In breve:

Volti e persone

Luca Piras

La bottega del gusto. Una grande scommessa

di Fabiana Carta.
Il negozio che non ti aspetti, a due passi da casa: prodotti senza glutine, ricercati o biologici. E ancora, salumi e formaggi sardi, frutto della filiera corta. Qualità e genuinità in vendita.

C’è un luogo, a Lanusei, dove sembra che il tempo si sia fermato. Una bottega, dove si respira l’atmosfera familiare di una volta, dove le persone si incontrano per comprare qualcosa, ma anche per scambiare quattro chiacchiere e confidenze. A gestirla è un giovane, Luca Piras di 33 anni, con l’aiuto prezioso di sua moglie Simona Olianas.
La bottega si presenta con i prodotti separati per settori: senza glutine da una parte, prodotti ricercati o biologici dall’altra. Una parte dedicata ai salumi e formaggi, per la maggior parte sardi, provenienti da piccole produzioni. Le cassette con frutta e verdura offrono prodotti esclusivamente di stagione delle aziende locali, per riabituare il cliente alla stagionalità. «Abbiamo riflettuto sul fatto che nella nostra zona i celiaci o gli intolleranti al glutine, per acquistare del cibo adatto, dovevano andare in farmacia. Abbiamo voluto dare la possibilità anche a questa fascia di persone di poter fare la spesa in un semplice negozio sotto casa. Poi abbiamo pensato anche a tutte quelle persone attente all’alimentazione, alla provenienza dei cibi a chilometro zero».
È la tendenza degli ultimi anni, la cosiddetta filiera corta, che presenta vari vantaggi, come l’eco-sostenibilità (meno trasporti, imballaggi ridotti, scarso utilizzo di prodotti chimici), il sostegno alle aziende del territorio e prodotti di qualità. Come nasce quest’idea? «Una sera di agosto del 2017 sono rientrato a casa con una brutta notizia – mi racconta Luca – da un giorno all’altro, come un fulmine a ciel sereno mi hanno comunicato che non mi avrebbero rinnovato il contratto, dopo circa due anni».
Nel momento di crisi inaspettato, nell’instabilità economica e quindi del proprio futuro, si riaffaccia un’idea che ogni tanto faceva capolinea nei loro discorsi: aprire un’attività insieme, qualcosa che a Lanusei ancora non ci fosse. L’unico modo per portare avanti un progetto è differenziarsi da tutto il resto: per questo credono che specializzarsi nella vendita di prodotti per intolleranti alimentari possa essere una scelta vincente e soprattutto utile per una grande fascia di persone. Se le statistiche non mentono, in Italia contiamo un milione e 800mila allergici alimentari, nello specifico: 305mila allergici al latte e 600mila al glutine, numeri destinati a crescere. «Questa era l’idea di base, ma abbiamo anche pensato di specializzarci in prodotti particolari, ricercati, puntando più sulla qualità che sulla quantità. Abbiamo sia prodotti indispensabili come latte, mozzarella, zucchero e caffè, sia prodotti sardi che non si trovano nella grande distribuzione, come il Caffè di Sardegna torrefatto a Ollolai, le marmellate di un privato di Nuoro, il tartufo di Laconi o la birra artigianale di Baunei».
Inoltre Luca e Simona hanno dei terreni in cui coltivano patate e fagiolini, una piccola produzione, ma quando i clienti li trovano in bottega sanno che sono di prima qualità e senza trattamenti chimici. Dietro queste scelte mirate c’è un’attenta selezione dei prodotti e delle aziende produttrici, effettuata personalmente da Luca e Simona, che ci tengono a conoscere e toccare con mano quello che poi rivenderanno nella loro bottega. Mentre chiacchiero con loro mi accorgo che nelle cassette c’è solo qualche limone, scarola e due finocchi, ovvero quello che le aziende offrono in quel momento. Certo, volendo ci sono i supermercati – penso – dove possiamo trovare le melanzane e le zucchine tutto l’anno, per esempio. Ma sarebbe ora che tutti imparassimo a fare scelte consapevoli. «Fra noi e i nostri clienti si è creato nel tempo un rapporto di fiducia, hanno capito che quando abbiamo frutta e verdura è perché è locale ed è ciò che in quel momento ci offre la terra. I supermercati vendono frutta e verdura di ogni tipo tutto l’anno e sono talmente grandi e dispersivi che quando entri neanche ti salutano, oppure non ti imbustano la spesa, li trovo assurdi!», mi dice Simona. Per loro il rapporto negoziante-cliente è qualcosa che va oltre, che ci tiene ad approfondire, a spiegare, a educare verso un nuovo approccio alla scelta del cibo. Per questo motivo La bottega del gusto ha iniziato un percorso di sensibilizzazione e informazione per i suoi clienti organizzando degli incontri, all’interno della bottega, con una nutrizionista-dietista, con la partecipazione di qualche rappresentante delle aziende da cui si riforniscono. «Non tutto ciò che è bello è anche buono», ci tiene a precisare Luca. Una scelta coraggiosa. L’alternativa sarebbe stata quella di andare via dalla Sardegna, le strade erano solo due. «Sicuramente è una grande scommessa, ma siamo partiti dal presupposto che non potevamo lamentarci tutta la vita senza provare a fare qualcosa che potesse modificare o migliorare le cose. Se va bene o no dipende soprattutto da noi».
La ricetta? Ragazzi in gamba, pieni di iniziativa, pronti a migliorarsi sempre.

Nena Fenu

L’onda creativa di Nena Fenu

di Augusta Cabras.
Nena Fenu è un’artista spontanea. Spontanea nell’atto del dipingere e nell’ispirazione, così come spontaneo è stato, ma forse solo apparentemente, l’esordio della sua creatività.

In realtà tutta la vita di Nena Fenu è stata un creare incessante, abbandonando situazioni e contesti sterili e rigidi e aprendo nuovi spazi, nuove situazioni, determinando nuove possibilità.
Nativa di Bitti, lì ha vissuto per oltre vent’anni, con la madre e il padre, morto molto presto, quattro sorelle e tre fratelli. Fin da bambina è determinata e volitiva, curiosa e insofferente alla rigidità di un paese chiuso, piccolo, in cui il pettegolezzo vola veloce di bocca in bocca e il giudizio, soprattutto per le ragazze che rivendicano la stessa libertà dei ragazzi, pesa come un macigno.
Inizia a lavorare molto presto dopo alcuni corsi di formazione, come assistente sociale per un’opera portata avanti dai Gesuiti. Ma Nena decide che non è lì che vuole stare. Si trasferisce a Milano insieme ad alcune cugine, svolge diversi lavori finché non arriva a Zurigo. Sono tre i mesi di prova che deve fare alla Lindt, famosa industria di cioccolato svizzero, e invece ci rimarrà 27 anni. Anni in cui si occupa di accogliere il nuovo personale, di seguirlo nella sistemazione abitativa offerta dalla fabbrica e poi di selezionarlo lei stessa. Per necessità impara lo spagnolo, il tedesco, i dialetti del sud Italia, pugliese in particolare, seleziona persone che arrivano dalla Jugoslavia, dalla Cina e dalla Turchia. Ogni difficoltà per Nena è sempre un’opportunità di crescita e di apprendimento.
Lei, che oggi ha 85 anni, è sempre stata un vulcano di energia e passione.
Oltre il suo lavoro, quando è in Svizzera, ha a cuore la condizione delle donne immigrate e che per la maggior parte vive segregata in casa. Per loro chiama a raccolta volontari medici, avvocati e insegnanti e fonda un consultorio. In Svizzera conosce la persona che diventerà suo marito, Francesco Piras. Sardo come lei, condividono tanti interessi e passioni. Come quella per l’arte. A Zurigo negli anni Settanta c’è un grande fermento culturale che Nena e Francesco respirano a pieni polmoni. Lui dipinge e insieme a un gruppo di amici fonda il Gruppo Artistico. Nena per il Gruppo organizza le mostre personali e collettive, ne individua il filo conduttore, prepara i testi delle brochure, scrive agli enti pubblici e privati, crea un bel movimento.
Anche la casa porta i segni di quest’onda culturale. Pennelli, tele e colori sono sempre pronti per essere usati. Anche da Nena, che fino a quel momento aveva solo ammirato le opere ma mai aveva creato. Quei pennelli esercitano su di lei una forza a cui non riesce più a resistere. Inizia a dipingere. Di nascosto. La notte. Prova quasi pudore a mostrare questa sua prorompente necessità. Dipinge spontaneamente, liberamente. Sui fogli bianchi le pennellate di tempera nera sono decise, chiare, forti. I primi dipinti sono volti di donne, alcuni asimmetrici rivelano angoscia, altri si celano da se stessi. Sono dipinti che sembrano squarciare la tela, tanto sono intensi. Altri sono più morbidi ma di grande forza. Mi rivela di aver dipinto oltre 500 volti, mai identici, nella moltitudine di espressioni, sensibilità, temperamenti, gioie e dolori del genere umano. Volti quindi, ma anche fiori, (altra grande passione condivisa con il marito) che dalle tele escono a regalare un dolce senso di libertà, e poi visioni cosmiche, incendi di colori nelle colluttazioni spaziali.
Nena negli anni Ottanta lascia la Svizzera. Si trasferisce con il marito in Sardegna, nella sua casa di Tancau, e anche in Ogliastra mette a frutto la sua energia. Si laurea in Lingue, insegna spagnolo per dicei anni all’Università delle Terza Età, espone i suoi lavori in tante mostre, apre la sua casa a pittori, musicisti e artisti. Tra le pareti tanti quadri suoi, del marito, del fratello, di altri amici e poi i libri, ricordi di innumerevoli viaggi in varie parti del mondo, tanta musica, da Mozart a Paolo Conte, fiori e piante. Un trionfo di natura e di cultura per una donna che ha fatto della passione e della condivisione uno stile di vita.

Walter Maioli

A tu per tu con Walter Maioli, musicologo

di Augusta Cabras.

Walter Maioli, 69 anni, è un ricercatore, paleorganologo, polistrumentista e compositore italiano. Specializzatosi in archeologia sperimentale si è occupato di musica dell’antichità e della preistoria. All’interno del Museo Archeologico di Paestum svolge laboratori in cui si possono utilizzare antichi strumenti sonori: pietre, fischietti di semi e in canna, sonagliere di conchiglie, maraca di zucca, bambù battenti, legni sonori, cimbali, flauti, crotali, ecc.

Raggiungo il maestro Walter Maioli al telefono. Impegnato a Paestum dove risiede da anni, mi parla subito di musica, di suoni ed emozioni, della capacità di ascoltare, dell’evoluzione (e involuzione) della musica, di strumenti musicali antichissimi, della sacralità della musica e dell’importanza della musica preistorica.
Ma perché è importante la musica della preistoria?
É importante perché alle origini abbiamo un linguaggio comune in tutto il mondo. É la storia del paleolitico; è la storia di quarantamila anni fa. Abbiamo elementi che legano tutti gli uomini sulla terra ed è importante rintracciarli. Le faccio un esempio: le conchiglie che si trovano in tutto il Mediterraneo venivano usate anche in Giappone, in India, nei templi, per i pellegrinaggi. La nostra cultura è sempre legata ad altre e conoscere il passato significa allargare i confini. Riferirci ad altre culture è importante anche in questo momento storico in cui avviene l’incontro con numerose persone provenienti da tanti paesi diversi o anche perché Internet ci permette di entrare in contatto con luoghi e culture differenti.
Che caratteristiche ha la musica della preistoria?
Nell’antichità intanto non scrivevano la musica. Non c’èra la musica scritta, non perché non ne avessero le capacità, (pensiamo agli egizi, ad esempio), ma perché la musica aveva un altro valore, il potere era nel suono, non nella melodia.
Ora invece è il contrario?
Sì. Per noi adesso la musica è nella melodia. E nel ritmo. Pensiamo alla ritmica da discoteca. È assurda. Pam, pam, pam e basta! In discoteca poi non si è riusciti a sviluppare ritmi più interessanti, eh! É una catastrofe da questo punto di vista. Si è perso tutto, il gusto dell’high fidelity. Ai miei tempi c’era l’alta fedeltà, si prendeva un bel disco, con delle belle casse, un bell’impianto, si sentiva proprio il suono. Adesso ci si accontenta di due cuffiette attaccate al computer, altoparlanti distorti, musica compressa. É un disastro!
Ci stiamo disabituando al bel suono?
Proprio così. Anche per quello che si trasmette in radio o alla televisione; la musica è sempre la stessa! Abbiamo un patrimonio di musica classica straordinario, incredibile, ma che nessuno conosce, che non esce allo scoperto. C’è poi tutto il patrimonio di musica tradizionale che è stata proibita in televisione. In Italia, forse a esclusione della musica napoletana, è sempre stata penalizzata a livelli incredibili per scelte discografiche e non solo. Negli anni ’60 la musica tradizionale conosciuta era quella di protesta; uno confondeva la canzone tradizionale con quella dei canzonieri, con quella di Giovanna Marini ad esempio, ma non si sentiva la vera musica tradizionale.
Ho letto che è stato in Sardegna e che la musica e i suoni di questa terra lo abbiano affascinato.
Sono venuto in Sardegna per la prima volta nel 1973. Tutti rimasero molto delusi perché si aspettavano un gruppo rock, mentre siamo arrivati con tutti i nostri strumenti etnici, tra cui anche il vostro scacciapensieri. Io cercavo le launeddas, chi cantasse a tenore, ma di questo allora non se ne occupava nessuno ed eravamo nel 1973. Incontrai un prete, don Giovanni Dore, prete ed etnomusicologo che studiava, faceva conoscere la musica tradizionale e poi scrisse un bellissimo libro sugli strumenti musicali. In quel periodo pubblicai in una rivista un articolo sulle launeddas, ne parlai con Angelo Branduardi, cercai di divulgare queste cose. Sulle launeddas penso che pur essendo lo strumento e il suono antico, le scale musicali siano state, con il cristianesimo, educate, togliendo i suoni più antichi.
Quando parla dei suoni intende solo quelli prodotti dagli strumenti musicali o anche quelli prodotti dalla voce?
La voce è sicuramente su un altro livello. Negli anni ʼ80 ho fatto uno studio sui canti arcaici di tante popolazioni in tutto il mondo. Ho studiato il canto prima degli strumenti musicali. Ho ascoltato il canto degli esquimesi e dei pigmei, degli abitanti della Guinea, della Polinesia, gli aborigeni australiani, e altri. Ho raccolto 48 stili di canti arcaici. Nelle Hawaii, ad esempio, cantano come le onde del mare… Il suono è straordinario.
Canti arcaici come quello a tenore.
Sì. Uno dei più arcaici.
Possiamo dire che la musica ha il primato rispetto alla parola e al pensiero?
La musica è pre-tutto. É un linguaggio archetipo immediato, reattivo. Il suono è un segnale; diamo un senso al suono, sia che sia ostile, sia che sia buono. La musica poi funziona per associazioni. É emozionale. Il mondo sonoro si ripercuote in tutti gli aspetti della vita. Purtroppo tecnicamente si è alzata la soglia di udibilità. Purtroppo siamo diventati tutti più sordi, per cui ad esempio, anche in una sala di 100 persone non parla più nessuno senza microfono. É pazzesco. La gente è sorda e non sa più parlare; perché usando il microfono hai perso la voce. Siccome io ho lavorato per 5 anni con Albertazzi, mi è venuta pure una bella voce, per cui non uso il microfono e faccio l’esempio di come nell’antichità si parlasse anche per 5000 persone solo con la voce. E faccio capire a tutti il disastro di oggi. Faccio capire soprattutto ai bambini e ai ragazzi quanto sia importante l’orecchio, l’ascolto.
E in un mondo chiassoso in cui la musica, le relazioni, i luoghi sono dominati dal rumore dobbiamo educarci al suono, ai suoni, ai micro suoni, anche del nostro corpo come il respiro, i battiti, lo scorrere del sangue; a quelli della natura: il vento, le foglie, l’acqua, gli animali. E anche al silenzio.

Axridda Formaggio Escalaplano

Axridda, il formaggio delle nostre radici

di Giuseppe Contu.
Arroccato sulle pendici di un altopiano, ai lati due corsi d’acqua e canyon tra le montagne. Nell’aria l’aroma inconfondibile della macchia mediterranea. Da queste parti diversi sono ancora i pastori che portano al pascolo pecore e capre in un territorio, quello di Escalaplano, dove brucano erbe spontanee. Così come si faceva in epoca nuragica, qui ancora si trasforma il latte in formaggio con metodi ancestrali, per poi conservarlo secondo natura.
Già due millenni or sono, Plinio il Vecchio raccontava di questa tecnica di custodia dei cibi altrove scomparsa e perfino dimenticata. Ma non qui, in questo paese della Sardegna dove si riesce a creare un equilibrio magico tra tre prodotti squisitamente autoctoni: l’argilla, l’olio di lentischio e il pecorino. Questa triade produce un risultato che rappresenta un unicum nel suo genere: su casu de axridda, sintesi perfetta dei sapori di una terra incontaminata.
Il formaggio riceve una patinatura con l’olio di lentischio cui segue un primo rivestimento con l’argilla che poi, una volta asciutta, viene riumidificata, preparandola per un secondo strato di argilla. «Ho appreso questa antica arte da mio padre e da mio nonno – racconta Rino Farci – perché in questa comunità non si è mai smesso di conservare il formaggio secondo questa modalità. Si riesce così a ottenere una salvaguardia ottimale del prodotto, ponendolo al riparo dalle elevate temperature del periodo estivo e garantendo, nel contempo, un giusto livello di umidità. Cerco di concentrare tutta la produzione nel periodo primaverile – prosegue – perché in questa stagione il pascolo è particolarmente variegato e questo assicura una singolare prelibatezza al formaggio».
Un prodotto che al palato risulta particolarmente equilibrato e piacevole, quasi piccante e con un insieme di aromi che richiamano le essenze del territorio. Può essere consumato dal secondo mese di stagionatura, tempo in cui le forme sono pronte per ricevere la particolare cappatura, fino ai due anni quando il gusto presenta caratteri decisi, pur mantenendo una consistenza ancora sufficientemente morbida.
A Escalaplano, paese a spiccata vocazione agropastorale, questa antica tradizione si è dispiegata nei secoli senza soluzione di continuità. Da qualche anno poi il formaggio axridda è ormai un PAT (prodotto agroalimentare tradizionale), inserito nell’apposito elenco istituito dal Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. È questo un riconoscimento che viene attribuito a prodotti ottenuti con metodi di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidati nel tempo secondo regole tradizionali. Ciò contribuisce a rendere il formaggio axridda una specialità della locale tradizione e denota la sua origine in termini di assoluta singolarità.
In paese, infatti, è possibile reperire tutti gli elementi che coesistono in queste deliziose porzioni di formaggio: il latte, l’olio di lentischio (altra eccellenza locale) e l’argilla della cava alla periferia del paese.
La consapevolezza di poter contare su un prodotto di qualità ha determinato nell’ultimo decennio il concretizzarsi di iniziative imprenditoriali assolutamente promettenti. Rino è stato uno dei primi a credere nelle positività di questa produzione che, sostiene, «potrebbe determinare una chiara occasione di sviluppo del sistema economico escalaplanese in forza delle enormi potenzialità che axridda ha di ricavarsi importanti fette di mercato».
Il riconoscimento ministeriale quale PAT permette a tutti gli operatori del paese di misurarsi con questa opportunità che rivela quanto sia possibile dare slancio a un settore cronicamente in crisi, magari diversificando la produzione e puntando a captare consumatori sempre più raffinati ed esigenti.
Questo necessità di un continuo processo evolutivo nella ricerca della migliore forma da assicurare al prodotto. Magari affiancando alla tradizionale figura del pastore altre professionalità che seguano e indirizzino il processo di produzione e di stagionatura, assicurando, nel virtuosismo della multidisciplinarietà, un processo di evoluzione qualitativa.
«Possiamo e dobbiamo crederci qui a Escalaplano – conclude Rino – abbracciando, perché i tempi lo richiedono, condotte imprenditoriale di larghe vedute che promuovano la nostra crescita. Ma per questo bisogna convincerci in primis noi, escalaplanesi, dell’unicità del prodotto e delle opportunità a esso connesse».
L’annuale sagra punta anche a questo, richiamando in paese tutti coloro che vogliono avere una conoscenza diretta del prodotto e delle fasi della lavorazione. Ma anche altre iniziative divulgative sono da incoraggiare per dare slancio a idee che potrebbero rivelarsi vincenti.
In una porzione di Sardegna che subisce la falcidia di una crisi economica difficile da affrontare, puntare sulle proprie radici e sulla specificità delle tradizioni può determinare una seria ripartenza. L’agro-alimentare di qualità, in questo caso, offre al mercato l’assoluta bontà di un prodotto, peraltro dai tratti originali, in un settore di sviluppo dove innovazione e tradizione si pongono come binomio vincente.
Nessuno possiede la bacchetta magica per proporre la ricetta anti crisi insieme all’antidoto contro il conseguente progressivo spopolamento. Ma fermarsi un attimo ad attuare una riflessione storica su noi stessi, sul quel che siamo stati e soprattutto su quel che vorremo essere, può consentire di trovare in casa nostra e nel nostro vissuto il leit-motiv di un rilancio.
Così si può individuare una risposta all’atavica questione del prezzo del latte, alla crisi pluriennale della disoccupazione e al triste fenomeno della fuga delle giovani risorse.
Alcuni passi son stati fatti anche in questa prospettiva. L’inserimento di Escalaplano tra i paesi dell’Igp Culurgionis d’Ogliastra darebbe l’opportunità di inserire una porzione di formaggio axridda nella classica ricetta, promuovendo ulteriormente il prodotto caseario.
Resta da sperare che il trend appena inaugurato si arricchisca di una costante evoluzione che diventi molto di più di una ragionevole speranza di un futuro anche qui, in questo lembo di Sardegna, nelle valli tra i due fiumi, dove l’orgoglio della propria origine e l’attaccamento alle proprie radici forse ha scoperto una via per il proprio futuro.

Steward

Lavoro ad alta quota

di Fabiana Carta.
Una vita come quella di tanti ragazzi: un diploma di maturità in ragioneria, l’iscrizione all’Università di Cagliari in Scienze politiche con indirizzo “Relazioni internazionali”, spinto dalla passione per la geografia e dalla curiosità per le culture diverse dalla nostra.
Succede spesso, soprattutto ai giovani, di vivere dei momenti di insoddisfazione generale, nei quali non si riesce più a trovare degli stimoli, a trovare l’ispirazione, la voglia di proseguire il progetto che ci eravamo prefissati. E allora abbiamo due strade: una è quella di continuare comunque quello che avevamo iniziato. Non lasciare il sentiero, un po’ per mancanza di coraggio, un po’ per la paura di cambiare, un po’ per comodità o speranza di ritrovare la motivazione. L’altra strada non è per tutti, è per gli audaci, è per quelli che non si accontentano e che credono nei sogni.
Claudio Deidda, classe 1988, sceglie la seconda. «Era il 2015, avevo bisogno di dare una svolta alla mia vita, che era diventata piatta e noiosa. Il mio desiderio era quello di intraprendere la carriera di assistente di volo». Liberatosi dal legame forte con la sua terra, Tortolì, e vinta la paura di partire all’estero per un eventuale lavoro, decide di trasferirsi per tre mesi in Inghilterra per frequentare un corso d’inglese, lingua che ama molto. Così lascia la sua Itaca. «Quando ero bambino ricordo che andavo insieme a mio padre a vedere gli aerei all’aeroporto di Tortoli, poi mi portava al porto di Arbatax a vedere le navi, amavo anche i treni e i pullman. Una passione per tutti i mezzi di trasporto!». Le passioni dell’infanzia ritornano sempre, prepotentemente.
Nel febbraio 2016 rientra in Ogliastra e un mese dopo decide di affrontare due colloqui, i cosiddetti open day, uno a Venezia con la compagnia aerea spagnola Vueling e uno a Cagliari con Ryanair. Quest’ultimo va molto bene, tant’è che il giorno dopo il suo compleanno Claudio riceve un bel regalo, una mail della compagnia con esito positivo. Inizia la sua avventura con il trasferimento a Roma per frequentare il corso preparatorio intensivo della durata di sei settimane, rigorosamente in inglese, tutti i giorni dalle 9 alle 18 e sempre in abbigliamento super formale. Finito il corso si trasferisce a Londra Stansted, aeroporto principale di Ryanair. «Sembrava tutto bello e perfetto, ma poi sono iniziate le prime difficoltà. Mi sono ritrovato in Inghilterra senza una casa dove stare, insieme ad altri colleghi abbiamo vissuto in albergo, ricordo che eravamo in cinque in una stanza tripla per 14 giorni. Dopodiché ho trovato una stanza con altri colleghi, ma solo per il periodo estivo. Dal primo settembre ho iniziato di nuovo a vagabondare, ospite di altri colleghi, dormivo su un divano in quanto non riuscivo a trovare una sistemazione decente. Per di più anche il lavoro non era come avevo sognato: turni massacranti, stipendi bassi e ambiente lavorativo pessimo (esclusi i colleghi che oggi posso definire amici). Così a novembre ho deciso di lasciare il lavoro e l’Inghilterra in attesa di qualche nuova chiamata».
Tornato in Sardegna Claudio svolge altre attività, sempre con la speranza di ricevere proposte da altre compagnie aeree. Dopo sette mesi arriva la chiamata di Blue Panorama, compagnia italiana a cui aveva fatto richiesta di colloquio quasi un anno prima e riesce a ottenere un contratto fino alla fine della stagione. «Ero al settimo cielo, inizio a “volare” e finalmente per la prima volta mi sento un assistente di volo. Viaggi intercontinentali come Cuba e Kenya, Germania e altre città italiane, notti in albergo a 4/5 stelle con colazione, niente di più bello».
Comincia una vita in viaggio, finalmente lontano da tutto quello che gli stava stretto, assapora gli aspetti positivi di questo nuovo lavoro come incontrare e conoscere ogni giorno persone nuove provenienti da ogni parte del mondo e ascoltare anche i problemi dei passeggeri, cercando di aiutarli nel limite delle possibilità. Durante questi mesi arriva una nuova proposta da una compagnia aerea con base ad Alghero e Claudio, da buon sardo, sentendo il richiamo e la mancanza della sua terra, rientra a casa con il lavoro dei suoi sogni. «Mi sentivo l’uomo più fortunato del mondo. Purtroppo, però, la compagnia è finita in mezzo ai soliti problemi burocratici italiani, per cui mi sono ritrovato con orari dimezzati e stipendi dimezzati e con tanto tempo libero ad Alghero nel periodo invernale, che mi ha portato a stringere amicizia con i miei colleghi che a oggi sono tra i miei migliori amici, tra cui Sara, conosciuta in mezzo a questi “problemi” e che è diventata la mia compagna, sostenendomi nelle scelte e nelle difficoltà».
La vita di Claudio passa dalla tranquillità e monotonia iniziale dovuta a casa – studio – casa, con qualche lavoro poco stimolante, a un nuovo lavoro che lo ha travolto, facendogli cambiare in soli tre anni quattro compagnie aeree e cinque città dove vivere. Attualmente lavora per una compagnia con sede in Sicilia; come responsabile di cabina di un aereo con 70 posti che effettua i collegamenti tra Palermo e le due isole di Pantelleria e Lampedusa. «Per poter fare questo lavoro, come penso per tutti, ci vogliono tanti sacrifici anche perché al 99% devi andare via da casa, lasciare tutto e partire. E anche quando credi di essere tornato a casa con il tuo lavoro all’improvviso potresti ricevere un’altra proposta, dovendo abbandonare tutto e andare via di nuovo. Fare l’assistente di volo non è sempre il lavoro dei sogni come viene descritto, perché giriamo il mondo. A volte negli aeroporti restiamo solo mezz’ora, sbarchiamo, rimbarchiamo e partiamo!». Un lavoro adatto a chi ha spirito di adattamento e un «pizzico di pazzia», si vive in viaggio, in tutti i sensi, come lavoro e metafora di conoscenza.
Mi confida di ritenersi fortunato perché in così breve tempo, grazie alla sua carriera, ha iniziato a togliersi delle soddisfazioni senza che nessuno gli abbia mai regalato nulla, potendo contare sempre sul sostegno della famiglia e della sua compagna. Prima di salutarci gli chiedo come si vede nel futuro: «Non so se questo sarà il lavoro per tutta la mia vita, ma ad oggi non mi vedo da nessun’altra parte se non su un aereo. Anche se non nego che un giorno vorrei tornare a lavorare in Sardegna», come un Ulisse moderno. Se cerchi la tua strada verso Itaca spera in un viaggio lungo, avventuroso e pieno di scoperte. I Lestrigoni e i Ciclopi non temerli, non temere l’ira di Poseidone. Pensa a Itaca, sempre, il tuo destino ti ci porterà.

Becchia

Benvenuti a bordo!

di Augusta Cabras.
Emanuele Becchia vive e lavora in equilibrio perfetto con il ritmo delle onde del mare, con la loro potenza e la loro grazia, in navi che assumono sempre di più le sembianze di casa.
26 anni appena compiuti, dal 2015 lavora a bordo delle navi, coronando un sogno di bambino. «La passione per le navi è dentro di me sin dalla tenera età. Con la mia famiglia, ad agosto, andavamo a trovare i miei zii ad Olbia per circa due settimane. In questo breve periodo, grazie a mio zio che lavorava come barista alla stazione marittima, avevo la possibilità di stare a stretto contatto con le navi. Mi innamorai. Per me non esisteva pomeriggio migliore di quello trascorso in porto a vedere navi che arrivavano e partivano. Mia madre, ancora oggi, ricorda con quale attenzione cercavo di memorizzare qualsiasi dettaglio di quei bestioni che mi sfrecciavano davanti. Il mio unico strumento didattico erano i depliant pubblicitari delle varie compagnie: da questi potevo imparare lunghezza, larghezza, capienza e velocità di ogni singola nave. Essendo nato e cresciuto a Ussassai, quindi lontano dai più affollati porti sardi, la mia passione era destinata ad affievolirsi. Invece no, per tutto il periodo scolastico, ossessionavi amici e parenti con i racconti sulle mie navi».
Ma si sa, il sogno non basta. Ci vuole determinazione, studio, impegno, sacrificio e pazienza, tutti elementi che Emanuele mescola ed esercita per arrivare al traguardo. È certo che lì, in quelle navi che da bambino sembravano ancora più grandi, vuole impegnare le sue energie, le sue capacità, la sua voglia di scoprire e sperimentare.
Perché, se da un lato, vivere costantemente lontani da casa, genera una nostalgia profonda per la terra e gli affetti che lasci, dall’altra ogni viaggio diventa una scoperta, in ogni traversata c’è un mondo nuovo che si rivela nelle sue innumerevoli pieghe, nei suoni di linguaggi e parlate sconosciute e affascinanti, nei sapori dei cibi, negli odori che impregnano l’aria, nei mille e mille volti che si incontrano sopra la nave e nella terra ferma, quando il gigante del mare si riposa e con lui coloro che la abitano. «La vita a bordo non è sicuramente semplice – ammette Emanuele –. Tanti mesi lontano da casa e tanto lavoro creano in noi marittimi una nostalgia costante della vita che abbiamo lasciato a terra. Tante volte mi fermo a pensare che dall’età di 22 anni, quando la mia carriera è iniziata, ho passato con la mia famiglia e i miei amici circa un quarto del tempo che avrei potuto passare con loro lavorando a terra. Subito dopo però, penso che il punto focale della questione sia proprio la decisione di voler fare questo lavoro: non è capitato, non è un ripiego, ho semplicemente scelto di farlo. L’ho tanto desiderato, l’ho ottenuto e l’ho scelto. La vita mi offre sempre qualcosa di nuovo. Una nuova destinazione, nuovi amici, nuove esperienze. Quando sono a casa, invece, penso solo a ricaricarmi un po’. I miei amici di una vita sono sempre lì ad aspettarmi, pronti a raccontarmi tutto quello che mi sono perso delle loro vite in questi mesi di lontananza. Le due colonne portanti della mia vita, mia madre e mia sorella, sono sempre pronte ad accogliermi a braccia aperte a ogni mio rientro, come se ogni volta fosse la prima. Quando parto, invece, un pezzo di me rimane sempre con loro». Il momento del distacco dalle persone care per Emanuele è sempre un momento di tristezza che lentamente passa quando si re-immerge nel lavoro, nel viaggio, nella conoscenza di tante nuove persone che nel tempo di una traversata o di un’intera vacanza vogliono stare bene.
Ma quale è stato il percorso di studio compiuto da Emanuele per arrivare a fare questo lavoro per lui così appassionante? «Dopo la laurea in Economia e management del turismo a Olbia ho partecipato a una selezione per un corso post-universitario in tema turistico. Poco prima dell’esame finale ho avuto modo di partecipare a un breve training su una nave da/per la Sardegna, la stessa nella quale mi sarei imbarcato qualche mese dopo per dare inizio alla mia carriera a bordo. Ho seguito poi dei corsi pre-imbarco, fortemente mirati a mantenere un alto livello di sicurezza a bordo. Dopo stage e colloquio di lavoro, finalmente ho iniziato a lavorare nella prima nave che per me è stata il Moby Wonder. Ero imbarcato come Assistente Commissario, quindi la mia principale mansione prevedeva un diretto rapporto con il passeggero. Presidiavo la reception, dedicandomi all’accoglienza del cliente a bordo e alla sua completa assistenza. Mi occupavo della tenuta della contabilità dei locali commerciali, della gestione delle documentazioni equipaggio per ogni imbarco e sbarco (sezione camera e cucina), gestione buoni di lavoro e manutenzione delle aree passeggeri, annunci via interfono, nonché tutto ciò che riguarda l’assistenza al Commissario nello svolgimento delle sue principali funzioni. Dopo qualche anno ho deciso di lanciarmi in un’esperienza sulle navi da crociera; così mi sono catapultato in Asia, dove sono stato impegnato in crociere di circa cinque giorni tra Cina, Giappone e Taiwan. In quel periodo facevo parte del dipartimento Inventory; insomma, mi occupavo della misurazione e dell’analisi delle performance alberghiere, quindi controllo dei costi (Hotel & Food cost) e cura dei budget assegnati a ogni dipartimento alberghiero a bordo. Dopo questa fantastica esperienza, sono tornato in Moby da Commissario, con il compito di gestire il dipartimento alberghiero della nave posizionata in Nord Europa, Princess Anastasia». Per incontrare Emanuele in questo periodo dovremmo fare una crociera tra San Pietroburgo, Helsinki, Stoccolma e Tallinn. Lo troveremmo occupato nella direzione del dipartimento Hotel, dai ristoranti ai bar, dalle cabine alla Spa, dal Casinò alla discoteca, dalla cucina alla cambusa, dal Duty Free shop alla reception, impegnato a rendere indimenticabile la vacanza in crociera.