «Devi arrivare a un punto di non ritorno se vuoi davvero fare qualcosa, comprometterti con te stesso». E aggiunge: «Sono un impulsivo di ritorno: mi viene in mente una cosa, ci penso anche un anno, poi torno alla prima cosa che ho pensato. Certo, poi prendi anche le decisioni, a volte sono giuste, a volte ci si lecca le ferite». Ma sempre e solo una convinzione: «Non mi vedo altrove. Voglio stare qui».
A Birdesu, dove il verde della terra abbraccia l’azzurro del cielo e del mare.

Braina

Ai ragazzi dico: “Voi siete meglio di noi!”

di Augusta Cabras.

Lorenzo Braina, educatore, è fondatore e direttore scientifico del Centro CREA, Centro per la Creatività Educativa. Autore di molti libri, è fermamente convinto che la società cambi attraverso l’educazione

Cosa vorrebbe dire oggi ai preadolescenti e agli adolescenti?

Questi ragazzi saranno quelli che hanno vissuto il coronavirus da adolescenti. Non sappiamo quanto tutto questo durerà, ma le conseguenze di quanto sta avvenendo adesso, socialmente, emotivamente ed economicamente cambieranno tutto. Quello che vorrei dire loro in questo momento è questo: siete una generazione fantastica! Non date retta a chi vi dice che noi eravamo meglio di voi. Voi siete meglio di noi! Siete più sensibili, più attenti. In questo tempo dovete trovare tutte le energie per essere forti e coraggiosi.

Ai genitori invece?

Dico di non aver paura delle paure. Dico di non aver paura della preadolescenza e dell’adolescenza. L’adolescenza in particolare è il tempo dell’assurdo e dell’intimo. Don Lorenzo Milani questo lo ripeteva spesso. Ed è così. Un minuto prima guardi un adolescente e pensi di aver buttato via anni di educazione, di valori, di fatiche; poi un attimo dopo, non il giorno dopo, ti apre l’intimo. Quindi il compito di un genitore è quello di cercare la misura, sia quando l’adolescente è assurdo – e quindi magari va contenuto – sia quando è intimo e regala cose meravigliose.

Come si fa a trovare la giusta misura tra questi estremi, soprattutto ora, in questo tempo in cui tutto è liquido e c’è il rischio reale di essere inghiottiti da questa dimensione?

C’è un aspetto generale che non cambierà mai, che non è legato ai tempi ed è questo: ogni genitore è sempre alla ricerca di questa misura che non è mai trovata una volta per tutte, come per la felicità. Per cercare questa misura, la prima cosa che un genitore deve fare è strettamente connessa con i genitori che lo hanno coltivato. Il suo bisogno di ordine o disordine, di regole o anarchia, parla dei suoi genitori non dei suoi figli. La prima cosa quindi che deve fare un genitore alla ricerca di equilibrio è quella di chiedersi da dove viene e poi fare pace con il suo ricordo emotivo. Per quello che riguarda i tempi invece, dico una cosa che non ha scampo: l’educazione si basa sul tempo logico e non su quello cronologico. Sul tempo del dialogo, della presenza. Per trovare la giusta parola educativa, il giusto atto educativo bisogna aspettare il tempo opportuno. E il tempo opportuno lo si attende solo se si ha una gestione dei tempi a misura d’uomo. Concretamente: se ci si dedica ai figli un’ora al giorno, di rientro dal lavoro, con la stanchezza addosso, non può esserci un buon tempo educativo che invece ha bisogno di tempi lenti. Se questo non avviene, non solo le relazioni con i figli vanno in crisi, ma anche quelle di coppia e le relazioni umane in generale perché tutte si basano su tempi logici.

Cosa ci può salvare allora in questo tempo scarsamente logico?

Ci salvano i riti che rendono sacro il momento. La famiglia ha una dimensione sacra. Parlo di cose semplici: della colazione tutti insieme la domenica, la pizzata del giovedì sera ecc. Pensiamo al rito cristiano della domenica. Molte chiese non vivono con tutta la comunità le liturgie quotidiane, ma il rito domenicale è il cemento della comunità. I riti, anche in famiglia hanno questo scopo, cementare e rinsaldare le relazioni e la comunicazione.

Come si mantiene la comunicazione con gli adolescenti?

Tutto in educazione è comunicazione. E non si può barare. O hai desiderio per quel figlio adolescente o ne hai fastidio. Gli adulti di oggi sembrano schifare l’adolescenza e gli adolescenti. Allo stesso tempo l’adolescenza catalizza i difetti della nostra società: ad esempio, siamo furibondi per l’uso che fanno della tecnologia e poi regaliamo il cellulare a 9 anni. Siamo furibondi perché non hanno relazioni, poi ci sono tantissime coppie di cinquantenni in crisi perché uno dei due ha relazioni virtuali ecc. Gli adolescenti di oggi sono dei mostri, nel senso latino del termine: ci mostrano, ci rivelano quello che siamo, ed è per questo che facciamo così fatica.

Gli adolescenti incontrano spesso insegnanti molto competenti, ma con una scarsa empatia e capacità di comunicazione. Quanto sarebbe importante che la loro selezione passasse anche dalla considerazione delle capacità comunicative?

In qualunque professione ci sono persone con più talento e meno talento. Ora la formazione degli insegnanti è continua e la scuola sta facendo tanto. La vera questione è che in classe sono soli. L’unico feedback che hanno è dato dagli studenti e da se stessi. Manca un elemento fondamentale per la crescita professionale che è la persona che ti guarda. Un insegnante che si rivede nell’atto dell’insegnare può scoprire di sé tantissime cose e quando le scopre può mettere in atto azioni che migliorano il suo essere in relazione con gli studenti.

Qual è l’errore più comune che un adulto, in relazione agli adolescenti, commette in buona fede?

Quello che noto di più è la frenesia educativa. Un genitore ha la necessità di inserire qualcosa di educativo in ogni occasione, un po’ per i rischi che l’adolescenza porta con sé, un po’ perché sente che sono le ultime occasione per incidere. Questo però non serve. Dobbiamo invece fare le domande giuste, come le fanno i bambini, senza giudizio. Ad esempio, la domanda: perché stai fumando? Deve essere libera da giudizio e da rimprovero. Solo così l’adolescente può aprirsi e noi lì possiamo entrare e stare in dialogo con lui.

Pensando a molti adolescenti che vivono situazioni complesse, il rischio è quello di credere che per loro non ci siano opportunità di svolta. Immagino invece ci sia sempre una possibilità.

Assolutamente sì. Il potere degli adulti, anche non familiari, che incontrano gli adolescenti è enorme. Basta una parola, basta un insegnante che non smette di insistere, basta un prete attento, per far sì che un ragazzo non si perda. Ripeto spesso che un ragazzo non è perso quando non lo troviamo dove speravamo di incontrarlo, ma quando abbiamo smesso di cercarlo nelle strade da lui percorse.

 

 

Rosa Todde

L’arte è un atto di coraggio

di Fabiana Carta.

Per entrare nel suo mondo dovete togliervi le scarpe. Metaforicamente. Lasciate fuori i fardelli, i pensieri pesanti, per fare spazio alla magia, alla creatività più istintiva.

Intanto che lei prepara il caffè io posso curiosare nel suo laboratorio, una casetta in legno posta al centro del giardino. La vita è una storia cortissima, la frase scritta sul muro con un pennarello mi dà il benvenuto. Poco più avanti un’altra frase, Ci sarà un modo più pratico…Sì, Alt + F4, mi fa sorridere.

Opere addossate alla parete, scaffali carichi di oggetti, barattoli di pittura, fogli. In un angolo noto la Bibbia, consumata, senza copertina, con tante frasi appuntate sopra. È una delle prima cose che le chiedo: «Sì, sono cattolica, anche se Gesù fosse un mito è il mito più figo che esista, perché è un disobbediente. Mi piace l’idea che ci sia Dio dentro di noi».

Questa è Rosa Todde, una ragazza nata in una calda giornata di luglio del 1981. Gioiosa, piena di energia. Vive ad Arbatax con suo figlio di 8 anni, Samuele, il suo maestro: «Come tutti i bambini è sincero, pratico, spontaneo, ha sempre la soluzione per ogni mio dubbio».

Dopo un periodo di incertezza, in cui ha provato a frequentare la facoltà di Architettura, poi quella di Sociologia, è partita a Bologna per prendere una laurea all’Accademia di Belle Arti con indirizzo Scultura. Oggi si divide fra il lavoro part-time alle Poste e la sua arte. Prima la compostezza del lavoro d’ufficio, poi l’esplosione di creatività.

Un animo artistico fin da bambina. Ricorda un piccolo momento di quando aveva solo qualche anno, mentre disegnava su di un banale rotolo di carta bianca da calcolatrice e lo riavvolgeva soddisfatta: «Mio padre mi notò e disse a mio fratello Andrea: “Guarda, tua sorella è creativa e ingegnosa, che brava!”». Quella frase, come un’approvazione, fu un grande input per lei. Allora torna sempre il dubbio amletico, artisti si nasce? «Un po’artisti si nasce, ma è più complicato di così. Magari si nasce disobbedienti, anche verso sé stessi, poi si incanalano queste energie in un qualcosa che è divertente fare. Ma soprattutto fare arte è un atto di coraggio, perché fai parlare e agire il tuo Io».

Gli anni in cui vive e studia a Bologna sono anni di passaggio a livello tecnologico, i vecchi televisori con il tubo catodico lasciavano lo spazio allo schermo piatto. Le strade erano invase di vecchie Tv abbandonate vicino ai cassonetti, c’era chi le smontava in due per rubare i fili di rame e le lasciava così, come spogliate. Per molti queste povere televisioni abbandonate erano solo oggetti superati, da buttare. Agli occhi di Rosa no. «A me è capitato di scorgerne la bellezza. Quando ho intravisto quei televisori rotti, con la scheda scoperta, per me quella scheda è diventata un paesaggio. Tutto può essere traslato».

Da quel momento nasce la passione per gli oggetti in disuso, che chiamerà Rotod. Torniamo all’interno del laboratorio dove mi mostra vari componenti di macchinari antichi. Li chiama per nome con entusiasmo e ognuno di loro, nella sua funzione, può essere interpretato metaforicamente: «Prendi una memoria, appena loro vedono la luce si dimenticano tutto. I condensatori, che possono essere di vari tipi, accumulano energia per poi rilasciarla al momento giusto. Poi ci sono i dioli, quelli un po’più dispettosi, perché si lasciano attraversare dalla corrente solo in un senso, invece le resistenze si lasciano attraversare solo fino a che vogliono loro».

Non avrei mai pensato che elementi così apparentemente freddi e insignificanti potessero avere una chiave di lettura così poetica. I Rotod sono componenti elettronici che riprendono vita, il loro assemblamento è come un mosaico armonico, «una di quelle migliaia di componenti che formano le mie sculture potrebbe essere anche il singolo individuo che insieme agli altri si aggrega in virtù di qualcosa di comune», mi spiega.

Rosa è d’ispirazione dadaista, da cui trae l’aspetto divertente, l’uso di oggetti comuni nascosti dietro l’apparente perfezione dell’opera. «L’arte è disobbedienza – spiega – stai creando qualcosa che non è scontata, uno strappo, e poi finisci come Fontana che strappa la tela, per vedere com’è la realtà dietro, per capire». Gli artisti sono così, adeguano la realtà ai loro sogni, «è un destino bellissimo», mi confessa.

Fa arte per un motivo molto semplice: la fa stare bene. «I miei quadri sono pop, è dare all’arte il suo significato, ovvero decorativo, quello di farci stare bene, di invitarci a fare delle riflessioni mentre osserviamo. Noi artisti siamo delle anime sofferenti, ma credo che siamo venuti al mondo per vedere il bello, per capire che il bello può nascere anche dalle cose brutte».

Cosa vuol dire davvero fare arte? «Per me è saper rubare le storie nell’invisibile e riproporle nel presente. Fare arte è come avere un equipaggiamento in più per affrontare la vita, serve per fare luce dove luce non c’è, e fare luce significa però anche creare un’ombra». E secondo voi chi se la becca quell’ombra?