In breve:

Volti e persone

Cannas e Mariana

Come un angelo custode

di Fabiana Carta.

Romania, vigilia di Natale del 2005. Mentre le famiglie si riuniscono sotto l’albero nell’autentico spirito natalizio, in allegria e condivisione, e la città è vestita a festa, Mariana Mircea lascia la sua casa con malinconia e tristezza nel cuore. Valigia in mano, direzione Sardegna, Lotzorai.

Nel curriculum un paio d’anni come commessa e dieci anni come sarta in una maglieria, dove realizzava capi per bambini, uomini e donne, con scarsi guadagni. «Avevo 33 anni e stavo lasciando un figlio di 11 – ricorda –. L’idea dell’Italia era una vita migliore, volevo realizzare qualcosa per la mia famiglia, non tanto per me. I desideri erano tanti e le mancanze anche».

All’epoca si poteva partire per soli tre mesi con visto turistico, per poi rientrare ed eventualmente ripartire, la Romania non faceva ancora parte dell’Unione Europea. In quegli anni era fra le poche badanti straniere, oggi quelle che arrivano dalla Romania sono circa un milione.

Ad attendere Mariana c’era sua cognata, che faceva già la badante. L’impatto con la Sardegna e la sua prima esperienza lavorativa sono un bel ricordo, tanto che – mi racconta orgogliosa – il suo primo datore di lavoro, scaduti i 90 giorni, non voleva licenziarla.

Fare la badante è un mestiere particolare, perché funzioni devi ispirare totale fiducia. Le mansioni sono tante: prendersi cura della casa, seguire tutte le incombenze quotidiane, pagare le bollette, fare la spesa, ma soprattutto prendersi cura della persona che si assiste. Questo si può fare in due modi: razionalmente, svolgendo in maniera meccanica e fredda i vari compiti, oppure si può vivere questo mestiere come una missione, con l’attenzione ai dettagli, alle richieste, interpretando il tono della voce, i pensieri, cercando di alleggerire il cuore della persona che si assiste. Ci devi entrare con tutte le scarpe, devi lasciarti coinvolgere.

«Dopo i primi tempi a Lotzorai – continua – sono stata fortunata a incontrare la famiglia Cannas, che mi ha accolta con fiducia e gentilezza». Inizia un sodalizio che dura da 15 anni. Mariana entra a far parte della famiglia come badante della signora Welma Sida, moglie del signor Francesco, eletta sindaco di Lotzorai il 27 aprile 1997. «All’inizio è stata dura perché si parlava poco, a causa della grave malattia, ma io dovevo cercare di capire i bisogni. Mi hanno aiutato tanto partendo dalle parole più semplici. Quando ho iniziato a comprendere e a imparare, mi sono sentita più aperta, libera di esprimere ciò che avevo dentro, libera anche di chiedere se stavo svolgendo un buon lavoro. Sentivo che erano contenti di me, mi trattavano bene, ma quando ho potuto scambiare delle parole con loro è stato bello».

Dopo la morte della signora, la famiglia ha deciso di affidarle le cure del signor Francesco. La sua dedizione verso la signora prima, e verso il signor Francesco dopo, è così lampante nelle sue parole! Ricorda ogni dettaglio, persino le date precise degli eventi, i compleanni, i giorni passati in ospedale durante la malattia, tutto. Faccio una battuta sulla sua memoria di ferro, mi risponde così: «Mi ricordo perché io non lo assisto e basta». Ecco il cuore, la compassione, l’entrare davvero all’interno di un rapporto familiare. E poi continua, raccontandomi di quanto hanno stima di lei: «Mi hanno anche dato la forza, nel 2013, di prendere la patente!».

Da quando Mariana ha iniziato a guidare, porta signor Francesco, oggi ottantottenne, a fare la spesa, a vedere il mare, a pagare le bollette, a comprare le medicine. Perché lo fa? Per coinvolgerlo mi dice, per non lasciare che si abbandoni alla solitudine sulla sua poltrona, per integrarlo – come dice lei – nella giornata. «Dopo la morte della moglie non abbiamo passato un periodo facile – racconta – la depressione lo stava travolgendo e purtroppo ha avuto tre ictus a distanza di anni. Non è mai stato un grande chiacchierone, ma io lo stuzzico, non mi piace che stia troppo in silenzio».

Parliamo dei quindici anni di dedizione e lavoro: non è stato tutto rose e fiori, c’era il sentirsi in colpa per un figlio lontano, ma c’era anche la soddisfazione e la consapevolezza di poter migliorare la vita del caro figlio: «In quel periodo – sottolinea – non avevo altra scelta, se non partire. Ho fatto tanti sacrifici, lasciando la famiglia lontana mentre io ero qui da sola, ma in questo modo mio figlio ha potuto frequentare l’Università a Bucarest, sono contenta e orgogliosa. Spero che possa avere una vita diversa e avere quello che non ho avuto io».

Le giornate sono scandite dagli impegni, commissioni, faccende domestiche. È solo da qualche anno che Mariana ritaglia un po’di tempo per le sue passioni: «Amo i fiori e fare giardinaggio, mi prendo cura della veranda! Fare questo lavoro prende tanto tempo, le giornate non sono mai tutte uguali».

Il lavoro come badante è stata un’opportunità, non una scelta, ma ha capito che le piaceva, che combaciava con il suo modo di essere. «Avrei potuto cambiare, cercare un altro mestiere, una casa per conto mio. Ma poi, sai com’è? Ti affezioni», mi confessa durante la nostra telefonata. Il suo paese natale e i suoi familiari le mancano, ma i cellulari di ultima generazione, fra videochiamate e foto, accorciano le distanze.

L’ultima domanda a bruciapelo. «Sì, tornando indietro rifarei le stesse scelte, nonostante il dolore per le persone che ho lasciato. Mi sento davvero fortunata ad aver trovato la gentilezza della famiglia Cannas».

 

Paolo Demontis

La bottega del buon gusto di Paolo Demontis

di Francesca Lai.

Nella via principale di Perdasdefogu sorge un piccolo negozio, curato nei minimi particolari, si chiama La bottega del buon gusto. In vendita ci sono gli insaccati, prelibate carni, dai salami al guanciale, una vasta scelta per tutti i palati, prodotti da un giovanissimo imprenditore

Dietro il bancone c’è Paolo Demontis, classe 1993, che in quell’attività ha messo tutto se stesso, arrivando al coronamento di un sogno inseguito da tempo. Paolo tira su la serranda del locale di via Vittorio Emanuele dal 2019 e ogni giorno si divide tra il commercio e la vita nelle campagne per accudire il bestiame. Gli insaccati vengono trasformati da una ditta esterna: «Mi sono affidato a un salumificio, per ora lavoro conto terzi – spiega – ma vorrei aprire un mio laboratorio per la trasformazione dei prodotti».

Una vita costellata da tante soddisfazioni e i sacrifici delle giornate intense di lavoro Paolo li affronta con il sorriso. «Sette anni fa ho acquisito una parte di bestiame dai miei genitori e da lì ho iniziato la mia nuova attività – racconta –: aprire il negozio è sempre stato il mio sogno».

La giornata di Paolo inizia prestissimo, alle sette del mattino è già in negozio prepara la merce e serve i clienti. Chiuso per la pausa pranzo alle 13, il giovane si reca in campagna. «Dalle 14.30 e fino a poco prima della riapertura mi reco al bestiame, preparo la lettiera alle scrofe, pulisco, do da mangiare agli animali e controllo infine che sia tutto a posto e in ordine», spiega. Poi si corre di nuovo in negozio dove si rimane fino alle 20.

Nulla sembra pesare al giovane neanche la fatica quotidiana, il segreto è la passione. «Ho sempre avuto una forte passione per la campagna e per gli animali – continua Paolo –, lavorare in questo settore è sempre stato il mio sogno e con il sostegno della mia famiglia e dei miei amici sono riuscito a realizzarlo». Abitare in un piccolo paese e decidere di intraprendere un’attività in proprio non è stata impresa semplice, l’idea di andare via è balenata nella mente dell’imprenditore, ma la decisone di rimanere è prevalsa su tutto. «Prima di aprire il negozio, avevo pensato di andare fuori a lavorare, ma sono legato al paese e alla mia passione per la campagna – dice –. Ora come ora non riuscirei ad andare via e stabilirmi in un altro posto».

Ci vuole coraggio e la scelta di rimanere in paese si è rivelata importante anche per l’economia del posto. Una saracinesca che si solleva è segno di un territorio attivo. E a chi vuole inseguire un sogno come il suo, Paolo dà importanti suggerimenti. «Consiglio ai giovani di studiare, io non l’ho fatto anche se ho avuto modo di apprendere bene il mestiere, ma oggi lo studio è davvero importante – sottolinea –: non esiste più la figura dell’allevatore vecchio stampo. Oggi per lavorare ci si affida anche alla tecnologia». Ai ragazzi consiglia anche di inseguire i propri sogni con un ma: «È importante fare esperienze, ma se è possibile cerchiamo di rimanere nella nostra terra: se tutti decidessero di andar via il paese morirebbe».

L’anno più difficile per Paolo Demontis è di certo stato il 2020. La pandemia ha ridotto gli affari ma stringendo i denti, l’esercente della Bottega del buon gusto è andato avanti senza demoralizzarsi. «Il lockdown di marzo è stato il periodo peggiore: il bestiame aveva un prezzo bassissimo, si vendeva ugualmente anche a un prezzo inferiore, ma a malapena si riuscivano a coprire le spese – commenta –. Siamo comunque andati avanti. In quel periodo molte attività erano chiuse, soprattutto i ristoranti, è comprensibile che anche il nostro prodotto fosse fermo. I commercianti, per esempio non ritiravano i maialetti, non riuscivamo a vendere i nostri prodotti, ma era tutta la catena a essersi fermata. Abbiamo faticato parecchio nel boom dell’emergenza sanitaria. Speriamo che le cose migliorino d’ora in poi».

Tra le tante cose positive del negozio Paolo racconta le sue gratificazioni: dalla vendita del bestiame vivo a quando un parto va a buon fine. «Sono grandi soddisfazioni perché so benissimo tutti i sacrifici che ci sono dietro e tutto l’impegno che ho messo nel mio lavoro per raggiungere e ottenere certi risultati – dice –; è bello poi quando ricevo i complimenti, quando la gente mi dice che il prodotto è buono e lo ha apprezzato». Impegno che Paolo mette nel suo mestiere giorno per giorno. Il lavoro richiede molta costanza anche perché gli animali non possono essere lasciati soli. «Lavoro con il sole, con la neve, con la pioggia, domeniche comprese a Pasqua e a Natale, gli animali devono mangiare ed essere accuditi tutti i giorni dell’anno».

Il ragazzo porta avanti la sua attività rinunciando forse a qualche hobby, ma cerca comunque di ritagliarsi, quando è possibile, del tempo per se stesso. Certo è che la vita all’aria aperta l’apprezza molto di più che stare tra le quattro mura. «In questi anni mi è capitato di privarmi di qualcosa: prima avevo un cavallo, ora non posso permettermelo. Non è una questione economica, ma mancanza di tempo, non mi va di prendere un animale se so già che non potrò riuscire a tenerlo come si dovrebbe, preferisco quindi rinunciare». E aggiunge: «Un’altra delle mie passioni sono i motori. Prima andavo a seguire le gare, adesso per poterlo fare mi sveglio presto alla domenica, lavoro, e poi posso partire a seguire degli eventi».

Una grande e compatta famiglia, la fidanzata e tanti amici popolano la vita di Paolo e da sempre gli hanno fornito aiuto, consigli e incoraggiamenti, tanto che il giovane ha già in mente ambiziosi progetti per il futuro. «Gli amici, la mia ragazza e i miei familiari mi hanno sempre supportato dandomi anche sostegno morale. I prossimi passi sono quelli della creazione di un laboratorio tutto mio per la trasformazione dei prodotti – spiega –. Inoltre, voglio ampliare il negozio creando uno spazio per la vendita delle carni suine fresche».

Il nome de La bottega del buon gusto ha poi una storia tutta sua, fatta di riunioni familiari su Whatsapp per decidere quale sarebbe stata la scritta sull’insegna. «La scelta del nome non è stata semplicissima, ho creato un gruppo su Whatsapp con le mie sorelle Cristina, Valentina e Alessandra e con la mia ragazza Giada – ricorda –: ogni giorno facevamo diverse proposte per vedere quale sarebbe stata la più accattivante, fino a che siamo riusciti a scegliere la soluzione più adatta, l’opzione, insomma, che ci metteva tutti d’accordo».

L’avventura di Paolo continua con la certezza che la caparbietà e la voglia di migliorarsi ripagano sempre.

 

Ferrai

Prevenzione e vaccino: così si sconfigge il virus

di Claudia Carta.

Parte la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 anche in Ogliastra. Ne abbiamo parlato con il direttore sanitario dell’ospedale di Lanusei, Luigi Ferrai

Sono molto forti le parole di Papa Francesco. Forti come i tempi che stiamo vivendo. Forti come i rischi che stiamo correndo, quelli oggettivi legati a una pandemia che non sembra cedere un metro nella sua corsa globale, e quelli celati dietro diffidenze, bufale, negazionismo e complottismo.

Vaccino, una scelta etica. È forte anche la presa di posizione che la nostra chiesa diocesana fa, a partire dalla sua guida. La stessa scelta, libera, consapevole, convinta e responsabile che l’intera società ogliastrina fa e deve fare. Libera. Come tutte le scelte…

Eppure: «Credo che eticamente tutti debbano prendere il vaccino – afferma Bergoglio –. È un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri». E aggiunge: «C’è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare».

Prevenzione e vaccino sono gli strumenti che ora abbiamo in mano per arginare e sconfiggere il virus.

E allora è corsa contro il tempo per riuscire a mettere a punto la più grande campagna di vaccinazione che sia mai stata realizzata. Siamo in ritardo, è vero, a tratti si naviga a vista, ma la speranza è che, una volta entrata a regime, la macchina possa funzionare spedita.

Obiettivo cruciale e sforzo organizzativo notevole per raggiungerlo. Anche al Nostra Signora della Mercede di Lanusei si lavora senza sosta in questa direzione. È Luigi Ferrai, capo della direzione sanitaria del presidio ospedaliero ogliastrino, a illustrarci logistica e pianificazione: «Abbiamo iniziato la somministrazione dei vaccini lo scorso 7 gennaio: ho inoculato la prima dose del vaccino a una mia collega e successivamente sono stato io il secondo. Solo il primo giorno sono state somministrate 162 dosi di vaccino a medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici dell’ospedale. La somministrazione è proseguita anche nei giorni successivi, dal momento che nella sera del 6 gennaio sono state consegnate 426 dosi. Cercheremo di effettuarne quanti più possibile: il 7 gennaio abbiamo testato la macchina organizzativa, siamo in grado di somministrare 200 vaccini al giorno, anche di più. Ci sarà poi il richiamo che verrà effettuato dopo 21 giorni».

La logistica racconta di unità operative, attività di counseling e consenso informato: «Si tratta – prosegue Ferrai – di un’organizzazione che coinvolge diverse figure professionali, in primis gli igienisti, io e il mio collega, dott. Dessì. Abbiamo coinvolto anche un medico anestesista, primario di Anestesia e Rianimazione, dott. Francesco Loddo. Fanno parte, inoltre, dello staff quattro infermieri, tre amministrativi e un Oss. L’iter prevede la somministrazione del vaccino a tutte le unità operative. Abbiamo fatto tre gruppi, ognuno dei quali è composto da sei unità operative e, ogni ora, ciascun gruppo manda un suo professionista. Siamo predisposti per effettuare circa 18 vaccini all’ora, in realtà, siamo riusciti a farne molti di più».

Sui ritardi iniziali, il direttore sanitario risponde così: «Abbiamo perso un po’ di tempo all’inizio, perché abbiamo curato dettagliatamente quella che è la preparazione del vaccino. C’è, infatti, tutto un procedimento da seguire. Successivamente abbiamo organizzato la prima fase, quella cosiddetta del counseling: ogni professionista ha ricevuto una mail con la modulistica da compilare secondo quello che è il consenso informato, allegato che contiene una serie di domande sullo stato di salute della persona che dà il consenso alla vaccinazione. Infine, c’è una parte destinata al medico che gestisce il vaccino, l’indicazione del lotto, l’ora di somministrazione e la data. Dati e documenti che arrivano già con il professionista; io e il mio collega ne controlliamo la regolarità ed eventualmente approfondiamo alcune tematiche prima di dare il consenso alla vaccinazione. Una volta che questa viene effettuata, la modulistica viene trasmessa agli amministrativi che caricano sul sistema i dati, generando un flusso di informazioni a livello aziendale e regionale».

Il vaccino in distribuzione è quello Pfizer-BioNTech, «stoccato in frigo a circa -80° a Cagliari – dice ancora l’igienista –. Le dosi vengono successivamente trasportate a Lanusei o a Nuoro tramite catena di custodia del freddo, attraverso una ditta specializzata».

Attualmente il punto di vaccinazione è collocato all’interno dell’ospedale lanuseino: «Stiamo utilizzando un’ala di un reparto dove sono state allestite quattro stanze: una destinata alla segreteria per la raccolta dei dati, due alla somministrazione del vaccino e una stanza è allestita dal punto di vista rianimatorio se qualcuno, eventualmente, manifestasse qualche reazione allergica. Successivamente ci saranno dei punti di vaccinazione anche sul territorio, ma l’organizzazione territoriale andrà sicuramente in mano all’Igiene pubblica. È indubbio che l’ospedale offrirà, comunque, un supporto sul territorio come sta facendo da tempo perché c’è stata un’ampia e serena collaborazione tra ospedale, distretto, igiene pubblica, centro di igiene mentale. La nostra Asl da questo punto di vista è forte, collaboriamo costantemente, oggi ancora di più».

È ormai risaputo che i primi a essere vaccinati, come da normativa, siano gli ospedalieri, cioè a dire tutti i professionisti coinvolti, per la parte sanitaria, dentro il nosocomio. «Eseguita la somministrazione sulla parte ospedaliera – illustra Ferrai – procederemo con quella territoriale che va a coinvolgere i medici di medicina generale, le guardie mediche, gli specialisti, tutte le persone coinvolte nelle case di riposo, le persone fragili, ecc».

Poi il monito: «Il vaccino non è obbligatorio, ma è fortemente consigliato. Quello che abbiamo fatto in Ogliastra in questi ultimi dieci giorni è qualcosa di eccezionale, oserei dire di grandioso: uno screening di massa al quale hanno aderito quasi 30mila ogliastrini, con 300 sanitari e altrettanti volontari, che ha visto coinvolti 23 comuni e 46 postazioni, con una logistica senza precedenti, dato che la Asl di Lanusei – grazie al coordinamento di Luigi Mereu – ha fatto sì che le sedi avessero tutto il necessario per garantire la somministrazione del tampone antigenico. Il risultato: 152 persone positive che sono state sottoposte immediatamente a tampone molecolare così come i loro stretti contatti. Operazione che si è ripetuta l’11 e il 12 gennaio. Contemporaneamente stiamo somministrando il vaccino. È davvero importante – sottolinea ancora il vertice del Nostra Signora della Mercede – vedere quanto lavoro c’è dietro tutto questo: la direzione sanitaria, i miei più stretti collaboratori, le unità operative, gli specialisti ambulatoriali, i medici di medicina generale, i volontari e tutte le persone che ci hanno aiutato a ottenere un risultato così eclatante».

Sul dovere di fare il vaccino, Ferrai non ha dubbi: «Lo screening è una delle prime linee di prevenzione, è un autentico attacco al virus. Così pure lo è il vaccino. Stiamo lavorando sulla prevenzione e contemporaneamente stiamo cercando di annientare il virus: queste sono le armi che abbiamo in mano e dobbiamo assolutamente sfruttarle».

Minetto

Sulla via di Damasco. Sintonizzati sulle frequenze di Dio

di Augusta Cabras.

Mattia Minetto è un giovane pieno di energia, amante dello sport, ogliastrino d’adozione, di professione osteopata

«Vivevo un periodo difficile della mia vita. Mi facevo tante domande ma forse non erano quelle giuste. La fede? Era un ricordo, sepolto, coperto di polvere e di stanchezza, di indifferenza e forse anche d’infelicità».
Incontro Mattia Minetto in una giornata autunnale che regala tiepidi raggi di sole. Parliamo di conversione, di Dio, di spiritualità, di testimonianza, di sport e di lavoro, «perché la mia fede non è scissa dal quotidiano, dal mio essere sempre e in tutti gli ambiti». E come non essere d’accordo!
Mattia ai primi anni del 2000, mentre conclude gli studi in osteopatia, rientra in Sardegna. La sua vita non brilla, galleggia in un mare d’insoddisfazione, di slanci mancati, di nebbia che non si dipana. Ma si sa, nelle situazioni di stasi, dove i passi si fanno pesanti e il cuore fatica, c’è sempre uno spiraglio che Dio attraversa con la sua misericordia e il suo amore. «Dio c’è sempre, c’era anche allora, ma io non ero sintonizzato sulle sue frequenze». E qualcosa accade.
Mattia e la sua futura moglie Patrizia, iniziano a frequentare gli incontri per prepararsi al matrimonio sacramento. Ogni appuntamento fatto di parole, di esperienze raccontate, di preghiera e di riflessione si trasforma in un leggero soffio che riaccende il fuoco della fede. E quindi quello della speranza. Il cammino è lento, ma diventa via via sempre più importante, bello, stimolante, tanto da dare alla vita di Mattia una nuova luce. «Questa rinascita – racconta – mi ha dato la possibilità di impostare la mia vita e il mio lavoro partendo sempre dall’essere a servizio degli altri. È forse un modo di essere che si scontra con la direzione che ha preso la nostra società, dove tutto sembra fatto per il tornaconto personale. Chi fa il mio lavoro sa di essere al servizio degli altri, al di là dell’aspetto economico. Lo fa per aiutare, e in questo la fede è un grande supporto».
Ricordando il tempo dedicato allo studio dell’osteopatia e ricordando in particolare una domanda che spesso veniva rivolta ai suoi maestri, si commuove. La domanda era questa: un osteopata può fare l’osteopata se non ha la fede? I maestri rispondevano: ricordati sempre che quando tratti un corpo, dentro c’è uno Spirito. Parole che gli fanno venire i brividi ancora oggi. Conferma che la relazione con i pazienti non è solo fisica, «perché c’è qualcosa che va al di là della nostra capacità di capire – sottolinea – e che costantemente agisce in loro e nei loro corpi; qualcosa che è più grande di noi. Per questo la fede è fondamentale, perché anche nei momenti più difficili, so sempre che c’è Qualcuno che opera, a cui mi posso affidare, che mi capisce. Dio è sempre disponibile e vicino, ma ci lascia liberi, anche di sbagliare. Sta a noi dargli la possibilità di entrare nelle nostre vite. Ogni volta che gliel’ho permesso, ogni volta che gli ho posto delle domande, non sempre sono arrivate le risposte che io mi aspettavo, ma sempre è arrivato qualcosa di positivo, ho sempre sentito dentro di me un cambiamento».
Da quel percorso di fede, iniziato con la preparazione al matrimonio, Mattia riprende a frequentare le celebrazioni e ogni volta è una scoperta. Ha la netta sensazione che le parole pronunciate dal celebrante siano scritte e dette per lui. La Sacra Scrittura diventa appiglio costante, fonte fresca da cui attingere incessantemente le risposte giuste ai grandi interrogativi, alle assillanti domande che puntellano l’esistenza. Gli chiedo se c’è una o più pagine del Vangelo che lo accompagnano costantemente e lui non ha dubbi. Uno è il brano raccontato da Luca nel capitolo 5. Gesù nel lago di Genèsaret vede due barche ormeggiate. Simone e gli altri pescatori sono in difficoltà, hanno pescato tutta la notte ma non hanno preso nulla e, sconfortati, sono alle prese con le reti vuote. In quella scena c’è l’umanità tutta che perde la speranza: «Vedo Gesù – commenta – con i suoi sandali che cammina e dice a Simone: prendi il largo e calate le reti per la pesca. Simone tentenna, ma poi si fida e si affida; getta le reti e le reti si riempiono di pesci».Gesù ribalta sempre le situazioni, è la speranza che non delude mai. È anche (o meglio spesso) quello che non ti aspetti. «Ho questa immagine nei miei occhi – aggiunge –: Gesù viene verso di noi, con i sandali ai piedi, con la sua semplicità che conquista e salva».
Ma c’è anche un passaggio di San Tommaso d’Aquino che è lampada per i passi di Mattia: “La vera pace consiste nel non separarci dalla volontà di Dio”. «Dio non ci lascia finché non prendiamo la direzione giusta – prosegue – al di là delle nostre difficoltà. Ci dobbiamo fidare. Anche Gesù nel momento della sua Passione, ha espresso la sua profonda umanità chiedendo a Dio “allontana da me questo calice”, ma poi si è affidato completamente alla sua volontà. È quello che dovremmo fare anche noi. Non è facile, perché è più semplice fuggire dal dolore e dalle difficoltà, ma è anche in quei momenti che Dio fa nascere in noi raggi di luce che ci trasformano nel profondo».
L’osteopata ogliastrino paragona la sua esperienza di fede all’esperienza della paternità, considerata un dono. La fede è testimoniare qualcosa di bello che ha cambiato la vita, che accompagna tutti i giorni, che fa camminare in una strada di speranza e di fiducia, verso noi stessi, verso gli altri e verso Dio. Decentrare la dimensione spirituale, negarla, allontanarla, determina il rischio di far appassire tutti i valori, di considerare e amare l’uomo solo come corpo e materia senza riconoscere la sua essenza.
La fede è luce che illumina anche i tempi bui come quelli che stiamo vivendo oggi, a causa dell’emergenza sanitaria. «Credo che anche da questa esperienza possiamo imparare», sostiene.
E per lui questi mesi difficili sono stati occasione per meditare, pregare, illuminare gli angoli bui di altre vite, condividere la sua fede con la sua comunità parrocchiale e con quanti, in una serata di fine estate, hanno assistito al suo racconto Diario di un laico ai tempi della pandemia.
Ogni opportunità è buona, anche dentro il peso di un momento difficile, per tornare ancora una volta all’essenzialità del messaggio evangelico, tra amore e speranza.

La bottega di Pablo

La bottega di Pablo. Questione di…testa

di Iosè Pisu.

Barba o capelli? Michele, barbiere lanuseino di 25 anni, è pronto ad accontentare tutti e a coniare un marchio che vuole viaggiare lontano

Chi dice che i giovani d’oggi non hanno più sogni, progetti, passioni come una volta, si sbaglia. Basta cercarli, incontrarli, parlarci e soprattutto conoscerli, per cambiare idea ed essere smentiti.
Chi incontra Michele, un lanuseino di 25 anni con la freschezza di un diciottenne, capisce subito che ci sono giovani che hanno dei progetti e sono pure capaci di realizzarli, curando tutto nei minimi particolari.
Come suo insegnante, l’ho lasciato tra i banchi di scuola alle medie e rincontrarlo dopo anni nella sua Bottega di Pablo, mi ha fatto provare una particolare emozione. Non so se lui fosse emozionato quanto me, sta di fatto che la nostra è stata una bellissima chiacchierata, dalla quale è emersa la sua vitalità, sincerità e schiettezza. Persino alle domande più personali ha risposto con molta semplicità: «Nessun problema, chiedi pure». Ognuno si è sentito a proprio agio e abbiamo parlato da uomo a uomo, atteggiamento che ben si addice al luogo in cui eravamo, un posto per soli uomini, la sua barberia.
Mi incuriosiva tanto sapere cosa ha spinto un ragazzo ad aprire oggi una barberia nella sua piccola cittadina, dove tra l’altro sono già presenti altre barberie. Quando e come è nata in lui questa passione: «L’idea del barbiere l’avevo sin da bambino e l’ho maturata da ragazzo – racconta –. Mi piaceva andare un po’ da tutti i barbieri del paese e mi incuriosiva il loro mestiere. Un giorno a 15 anni ho chiesto a mio padre se potevo provare a tagliargli i cappelli, ma finii per rasarlo a zero! Per un mese fu costretto ad andare in giro con un berrettino… Comunque la passione c’era, dovevo solo studiare un po’». La tecnica era sicuramente ancora da affinare.
Michele lascia riposare questo desiderio nel cassetto del suo cuore e della sua mente, e continua gli studi liceali. Conseguito il diploma, tenta i test all’università in Scienze della formazione per seguire l’altro suo sogno: «La mia idea era quella di aiutare i ragazzi con disabilità. Ma evidentemente non era quello che avrei dovuto fare». Decide, così, di prendersi un anno sabatico. Dopo qualche lavoretto, «per non pesare troppo sulla famiglia», decide di risvegliare la sua passione giovanile. Così a 21 anni si iscrive a Cagliari a un corso europeo per acconciatori che frequenta per tre anni, viaggiando tre giorni alla settimana per seguire le lezioni. Terminato il corso, «grazie ai miei genitori – sottolinea – che hanno comprato un piccolo stabile nella centrale via Roma, a Lanusei, e alla mia caparbietà, ho deciso di aprire la mia barberia. Con mio padre muratore, abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione nel periodo del lockdown, preparando il locale a ospitare la nuova attività».
Il risultato di tanto lavoro è un locale semplice ma accogliente, che richiama l’idea della bottega e del lavoro artigianale. Entrando, salta all’occhio un grande arco in pietra scoperto durante i lavori, che fa da cornice al piano con i lavandini; sotto il piano risalta un bellissimo ramo in legno di ginepro. Di fronte ai lavandini vi sono i due posti a sedere girevoli, come quelli di una volta. Alla destra ci sono una macchina da cucire antica, un vecchio telefono fisso con la rotella e un rasoio antico, mentre a sinistra si trova un comodo divano e, appeso al muro come fosse un quadro, un veliero costruito a mano con dei fiammiferi. In questa atmosfera d’altri tempi, osservando bene, si nota qualcosa di moderno: un quadro di un artista locale raffigurante il ritratto di un cane, precisamente un bulldog, di nome Pablo. «Volevo dare un’impronta personale alla mia barberia – commenta – e ho scelto il nome del cane che avevo regalato due anni fa alla mia ex ragazza, con la quale sono rimasto in buoni rapporti». Ho chiamato il locale La bottega di Pablo.
Una cosa che mi ha incuriosito era capire se c’era una ragione particolare nello scegliere di essere un barbiere e non un parrucchiere. «In Italia esiste il mestiere dell’acconciatore di cappelli, che unisce le figure di parrucchiere e barbiere insieme, ma secondo me così si sminuiscono entrambi i ruoli. Io sono dell’idea che in Italia debbano esserci delle scuole per barbiere, per solo uomini, come era una volta».
Michele parla in modo disinvolto e sicuro. Gli chiedo se in questo percorso abbia incontrato ostacoli e difficoltà. «A dire la verità nessuna in particolare. Prima dell’apertura ero molto teso e in ansia; ma una volta aperto sono rimasto molto soddisfatto. Dopo un mese dall’apertura sono anche riuscito a rendermi indipendente, ora infatti vivo per conto mio. Sono davvero contento! A parte il Covid e le restrizioni, che però riesco a gestire bene con le prenotazioni. Ho tante idee da realizzare per i clienti, come ad esempio il poter prenotare anche online. Per ora sta andando tutto bene, non mi posso lamentare. Anche i clienti sembrano contenti, ancora nessuno si è lamentato e stanno tornando; c’è poi chi ha sottoscritto l’abbonamento mensile e chi segue le diverse promozioni».
Nella vita di un ragazzo sono fondamentali le amicizie e cosi ho chiesto a Michele che ruolo avessero avuto in questo progetto i suoi amici. «Erano felicissimi – aggiunge – soprattutto perché ne hanno approfittato alla grande mentre facevo il corso: sono stati più che fortunati! Vengono spesso a trovarmi. E il giorno dell’inaugurazione, il 21 agosto scorso, hanno organizzato una piccola festa come se fosse stata una laurea».
Come insegnante ho lavorato per tanti anni a Lanusei e nei paesi limitrofi, constatando che spesso tanti giovani si allontanano dal proprio paese in cerca di lavoro. Michele invece ha deciso di rimanere nel suo paese, ma con la voglia di ampliare la sua attività. «Lanusei è casa, un punto da dove partire per poi arrivare altrove. Ho dei progetti sia per crescere nei numeri che per andare da altre parti, ma non per forza spostandomi io. La mia idea è di avere il mio marchio, La bottega di Pablo, e con questo aprire altre barberie, gestendole sempre da qui».
Il tempo è trascorso in fretta e quando lo saluto, mi dice fieramente: «È una bella soddisfazione aver realizzato questa bottega; ho lavorato tanto per renderla così accogliente, la conosco centimetro per centimetro, so persino dove passano tutti i cavi elettrici! Devo sicuramente la realizzazione di questo mio sogno per il 50% ai miei genitori, per il 40% a me e per il restante 10% ai miei amici e a tutti quelli che hanno creduto in questa bella avventura». Buon viaggio Michele!

Simonetta Delussu

Custodire la memoria

di Fabiana Carta.

Come un’eterna ricerca di quel piccolo mondo antico, dove il primitivo e l’arcaico fanno da sfondo a racconti, leggende, visioni e riti. Come per voler rivivere la suggestione del barbarico, del religioso, del superstizioso, le opere di Simonetta Delussu sono un omaggio alla nostra terra e alle nostre radici. Un’infanzia passata ad ascoltare le storie affascinanti e misteriose dei nonni e il desiderio che non andassero perdute. Questi racconti sono il filo conduttore di tutte le sue opere, «i racconti dei bidemortos (persone che avevano il dono di vedere lo spirito dei defunti) – mi spiega – che sono soprattutto donne. Storie incredibili che la fantasia non eguagliava e così mi son detta: ma perché perderle?». Ricorda la carissima nonna Rosina che aveva delle doti particolari, fonte primaria di ispirazione dei suoi libri, la ritroviamo nel personaggio di Rosa in Spiriti nella notte. Simonetta nasce a Tertenia e il legame con questo luogo è stato di fondamentale importanza per la sua formazione umana e professionale: «Il legame con la Sardegna, che ha accolto il mio primo respiro, è di simbiosi. Vivendo in una terra gelosa, devo dire che non ho mai spezzato il cordone che mi legava a lei. Così come un bambino non può stare lontano dalla mamma, io sento la stessa struggente nostalgia ogni volta che mi devo allontanare. Ha influito molto il mio essere sarda con la formazione che mi ha modellato».
Una laurea in Lettere e Filosofia all’università La Sapienza di Roma e un dottorato in Usi e Costumi sardi conseguito in Germania, che ricorda con piacere: «I tedeschi mi hanno fatto vedere il lato più magico della mia terra che loro studiano e amano tantissimo». Per scrivere i suoi saggi, sempre con grande desiderio di conoscenza, unisce la ricerca storica in archivio alla ricostruzione delle storie tassello per tassello, ascoltando gli anziani, i mannos, e corredando il tutto con le fotografie. «Alla fine c’era la storia lì davanti, quella che nessun libro avrebbe raccontato. C’era un personaggio che viveva davanti ai miei occhi, srotolava la sua vita e raccontava una Sardegna che non c’era più e così vivevo cento, mille vite», mi spiega.
Simonetta Delussu scrive da quando era una ragazzina: fa le sue prime esperienze nel giornalino locale, pubblicando per lo più racconti e poesie. All’età di vent’anni pubblica il suo primo libro di poesie, dal titolo Gabbiani. Da quel momento non si è più fermata: «Per me scrivere è come mangiare o respirare». Le domando, per soddisfare una grande curiosità, che tipo di scrittrice è: «Nella scrittura sono maniacale, l’editore deve strapparmi il libro dalle mani perché non finisco mai di correggerlo e rivederlo, parola per parola. Prima butto giù lo scheletro poi vado a rimpolpare, ed è un lavoro abbastanza lungo. Scrivo a braccio, mi faccio portare dalle sensazioni che il personaggio mi detta, come se avesse vita propria. Alla fine rileggo a voce alta tutto, meglio se ho davanti il libro in cartaceo. Ultimamente ho preso l’abitudine di inviarlo alla mia cara amica Marilena Cardia, prima ancora che all’editore: è una critica spietata e meravigliosa. I miei libri le devono molto. In genere amo scrivere vicino al camino o seduta sotto un albero, un posto tranquillo senza rumori circondata da libri o da alberi. Esisto solo io e il foglio bianco».
Parliamo di progetti futuri e mi racconta che sta per uscire con Parallelo 45 il suo nuovo libro, dal titolo L’eternità dura un’ora – la storia vera di Maria Pitzettu rapita dai pirati, portata in Algeria dove diventa la tata del figlio del Dey e finisce nell’harem – e sta lavorando in contemporanea a un nuovo romanzo che racconta di sette donne arse vive nell’autodafé del 1789 a Sassari.
Le donne, personaggi complessi e interessanti, coraggiose, forti e misteriose, sono le protagoniste indiscusse delle sue opere. Non solo scrittrice, Simonetta è anche una professoressa di lettere alle scuole superiori, ha quindi a che fare con una generazione che tende a leggere e scrivere poco. E meno si legge più il vocabolario si impoverisce. «È vero – conferma – la lingua è destrutturata, depauperata e così anche il loro mondo, la fantasia, e l’abitudine di mischiare termini inglesi quando abbiamo le corrispettive parole in italiano, fa sì che si perda anche la poca identità che eravamo riusciti a mantenere. Così quando leggono scelgono testi poveri, elementari, perché hanno perso di vista le parole più complesse. Bisogna educarli alla lettura, alla comprensione del testo. Ecco perché io faccio leggere in classe, a voce alta, Amore e psiche con fronte in latino, oppure Seneca, e pace e bene se devo spiegare parola per parola! Butti i semi, qualcosa attecchisce». Simonetta, battagliera e tenace come gli alberi che sopravvivono piegandosi al vento o crescono avviluppando le radici nella roccia, si fa custode del passato e portatrice di una memoria storica che sfida il tempo.