A tu per tu con il Card. Angelo De Donatis
a cura di Filippo Corrias.
Eminenza, cos’è la Penitenzieria Apostolica?
Potremmo dire che la Penitenzieria è una delle forme con cui la Chiesa, nel corso del suo cammino storico, ha espresso e continua a manifestare la sua vicinanza nei confronti di coloro che hanno maggiormente bisogno di essere perdonati, sull’esempio del suo Maestro che non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
In sintesi, la Penitenzieria Apostolica è l’organismo della Curia Romana che si occupa di amministrare la misericordia di Dio a nome e per conto del Santo Padre.
Giuridicamente si configura come un tribunale, ma è un tribunale molto speciale: l’unica sentenza che può essere emessa è il perdono. Inoltre, possiede un’altra caratteristica particolare: la sua giurisdizione si estende sul solo foro interno, cioè l’ambito intimo dei rapporti tra il fedele e Dio, nel quale la mediazione della Chiesa interviene non per regolare le conseguenze sociali di tali rapporti, ma per provvedere al bene del fedele e al ristabilimento del suo stato di grazia. Per questo motivo, chi si rivolge alla Penitenzieria lo fa normalmente tramite il confessore e tutto è protetto da una assoluta e inviolabile riservatezza.
Nello specifico, rientra tra le competenze della Penitenzieria concedere l’assoluzione dalle censure riservate, la dispensa dalle irregolarità per ricevere o esercitare gli Ordini sacri, la grazia della sanazione in radice di un matrimonio invalidamente contratto, la riduzione degli oneri di Messe non celebrate, etc. Più in generale, inoltre, la Penitenzieria esamina e risolve tutti i dubbi di carattere morale e i casi di coscienza che le vengono sottoposti.
Alla Penitenzieria Apostolica, infine, è demandata la competenza sui religiosi che prestano servizio come confessori nelle Basiliche Papali di Roma, i cosiddetti penitenzieri minori, nonché sulla concessione e l’uso delle indulgenze.
Eminenza, di cosa si occupa concretamente nel suo servizio alla Chiesa come Penitenziere Maggiore?
Il Penitenziere Maggiore è a capo della Penitenzieria e riassume in sé tutte le facoltà dell’ufficio. Concretamente, egli presiede i congressi degli officiali in cui si esaminano i casi di coscienza sottoposti alla Penitenzieria, sottoscrivendo i relativi rescritti, e firma i decreti di indulgenza.
Per usare una immagine molto semplice ma molto efficace: se il Pontefice, in quanto successore dell’apostolo Pietro, detiene le chiavi del Cielo, il Penitenziere Maggiore è come se avesse una copia di tali chiavi e, attraverso il suo ministero esercitato a nome del Santo Padre, permettesse a tante anime di accogliere il dono della misericordia di Dio.
Il compito del Penitenziere Maggiore è perciò così importante per la Chiesa che, come stabilito dal diritto, egli può esercitare la sua missione per la salvezza delle anime anche durante il periodo di sede vacante, tra la morte di un papa e l’elezione del successore, quando normalmente i capi dicastero della Curia Romana decadono dal loro incarico.
Cosa si sente di raccomandare e suggerire ai confessori nell’esercizio del loro ministero?
Per cogliere in poche battute quelli che dovrebbero essere gli atteggiamenti e le disposizioni d’animo di un confessore, mi piace rinviare i lettori a un passaggio del discorso che tenne Papa Francesco nel 2014 al clero di Roma. In quella occasione il Santo Padre – oltre a ricordare «l’intuizione che fu propria di San Giovanni Paolo II e cioè che per la Chiesa tutta questo è il tempo della misericordia» – ha sottolineato che «il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione (…) in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere (…). Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio (…). Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero (…). Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove (…) a essere né rigorista né lassista. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione».
Direi che questa di Papa Francesco è davvero una sintesi mirabile delle caratteristiche di un buon confessore: frequentatore assiduo del sacramento della Penitenza egli stesso, in prima persona, e poi accompagnatore fedele del penitente nel suo percorso di riconciliazione, senza cadere né nel lassismo, né nel rigorismo.
Papa Leone XIV, nel discorso rivolto ai partecipanti al XXXVI Corso sul foro interno, ha detto che talvolta «l’infinito tesoro della Chiesa [è come se] restasse “inutilizzato”, per una diffusa distrazione dei cristiani». Come un sacerdote in cura d’anime può aiutare la sua comunità a riscoprire il sacramento della Penitenza?
Tutti noi assistiamo a un crescente smarrimento del senso di Dio, troppo spesso avvertito dalla nostra società come presenza ingombrante, come antagonista alla felicità. L’uomo che si sbarazza di Dio, tuttavia, finisce col ripiegarsi su sé stesso, diventa schiavo del male, chiuso agli altri e al mondo che lo circonda.
La via d’uscita da questa situazione è proprio il sacramento della Penitenza. Se anche l’uomo esclude Dio dal suo cuore, infatti, Dio non esclude mai l’uomo dal suo cuore di Padre misericordioso; egli non si stanca mai di perdonarci!
La sfida che i pastori in cura d’anime hanno oggi di fronte è di aiutare le persone ad aprirsi sempre più all’esperienza dell’amore di Dio! La riscoperta dell’amore di Dio si rivela, si realizza anzitutto nell’accogliere il suo perdono, nel sentirsi di nuovo figli amati e abbracciati dal Padre sempre pronto a fare festa se torniamo a lui.
Sentirsi amato incondizionatamente da Dio, che gioisce quando ci perdona e quando lo cerchiamo con cuore sincero, porta a prendere coscienza che Dio non è il concorrente dell’uomo, ma il suo più grande e vero sostenitore.









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