In breve:

Editoriale

Chiesa Villaputzu

Pastorale e carità. Gli interventi 8xmille

di Pier Tomaso Deplano.
Come ogni anno, la Diocesi ha inviato alla CEI il rendiconto sull’uso dei fondi 8xmille, corredato da un’illustrazione dettagliata delle spese.
Si conferma così una rendicontazione necessaria e una risposta rigorosa, grazie alla trasparenza, dei fondi ottenuti nel 2024.
Il rendiconto si suddivide in voci precise che consentono di comprendere le spese sostenute. Accanto alla quota proveniente dall’8xmille per il culto e la pastorale, figurano (nel quadro presentato) anche le entrate e le successive uscite derivanti da finanziamenti regionali, comunali e talvolta parrocchiali, per i singoli progetti. Un quadro articolato che riflette la complessità delle attività e l’impegno su molti fronti.

Il contributo per il culto e la pastorale del 2024 è stato utilizzato in buona parte per rispondere alle necessità della manutenzione degli edifici di culto (chiese, locali, case parrocchiali). Si tratta di lavori di conservazione e miglioramento delle strutture, compresi gli oratori. Non è mancata l’attenzione alla formazione dei sacerdoti, dei diaconi e dei laici, sia con iniziative periodiche che in altre più diradate. Curia e uffici diocesani hanno potuto usufruire per i loro servizi dei contributi necessari, con le finalità tipiche della pastorale di una Chiesa in missione: iniziative catechistiche-teologiche-pastorali, promozione della cultura religiosa, supporto ai mezzi di comunicazione sociale.

Il contributo per la carità, anche quest’anno, si è tramutato con interventi promossi dalle parrocchie o attraverso la Caritas diocesana: sostegno economico alle famiglie e alle persone in difficoltà, progetti specifici con obiettivi di settore, scelta di attenzioni e di sensibilità nel territorio, anche a favore di associazioni o gruppi di volontariato.
Le strutture diocesane esistenti, sia a Lanusei che a Tortolì, hanno lavorato per questi scopi, incrementando il programma di attività, anche grazie alle collaborazioni avviate, tra le quali anche quella con la cooperativa Amos. Di particolare importanza, inoltre, le risorse dedicate al Museo, all’Archivio e alla Biblioteca.

In sintesi. Il rendiconto annuale è uno strumento di condivisione e corresponsabilità attraverso la quale la Diocesi di Lanusei conferma il proprio impegno nella gestione delle risorse provenienti dall’8xmille, contribuendo così ai fini preposti e generando nel territorio una presenza significativa di Chiesa. Il rendiconto si accompagna al bilancio più ampio della Diocesi, generato da altre entrate e quindi da uscite più articolate.

Bandiera

Perché la Costituzione non resti lettera morta

di Giusy Mameli.

Ogni anno il mese di maggio è dedicato alla memoria storica, complici le ricorrenze drammatiche delle stragi di mafia.

Grazie al presidio di legalità – come viene spesso definito il Tribunale –, anche in Ogliastra le iniziative si sono moltiplicate coinvolgendo il Foro locale. Il Presidente in carica, l’avvocato Vito Cofano, è intervenuto con altri colleghi insieme a Paola Del Monte, Procuratrice della Repubblica e alla sua sostituta, Giuseppina Morra, in un progetto di legalità, una simulazione del processo nelle classi quinte della Scuola primaria Centrale di Tortolì.

È importante che fin da bambini ci si avvicini alle Istituzioni per maturare una coscienza civica e percepire lo Stato più vicino ai cittadini. Negli anni passati il Consiglio dell’Ordine degli avvocati – in particolare sotto la presidenza dell’avvocato Gianni Carrus, con la collaborazione dei magistrati, delle forze di polizia del territorio, delle Amministrazioni locali e delle Istituzioni scolastiche – ha promosso azioni volte a sensibilizzare i giovani e innovare la formazione (comprese l’alternanza scuola-lavoro nei Licei di Lanusei e di Tortolì). Sono progetti consolidati e altamente qualificanti, comprese le testimonianze di persone a vario titolo protagoniste degli eventi storici più importanti.

Non dimentichiamo le mobilitazioni popolari degli anni scorsi a difesa dei presidi sanitari (l’Ospedale) e giudiziari (il Tribunale e la Casa Circondariale) che ciclicamente siamo chiamati a difendere da notizie di soppressione o depotenziamento.

Intanto, è di questi giorni la notizia che Massimiliano Tuveri – chirurgo di chiara fama – non opererà all’ospedale Brotzu di Cagliari, ma ripartirà da Lanusei, con buona pace dei pochi detrattori e della contraddizioni burocratiche-sanitarie sarde (per usare un eufemismo). Possibile che la legalità venga posta in secondo piano anche nel sistema pubblico? Avremo presto possibilità di riparlarne ma, al di là delle singole vicende, dobbiamo chiederci quale etica sovrintende a certe incomprensibili e illogiche, per non dire illegittime, decisioni.

Non possono avvallarsi prassi contabili dei diritti e dei bisogni delle popolazioni: una pericolosa deriva utilitaristica priva di etica solidaristica. Per fortuna la Chiesa ha sopperito a talune carenze dello Stato (vicina ai cittadini anche nelle battaglie sociali irrinunciabili, per il lavoro, la salute, l’istruzione, la giustizia), fornendo risposte in tempi più brevi anche con soluzioni momentanee ma importanti (ad esempio l’aiuto economico ai cassintegrati della Cartiera di Arbatax o la rivisitazione del sistema Caritas, che sta sostenendo chi si trova in situazioni, anche momentanee, di indigenza). Cercare di mantenere alta l’attenzione sui diritti legittimi delle cosiddette periferie (che poi periferie non sono perché paghiamo le tasse e pertanto abbiamo – in teoria – gli stessi diritti del resto d’Italia), promuovere legalità, equità sociale a prescindere dai numeri: fa sì che la Costituzione non resti lettera morta.

La cultura della legalità non fa parte integrante del nostro vivere quotidiano, dati i fatti di cronaca sempre attuali di varia criminalità. Si tratta di tematiche sviscerate spesso nell’ambito degli incontri della Pastorale del Turismo, che ogni anno non manca di richiamare l’attenzione. Dobbiamo fare in modo che l’emozione non si fermi alle commemorazioni e ai convegni, ma si trasformi in coscienza illuminata e partecipazione consapevole.

Foto di gruppo

Pellegrini di speranza a Roma

di Antonio Carta.

Dal 15 al 20 marzo ha avuto luogo il pellegrinaggio interdiocesano a Roma guidato dal vescovo Antonello, che ha riunito i pellegrini delle due diocesi di Lanusei e Nuoro

C’è un momento preciso in cui il pellegrinaggio inizia davvero. Non è quando si sale sull’autobus, né quando si arriva a destinazione. Il vero inizio avviene quando, tra una preghiera e una battuta, tra un sorriso e un sospiro di fatica, ciascuno di noi si rende conto che non sta percorrendo la strada da solo. Ottantaquattro pellegrini, due diocesi, un solo vescovo e un unico cammino: un pellegrinaggio di speranza, in questo Anno Santo, tra i luoghi più significativi della Città Eterna.

Roma, con il suo fascino intramontabile, non smette mai di sorprendere. Quando la cupola di San Pietro si affaccia tra i palazzi, il brusio del gruppo si riempie di stupore. C’è chi scatta una foto, chi si ferma a prendere un attimo di respiro, mentre il vescovo Antonello incalza il passo per non perdere nemmeno un appuntamento. Per gustare realmente un pellegrinaggio è sempre necessario rinnovare la consapevolezza che non si sta vivendo un semplice viaggio, ma una vera occasione di incontro, con Dio, con gli altri e con se stessi.

Camminare per le strade di Roma con qualcuno accanto è sempre un’esperienza piacevole e confortante. Si sorride, si raccontano storie, i passi si sincronizzano. Ma durante un pellegrinaggio, lo sappiamo bene, a volte bisogna rallentare, altre volte accelerare, altre ancora stringersi l’un l’altro per riuscire a salire tutti insieme sul bus 64.

Durante la visita alle Grotte Vaticane, alcuni di noi si sono lasciati affascinare dalla straordinaria bellezza di quei luoghi, così ricchi di storia e di fede, perdendo temporaneamente l’orientamento, salvo poi riunirsi rapidamente. Mons. Tiziano Ghirelli, canonico di San Pietro, ci ha guidati in un percorso affascinante tra arte, simbolismo e spiritualità. Paola, nostra vivace e instancabile guida di origini ogliastrine, ci ha condotti invece alla scoperta di alcune delle basiliche più emblematiche di Roma, come Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano, senza dimenticare la Basilica di Santa Croce, e per alcuni, l’emozionante esperienza dei gradini della Scala Santa. Un monaco benedettino, anch’egli di origini sarde, ci ha invece accompagnato alla scoperta della Basilica di San Paolo, per poi avventurarci successivamente nelle misteriose catacombe di San Sebastiano. Nell’ultimo giorno, la testimonianza di Giustino ha dato un tocco finale di profondità e riflessione al nostro pellegrinaggio.

Tuttavia, tra tutti i momenti vissuti, quelli che resteranno nel cuore di ciascuno sono sicuramente i passaggi attraverso le Porte Sante. Alcuni sono stati vissuti in modo comunitario, altri in maniera più personale e intima. Ogni varco, ogni porta, ha rappresentato un atto di fede, di accoglienza, di perdono. E proprio lì, nel passaggio da un mondo a un altro, si è rivelato il cuore del nostro pellegrinaggio: il cammino fatto insieme, sulla strada di un Dio Misericordia, che si è fatto uomo per camminare tra noi.

Il vescovo Antonello ci ha sempre guidato con parole ricche di saggezza, illuminando il nostro cammino con sguardo profetico e lungimirante. Ogni sua riflessione, ogni sua lettura,ci ha fatto comprendere che il vero significato del pellegrinaggio non risiede solo nei luoghi che abbiamo visitato, ma nel modo in cui li abbiamo realmente vissuti.

Il viaggio di ritorno ha ritmo diverso. Meno parole, più pensieri. Le esperienze forti hanno bisogno di tempo per essere comprese. Forse nessuno di noi torna a casa con risposte definitive, ma una cosa è certa: il pellegrinaggio non è finito. Siamo chiamati a essere pellegrini di speranza ogni giorno. L’ulteriore Porta Santa da attraversare sarà quella della nostra quotidianità, in cui ciascuno di noi può continuare a vivere e a testimoniare la fede rinvigorita nel cuore durante il cammino a Roma.

Villagrande

Un’anfora palestinese del 1100 a.C. in Ogliastra

Un porto internazionale della Palestina. Per molti lettori, Dor è un vocabolo del tutto insignificante. Per quelli invece che si interessano di storia antica evoca scambi commerciali a lunga distanza. Aggiungo che con grande probabilità le sue merci arrivarono persino nella nostra Ogliastra.

Ma andiamo per ordine. Data la sua importanza, il sito della città antica è stata oggetto di lunghi scavi archeologici i quali hanno permesso agli studiosi di ricostruire la straordinaria storia della città. Ovviamente lo strato più antico è quello cananeo, ossia quello degli abitanti che occuparono tutta la Palestina per buona parte del secondo millennio. Essi abitarono non solo Dor, ma tutta la regione: Palestina, Siria, Fenicia e anche la Transgiordania. È un periodo di intensi scambi commerciali che influenzarono le culture locali. I traffici erano incentrati su alcune città ben conosciute: Ugarit, vicina all’attuale Latakia, Biblo e Megiddo. In questo periodo Dor era una delle città-porto più importanti della regione.

La posizione geografica. Dor è localizzata a circa 30 km da Haifa sulla costa marittima, all’altezza del Carmelo, a 70 Km a nord di Tel Aviv. Si comprende perché il porto ebbe fortuna: esso offre una naturale conformazione per l’approdo delle navi. Questo per la costa palestinese è una caratteristica rara. Inoltre dista circa 100 miglia dalla pentapoli filistea (Gaza) e altrettanto dalla Fenicia (Tiro e Sidone). Un percorso che si faceva in una giornata di navigazione.

Dor e i popoli del mare. Il centro fu occupato dopo il 1200 a. C. da una popolazione che faceva parte di quel gruppo di popoli che gli studiosi, in base alle testimonianze letterarie dell’Egitto, chiamarono popoli del mare. Uno di questi si chiamava Shekeles che Giovanni Garbini, docente e membro dell’Accademia dei Lincei, ha chiamato semplicemente siculi perché ritenuti gli antichi abitanti della Sicilia. Prima di spostarsi in Sicilia occuparono Dor per oltre un secolo. Le testimonianze egiziane in proposito sono piuttosto dettagliate: un sacerdote, Wen-Amon, che si era recato nella città per acquistare legname dovette trattare con il re dei “siculi”, un certo Beder, di cui non possediamo altre notizie, allora (siamo intorno a 1100 a. C.) governatore della città. È in questo periodo che probabilmente ci fu un contatto anche con la Sardegna e precisamente con la nostra Ogliastra. Sull’argomento ritornerò tra poco. Dor, infatti oltre alle solite materie (vino, olio e frutta secca) commercializzava anche il rame che arrivava in Sardegna trasportato da questi popoli del mare, dopo essersi riforniti a Cipro.

Dor nella Bibbia. L’importanza di Dor tuttavia è testimoniato anche dal libro dei Re (1Re 4,11); al tempo del re Salomone divenne il centro di un distretto amministrativo. Ma sono gli scavi archeologici a rivelarci l’importanza di quest’antica città. E. Stern ha scavato in questa località per oltre 20 anni e ha potuto mettere in luce l’attività principale dei suoi abitanti che era legata alla metallurgia: uno strato, spesso un metro, infatti, era costituito da scarti di lavorazione di bronzo, in particolare dalla cenere delle fornaci, pezzi di rame, frammenti di crogioli, oltre ad altri strumenti di bronzo. Esistono però anche oggetti in ferro (coltello con manico di osso). Un elemento interessante, già incontrato in altri siti, per esempio ad Acco, è che quest’attività artigianale risulta contigua a un ambiente riservato al culto. È una costante che compare in altri siti abitati dai popoli del mare. Ma tale caratteristica è presente anche a S’Arcu ‘e is Forros, un sito archeologico della Sardegna scavato dall’archeologa Maria Ausilia Fadda e di cui ha presentato i risultati nella prestigiosa Accademia dei Lincei.

S’Arcu ‘e is Forros: il più importante centro metallurgico della Sardegna antica.

Come accennato in precedenza, Dor e gli altri porti della Palestina facevano parte di una rete commerciale che si snodava per tutti i porti del mediterraneo. Questa rete commerciale – che partendo dalla costa palestinese continuava per Creta, Malta, Pantelleria, Sicilia, Sardegna – arrivava fino alla penisola Iberica. In questo florido commercio, la Sardegna fungeva da ponte tra Sicilia e Spagna. Mi soffermerò solo sul ruolo della Sardegna e più specificatamente su quello dell’Ogliastra. L’anima di questo commercio era l’approvvigionamento dei metalli: Cipro riforniva di rame tutto il mediterraneo, ma lo stagno era una merce piuttosto rara. L’oriente lo importava dall’Afghanistan, mentre l’occidente lo prendeva dalla lontana Inghilterra e dalla Spagna.

In tale traffico forse bisogna assegnare alla Sardegna un ruolo di primo piano. I Sardi, parte integrante dei popoli del mare, fungevano da anello di collegamento in tale commercio. La costa meridionale della Francia e la Spagna erano i mercati in cui confluivano lo stagno e l’argento dell’Inghilterra e della penisola iberica. È da lì che i Sardi, allora buoni marinai – come testimoniano i testi egiziani a proposito degli Sherden o Shardana – lo portavano in Sardegna da dove, poi, lo ponevano nel circuito commerciale ricevendo in cambio i lingotti di rame di Cipro. Ed è in tale commercio che i porti ogliastrini costituivano uno scalo obbligato, forse gestito proprio da questi Shardana, che noi conosciamo come soldati al servizio delle monarchie orientali, ma che probabilmente possedevano, insieme agli altri popoli del mare, anche il monopolio del traffico di minerale tra l’oriente e l’occidente.

L’iscrizione di S’Arcu ‘e is Forros. L’aspetto del tutto nuovo dello scavo sardo è che vi è stata rinvenuta un’iscrizione in parte fenicia. Essa fu oggetto di studio da parte dello stesso Giovanni Garbini il quale, dopo un lungo e minuzioso esame, l’attribuì ai filistei. Purtroppo la prematura morte dell’illustre studioso non ha permesso l’ulteriore approfondimento del testo. Ultimamente si è interessata all’argomento la professoressa Maria Giulia Guzzo- Amadasi: con lei ebbi un incontro nella biblioteca della Pontificio Istituto Biblico di Roma durante il quale mi comunicò che a suo parere l’iscrizione era fenicia: anche i caratteri che Garbini riteneva filistei erano fenici. Poco dopo mi inviò una e-mail con l’esame dettagliato del testo di cui riassumo il contenuto: l’anfora, su cui è incisa l’iscrizione, piena di vino, sarebbe partita dall’Egitto e sarebbe arrivata aS’Arcu ‘e is Forros. L’aspetto più strano è che l’Egitto non è stato mai un produttore di vino; di solito lo importava dalla Palestina. Molto probabilmente l’anfora vinaria in questione è partita proprio da Dor, la città-porto che specialmente con Geroboamo II (780-743 a. C.) fungeva da centro commerciale per tutto il regno di Israele. Purtroppo le mie perplessità resteranno senza chiarimento poiché la studiosa il 30 agosto del 2024 è deceduta.

Gaza

Il futuro di Gaza alla luce del glorioso passato

di Giovanni Deiana.

Finalmente la sospirata tregua. Sembra che finalmente palestinesi e israeliani siano arrivati a un accordo: liberazione degli ostaggi e sospensione dei bombardamenti. Inutile dire che si tratta di una situazione precaria: basta un nulla perché si scateni di nuovo l’inferno dei bombardamenti. Ci si augura che il buon senso prevalga sulle rivendicazioni di poche persone. Probabilmente la storia di questa straordinaria città può illuminare sulle enormi potenzialità che Gaza possiede.

Nell’antichità Gaza era considerata la porta dell’Egitto: ciò significava che chiunque voleva accedere alle ricchezze di questa terra fortunata doveva passare per tale centro. Non solo: poiché per Gaza passava una delle strade che univa l’Egitto con tutta la costa del Mediterraneo, essa godeva del flusso commerciale tra l’Egitto, la Palestina e la penisola arabica. Proprio per tale posizione strategica le autorità egiziane ne avevano fatto un capoluogo amministrativo, sede del governatore di tutta la regione, che allora si chiamava Canaaan.

Le Lettere di el-Amarna. Su questo periodo storico siamo in possesso di una straordinaria documentazione nota agli studiosi come Lettere di el- Amarna. Sono chiamati così i testi ritrovati in una località dell’Egitto (Medio Egitto) sulla riva orientale del Nilo e che contengono la corrispondenza di Amenophi IV (1353-1336 a. C.). Le lettere sono scritte in accadico, un particolare sorprendente per una corrispondenza con l’Egitto.

Il ritrovamento fu casuale: una donna nel 1887 scavava in un cumulo di rovine e rinvenne queste tavolette; le ricerche successive portarono al numero totale di 382. Oggi è possibile leggere le lettere in traduzione nelle diverse lingue; anche in italiano abbiamo la possibilità di poter attingere al loro contenuto (M. Liverani, Le lettere di el-Amarna, Paideia, 1-2, Brescia 1998). Naturalmente le lettere sono importanti per conoscere la storia del Vicino Oriente. In esse ci sono le missive che i re locali inviavano al faraone, informandolo di quanto avveniva nelle loro città. Per quanto riguarda Gaza, sappiamo che vi risiedeva un contingente egiziano che aveva il compito di garantire la sicurezza di questa arteria di vitale importanza per gli scambi commerciali tra Egitto e Palestina. Ma ci sono anche le missive dei re di Gerusalemme e di Sichem. Il caso di Gerusalemme è di straordinaria importanza: il re si chiama Abdi-Heba e si lamenta perché il suo territorio è in continuazione assalito da bande di delinquenti che vengono chiamati Habiru. Naturalmente il nome è stato posto in relazione con “ebrei” dato a Israele in alcuni passi biblici.

L’invasione dei “popoli del mare”. Per quanto riguarda Gaza, verso il 1200 a. C. la città subì una profonda trasformazione etnica: il suo territorio fu invaso dai “popoli del mare”. Sono così chiamate etnie varie, provenienti dal Mediterraneo che tentarono di invadere l’Egitto. Ramesse III le fermò alla foce del Nilo ed ecco il resoconto che ne fa il faraone: «I popoli stranieri fecero una cospirazione nelle loro isole. Tutti i paesi furono spinti sul campo e sparpagliati per il combattimento. Nessun paese poté resistere al loro esercito: Hatti, Kode, Karkemis, Arzawa e Alashya, tutti distrutti in un sol colpo. Fu stabilito un campo in un posto di Amurru. Devastarono il suo popolo e il suo paese fu come se non fosse mai esistito. Si diressero verso l’Egitto mentre un fuoco era disposto davanti a loro. La loro confederazione comprendeva i Peleset, Tjekker, i Shekeles, i Denien e i Weshes, paesi uniti tra loro… Il seme di coloro che raggiunsero il mio confine non esiste più; il loro cuore e la loro anima sono scomparsi per sempre. Coloro che si dirigevano insieme per mare …furono trascinati con forza, circondati, uccisi e ammucchiati gli uni sugli altri. Le loro navi e i loro beni erano, per così dire, caduti nell’acqua».

Approssimativamente siamo intorno all’anno 1186 a. C. (l’incertezza è d’obbligo a causa dell’impossibilità di ricostruire una cronologia assoluta per tutta la storia egiziana), nell’ottavo anno del regno di Ramesse III. Una coalizione di popoli, partendo dall’attuale Turchia, fa piazza pulita di quanto incontra, mettendo a ferro e a fuoco ciò che trova sul cammino; distrugge così popoli di grande civiltà: i famosi Ittiti (Hatti), Karkemis, un importante snodo commerciale che regolava gli scambi tra l’area geografica della Mesopotamia e l’impero Ittita, riuscì persino a occupare l’isola di Cipro (Alashia) che riforniva di rame tutti i popoli del mediterraneo. La furia degli invasori non risparmiò nessuno; persino la grande metropoli di Ugarit fu rasa al suolo e non fu più ricostruita.

Per gli studi biblici l’iscrizione di Ramesse III è di fondamentale importanza in quanto per la prima volta compaiono sulla scena i Filistei (Peleset), quelli che saranno i nemici storici del popolo ebraico per molti secoli; infatti, dopo la sconfitta da essi subita (almeno a sentire il faraone egiziano) nel delta del Nilo, si trasferirono in Palestina e formarono la famosa pentapoli filistea, composta dalle città di Ashdod, Ascalon, Ekron, Gat e Gaza. Storicamente essi esercitarono un’influenza così straordinaria tanto che da essi la regione fu chiamata Palestina, nome derivato da filisteo. Furono essi che introdussero l’uso del ferro, di cui mantennero per lungo tempo il monopolio esclusivo (1 Sam 13,19-21). Non solo, avendo una grande esperienza commerciale riuscirono a diventare uno snodo economico: essi importavano le merci più svariate dalle popolazioni arabiche e le distribuivano con le loro navi in tutto il mediterraneo.

E non si commerciava solo incenso! Purtropponon sempre questi traffici si limitavano alle famose spezie; ecco cosa scrive Amos (1,6-8) nell’VIII secolo a. C. «Così dice il Signore: “Per tre misfatti di Gaza e per quattro non revocherò il mio decreto di condanna, perché hanno deportato popolazioni intere per consegnarle a Edom. Manderò il fuoco alle mura di Gaza e divorerà i suoi palazzi, sterminerò chi siede sul trono di Asdod e chi detiene lo scettro di Àscalon; rivolgerò la mia mano contro Ekron e così perirà il resto dei Filistei”». Purtroppo il traffico degli schiavi era diffusissimo in tutto il mondo e nel bacino del mediterraneo in modo speciale. Tanto per fare un esempio, sembra che nell’isola di Delo, all’ombra del tempio di Apollo, si vendessero migliaia di schiavi ogni giorno.

«Muoia Sansone con tutti i filistei». Tutti abbiamo sentito parlare di Sansone; le sue gesta sono narrate in Giudici 13-16. L’eroe biblico riscattò con una morte eroica una vita dominata dalla stupidità. Pochi sanno che egli morì proprio a Gaza. Ecco il racconto biblico: «Sansone disse al servo che lo teneva per la mano: “Lasciami toccare le colonne sulle quali posa il tempio, perché possa appoggiarmi ad esse”. Ora il tempio era pieno di uomini e di donne; vi erano tutti i prìncipi dei Filistei e sul terrazzo circa tremila persone fra uomini e donne, che stavano a guardare, mentre Sansone faceva i giochi. Allora Sansone invocò il Signore dicendo: “Signore Dio, ricordati di me! Dammi forza ancora per questa volta soltanto, o Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!”. Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava il tempio; si appoggiò ad esse, all’una con la destra e all’altra con la sinistra. Sansone disse: “Che io muoia insieme con i Filistei!”. Si curvò con tutta la forza e il tempio rovinò addosso ai prìncipi e a tutta la gente che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita» (Gdc 16, 26-30).

Conclusione. Con questa storia dietro le spalle, Gaza può a buon diritto diventare la capitale di questo ipotetico Stato palestinese che già nel 1947 (29 novembre) l’ONU aveva ipotizzato, da affiancare a quello di Israele. Basterebbe solo la volontà politica di farlo nascere.

 

Concilio-vaticano-II

I documenti del Concilio. L’Unità dei cristiani

di Michele Antonio Corona.

Il 21 novembre 1964, a al termine della terza sessione del Concilio Vaticano II, più di duemila vescovi approvarono il Decreto sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio (UR), mentre solo 11 votarono contro. Così il desiderio di Giovanni XXIII che il Concilio indirizzasse la Chiesa cattolica alla ricerca dell’unità dei cristiani, ebbe pieno successo.

Il documento inizia significativamente così: «Promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II». Con UR, il Concilio riconosceva ufficialmente che il movimento ecumenico – nato nel XX secolo, inizialmente all’esterno della Chiesa cattolica, come un anelito condiviso da molti di ripristinare l’unità della Chiesa di Dio – era animato dallo Spirito Santo. Il Concilio proponeva «a tutti i cattolici gli aiuti, gli orientamenti, e i modi, con i quali possano essi stessi rispondere a questa vocazione e a questa grazia divina» (UR 1).

Dopo sessant’anni dobbiamo chiederci: perché mai l’unità dei cristiani è così importante? Siamo oggi più vicini all’unità?

L’unità è principio fondamentale e strutturale per la Chiesa, se non altro per la preghiera che Gesù stesso, durante l’Ultima Cena rivolse al Padre per i suoi discepoli: «Che tutti siano una sola cosa… affinché il mondo creda» (Gv 17,23).

Evidentemente, il Decreto sull’ecumenismo non comparve di punto in bianco nel mezzo di un deserto. Nel 1910 alcuni missionari protestanti si erano riuniti a Edimburgo, in Scozia, in una conferenza mondiale sulla Missione, e avevano ufficialmente riconosciuto il danno che la divisione tra le Chiese stava causando alla predicazione del Vangelo nei paesi di missione.

L’impulso originato da tale presa di coscienza condusse in seguito all’istituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese nel 1948. Il movimento ecumenico aveva dunque un centro istituzionale e un punto di riferimento. Papa Giovanni XXIII compì un passo significativo per assicurarsi che il Concilio facesse ampio spazio alla questione dell’unità dei cristiani, invitando le Chiese e le Comunità non cattoliche a inviare osservatori al Concilio. Questa fu una straordinaria novità. La presenza e l’input di oltre cento osservatori che assistettero a parte delle sessioni conciliari per più di quattro anni fece sorgere una nuova consapevolezza della fraternità cristiana che si estende ben oltre i confini visibili della Chiesa cattolica.

Ma qual è stata la novità conciliare per favorire l’ecumenismo? Basandosi sull’ecclesiologia rinnovata che era stata formulata nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, UR ribaltò il ristretto approccio post-tridentino tipico della contro-riforma e si fondò su una tradizione più esplicitamente biblica, patristica e alto-medioevale, favorendo una rinnovata comprensione della relazione tra la Chiesa cattolica e il resto del mondo cristiano.

Descrivendo la Chiesa in termini di comunione piuttosto che di istituzione, il Concilio trovò la chiave per una nuova visione dei legami spirituali che uniscono tutti i battezzati malgrado le loro divisioni.