Nel pallone
di Claudia Carta.
Nell’uovo di Pasqua, l’undici di Rino Gattuso trova il regalo più amaro di sempre: un ritenta, sarai più fortunato, biglietto staccato alla lotteria più ansiogena e crudele che esista, quella dei rigori, sulrettangolo di gioco a Zenica, in Bosnia-Erzegovina.
Da qualunque parte lo si legga, il risultato non cambia: no qualificazione, no Mondiali. E se tre è il numero perfetto – è il terzo Mondiale fallito perfettamente dagli Azzurri –, c’è un altro numero che risuona prepotente, sedici, tanti sono gli anni senza la più grande competizione calcistica in cui figuri la nostra Nazionale: dalla partita giocata dall’Italia all’ultima fase finale di un Mondiale, in Brasile nel 2014, alla prossima a cui potrebbe – il condizionale è d’obbligo – partecipare, se mai dovesse finalmente riuscirci: quella del 2030, nell’edizione diffusa che si svolgerà in Spagna, Portogallo e Marocco.
E che dire della prosa comparsa sulle pagine dei giornali internazionali? A cominciare dalla Spagna: «Il dramma più grande del calcio mondiale» (Marca). «Porca miseria, Italia!» (As). «L’Italia brucia nel peggiore degli inferni» (El Pais).
I tedeschi, neanche a dirlo, usano il pugno di ferro e rincarano la dose: «Un’altra vergogna Mondiale per l’Italia!» (Bild).
Per fortuna ci pensa la Francia a sdrammatizzare, con quell’ironia simpatica che solo les Bleus sanno avere: «Ciao Italia!» e «L’Italia ancora a terra» (L’équipe), «Nuovo fiasco» (Le Figaro). E ancora «Dramma», «Tragedia», «Fallimento», rimbalzano dall’Europa oltre Oceano a raccontare l’ecatombe targata Bastoni e soci, col benestare della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), Gabriele Gravina in testa.
Ora, soprassediamo solo un momento su quali siano le vere tragedie, i veri drammi e i disastri che ci circondano e ci levano il sonno tutti i giorni. Che il giocattolo calcio – e calcio italiano – si sia rotto da molto, è sotto gli occhi di (quasi) tutti. Il discorso è assai complesso. Solo una riflessione: un sistema – di oltre 21 miliardi di euro – in completa trasformazione, dove i fondi di investimento la fanno da padrone e dove ciò che importa non è tanto vincere, ma guadagnare. Trovate la differenza.
Ci salveranno i dilettanti, come qualcuno li ha definiti. Dal tennis alla pallavolo, dallo sci all’atletica, passando per il Motomondiale, il nuoto e gli sport olimpici. Italia e tricolore ai vertici assoluti. Forse perché qui si è ancora capaci di giocare?









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