In breve:

Spiritualità

Infermiera

Pasqua di riflessione

di Giovanni Deiana.

La solidarietà tra uomini e nazioni per sconfiggere il virus dell’egoismo

Non sarà la solita Pasqua. Nella tradizione cristiana, la settimana di Pasqua è caratterizzata dalle manifestazioni di pietà popolare che coinvolgono migliaia di persone. A iniziare dalla domenica delle palme, fino alla via crucis e alle suggestive celebrazioni del giorno di Pasqua, era raro che un cristiano non si sentisse costretto a uscire dalla solita apatia per lasciarsi coinvolgere dalla pietà collettiva. Tutto questo, per quest’anno, sarà solo un ricordo e i più devoti si accontenteranno di seguire le cerimonie essenziali alla Tv.
Sarà l’occasione per riflettere. Probabilmente riscoprire il significato della Pasqua ci aiuterà anche ad affrontare da cristiani questa tragedia che improvvisamente è piombata su tutto il mondo. Nella tradizione biblica, le sciagure erano interpretate come punizioni divine. Il profeta Gioele, tanto per fare un esempio, visse un dramma abbastanza simile al nostro: un’invasione di cavallette distrusse le coltivazioni all’inizio dell’estate e di conseguenza tutti i frutti, grano, orzo e cereali andarono persi (Gl 1-2). La fame gettò nel terrore uomini e bestie. Furono organizzate cerimonie penitenziali per scongiurare Dio ad avere pietà.«Or dunque – oracolo del Signore –, ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male», Gl 2,12-13.
Questo cliché non vale per il Nuovo Testamento e per il cristianesimo. Il dolore fa parte integrante della vita e chi vuole seguire Cristo deve imparare da lui come trasformare la sofferenza in forza vitale. Siamo abituati a considerare la Pasqua secondo il modello elaborato dalla Chiesa primitiva e che San Paolo riassume in poche parole nella prima lettera ai Corinti: «Vi ho trasmesso… quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture» (15,3).
La morte di Gesù fu prima di tutto un omicidio. Se un cronista dei nostri giornali fosse stato presente in quel triste pomeriggio del venerdì santo alla crocifissione di Gesù, a tutto avrebbe pensato fuorché ai propri peccati o a quelli dell’umanità. Ci avrebbe informato che era stata semplicemente eseguita una sentenza, emessa dal sinedrio (che era il tribunale locale), regolarmente ratificata dal procuratore romano, Ponzio Pilato. Se poi il nostro ipotetico cronista avesse avuto il tempo di assistere a tutto il processo, avrebbe al massimo rilevato che all’imputato non erano state mosse accuse tali da giustificare una condanna e che i testimoni dell’accusa in tribunale erano caduti in vistose contraddizioni; insomma, uno spettacolo, se si vuole, di giustizia “farsa”, un processo imbastito alla meno peggio per eliminare una voce scomoda, che dava fastidio (e tanto!) al gruppo politico dominante, costituito dai Farisei. In pratica, uno dei tanti linciaggi politici a cui la storia di tutti i tempi ci ha abituati. Cristo ha trasformato questo delitto in resurrezione. Come? Ce lo spiega San Paolo: «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome», (Fil 2,8-9). Accettare il piano del Padre non è stato facile neanche per Gesù: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». (Lc 22,42).
Gesù ha trasformato un delitto in forza di resurrezione. I primi a essere travolti dalla forza di Cristo risorto sono i suoi discepoli, quelli che a parole erano pronti a morire con Gesù e che invece, appena visto il pericolo, sono scappati a gambe levate. Gesù li trova rinchiusi nel cenacolo «per paura dei Giudei» (Gv 20,19). Quando Egli appare trasforma la loro paura. Certo non subito! È stata necessaria una “quarantena” di preghiera: ma dopo, la forza della resurrezione si è sprigionata e ha dato luogo al fenomeno della Chiesa primitiva di cui gli Atti degli apostoli ci tratteggiano le caratteristiche fondamentali: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune»(At 4, 32).
Secondo un altro testo di Atti (2, 42) i cristiani «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere». La comunità primitiva esigeva che l’individuo vivesse la vita quotidiana nella solidarietà verso i meno fortunati ponendo al servizio di tutti anche i propri beni.
Ma non era una cosa nuova! La Chiesa aveva riscoperto una verità fondamentale presente nella Sacra Scrittura già nelle prime pagine. Dio ha creato il mondo per le sue creature e ogni persona che riceve da Dio la vita ha diritto ad avere i mezzi per la sussistenza. Se l’essere umano priva un suo simile di questo diritto fondamentale stravolge il senso della creazione, in quanto la terra con le sue risorse è stata concessa all’uomo non come individuo, ma come collettività (umanità); di conseguenza, ogni membro dell’umanità ha diritto ad avere la sua parte. La dimensione sociale della creazione risulta chiara in Gen 1,26-29: Dio crea l’uomo «maschio e femmina», quindi con capacità di dare la vita ad altri; poiché la terra è stata data alla prima coppia umana munita di capacità generativa, questo comporta che anche i discendenti abbiano uguale diritto ai mezzi di sussistenza. Se pensiamo che, secondo le statistiche, il 90% della ricchezza mondiale è posseduto dal 10% della popolazione ci rendiamo conto della profonda ingiustizia che governa il mondo!
Il virus dell’egoismo. Questa pandemia ha rivelato in larghi strati della popolazione e in modo particolare nel personale sanitario, una straordinaria capacità di rischiare anche la vita per assistere i malati. Più in generale ha fatto capire a tutti che non ci si può rinchiudere nel proprio piccolo mondo, ma che è necessaria la solidarietà! Se il coronavirus ci avrà fatto capire che non possiamo chiudere gli occhi su chi ha bisogno del nostro aiuto, ci avrà resi più cristiani. L’umanità riuscirà a debellare, speriamo presto, questo terribile nemico, ma come valore perenne e universale dovrà invece restare la solidarietà tra i singoli e specialmente tra i popoli.

Mons. Basoli con i chierici ogliastrini

Lo studio, lo zelo e la vitalità di Cuglieri

di Virgilio Mura.
È una casa, un ambiente, una famiglia (tutto in grande) dove il ragazzo o giovane che si sente chiamato (vocazione) al sacerdozio avvia e matura una accurata preparazione spirituale e umana, intellettuale e disciplinare, guidato e sostenuto da competenti educatori: questo è il seminario, scuola di vita, di esperienza, e conoscenza a tutto campo.

Conosce e comprende il seminario solo chi vi ha vissuto a lungo.
In ogni diocesi il vescovo ha il dovere pastorale di aprire il seminario per i ragazzi che intendono dire “sì” all’invito di Gesù “vieni e seguimi”. Quando ciò non è possibile, specialmente nelle piccole diocesi, vengono offerte ai ragazzi le giornate di incontri vocazionali. Ma alla base, nelle piccole comunità del territorio della diocesi, non può mancare, come spesso ripete il vescovo, l’impegno per creare il clima, per provocare la chiamata, spesso già latente, a seguire Gesù. La famiglia attenta ha il ruolo di incoraggiare quanto fin da piccoli già si manifesta. Non dimenticando gli incontri del parroco con i ministranti: essi possono capire il loro servizio all’altare, più vicini a Gesù, non per fare delle cose, ma per saper ascoltare e conoscere ciò che lui vuole da loro.
La diocesi, chiamata “Chiesa locale”, è formata da tutte le comunità parrocchiali di un territorio.
È una comunità educante: chi è adulto nella fede o si impegna per esserlo (genitori, catechisti, educatori) collabora perché i fratelli nella fede conoscano e vivano la chiamata di Dio nella propria vita. A questo tende la catechesi, la preparazione ai sacramenti, la formazione dei giovani, l’accompagnamento al matrimonio o al sacerdozio. È la chiamata alla vita cristiana.
Nel Seminario maggiore, la preparazione e formazione diventa una esigenza forte: il cammino è più ripido e il seminarista (o il chierico in teologia) acquista più responsabilità, cresce in maturità umana e culturale. Oltre ai diversi professori, si rendeva conto del crescere della persona anche a un giovane un po’ più avanti di noi nel percorso, detto prefetto, il quale proponeva ogni quindici giorni al vice rettore (responsabile della disciplina), i voti di pietà, condotta, studio e galateo. Chi veniva valutato con 8 o, peggio, con il 7 e si mostrava recidivo, rischiava la bocciatura o addirittura l’espulsione. Tutto ciò per quanto riguarda il comportamento. Ma nel Seminario c’è un accompagnamento umano-spirituale, particolarmente curato dai direttori spirituali e confessori che lo studente seminarista sceglieva tra quelli disponibili e proposti dalla équipe educativa: alla loro responsabilità era affidata la maturazione della vocazione personale del giovane e il suo esito.
Al concludersi degli anni del liceo classico (3 anni), giungeva per quasi tutti il momento di prendere le decisioni: continuare o no. Durante l’anno di studi filosofici che preparavano al corso di teologia (4 anni), si seguivano corsi di aggiornamento in metafisica ed etica, letteratura italiana, materie scientifiche e matematiche, lingua straniera (tedesco o inglese), studio di psicologia e pedagogia, greco biblico. Si tenevano le dispute di filosofia e di teologia, i casi di morale, tutto in lingua latina!
Non mancava lo studio del canto gregoriano, polifonia classica e contemporanea, le attività teatrali e la pastorale parrocchiale con la catechesi e attività oratoriane tra i ragazzi della parrocchia cittadina.
Nel periodo di carnevale, prima della Quaresima, le otto classi di cui il Seminario era composto, organizzavano le Olimpiadi con tutte le discipline sportive, escluso il pugilato, con la partecipazione dei seminaristi atleticamente più dotati per assicurare un maggior numero di medaglie alla propria classe. Un atleta ogliastrino che si faceva onore, era ad esempio don Paolo Loi, veramente super nella staffetta 4×4, nei 100 e 200 metri, senza escludere la maratona.
Non mancavano i tornei di pallavolo, pallacanestro e tennis. Con l’arrivo del nuovo rettore, P. Lanz, genovese, venne finalmente autorizzato il gioco del calcio, severamente proibito a causa dell’obbligo di indossare la veste talare tutto il giorno, esclusa la notte! Vennero così avviati i campionati interni fra le otto squadre. Senza dimenticare la presenza e la compagnia che offrivano alcuni professori, come P. Wernst, P. Ferraro e P. Ferraris, nelle escursioni di una giornata intera, perché il giovedì era vacanza. Anche in questi momenti ci veniva offerta l’occasione di confronto e discussione su problemi di ogni genere, grazie alla loro giovialità, confidenza e preparazione umana.
Ma il ricordo che rimane più impresso nella memoria di ogni sacerdote uscito dal Seminario maggiore di Cuglieri, è la celebrazione annuale delle varie ordinazioni sacre che avvenivano la settimana prima di Natale: la prima tonsura, i quattro ordini minori, il suddiaconato e il diaconato.
Così, tanti giovani studenti di teologia, circa 120, ogni anno avanzavano, passo dopo passo, verso la meta, il presbiterato, con tanta trepidazione e impegno.
Lo auguriamo anche oggi per tutta la Chiesa, con le parole sante del grande Giuseppe Cafasso, amico intimo e concittadino di San Giovanni Bosco: «Per essere apostolo devi pregare e accendere il tuo zelo, infiammare la tua parola riscaldandoti al fuoco dell’unione intima con Gesù, fino a essere incandescente».

Pozzomaggiore

Edvige Carboni sarà beata il 15 giugno

di Mario Girau.
Sarà beatificata a Pozzomaggiore il prossimo 15 giugno Edvige Carboni. Il solenne rito – che si svolgerà nell’ippodromo comunale – sarà presieduto, in rappresentanza del Papa, dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.
Dopo 50 anni, si conclude positivamente il processo di beatificazione aperto perché la Chiesa riconoscesse ufficialmente la fama di santità che ha accompagnato la vita di Edvige Carboni. Dopo il decreto pontificio del 7 novembre 2018, con cui il Papa dichiarava miracolosa la guarigione dello spaccapietre Antonio Fois, dovuta all’intercessione della Carboni, si attendeva solamente la data della cerimonia di beatificazione. Un atto burocratico, ma complesso perché deve conciliare le esigenze organizzative della diocesi di Alghero, del Comune dove avverrà il solenne rito, gli impegni del prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che gira il mondo, in tutte le diocesi dove si annoverano servi di Dio e venerabili che il Papa ha proclamato degni, dopo un riconosciuto miracolo, di essere beatificati.
Un insieme di operazioni, coordinate dal vescovo di Alghero-Bosa, alle cui mani è affidata ora la regia di tutti i preparativi della celebrazione del 15 giugno prossimo. Monsignor Mauro Maria Morfino, in pratica, è il referente della Santa Sede. Il comitato organizzatore, che con impegno e dedizione ha sostenuto tutto l’iter del processo diocesano e seguito l’esame della positio super virtutibus presso la Congregazione per i santi, deve far riferimento al presule algherese. Per una di quelle coincidenze che alla Chiesa piacciono molto, la notizia della data di beatificazione è arrivata sei giorni prima del 62.mo anniversario della morte di Edvige Carboni, avvenuta il 17 febbraio 1952, che è stato ricordato con una celebrazione nella chiesa di san Giorgio martire di Pozzomaggiore presieduta da monsignor Giuseppe Curcu, vicario generale della diocesi di Alghero-Bosa.
La notizia della data di beatificazione, comunicata dalla Segreteria di stato vaticana, è stata accolta con grande gioia e soddisfazione dal vescovo diocesano, monsignor Mauro Maria Morfino, e dai promotori della causa: la parrocchia di San Giorgio martire con il suo Movimento di Pozzomaggiore intitolato alla nuova beata e i padri Passionisti.
Edvige Carboni visse i suoi giorni nell’umiltà silenziosa arricchiti dalla preghiera assidua, dai suoi lavori di ricamo e la carità verso tutti: la famiglia, la parrocchia, i poveri, gli ammalati, i disoccupati, le spose senza dote e istituti religiosi.
Fece parte della famiglia francescana a partire dal 1906. Amava il Papa e la Chiesa cui fu sempre obbediente; devotissima della Madonna e dei santi Giovanni Bosco e Domenico Savio. Di lei ebbero un altissimo concetto san Luigi Orione, san Pio da Pietrelcina e il servo di Dio padre Giovanni Battista Manzella. Morì a Roma.
Dopo essere stata sepolta ad Albano Laziale (Roma), per sessantatré anni, nel 2015, si fece la ricognizione canonica delle sue spoglie mortali che riposano attualmente nel santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno (Roma) in attesa di un imminente rientro a Pozzomaggiore, dove verranno collocate nella chiesa parrocchiale in cui ricevette il battesimo.
Il servo di Dio, monsignor Ernesto Maria Piovella, che fu vescovo della sua diocesi originaria (Alghero) e, successivamente, arcivescovo di Oristano e di Cagliari, di lei profetizzò che «insieme a Sant’Ignazio da Làconi e a San Salvatore da Horta, Edvige Carboni sarebbe stata onore e vanto di tutta la Sardegna».
Il Nord Sardegna si sta rivelando terra di beati. Il 12 ottobre 2014, infatti, è stato beatificato padre Francesco Zirano di Sassari, martire della fede il 25 gennaio 1603 ad Algeri. Due anni dopo, settembre 2016, raggiunge gli onori degli altari Elisabetta Sanna di Codrongianos. Il 15 giugno 2019 Edvige Carboni. Con una particolarità rispetto agli altri beati: il sardo Angelo Becciu, a nome della Chiesa universale, proclamerà beata la sarda Edvige Carboni.

IL LOGO PER LA BEATIFICAZIONE DI EDVIGE CARBONI
Lo scudo (ossia il fondo dello stemma su cui figurano gli elementi araldici) è costituito dall’emblema della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, quale richiamo diretto e immediato alla Famiglia religiosa in cui è maturato il percorso spirituale di Edvige, ma anche all’attuale presidenza della Parrocchia di Pozzomaggiore, dalla quale l’iter ha preso le mosse. L’emblema, tuttavia, non si presenta come supporto alle figure ma loro ‘contenitore’. È rappresentato, infatti, alla maniera di una cornice in metallo oro (il quale in Araldica simboleggia il sole e, tra le virtù spirituali, la Fede, la Clemenza, la Temperanza, la Carità e la Giustizia) su cui corrono le scritte, essenziali e nettamente scandite da punti, che definiscono il luogo, il soggetto e la sua nuova condizione.
Lo smalto del fondo è azzurro chiaro, colore del cielo, e rappresenta la gloria, la virtù e la fermezza incorruttibile. Vi campeggiano, dal basso verso l’alto, cinque elementi: la facciata della Parrocchiale di S. Giorgio Martire in Pozzomaggiore; le lettere iniziali del nome della nuova Beata; un cartiglio con la data della beatificazione; la croce; fiori di giglio.
Il prospetto della chiesa, frontale ed illuminato dal sole in pieno giorno, indica che proprio in questo tempio avranno sede le spoglie mortali della Carboni.
Le iniziali della nuova Beata con la loro posizione evocano Lc 10, 20b: “I vostri nomi sono scritti nel cielo”.
Il cartiglio datario riproduce un volume quasi completamente srotolato, a suggerire (come in Ap 5-6) che adesso sono svelati, seppure ancora parzialmente, anche agli uomini un tempo ed un evento prima noti solamente a Dio.
La croce, che conserva la posizione originaria nell’emblema dei PP. Passionisti, indica la passione di Cristo come motivo centrale nel cammino di santificazione della Carboni ma anche le stigmate da essa ricevute, particolarmente quella del petto.
I gigli, infine, retrostanti la croce e disposti simmetricamente rispetto ad essa, occupano i ‘lobi’ prodotti dai suoi bracci nell’originario simbolo passionista. Sono quelli di giardino ed indicano candore, purezza ed innocenza. L’accostamento della croce e del giglio rappresenta, simbolicamente, la stessa Carboni, secondo la suggestiva immagine che ne suggerì P. Basilio Rosati, suo primo biografo: Giglio sulla Croce. Tali fiori sono resi al naturale (cioè non stilizzati, come nell’araldica francese e fiorentina) in metallo argento ad evocare l’iconografia tradizionale di San Giuseppe, nei confronti del quale Edvige ebbe sempre una particolare e delicata attenzione.

Christus vivit

Correte e… abbiate la pazienza di ascoltarci

di Filippo Corrias.
Christus vivit! Cristo vive ed è la più bella giovinezza di questo mondo.
È questo l’incipit scelto da papa Francesco per l’esortazione apostolica post sinodale indirizzata ai giovani e a tutto il popolo di Dio, firmata il 25 marzo scorso, solennità dell’Annunciazione del Signore, nella Santa Casa di Loreto e presentata al pubblico nella sala stampa vaticana martedì 2 aprile 2019 anniversario della morte di San Giovanni Paolo II, il Papa iniziatore della giornata mondiale della gioventù.
Ottantuno pagine, nove capitoli, duecentonovantanove paragrafi, centosessantaquattro citazioni di fonti. Un testo agevole e di facile lettura.
Dio ti ama, Cristo ti salva, Cristo vive: è questo il cuore del documento, il capitolo quarto dal suggestivo titolo “Il grande annuncio per tutti i giovani”.
Le tre grandi verità
«A tutti i giovani voglio annunciare ora la cosa più importante, quella che non dovrebbe mai essere taciuta. Si tratta di un annuncio che include tre grandi verità: Dio ti ama, Cristo è il tuo salvatore, Egli vive. Dove ci sono il Padre e Gesù, c’è anche lo Spirito Santo. È lui che prepara e apre i cuori perché accolgano questo annuncio, è lui che mantiene viva questa esperienza di salvezza, è lui che ti aiuterà a crescere in questa gioia se lo lasci agire».
Dio ha un cuore: ti ama
«Dio ti ama. Non dubitarne mai, qualunque cosa ti accada nella vita» esordisce il Pontefice. «In qualunque circostanza, sei infinitamente amato. La sua memoria non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati; la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male. Non vuole tenere il conto dei tuoi errori e, in ogni caso, ti aiuterà a imparare qualcosa anche dalle tue cadute. Perché ti ama.
Il Papa propone ai giovani di meditare questa grande verità con un suggerimento: «Cerca di rimanere un momento in silenzio lasciandoti amare da Lui. Cerca di mettere a tacere tutte le voci e le grida interiori e rimani un momento nel suo abbraccio d’amore».
Cristo ti salva!
«Cristo, per amore, ha dato sé stesso fino alla fine per salvarti. Le sue braccia aperte sulla croce sono il segno più prezioso di un amico capace di arrivare fino all’estremo. Cari giovani, voi non avete prezzo! Non siete pezzi da vendere all’asta! Non lasciatevi comprare, non lasciatevi sedurre, non lasciatevi schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono strane idee in testa e alla fine diventiamo schiavi, dipendenti, falliti nella vita. Voi non avete prezzo: dovete sempre ripetervelo: non sono all’asta, non ho prezzo. Sono libero, sono libero! Innamoratevi di questa libertà, che è quella che offre Gesù.
Egli vive!
«Corriamo il rischio di prendere Gesù Cristo solo come un buon esempio del passato, come un ricordo, come qualcuno che ci ha salvato duemila anni fa. Questo non ci servirebbe a nulla, ci lascerebbe uguali a prima, non ci libererebbe». Se Gesù è vivo conclude il Papa «allora davvero potrà essere presente nella tua vita, in ogni momento, per riempirlo di luce».
Se egli vive – conclude papa Francesco – «le nostre fatiche serviranno a qualcosa. Allora possiamo smettere di lamentarci e guardare avanti, perché con lui si può sempre guardare avanti».

Alfredo Diaz

“Questa è la mia casa. Qui sarà il mio servizio”

di Alfredo Diaz.
Il 20 ottobre prossimo, in occasione del Convegno pastorale diocesano, Alfredo Diaz, originario del Venezuela, già da un anno nella nostra diocesi, riceverà il diaconato per mano del vescovo Antonello. In queste righe, l’espressione di una fede intensa che diventa gioia per un mandato a servizio della Chiesa.

Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita” (Salmo 26,4). Sono queste le parole che tutt’oggi risuonano nella mia vita, risuonano nel mio cuore, risuonano ogni giorno in tutto quello che vivo e faccio. Fin da quando sono venuto la prima volta in questa diocesi, esse mi accompagnano. Avevo in mente l’idea di una casa, di una comunità, di una Chiesa, ed è stata proprio questa la mia richiesta al Signore quando stavo per finire il mio ultimo anno di studio di teologia, mentre mi trovavo ancora in seminario, a Roma: quella di inviarmi a servire nella sua casa, che è la sua Chiesa, dopo aver lasciato qualche anno fa la casa dei miei genitori in Venezuela, i miei tre fratelli e i miei nipotini, per venire a scoprire qualche anno dopo questo territorio, senza neanche sapere dove si trovava questa diocesi e quest’Isola, che mi ricorda molto la mia terra.
Sono nato in una piccola città sulla cordigliera delle Ande, sul lato occidentale del Sud America, con una religiosità e una cultura molto simili a questo luogo e con dei valori umani e cristiani da custodire.
Sono stati molti a chiedermi: «Ma cosa farai quando avrai finito gli studi?», oppure: «Proprio in Sardegna dovevi finire!». E quando dicevo il nome della diocesi, mi dicevano: «Cosa? Ma dov’è questo luogo?».
Gradualmente conoscendo questa realtà sono riuscito a descriverla a chi mi chiedeva notizie, facendo rilevare che certamente era il luogo dove il Signore mi aveva inviato, per trovare “casa”. E non dimenticando di dire che sono venuto per servire, per servire questa Chiesa.
Il 20 ottobre prossimo, vigilia della Giornata Missionaria Mondiale, e giorno del nostro convegno pastorale a Tortolì nel quale si parlerà di vocazioni – di tutte le chiamate, da quella matrimoniale a quella sacerdotale e religiosa – il vescovo mi ordinerà Diacono, dopo oltre un anno dalla mia presenza in questa diocesi. E sono felice di quanto sta avvenendo nella mia vita, perché sarà la consacrazione del mio ingresso come “servo” in questo luogo, un servizio missionario in una Chiesa missionaria. Mettere insieme missione e diaconia è davvero far emergere il volto autentico del Vangelo e della Chiesa stessa, un modo di rispondere al Signore che chiama e che sceglie sempre le persone, qualunque sia la chiamata, per una vocazione e una missione.
Ringrazio Dio che mi ha permesso di conoscere questa Chiesa diocesana, il suo Pastore e nostro vescovo, i sacerdoti e tutte le persone incontrate nelle comunità. É una Chiesa dove mi sento a casa, nella quale mi sono identificato, e dove respiro un’atmosfera missionaria, nella certezza che in ogni luogo del mondo, quando c’è una comunità cristiana dove si annuncia il Vangelo, quello è un luogo di missione, un luogo dove il Signore si rende sempre presente.

Giovedì Santo: Messa Crismale in Cattedrale

Giovedì santo, 29 Marzo, in Cattedrale, alle ore 9.30, si celebra la Messa Crismale che il Vescovo concelebra con i presbiteri e i diaconi, durante la quale benedice il sacro crisma e gli altri olii sacri (catecumeni e infermi).