Escalaplano. Zia Peppina, custode di fili, memoria e identità
di Pierpaola Cubeddu.
Per generazioni la vita di Escalaplano è stata scandita dalle stagioni e dal lavoro nei campi, creando un patrimonio di saperi, riti e tradizioni che ancora oggi rivivono nelle feste religiose e civili, ma soprattutto nella memoria degli anziani. Tra queste voci spicca quella di Giuseppa Carta, per tutti zia Peppina, 84 anni, figura centrale nel recupero delle tradizioni di Escalaplano, riuscendo a ridare forma e colori al costume tipico del paese.
Si racconta con semplicità: «Sono nata a Escalaplano il 26 agosto 1941, in casa, con l’aiuto di signora Marcella, sa levadora. Sono sposata da 65 anni, con Federico Farci e abbiamo due figli meravigliosi, Antonietta e Giancarlo; due nipoti, Sabrina e Gabriele e tre pronipoti, Elena, Michele e Ludovica. Vengo da una famiglia molto povera: mio padre Giovanni è stato soldato volontario in Spagna, rientrò dalla guerra nel 1939 e un anno dopo si sposò a 32 anni con mia madre, Rita Gessa, che aveva 18 anni. Ho una sorella, Luigina, ma tutti la conoscono come Gina, alla quale sono molto affezionata, ci sentiamo quotidianamente».
Un racconto fluido che si fa viaggio nel tempo e nel suo vissuto di bambina: «Ricordo la mia infanzia come fosse un sogno. Il mio primo giocattolo è stata la bambola di stoffa, fatta con un tovagliolo de pannu lisu. La vita, però non era solo gioco: ho dovuto abbandonare molto presto la scuola per aiutare in casa, ma la voglia di imparare non si è mai spenta. Ho imparato a leggere e scrivere copiando le canzoni dei giornali che mi prestavano le amiche. Mia mamma faceva la pasta fresca in casa, solitamente faceva is tallarinus, le tagliatelle, e le metteva ad asciugare appese a delle canne. Io dovevo stare attenta che le galline non le beccassero, altrimenti erano schiaffi! Questo è stato il mio primo lavoro, avevo circa 4 anni.
Verso gli 8-9 anni – prosegue zia Peppina – invece ci mandavano in vigna per custodire l’uva e vigilare che non la mangiassero gli uccelli: noi la custodivamo di giorno e all’imbrunire arrivava mio padre per custodirla la notte.
Un episodio che ricordo con tanto affetto è avvenuto verso i 12/13 anni con la mia amica e comare de froris, Carmela Argiolas: ci venne in mente di fare i bianchini e ci siamo organizzate per farli a casa sua. Eravamo convinte di essere già delle massaie capaci! Preparammo tutti gli ingredienti, impastammo il tutto, ma non avevamo abbastanza zucchero per poterli lavorare, allora ci venne l’idea di mettere della farina, ma non avevamo nemmeno quella; perciò decidemmo di mettere crusca. Quando li abbiamo mangiati siamo state malissimo per un paio di giorni!
Ricordi bellissimi e rapporti con persone che non sono più tra noi, che il tempo non ha allontanato e che ancora oggi porto con me come un pezzo importante della mia infanzia».
E se è vero che di doti e carismi, questa giovane ottantaquattrenne di Escalaplano ne ha tanti, è anche vero che tutti le riconoscono l’abilità dei ricami che adornano il costume sardo: «Sono cresciuta ammirando gli abiti tradizionali delle mie nonne – spiega con disinvoltura –, e con il desiderio un giorno, di poterlo realizzare e indossare per il mio matrimonio. Un desiderio rimasto, purtroppo, irrealizzato poiché le stoffe costavano tanto ed erano difficili da reperire. Dopo nove anni di emigrazione in Francia – dove la nostalgia di casa e delle tradizioni era stata fortissima –, rientrammo in Sardegna. Da quel momento, insieme a mio marito Federico, ho avviato una ricerca paziente dei tessuti e delle tecniche per poter realizzare le mie prime camicie del costume sardo. Chiesi a nonna Zippiri (Cipriana) di insegnarmi, ma era troppo anziana. Fondamentale fu l’insegnamento di zia Gioachina Bianco: lei fu felicissima di insegnarmi su papu de sa mendula, uno sfilato particolare che adorna le camicie del costume tradizionale di Escalaplano.
Dopo numerosi tentativi riuscì a realizzare due camicie, una per mia figlia Antonietta e una per mia nipote Alice, figlia di mia sorella Gina. Provai una gioia indescrivibile, perché ero consapevole del fatto che avevo intrapreso la strada giusta per realizzare il mio sogno. Da quel momento, era il 1980, riscoprire il costume tradizionale di Escalaplano è stato l’unico obbiettivo».
Dalla gioia indicibile a scrivere un libro sulla riscoperta del costume tradizionale di Escalaplano è stato un attimo: «Una decisione – spiega – nata dal desiderio di mia figlia di avere un ricordo tangibile di questo lungo lavoro».
Un patrimonio di memoria, ricerca e identità che zia Peppina oggi affida alle nuove generazioni. A loro rivolge un invito chiaro: «Avete moltissime possibilità, strumenti e libertà che altre generazioni non hanno avuto e nonostante ciò siete sempre scontenti e annoiati. Trovate il tempo per ascoltare chi è più anziano. Il dialogo tra generazioni non è una perdita di tempo, ma una ricchezza condivisa. Fermarsi, guardarsi negli occhi e ascoltare davvero, può restituire quel significato che nessun oggetto o schermo potrà mai dare».









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