In breve:

Una scelta abitata da Dio

matrimonio

di Augusta Cabras.
Sacramentum, sacrare, consacrare. Rendere sacro un amore. Rendere sacro l’amore. Cambia la prospettiva all’amore, il matrimonio cristiano. Lo sorregge, lo benedice, lo guida, gli dà una direzione. Non è una costrizione, non è lavolontà di ingabbiare in maglie strettissime lo scorrere della vita, ma è il desiderio di far fluire nelle pieghe complesse e affascinanti della vita, lo Spirito di libertà e di verità.

È una sovrabbondante Grazia il matrimonio cristiano, senza il quale l’amore rimane umano, troppo umano, piegato alle logiche dell’ego, senza punti di riferimento “alti”, fuori dai nostri limiti e dalla nostra pochezza.

È uno straripante mistero che invita alla santità, che invita gli sposi ad abitare ogni tempo della loro vita insieme, ad attraversare, nella consapevolezza di non essere soli, anche le prove più dure.

E così le gioie sono benedizioni e i dolori diventano banchi di prova per maturare, scegliere di non mollare, ritrovare la fonte insieme e i modi per provare nuovi inizi.

Il matrimonio cristiano connota di spiritualità ciò che potrebbe rischiare di essere solo terreno, fisico, carnale, emotivo. Permette l’elevazione dell’amore nella dimensione dello Spirito, fa toccare all’amore le vette del sublime.

Ma come si concilia tutto questo con la fatica delle relazioni sempre più fragili, con i tradimenti, la stanchezza, il fuoco che si spegne nella noia della quotidianità, nei dialoghi frammentati, nelle incomprensioni, negli egoismi, nel rendersi conto di avere davanti una persona diversa da quella che si è sposata? Come si concilia questa Bellezza divina con il rischio di subire le tentazioni del mondo, con l’essere troppo genitori e poco coppia, con la tentazione di considerare la crisi un fallimento definitivo?

La Grazia interviene proprio lì, dove tutto sembra perso, vuoto, irrimediabile, spento.

E allora serve maturità, certo! Serve che l’amore sia scevro da ogni tipo di possesso, che ci sia rispetto reciproco, che non ci sia nessuna tendenza alla prevaricazione, tanto meno che ci sia violenza e aggressività. Non sarebbe amore questo. Mancherebbe il fondamento del matrimonio.

Bisognerebbe abbandonarsi alla forza dolce della Grazia, avendo consapevolezza della propria umanità, dei propri limiti. Bisognerebbe praticare il perdono verso se stessi e verso l’altro/a, fermarsi, raccogliere le energie, provare a ritrovare la strada.

Non è facile: è richiesto impegno, dedizione, attenzione, tenerezza, delicatezza, parole benevolenti, pensieri che costruiscono, mani che si stringono in un’alleanza d’amore.

E la grandezza del matrimonio cristiano sta allora non nell’idealizzazione dell’amore e della relazione, ma nel riconoscere la possibilità della caduta e della fatica; non nell’illusione di un amore sempre e costantemente vivo, ma nella fedeltà di un amore che accetta di attraversare il buio nella speranza che ci sia uno spiraglio di luce. È scegliere di abitare tutti i giorni quel pronunciato, lasciandolo maturare e purificare, consapevoli che nel tempo tutto si trasforma. È custodire l’altro nella sua fragilità, custodire la promessa quando vacilla, custodire la Grazia anche quando non si sente più.

E così l’amore diventa luogo di salvezza. Non perché perfetto, ma perché abitato. Anche da Dio.

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