In breve:

Volti e persone

Piera Moro

Il buon gelato. L’arte e la passione di Piera Moro

di Fabiana Carta.
Golosi ogliastrini drizzate le antenne, questa è un’occasione che raramente capiterà di nuovo. Quel luogo che sembra racchiudere magia, quella porta invalicabile, dalla quale escono piccoli capolavori per la gioia del palato e degli occhi, diventa accessibile per un pomeriggio.
Piera Moro, maestra gelataia, come ama definirsi, si racconta all’interno del suo Laboratorio. Mi trovo nel suo locale, un angolo di paradiso dal nome Cremeria Dolce & Fondente, dove è raro incontrarla, perché è sempre a lavoro dietro le quinte, quasi in trincea. «Io sono di Fonni, sono arrivata a Tortolì con mio marito Michele quando avevo 22 anni. Lui è il mio pilastro».
A monte della decisione di trasferimento si cela un prezioso consiglio di suo padre. Continua a raccontarmi: «Non ho mai avuto un grande amore per lo studio, mio padre mi diceva sempre: “Figlia mia, trova il giusto compromesso che ti permetta di studiare e anche lavorare, qualcosa che ti dia lo stimolo”. Siccome mi piaceva lavorare la sera, ho scelto la scuola alberghiera a Nuoro, dove ho conosciuto Michele. Dopo tutta la gavetta e le varie stagioni a San Teodoro, abbiamo preso un locale in gestione a Fonni, ma mio padre ci spronava a spostarci dicendoci: “Ragazzi avete studiato, non siete fatti per questo, andate fuori!”.
Perché l’Ogliastra? Lui la conosceva bene, ci aveva lavorato negli anni ‘70 come termoidraulico, un ricordo bellissimo. Con il budget a disposizione comprano un locale a Tortolì, il Café Nostalgia, e comincia un’avventura che ricorda difficile nei primi tempi, a causa della sua giovane età e della realtà diversa con cui doveva rapportarsi. «Arrivavo, però, con un bagaglio di esperienze che mi ha permesso di avere subito le mie soddisfazioni: il fatto di avere una vetrina su strada è stata una grande conquista. Quando mi sono accorta che il gelato piaceva tanto alla gente ho trovato la possibilità di fare un piccolo corso di tre giorni con il mio primo maestro, Renzo Scaravatto, che mi ha insegnato la struttura del gelato e dato qualche ricetta». E, per dirla alla De André, l’amore scoppiò dappertutto. Stanca di stare dietro il banco o di fare la cameriera, era chiaro che quello sarebbe stato il suo mondo.
La passione non basta, questo ci tiene a dirlo, bisogna studiare, studiare e studiare tantissimo. «Dopo ogni stagione mettevo da parte dei soldi e li investivo in libri e corsi. Poi ho trovato il canale giusto: Emilia Romagna, Rimini, Riccione, Bologna, Milano. Ormai sono 15 anni che faccio corsi, non ti basta più, hai sete continua di conoscenza. Perché diventa amore vero».
Ha lavorato con i più grandi maestri gelatieri d’Italia, come Pino Scaringella e Angelo Grasso, ed è iscritta alla Federazione Italiana di Gelatieria Pasticcieria Cioccolatieria. Non si ferma mai, ogni anno partecipa al Sigep di Rimini, la fiera più importante al mondo dedicata al gelato artigianale e all’arte del dolce, poi a Milano al Gelato Festival. Con entusiasmo mi spiega che sono manifestazioni che servono per aprirsi ad ogni novità: «Io vado per lavorare, mi siedo con tutte le aziende, mi danno un sacco di spunti, buone energie, e so già cosa proporre l’estate dopo. Il gelato può essere quello che tu vuoi, puoi realizzarlo in base all’esigenza del cliente». In quei giorni anche dormire diventa una perdita di tempo, preferisce andare in giro per locali alla ricerca dei trend del momento, per assorbire tutto come una spugna. Non solo gelato, corsi di cioccolateria, pasticceria, e addirittura corsi di packaging, perché anche saper confezionare un prodotto è un’arte!
Piera è una bomba a orologeria, sempre pronta a esplodere con nuove idee, è una persona che ha continuo bisogno di cambiare e migliorarsi, di affrontare nuove sfide. Come quando, cinque anni fa, decide di aprire il suo attuale locale, la Cremeria, entrato nel registro delle Eccellenze Italiane 2019 – 2020. «Avevo bisogno di regalare al mio paese tutto ciò che in dieci anni avevo imparato – mi confessa – avevo bisogno di far vedere agli altri che anche noi siamo una cittadina avanti, che anche noi facciamo un sacco di cose buone. E poi volevo essere da stimolo. Stimolo, concorrenza, chiamala come vuoi. A volte, quando non ci sono cambiamenti tutti ci fermiamo. Avevo bisogno di avere tante vetrine, volevo stupire e avere la possibilità di offrire un gelato per ogni esigenza, a chi ha il diabete, a chi è sportivo, a chi è intollerante al lattosio. Mi piaceva l’idea della sala da té, un posticino più femminile, un posticino tranquillo dove la mamma può portare la figlia a fare la merenda dopo scuola».
Un successo dovuto ai continui sacrifici, allo studio, allo stare sempre aggiornati e sulla cresta dell’onda, a uno staff particolarmente unito, all’utilizzo di prodotti sardi e genuini. Le chiedo quanto conti oggi la bellezza di un dolce, una vetrina perfetta: «Al 90%. Prima dev’essere bello, è una tendenza degli ultimi anni. Dev’essere bello e perfetto, tutto un po’sfarzoso». Parla ininterrottamente, e capisco che questa è la sua vita. Mi racconta che per il suo lavoro ha rinunciato a tutto, alle uscite con gli amici, alle vacanze con suo marito, ad avere una famiglia, «sai, perché poi il tempo passa… ho rinunciato a tutto per avere quello che ho, forse è anche sbagliato, ma qui ho dato anima e corpo».
Adesso ha già voglia di cambiare, ha già novità all’orizzonte. Mi indica una pila di libri, in un angolo del laboratorio, sono manuali sul mondo del pane e del salato, una nuova passione. Chissà cosa tirerà fuori dal cilindro. Intanto mi racconta di un altro impegno che le sta dando grandi soddisfazioni: la scuola alberghiera di Tortolì le ha proposto di tenere un corso regionale sull’arte del gelato, rivolto ai ragazzi fuori corso, fra loro ha trovato una studentessa appassionata che ha preso a lavorare con sé. Ai suoi ragazzi insegna che i libri possono far realizzare i sogni, che volere è potere. Mi sembra che il segreto del suo successo sia chiaro, ma ci tiene ad aggiungere: «Studio tanto, ascolto molto. Penso che in tutto questo la cosa più importante sia l’impegno, i sacrifici, ma a volte ci vuole anche un pizzico di fortuna. La mia fortuna è stata venire qui, amo l’Ogliastra, adoro questo posto. Dico sempre che non andrò mai più via da qui».
Ma il primo ingrediente è una frase che ripete quasi come un mantra: Io amo il mio lavoro.

Efisio Murru

L’incanto del miele

di Vincenzo Demurtas.

Il sole è già alto, scie di luce corrono veloci lungo il prato, ricamando fili invisibili, di fiore in fiore. Schiere di api sono già al lavoro, instancabili, portando con sé un prezioso carico di polvere d’oro. Corrono lungo il campo stellato per far poi rientro al loro regno di cera, precipitandosi lungo luminose pareti scintillanti che si stagliano, perdendosi, quasi sospese nel vuoto, in una proporzione e precisione che non è concessa ad alcuna opera umana.  Rimango rapito da tanta perfezione. Mi volto verso il mio interlocutore. I suoi occhi brillano mentre si accinge a raccontarmi la sua entusiasmante avventura di premuroso custode di tale tesoro. «Da sempre – mi riferisce – sono stato affascinato dalle api: ne osservavo continuamente gli spostamenti, rimanevo incantato dal loro lavoro instancabile!».

Efisio Murru, giovane apicoltore di Villagrande Strisaili, che sin da piccolo immaginava tracciato questo sentiero, finalmente da qualche anno è riuscito a trasformare la passione e l’amore per le api in una vera e propria professione.

Nel 2013 consegue una laurea in ingegneria, ma la speranza di trovare presto un lavoro delude le sue aspettative. «Con grande tristezza ho assistito alla fuga all’estero di colleghi e amici». L’attaccamento alla terra e al suo paese sono più che mai forti: «Ho lavorato per un certo periodo presso l’azienda dei miei zii – prosegue – e questa ricchissima esperienza mi ha fatto capire ancor più quanto la terra può essere generosa se la tratti con rispetto. Così dalla passione ho deciso di passare all’azione».

Ecco che il cuore porta Efisio a volersi dedicare con maggior impegno e dedizione all’apicoltura. Si documenta, studia e consegue un diploma in agraria fino a quando, nel 2014, acquista le sue prime arnie, sempre sostenuto e incoraggiato dalla fidanzata Silvia. «Ho seguito numerosi corsi regionali e convegni che mi hanno offerto la possibilità di conoscere apicoltori più esperti di me, in varie zone della Sardegna, oltre che in Ogliastra, aprendomi così la strada a nuove realtà e collaborazioni che mi hanno permesso di imparare veramente tanto».

Il lavoro e l’impegno svolto con grande entusiasmo lo portano ben presto a ottenere importanti riconoscimenti: «La svolta – sottolinea – è arrivata nel 2018 quando, anche grazie a condizioni climatiche favorevoli, ho prodotto il Camedrio Maro, pregiatissimo e rarissimo per le difficoltà di produzione, che è stato premiato con 2 gocce d’ oro al concorso Mieli d’Italia». L’anno successivo “piovono gocce” con diversi suoi prodotti: una per miele d’agrumi e millefiori, e addirittura 3 gocce d’oro per lo splendido miele di corbezzolo, classificato, nella sua categoria, con il titolo di Miglior miele d’Italia. Certamente un’attività faticosa ma gratificante. «Svolgo gran parte del lavoro da solo, ma i lavori più impegnativi e faticosi avvengono in gruppo: le api ci insegnano come si collabora e ci si aiuta sempre a vicenda».

Efisio è a tutti gli effetti un nomade, dal momento che deve spostarsi per tutta l’Ogliastra e territori circostanti per seguire con le sue api le varie fioriture. «Villagrande da questo punto di vista offre numerosi vantaggi – spiega – essendo un territorio molto variegato che offre la possibilità di avere diverse fioriture durante l’intero arco dell’anno, dalla pianura fino alle più alte cime del Gennargentu. Questo mi permette di ottenere una grande varietà di mieli: millefiori, millefiori di montagna, corbezzolo, asfodelo, cardo, agrumi, eucalipto, timo e camedrio maro. Ognuno con caratteristiche differenti e uniche».

Efisio ci racconta, inoltre, come il suo rapporto con le api sia un vero e proprio rapporto d’amore e di reciproco scambio: «Si fa di tutto per farle stare bene, prestando molta attenzione a prelevare solo il miele in eccesso, senza mai intaccare le risorse necessarie al sostentamento della colonia, e nutrendole nei periodi di maggiore difficoltà». Con le sue parole ci fa capire quanto questi laboriosissimi insetti siano preziosi e fondamentali per l’ambiente e per la biodiversità. L’uso indiscriminato di pesticidi e i cambiamenti climatici li stanno decimando e, in questo momento, il ruolo dell’apicoltore è più che mai decisivo: occorre aggiornarsi continuamente, in modo da essere in grado di proteggere e salvaguardare questo meraviglioso insetto, monitorando costantemente il suo stato di salute. «Le risorse nettarifere – fa notare – sempre più spesso scarseggiano. Per questo eseguo sistematicamente le visite agli apiari, verificandone la condizione di benessere, famiglia per famiglia, e intervenendo prontamente nel caso se ne presentasse la necessità».

Progetti per il futuro? «Tanti. In particolare spero di riuscire a dedicare una parte della mia azienda all’allevamento di api regine, su cui solo di recente ho iniziato a cimentarmi, ottenendo risultati importanti che fanno ben sperare nel conseguimento di prodotti di eccellenza anche in questo ambito”. Una realtà ancora piccola, ma con tanta voglia di crescere.

Prima di salutarci, ancora per un attimo, mi volto a seguire, ammirato, il meticoloso lavoro di un’ape, tanto rispettosa e delicata da lasciare il fiore intatto, così come lo aveva trovato.

Enrico e Gio Pisu

L’arte, ovvero il meglio di tutto

di Valentina Pani.
«L’arte è complicata. È un momento. Riuscire a esprimere il proprio stato d’animo traducendolo in un segno, in gesto, riuscire a creare quello che immagini, trasmettere un messaggio. Con l’arte ognuno ha un proprio messaggio che il destinatario può leggere e percepire a modo suo».
Giò ed Enrico Pisu, padre e figlio, rispettivamente 80 e 44 anni, Nelle loro vene scorre lo stesso sangue, la medesima passione. Entrando nel loro studio, sono i tanti colori che ondeggiano nelle loro tele ad attirare l’attenzione, a rispecchiare un’evoluzione di generazioni, un susseguirsi di momenti, di volti e persone. Lì, in quella scrivania, l’uno che cerca lo sguardo dell’altro, si raccontano, come fossero un’unica cosa: «Sicuramente abbiamo una matrice in comune, quella dei miei zii Albino ed Egidio Manca. È da lì che è nata la corrente in cui ci siamo infilati, prima io e poi Enrico – racconta Giò –. Ricordo ancora come fosse ieri: i miei zii lì che pitturavano, io un piccolo ragazzino ammaliato dalla loro bravura, li ammiravo, forse un po’ li invidiavo, perché nessuno di loro mi ha mai detto: “vieni e prova a vedere come si fa”. Avevo 21 anni quando decisi di inseguire il mio sogno. Presi le valigie e quel poco che avevo e partii per il Piemonte alla ricerca della mia strada».
Gli occhi si riempiono di lacrime, i ricordi si fanno sentire forti e l’emozione non tarda ad arrivare: «Era la pittura. Ero convinto che lei fosse capace di realizzare tutti i miei desideri. Però si sa, la vita non era affatto semplice sessant’anni fa: non avevo soldi, non avevo nulla e per poter pagare i miei studi fui costretto ad andare a lavorare. L’unico momento che mi restava per dedicarmi all’arte era qualche ora alla sera. Così mi iscrissi ad un corso serale di disegnatore tecnico. Ma… non era pittura, non era il mio sogno. Non mi arresi! Cercai dei pittori che insegnavano al Beato Angelico – prosegue Giò sul filo dei ricordi –, chiesi aiuto a loro e aprii il mio primo studio di pittura e scultura». E aggiunge: «Il mio interesse cresceva, ho toccato con le mie stesse mani cosa fosse l’arte! Lasciai il mio precedente lavoro e inseguii unicamente il mio sogno».
Il viso di Enrico si illumina. Un flashback interrompe l’armonia del racconto paterno: «Forse è proprio lì che mi sono appassionato a questo mondo: ero piccolo, andavo a passare il tempo con lui nel suo studio, respiravo arte, giocavo con l’argilla, gli rubavo il pastello e facevo i miei primi disegni, rendendomi conto sempre più che quella era la stessa strada che volevo percorrere».
Ma si sa, l’amore che il sardo nutre per la propria terra è qualcosa di viscerale. Vivere lontano da casa non è per tutti, soprattutto per chi nella propria terra ci crede e ci vuole scommettere. «La mia passione cresceva sempre di più – prosegue Gio Pisu – i miei lavori a olio, le mie prime sculture, tutto mi rendeva felice, ma sentivo che ancora mancava qualcosa, sentivo il bisogno di condividere con la mia terra la mia arte. Così sconvolsi nuovamente la mia vita, ripresi le mie valigie, ciò he avevo creato e la mia famiglia e tornai a Tertenia. Era ormai maturo il tempo di portare anche qui il mio stile. Ci credevo, proprio come la prima volta. Iniziai con qualche mostra. E sembrava che il paese rispondesse bene, che la gente apprezzasse, ma lentamente la frenesia del momento si spense e fui costretto a modificare ancora una volta il mio percorso e a dedicarmi al sociale».
Ma essere artisti è un modo di vivere, sia pure difficile, l’arte non si comanda, arde come un fuoco che brucia dentro, non si spegne e niente è capace di soffocarlo. «Diventai presidente della Pro loco – racconta l’energico ottantenne – ma dentro di me sentivo che avrei dovuto fare qualunque cose perché a Tertenia la vena culturale non si esaurisse, lo dovevo ai miei zii. Così, puntai l’attenzione su due cose che, più di qualunque altra, li rappresentavano: il museo e la biblioteca, deciso a ridare loro nuovo vigore e nuova linfa».
Correva l’anno 1996 quando Giò, con il sostegno dei figli, decise di far rinascere le due colonne portanti dell’arte terteniese: «Ancora oggi mi commuovo – ricorda –; lo so ho, fatto un’azione un po’ anomala, da artista, ma ne vado orgoglioso. Ti confido che pagammo i terteniesi affinché venissero in biblioteca a prendere un libro, 10 mila lire a chiunque lo avesse fatto!».
Fu un boom: le biblioteche di tutto il mondo prendevano contatti con Tertenia per lo scambio di libri, dal Canada all’Australia: «Non dimenticherò mai – sorride Giò – quando il corrispondente Rai a New York mi chiamò per sapere cosa stesse succedendo! Tutti parlavano di noi».
La biblioteca nacque nei locali soprastanti al museo: per potervi accedere occorreva passare tra le opere di Albino Manca: arte e lettura unite dalla passione di chi ci aveva creduto».
Un gruppo di giovani si prese carico di fare da guida tra queste impetuose opere, tra cui lo stesso Enrico: «In quegli anni avevo appena finito i miei studi presso il liceo artistico di Lanusei e mi accingevo a iscrivermi all’Accademia delle Belle Arti di Sassari: momenti indimenticabili per la mia carriera artistica, forse proprio quelli che mi hanno convinto a restare».
E infatti… 2003. Enrico Pisu inaugura il suo studio grafico a Tertenia. Ancora una volta la famiglia Pisu ci crede. Un artista. Un cambiamento generazionale. Dalla pittura fantasy, alla mitologia, sino all’oggettistica per bambini. Perché occorre «riuscire a vedere il meglio in tutto quello che si vive, vedere il meglio anche quando non c’è e cercare di raggiungerlo».
Questo è l’arte.

Torrone Triei

La riscoperta del Torrone d’Ogliastra di Triei

di Cinzia Moro.
Le tradizioni da sempre scandiscono il tempo delle nostre vite, tramandando di generazione in generazione conoscenze e valori di piccole e grandi comunità. Questa loro natura del trasmettere e del voler affidare, le consacra come potente strumento di coesione sociale e simbolo di identità, ma anche valido antidoto alle barriere divisorie della nostra epoca.
Così si fa strada, anche tra i più giovani, la voglia di riscoprire le ricchezze che ci sono appartenute e che per un lasso di tempo sono state in qualche modo allontanate dalla nostra realtà quotidiana, senza mai essere totalmente dimenticate.
Complici anche i grandi cambiamenti culturali, economici e sociali che inesorabilmente segnano il nostro tempo, si manifesta sempre più spesso il bisogno di riportare alla vita antiche arti e vecchi saperi; una vera e propria esigenza che porta con sé esperienze di rinascita sia individuali che collettive.
Su questi passi si muove il progetto “Torrone d’Ogliastra”, portato avanti da due giovani di Triei, Claudio Tangianu e la sua fidanzata, Francesca Moro. Questa piccola realtà imprenditoriale ha infatti radici solide che provengono, da una parte, dall’antica tradizione triesina che vuole il torrone come dolce immancabile dei matrimoni e delle grandi occasioni, e dall’altra, da una precedente attività portata avanti negli anni Ottanta e Novanta dal padre di Claudio, Antonio. Giunto all’età della pensione, cercò di convincere i figli a non condannare il suo laboratorio di torrone alla chiusura, ma all’epoca nessuno si dimostrò interessato a seguire le sue orme. Così l’attività si fermò. Era il 1998. Ma nel 2016, dopo una fase di sperimentazione nel corso delle manifestazioni Primavera in Ogliastra, il laboratorio riprende vita, con un nome pressoché identico a quello utilizzato qualche decennio fa da Antonio e soprattutto con lo stesso logo, scelto proprio per dare un senso di continuità rispetto alla precedente esperienza imprenditoriale della famiglia di Claudio.
Il laboratorio rinasce come torronificio ma, in una prima fase del progetto, aveva deciso di allargare la produzione con la realizzazione di dolci tipici, che vedeva coinvolta anche una delle sorelle di Claudio, Domitilla. Attualmente invece, l’obiettivo principale dei due giovani, si concentra sulla valorizzazione del torrone: «Stiamo cercando di collaborare anche con gli altri produttori locali, perché vogliamo realizzare un prodotto diverso da quelli già presenti sul mercato, utilizzando prodotti presenti qui in Ogliastra».
La mission del progetto “Torrone d’Ogliastra” infatti, si focalizza sulla valorizzazione dei prodotti del territorio, attraverso l’utilizzo di materie prime a km 0, favorendo così la circolarità del sistema produttivo locale. Gran parte della produzione è incentrata sul torrone tradizionale di Triei, fatto con albumi, mandorle e miele millefiori, senza aggiunta di aromi artificiali o derivati alimentari.
La scelta di utilizzare prodotti naturali nel corso di un processo produttivo si intreccia al rispetto per gli ecosistemi e così capita che, nei mesi invernali, si metta sul bancone un torrone fatto col miele di corbezzolo o di carrubo, dal sapore tipicamente amaro, oppure un torrone dolce, ma allo stesso tempo aromatico, al miele di castagno e timo.
Claudio e Francesca raccontano con soddisfazione le importanti collaborazioni avviate con altre piccole realtà imprenditoriali ogliastrine: «Collaboriamo, ad esempio, con i ragazzi dell’azienda agricola Terra e Abba di Girasole, che ci ha permesso di dare vita, qualche mese fa, dopo vari tentativi di sperimentazione, al torrone allo zafferano. In questo periodo invece stiamo lavorando per cercare di portare avanti un’altra collaborazione con i ragazzi della distilleria Spiritus Alter-Su Solianu di Loceri, e realizzare così il torrone alla grappa di Cannonau».
Il forte impegno portato avanti da questi due ragazzi nella valorizzazione dei prodotti tipici locali, ha permesso loro di inserirsi nella Condotta di Slow Food, associazione internazionale che raggruppa tanti piccoli imprenditori con l’obiettivo di promuovere il cibo di qualità, prodotto nel rispetto degli ecosistemi e della biodiversità, in pieno sostegno a un’agricoltura equa e sostenibile.
Così, lo scorso giugno, in occasione della manifestazione Giugno Slow promossa dal comune de La Maddalena, dall’Ente Parco Arcipelago di La Maddalena, dalle Condotte Slow Food della Sardegna e dall’associazione Garibaldi Agricoltore, “Torrone d’Ogliastra” ha avuto l’occasione di presentare i suoi prodotti a visitatori provenienti da ogni parte d’Italia.
Claudio e Francesca non si pongono limiti e pensano anche a promuovere il loro torrone al di fuori dei confini della nostra isola, attraverso brevi esperienze oltre mare che possano potenziare le possibilità di esportazione. Le idee e le novità che i due torronai di Triei portano avanti, dimostrano la voglia di continuare a far crescere ed evolvere questa piccola realtà, nata da una storia semplice, che ha ridato spazio alla produzione di un prodotto artigianale, negli stessi luoghi in cui Claudio, da bambino, imparava da suo padre quell’arte che, inconsapevolmente, avrebbe poi, con immenso orgoglio, fatto sua.

Francesco Orrù

La musica ti parla

di Fabiana Carta.
Francesco Orrù frequenta il terzo anno del Liceo classico di Tortolì. Educato, maturo, profondo, è quello che si può definire un bravo ragazzo. A soli 16 anni è un mini polistrumentista, avendo studiato la teoria musicale, chitarra, pianoforte, organetto e alcune basi di percussioni come la batteria.
Riavvolgiamo la storia. Tutto parte quando aveva 4 anni, in un pomeriggio durante il quale è intento a giocare nella sua cameretta, interrotto da sua madre che gli fa la magica proposta: hai voglia di imparare a suonare l’organetto? «La mia risposta fu subito sì». Forse abbiamo corso troppo. Torniamo ancora più indietro, perché le passioni non nascono mai per caso. «In famiglia non abbiamo nessun musicista, ma da piccolo insieme ai miei genitori ascoltavamo molta musica: mio padre era super appassionato di musica disco degli anni ‘80/90 e di quella sarda. Io venivo cullato con questi dischi. Oltretutto mia madre faceva parte del gruppo folk di Triei, per questo era capitato spesso di assistere alle esibizioni del ragazzo che suonava l’organetto, ma a parte questo mi hanno sempre portato a manifestazioni e feste dove ho avuto occasione di vedere strumenti tradizionali». Così nel 2007, a soli 4 anni, viene iscritto al corso di organetto organizzato dalla Scuola Civica di Tortolì. La prima lezione di musica non si scorda mai: Francesco è l’unico bambino in mezzo a un gruppo di adulti: «Ricordo ancora lo sguardo stupito del mio maestro Giampaolo Piredda, quasi a voler dire: ma tu cosa ci fai qui? Mi diede in mano l’organetto. Era enorme, grande quasi quanto me!». Questo non bastò per perdersi d’animo. Acquistano per lui un organetto di dimensioni ridotte che gli ha permesso di imparare come gli altri durante l’anno di scuola.
L’organetto si impara a orecchio, mi spiega, non è usuale scrivere la musica, sia per tradizione sia perché è molto complicata da trasporre. La passione per la musica è così travolgente che durante l’anno comincia anche il corso di pianoforte e teoria musicale con la maestra Nicoletta Murgia. Sfortunatamente per tutti, la Scuola Civica, a causa di vari problemi, chiude. Passa più di un anno. Francesco sente ristagnare la sua passione, senza maestro e senza scuola, anche se continua a prendere lezioni di pianoforte e teoria dalla maestra Beatrice Ubaldi. «Ricordo che fui spronato a ripartire dal maestro di launeddas Gianfranco Meloni, che incontrai durante la processione di San Gemiliano in cui fui invitato a suonare us cocius. Infatti, proprio quell’anno, decisi di iscrivermi al corso di organetto organizzato a Villagrande, dal maestro di Teti, Giampaolo Melis». Proprio durante questo corso, passato poi nelle mani del maestro Peppino Bande, Francesco riesce a sviluppare bene la pratica dell’organetto e a imparare tutto il repertorio che oggi conosce, «probabilmente è stato il maestro che ha avuto più influenza su di me», mi confessa.
Dopo cinque anni di lezioni, Francesco è ormai pronto per proseguire da solo. «Avevo raggiunto un livello medio alto, ormai io e il maestro Bande passavamo le lezioni a suonare insieme. Un giorno mi disse che era arrivato il momento di dare uno stile personale alla mia musica. Dovevo diventare maestro di me stesso».
Comincia a farsi conoscere, con alcune partecipazioni a feste e collaborazioni, come quella con il gruppo folk Sant’Andrea di Tortolì, ma la voglia di imparare non si arresta mai. «Avevo conosciuto il maestro di musica generale, Andrea Nulchis, ero entrato in questa realtà fantastica che è la sua famiglia, tant’è che ancora oggi prendo lezioni di teoria e di pianoforte da lui». Chiedo come si conciliano le passioni con l’impegno scolastico. «Non è stato troppo difficile – mi dice- il segreto di tutto è organizzarsi. Alle scuole elementari e alle scuole medie non ho mai sentito il carico o la pressione, ascoltavo molto in classe ed ero molto interessato alle varie materie, a parte la matematica! Frequentavo le lezioni di organetto, di pianoforte e andavo agli allenamenti di pallavolo tranquillamente. Alle superiori è più complicato, ma penso che senza un hobby o una passione sia inutile dedicarsi esclusivamente allo studio, altrimenti la mente non regge».
Parlando di musica in generale, Francesco mi spiega la sua visione personale: «La musica nasce per essere condivisa, il musicista suona in parte per sé stesso, ma soprattutto per entrare in empatia con gli altri. Questo vale anche per la musica sarda, anche se può essere non capito, il suonatore parla con i ballerini. La cosa più bella per me è suonare con altri suonatori, insieme». Mi incuriosisce sapere cosa ne pensa del modo in cui si insegna la musica a scuola. Mi racconta che ha un buon ricordo dello studio metodico e preciso della sua professoressa delle scuole medie, «anche se alcuni non amavano proprio la sua classicità, io penso che nell’imparare serva un briciolo di costrizione e severità». Come strumento da suonare in classe avrebbe proposto la chitarra o il violino, perché no? E ci tiene a dire che sarebbe opportuno inserirla come materia anche alle scuole superiori. Guardando al futuro Francesco mi racconta che sta preparando, insieme al maestro Andrea Nulchis, un esame di teoria basilare per il Conservatorio, con il quale otterrebbe l’attestato di maestro e potrebbe insegnare musica ufficialmente.
Intanto il diploma di Liceo classico potrà aprirgli diverse porte, non sa ancora se sceglierà di proseguire gli studi all’università con una facoltà umanistica o se deciderà di entrare al Conservatorio, per dedicarsi a materie come Etnomusicologia. «Potrei anche decidere di dedicarmi allo studio di altri strumenti musicali: ho sempre avuto il sogno di imparare a suonare gli strumenti a fiato, come il sassofono. Vorrei certamente progredire anche con l’organetto, portandolo a diventare qualcosa di più, non soltanto uno strumento da festa paesana, seguendo i passi del mio maestro».
I desideri sono tanti e ancora un po’confusi, ma ricordiamoci che ha solo 16 anni e la voglia di imparare, la curiosità di esplorare, di non fermarsi mai, di certo non gli mancano. Bravo!

76th Venice International Film Festival

A tu per tu con Lina Wertmuller

Nel farle i complimenti per la sua bellissima e fruttuosa carriera, le voglio chiedere prima di tutto quali sono i valori che ha voluto trasmettere con i suoi film e le sue opere.
Se consideriamo alcuni film dove ho svolto il ruolo di regista o autrice, possiamo dire che nel film Basilischi – ambientato in un piccolo paese della Basilicata, dove uno degli attori era di origine sarda, Stefano Satta Flores – invito ogni giovane ad aprire gli orizzonti della propria vita, trasportando questa apertura nella propria terra di origine per non rischiare di cadere dentro una mentalità chiusa e provinciale; Fratello Sole e Sorella Luna, storia di San Francesco e Santa Chiara, vuole trasmettere invece il valore della semplicità rispetto all’opulenza della ricchezza, la condivisione nei confronti di chi ha poco. Ma soprattutto evidenzia la libertà di scelta, come fece Francesco il quale aveva, sì, tutto, ma non era il “suo tutto”: la sua ricchezza più elevata era nella lode al Signore e nell’aiuto all’altro. Io speriamo che me la cavo insegna il coraggio nonostante le difficoltà: ricordiamo un maestro (interpretato da Paolo Villaggio) che si trova nelle condizioni di insegnare in una scuola elementare con tanti problemi; e ricordiamo in particolare Raffaele, un ragazzino che segue la scia della camorra. Quest’ultimo sarà tra i primi a ringraziare il maestro, nel momento della sua partenza, per l’impegno, l’amore e la dedizione che ha messo nel suo lavoro.

Lei ha lavorato con numerosi attori, ha creato artisticamente Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, ha collaborato con Sophia Loren Veronica Pivetti, etc. Ma com’è lavorare con Federico Fellini?
Era un grande regista volitivo, intuitivo. In ogni sua opera poneva tutto se stesso e riusciva a essere un perfezionista dei dettagli, vedasi La Dolce Vita con la bellissima Anita Ekberg, film che al tempo suscitò polemiche, poi superate con determinazione e numerosi riconoscimenti.

In Tutto apposto e niente in ordine, il libro che descrive la sua vita privata e cinematografica, vi è un riferimento a Giovannino Guareschi: cosa le piace delle sue opere?
Guareschi ha descritto uno spaccato dell’Italia che non c’è. Credo che l’Italia attuale, in quanto a recupero dei valori umani, dovrebbe fare qualche passo indietro e riprendere qual senso di riscatto, solidarietà, spirito di cooperazione, fede semplice ma vera, confronto autentico e rispettoso anche fra pensieri diversi. In questo Don Camillo e Peppone sono indubbiamente rappresentativi.

E poi siamo stati Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di Agosto: un film girato interamente in Sardegna, esattamente a Cala Luna in Ogliastra, con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini. Ci racconta che rapporto ha con la Sardegna?
La Sardegna è tutta una bellissima scenografia, sia lungo le sue meravigliose che negli scorci dell’interno. Ho un legame splendido con questa terra, prova ne sono i luoghi che ho scelto per ambientare i miei film. Nella pellicola girata a Cala Luna con la Melato e Giannini, ho voluto evidenziare la crudele realtà delle differenze sociali acuite dalle idee politiche che svaniscono in un meraviglioso sogno. Al termine del sogno si ritorna alla triste realtà del presente.

Ha avuto numerose nomination all’Oscar. Cosa significa per lei un premio Oscar onorario alla carriera 2020?
È stata mia figlia Zulima a informarmi del conferimento del premio Oscar. È un segno del cambiamento nel mondo del cinema, come in altri ambiti della vita sociale, culturale politica ed economica, dove il ruolo delle donne e i loro sacrifici venogno riconosciuti e premiati. Ritengo, tuttavia, che non vi debba essere straordinarietà, in questo, quanto il progredire di una normalità e di un perfetto equilibrio nel ruolo fra uomo e donna.

È stata regista in Rai nel Giornalino di GianBurrasca. Che messaggio ha voluto dare attenendosi, pur con delle modifiche, al testo di Vamba?
La miniserie, seguita sia da ragazzi che da adulti, aveva una finalità educativa. Si interpretava spesso la vivacità come maleducazione e spesso la repressione della stessa in modo oppressivo non portava i frutti sperati. L’intento era quello di trasmettere, con ironia, valori che non hanno colore politico o connotazione sociale, ma solo un fine educativo per far crescere al meglio i ragazzi e responsabilizzare gli adulti.

Cosa augura ai giovani che vorrebbero intraprendere la carriera cinematografica?
Auguro loro di trovare la via giusta e di essere coraggiosi e fantasiosi. Ispiratevi ai grandi del cinema che hanno saputo trasmettere messaggi di un certo peso per la formazione delle coscienze. La strada sarà dura, ma nulla è facile: occorre impegno e sacrificio, nonché rinunzie.