Carità, lo stile generoso e gentile che cambia la vita
a cura di Claudia Carta.
Qual è oggi la fotografia della povertà nella nostra Diocesi? E quali le situazioni che interrogano la comunità ecclesiale?
Oggi la povertà nella nostra diocesi si presenta in forme nuove e complesse. Emerge la fragilità delle famiglie, il lavoro povero e la mancanza di prospettive per i giovani. Poi ci sono povertà invisibili, con difficoltà anche a chiedere aiuto. In sintesi ci sono povertà relazionali, educative, psicologiche e spirituali.
Quali sono le emergenze concrete più evidenti?
La necessità delle persone di essere accompagnate è palpabile. Disorientamento e solitudine si presentano in sintonia con le difficoltà ad accedere a misure sociali, a percorsi lavorativi o formativi specifici. C’è molta vulnerabilità nei giovani, anche a causa di una scolarizzazione che non sempre raggiunge tutti allo stesso modo, comportando anche l’abbandono scolastico. Incontriamo spesso persone incapaci di relazione o in difficoltà relazionale: coppie, ma anche adulti soli o giovani chiusi in se stessi. Sempre più ci chiedono ascolto, presenza e, se possibile, un aiuto più strutturato, attraverso dei professionisti.
E c’è anche il tema delle dipendenze…
In Caritas veniamo a contato con drammatiche situazioni familiari: figli o mariti con problemi di alcol, droga o ludopatia. È un tema sommerso, spesso nascosto per vergogna, ma che emerge al primo contatto. Chiedono un accompagnamento per i loro cari: perché possano acquisire consapevolezza della propria dipendenza e iniziare un percorso di cura.
E non mancano i problemi economici.
In particolare l’insufficienza del reddito per far fronte alle spese di base: utenze, alimentazione, carburante, difficoltà di accedere ai servizi essenziali. Ci sono molte morosità accumulate. Ci sono, inoltre, i costi scolastici e le difficoltà collegate ai trasporti. Non dimentichiamo il tema degli affitti, i cui prezzi sono alti e in tantissimi casi assistiamo, prima ancora, alla difficoltà di trovare case in locazione. Molti proprietari hanno perso fiducia e non affittano a chi ha un lavoro precario. Mancano i supporti sociali.
In che modo la Caritas diocesana traduce il mandato evangelico della carità?
La Caritas diocesana cerca di vivere il Vangelo della carità con concretezza e discrezione. Vogliamo essere una presenza che ascolta, accompagna e rispetta. Ma soprattutto vogliamo educare alla carità come stile, non come assistenza occasionale, cercando soluzioni personalizzate. Dietro ogni richiesta c’è sempre un volto e una storia. A volte uno sguardo e un silenzio, valgono più di tante parole.
Qual è il ruolo dei volontari?
Quello di evangelizzare attraverso fatti concreti, donando noi stessi in comunione. Ognuno s’impegna al bene comune in base al dono che lui/lei è. Solidarietà, cooperazione e responsabilità sono la sintesi del bene comune, i tre assi portanti della dottrina sociale della Chiesa. Non bastano mani e testa, servono cuore e passione. Il servizio, privo di carità e delle sue qualità – umiltà, sincerità, pazienza, ascolto, gentilezza e generosità – non rende testimonianza a Dio.
Quali le priorità pastorali della Caritas e con quali percorsi?
I servizi attivi in Caritas sono diversi: centri di ascolto, a Lanusei e a Tortolì; l’orientamento per lo sportello psicologico e per la prima consulenza legale; la mensa quotidiana, 365 giorni l’anno, nella sede di Tortolì (60 pasti giornalieri); la distribuzione alimentare (in collaborazione con le parrocchie tramite un’apposita piattaforma); il servizio indumenti a Tortolì e Lanusei; un laboratorio di cucito; una scuola di alfabetizzazione della lingua italiana; una scuola di legalità per le misure alternative alla detenzione (affidamento in prova ai servizi sociali, messa alla prova, lavori di pubblica utilità), da quest’anno aperta anche ai minori; la collaborazione con la Pastorale Giovanile per l’accoglienza dei giovani in Caritas, valorizzando talenti e scoprendo la solidarietà, ma anche con laboratori d’arte; progetti scuola-lavoro (solidarietà, orientamento universitario, cittadinanza attiva, pari opportunità, percorsi di legalità); centro di ascolto e laboratorio musicale (lezione di canto, chitarra e pianoforte) per i detenuti della casa circondariale di Lanusei. La Caritas poi partecipa sia a progetti della Cooperativa Amos che della Caritas nazionale.
Che ruolo hanno le Caritas parrocchiali e come si sostiene il loro cammino di formazione e coordinamento?
Le Caritas parrocchiali sono il cuore del nostro servizio. La sfida è rafforzare la corresponsabilità e l’ascolto reciproco attraverso incontri di formazione, strumenti operativi condivisi, momenti di confronto pastorale. La Caritas non è un ente isolato, ma espressione della carità della Chiesa Diocesana: nostro compito è, dunque, rafforzare la comunione esistente e migliorare le collaborazioni.
Come collabora la Caritas con le istituzioni civili e le realtà del territorio?
Molto meglio lavorare in rete con Comuni e servizi sociali, scuole, parrocchie, associazioni. Servire gli ultimi significa riconoscere che nessuno può salvare da solo, nemmeno nelle risposte sociali. Per offrire risposte reali è fondamentale creare alleanze territoriali. In questo contesto la Diocesi, con la Caritas, ha una funzione pedagogica. Uno dei vuoti più grandi a livello istituzionale è l’assenza di strutture che sappiano lavorare in rete e percorsi che accompagnino le famiglie fragili. Talvolta il sistema pubblico si ferma al supporto tecnico, e tutto il resto – la relazione, la fiducia, la speranza – viene lasciato al volontariato. Per questo è necessario avere una regia condivisa, strutturata e sostenuta. Servono misure strutturali, non bastano più risposte-tampone.
Quale invito vuole rivolgere ai fedeli della diocesi, in particolare ai giovani, perché la carità diventi sempre più uno stile condiviso?
Non ho ricette e neanche appelli uguali per tutti. È importante che lo stile sia generoso e gentile, questo rende la carità efficace e cambierà il cuore. La dolcezza e la semplicità, insieme all’inclusione e alla pazienza, creano belle relazioni. Così io ho scoperto la Carità. Ai giovani dico: «Non abbiate paura della carità». La mitezza non è debolezza, ma vera forza che rende liberi. Oggi più che mai abbiamo bisogno dell’entusiasmo, della creatività e della capacità dei giovani di sognare un mondo più giusto. Li invito a mettersi in gioco, a sporcarsi le mani nel servizio, a farsi toccare dalle storie degli altri. E magari sarà proprio quel servizio a cambiare la loro vita, a indicare la vocazione da seguire.









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