In breve:

Elogio della pazienza nell’epoca dell’impazienza

don-moro

di Tonino Loddo
Diciamolo. La pazienza oggi non va proprio molto di moda. Anzi, la consideriamo una perdita di tempo, legata a un’anticaglia di comportamenti che non possiamo più permetterci nell’epoca dell’alta velocità, del “tutto e subito”, dell’“usa e getta”. I nostri orologi sono sempre sincronizzati a scadenze in arrivo, a impegni da rispettare, a programmi da portare a termine.La storia di Giovanni Moro, 94 anni, sacerdote, che ci dice come sia proprio la pazienza, il suo passo lungo, distante dall’affanno del presentismo, che ci consente di aspettare il momento giusto e di cogliere la giusta maturazione degli accadimenti.

«La vita è così lunga che non finisce mai…». Con un sorriso candido e disarmante racconta i suoi 94 anni suonati. E della pazienza dice di non sapere nulla. «Non so cosa sia». Non ha mai avuto fretta, lui. Fin da quando, giovane sacerdote, nei primi anni Cinquanta il vescovo (era impaziente, mons. Basoli?, gli chiedo. Sorride) lo spediva a Jerzu o a Tertenia per due giorni interi ad aiutare i parroci. Al primo pomeriggio di ogni sabato in sella al Galletto partiva da Lanusei per celebrar messa e incontrare la gente. Ma era uno scooter, lo interrompo. E quando pioveva…? «No, nessun problema; aveva un parabrezza grande». Disarmante.
E racconta la sua vita di sacerdote che ha fatto della pazienza un abito quotidiano. Racconta dei «bambini, tanti bambini e ragazzi» che hanno riempito le sue giornate di sacerdote. A volte saranno stati pure noiosetti e disubbidienti. La butto lì… «No, mai. Non ricordo di aver mai dovuto combattere per farli star buoni. Non mi è mai costato. È stato sempre bello incontrarli, parlare con loro, comprenderli, giocarci insieme…». «Bambini, tanti bambini e ragazzi…», ripete, socchiudendo gli occhi in un sorriso nostalgico, quasi a vederseli ancora intorno vocianti e gonfi di speranze da far crescere e custodire. Come le speranze di tutti. «Stavamo sempre in mezzo alla gente, a parlare e a pregare con tutti. Questo era il nostro compito di sacerdoti: ascoltare e incoraggiare».
Certo, lo aiutava un carattere particolarmente socievole e aperto, che aveva maturato nella prima giovinezza a contatto con la gente della sua Villagrande. Aveva appena compiuto 14 anni, quando il podestà dell’epoca, notandone la nitida e rotonda grafia (calligrafia, la chiamavano allora), l’aveva chiamato a fare lo scrivano in municipio, a compilare atti di nascita, di matrimonio e di morte. Lì aveva imparato a cogliere al volo gli umori delle persone e a condividerne sorrisi e lacrime. E, forse, proprio in quella spontanea empatia è da cercare la radice della risposta alla chiamata al sacerdozio che abbraccerà alla soglia dei vent’anni, decidendo di entrare in seminario. La guerra è ancora in pieno svolgimento e la vittoria imminente. Poi saranno i voli degli alleati e i bombardamenti su Arbatax a riportare tutti alla dura realtà e a smascherare le illusioni della propaganda di regime. Ricorda quando, al suono degli allarmi o al primo rumore di motori in volo, i seminaristi correvano verso i boschi sovrastanti Lanusei, mons. Basoli dinanzi a tutti e lui – ormai ventenne – ad aiutare i più piccoli e lenti.
Nel 1953, a trentun anni, l’ordinazione e la vita di Curia, dove il vescovo l’aveva inserito come cancelliere forse sempre per quella sua spettacolare grafia. Ma non era uomo di scartoffie, era uomo d’azione. E i fine settimana a Tertenia erano la sua gioia più grande, il vero compimento del suo sacerdozio. A collaborare con don Egidio Manca, sacerdote zelante ed artista eclettico e poderoso, allora impegnatissimo a realizzare e decorare la stupenda chiesa parrocchiale che egli stesso aveva progettato. Gli chiedo qualche aneddoto sull’artista. Ma non ne ha. «Lavorava la sera e la notte, dice; aveva poco tempo per fare l’artista: eravamo molto occupati nell’apostolato». E con la gente che rapporto avevate? «Ah, brava gente, calma, cordiale, rispettosa. Molto collaborativa e disponibile». Mai uno screzio, mai un lamento? E quando venivano a chiamarla in qualche orario inopportuno? Sorride. «I preti non hanno orari. Noi dobbiamo accogliere sempre. Dobbiamo accogliere tutti. Non c’erano orari sulla porta della canonica né su quella della chiesa. Non esiste l’idea che qualcuno possa disturbarti, se sei un prete. Se qualcuno bussa alla tua porta, è perché ha bisogno di te. E noi siamo preti per gli altri, non per noi stessi».
Così, quando – a soli 51 anni di età – don Manca improvvisamente muore, la decisione di nominare don Giovanni come parroco è una scelta naturale per il vescovo. Saranno trenta anni (1962-1983) di impegno sacerdotale intenso e coinvolgente che lo vedranno impegnatissimo sia sul fronte dell’insegnamento religioso nelle scuole, che nella liturgia e nella catechesi. Ogni giorno almeno una riunione, ricorda: Aci, Figlie di Maria, Figlie di santa Rita, Terziarie francescane, catechiste… Mai smetterà, tuttavia di seguire le tante attività diocesane in cui era stato precedentemente impegnato, tra cui – soprattutto – il lavoro con l’AIMC, l’Associazione dei Maestri Cattolici. Ricorda lucidamente Agostina Demuro che dell’Associazione e dell’ACI in genere era stata fondatrice e feconda animatrice; ricorda gli incontri con i maestri ogliastrini a Bari Sardo, la santità buona di don Luigi del Giudice, la dolcezza di Maria Gregorio. «Non ricordo più molto bene», dice, quasi a voler schermare l’emozione di una vita vissuta con impegno. E sorride. Sorride sempre, don Moro, mentre parla. Un sorriso lieve che nasconde appena la memoria di esperienze fascinose e intense.

A Tertenia inizia anche la parte più toccante della sua esperienza pastorale. Alla sua porta sempre aperta all’accoglienza cominciano a bussare persone sofferenti nel corpo e nello spirito. Gli ammalati, innanzitutto. Chiedono che preghi su di loro e sulle loro sofferenze. «Le preghiere di guarigione mi hanno impegnato per tutta la vita», dice sottolineando con forza l’aggettivo tutta; «hanno occupato tutti i tempi liberi dalla liturgia e dalla catechesi». Una preghiera che è innanzitutto accoglienza, coinvolgimento nella sofferenza dell’altro, ascolto e dialogo, forte solo perché fondata sulla potenza del Signore Gesù. Ripete quel tutta con un vigore insospettato per la fragile persona anziana che ho di fronte. «La cura dei malati ha impegnato tutta la mia vita», ripete, emozionandosi ed emozionando. «Ho incontrato malati di ogni età e condizione sociale, sofferenti colpiti da mali di ogni genere e molti di essi, sostenuti dalla fiducia in Dio, sono riusciti non solo a vivere sereni ma anche felici. Malati che mi hanno fatto capire che la malattia non è un castigo ma solo un passaggio inevitabile della nostra vita umana». Perciò, la sua preghiera è sempre preghiera di lode: «parte da un cuore che vuole donare a Dio qualcosa di sé in cambio dei molti doni ricevuti». Un’azione che proseguirà anche a Villanova Strisaili dove viene trasferito nel 1983 e dove rimarrà fino al 2002 quando un ictus ne limiterà notevolmente le forze.
Ma è nel confessionale che la sua pazienza trova la più esaltante delle applicazioni pastorali. Deve essere stata un’esperienza deprimente stare ore e ore a sentire tutti i peccati della gente!, gli dico. Scuote il capo. Mi fa capire che è l’esatto opposto e che non c’è, forse, «cosa più grande che stare con qualcuno mentre torna a Dio. Deprimente è guardare qualcuno che lascia Dio, e invece sto con la gente quando torna a Lui». Perciò, e paradossalmente, il confessionale appare ai suoi occhi come  il luogo più gioioso, umile e ispiratore del mondo, perché luogo in cui la gente permette che l’amore di Dio vinca. «Eravamo attaccati al confessionale tutto il tempo che avevamo libero». Usa proprio questo participio: attaccati… E ancora confessa chiunque gli si avvicini per chiedere perdono a Dio dei propri peccati. Ancora oggi che la vista non lo sorregge più e dice che la testa che non c’è più… Vai a capirli questi preti d’una volta. Pazienti a loro insaputa….

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