In breve:

Fatti

Teatro Tonio Dei

Al Tonio Dei si apre la nuova stagione teatrale

Sarà ancora grande spettacolo al teatro Tonio Dei di Lanusei per la nuova stagione di prosa e danza 2021/2022. Il sipario si apre il 16 ottobre e fino al 5 aprile attori, interpreti e scenografi si susseguiranno sul palcoscenico lanuseino, riprendendo il filo di un discorso, quello artistico culturale, che la pandemia ha pesantemente interrotto, lasciando nel pubblico e fra gli appassionati un grande desiderio di incontro e partecipazione.
Si inizia il 16 ottobre con Without color. Trilogia sull’abitare, regia e coreografia affidata a Francesca La Cava, dove protagonista è il corpo. Un viaggio nell’universalità dell’essere umano, nei tratti comuni che caratterizzano le etnie, nell’importanza del confronto per la crescita globale del mondo.
Il 23 ottobre, il David di Donatello Giorgio Colangeli, insieme a Vincenzo De Michele e Valentina Perrella, saranno i protagonisti di uno dei classici pirandelliani, L’uomo, la bestia e la virtù – per la regia di Giorgio Nicoletti – che proprio nel 2019 ha festeggiato i cento anni dal debutto sulle scene.
Sarà invece Andrea Scanzi a salire sul palco il 7 novembre e presentare il suo E pensare che c’era Giorgio Gaber, per raccontare del Gaber teatrale, quello che ha il coraggio di lasciare la popolarità televisiva, e che, con Sandro Luporini, entra nella storia.
Sarà poi affidata alla magia della danza con The magic of light la serata del 18 novembre. Mentre il 29 sarà la volta di Coppia aperta, quasi spalancata, per la regia di Alessandro Tedeschi: una classica commedia all’italiana che racconta la tragicomica storia di una coppia di coniugi, figli del ‘68 e del mutamento della coscienza civile del bel paese.
Dicembre dedica due importanti appuntamenti allo sport e alle sue leggende: il 4 con Olimpicamente. Pensieri, parole, opere…e campioni: la serie si compone di 51storie olimpiche, ipotizzando i pensieri dei grandi atleti delle Olimpiadi del passato prima durante e dopo il gesto atletico e selezionandone 5 o 6 tra i racconti più appassionanti e significativi.
Il 12 dicembre, invece, Patrizio vs Oliva, racconta la vita, la storia, le curiosità del pugile e dell’uomo che tutti hanno amato.
Mediterraneo. Le radici di un mito, il 16 gennaio 2022, presenterà il Mediterraneo, in uno spettacolo per voce narrante e musica, di e con Mario Tozzi, la voce narrante sarà di Enzo Favata.
A Febbraio, il 18, In arte sono Don Chisciotte, di Samuele Boncompagni, rivivremo le leggendarie imprese del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, con Luisa Bosi ed Elena Ferri.
Il 13 marzo, risuoneranno le celebri note de Il barbiere di Siviglia, nel balletto d’azione per la coreografia di Monica Casadei.
Sarà La Parrucca di Natalia Ginzuburg, con Maria Amelia Monti e Roberto Turchetta, regia affidata a Antonio Zavatteri, a chiudere la stagione, il 5 aprile. Tutti gli spettacoli iniziano alle 21.00. Biglietteria on line: www.vivaticket.it, info: annarosapistis@yahoo.it – Tel. 338.8727641.

Santa Vittoria Villaputzu

La “Santa ‘Ittoria bella” di Villaputzu

di Angelica Porcu.
La seconda domenica del mese di ottobre è una giornata tanto attesa per i villaputzesi poiché è il fulcro dei festeggiamenti religiosi e civili in onore di Santa Vittoria. Pur non essendo la patrona del paese (San Giorgio martire), la popolazione è particolarmente devota alla Santa.

Festeggiare Santa Vittoria significa accogliere l’inizio di una nuova stagione: la ricorrenza, infatti, cade in un periodo dell’anno segnante la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Fin dai primi giorni del mese di ottobre il villaputzese dice di sentire il “profumo di Santa Vittoria”, quell’aria particolare respirata dalla comunità man mano che si avvicina il giorno della festa, un momento enfatizzato ancora di più quando si vedono i membri del comitato religioso impegnati ad abbellire la strada principale e le altre vie del paese con le bandierine colorate che affascinano grandi e piccini.

Una festività che ha sempre rappresentato uno dei momenti religiosi e sociali più importanti della comunità. Analizzando il clima che ruota attorno alla sfera religiosa si distinguono immediatamente degli elementi che caratterizzano la ricorrenza; vivere la celebrazione non significa solamente recarsi in chiesa ad ascoltare la Messa solenne, ma soprattutto partecipare a quel momento d’intimità che nasce fin dal momento rituale della vestizione del simulacro della Santa. Gli attimi più intensi della devozione si raggiungono durante le processioni del sabato, della domenica in particolar modo, e del lunedì pomeriggio. Chi almeno una volta ha preso parte alla processione della domenica, detta sa processioni manna – importante perché durante il percorso si fa la sosta nel rione del paese intitolato a Santa Vittoria –, ricorda il simulacro della Santa col manto rosso, emblema del martirio, adornato dagli ori, s’oraria, donati dai fedeli nel corso degli anni, che sfila fra le vie di Villaputzu sorretto da is obreris de Santa ‘Ittoria.

Anche il senso dell’udito è coinvolto in questa fase del rito in quanto ad anticipare il passaggio del simulacro ci sono i suonatori di launeddas villaputzesi, che preparano il fedele alla visione dell’amata Santa. Quando si percorrono le strade del paese in occasione della processione non si può fare a meno di ammirare l’impegno delle persone nell’abbellire il percorso del corteo religioso attraverso la posa nelle finestre e nei balconi di tappeti, tovaglie e coperte bianche anticamente ricamate, al cui candore si contrappongono i vivaci colori dei tappeti floreali connotati dal profumo dei rametti di menta. Chi non segue la Santa nel corteo processionale ne aspetta il passaggio vicino alla propria abitazione, un’occasione per poter ammirare le donne e gli uomini che sfilano indossando il costume sardo tradizionale del paese, caratterizzato dall’inconfondibile colore viola e dal velo ricamato femminile bianco. Chi sfila indossando il costume sardo vede la festa di Santa Vittoria come un momento di ritorno al passato, una circostanza in cui vengono ricordati gli avi della famiglia mentre si vestivano con il loro abito più bello per onorare la fede cristiana e venerare la Santa.

La festa segna anche la vita sociale del paese, è un momento in cui le varie generazioni si incontrano dando vita ad attimi di gioia. In passato su dominigu de Santa ‘Ittoria bella era un momento molto atteso dalle giovani coppie poiché rappresentava la prima uscita in pubblico da fidanzati. Insieme ci si recava in chiesa, un modo per venire benedetti e protetti dalla Santa. Anni fa la festa, in particolar modo quella legata alle iniziative civili, rappresentava un momento d’incontro e divertimento per la comunità: era l’occasione per i giovani celibi del paese di incontrare le ragazze nubili che venivano invitate a ballare al ritmo e sulle note delle launeddas. Fare festa significava e significa tutt’ora riunire la famiglia attorno al tavolo in occasione del tradizionale pranzo della domenica. Era ed è un’occasione d’incontro fra genitori e figli che abitano in paesi diversi, spesso lontani, che non hanno l’opportunità di stare insieme quotidianamente. Festeggiare Santa Vittoria significa uscire la sera per accompagnare i bambini alle giostre, vedere quanto sono felici mentre gustano le dolci caramelle comprate nelle bancarelle. Mentre si passeggia, si respira il profumo del torrone e delle castagne, l’aria dell’autunno appena arrivato. Il sabato sera le persone si riuniscono nella piazza principale del paese per ascoltare is cantadoris, omaggiando in tal modo la storia musicale della nostra Isola. La domenica, invece, si ammirano i fuochi d’artificio e si ascolta la musica, mentre il lunedì sera è dedicato ai balli, al divertimento, un modo goliardico per chiudere in bellezza i festeggiamenti dedicati alla Santa tanto amata da Villaputzu.

Santa Sofia

Sofia, mamma amorosa dei terteniesi

di Gabriella Loi.
Credo sia impossibile trovare a Tertenia un adulto o un bambino che non conosca a memoria questi versi: “Santa Sofia amorosa, mamma de tres fizas santas, a sas fizas totu cantas, accansa gloria diciosa”.
Appartengono a is gocius scritti dal canonico Pietro Casu dedicati a Sofia, la Santa martire romana vissuta nel secondo secolo e tanto cara ai terteniesi. Ogni anno l’1, il 2 e il 3 settembre si rinnovano le celebrazioni in suo onore. Due comitati si occupano di organizzare al meglio i festeggiamenti. Uno formato da quarantenni e ventitreenni e un altro nominato dai componenti di quello uscente. Il secondo comitato, formato esclusivamente da persone di sesso maschile, si occupa unicamente della serata dedicata alla poesia estemporanea. In questi tre giorni il paese si anima di gente proveniente dai paesi vicini e dai vacanzieri ancora presenti nella suggestiva marina di Sarrala. Per la gioia dei più piccoli arriva il Luna Park itinerante che si ferma, a volte, anche più di una settimana.
È ancora in uso per l’occasione, cosi come per altre feste importanti, preparare piatti tipici. Dolci e pani pintau da offrire ad amici e conoscenti. Particolarmente graditi dagli ospiti sono culurgionis e cocoi de patata che non mancano mai nel pranzo della festa.
Il giorno della vigilia il simulacro di Santa Sofia lascia la chiesa parrocchiale e in processione raggiunge la chiesa campestre che sorge sul monte Giuilea in località Bidda e Susu. L’edificio, costruito in stile molto semplice, si è conservato fino ai giorni nostri in ottimo stato. Scendendo per alcune decine di metri una ripida strada, a sinistra della chiesa si trova sa Funtana de Santa Sufia, una sorgente da cui sgorga un’acqua freschissima alla quale, in passato, si attribuivano speciali poteri curativi.
Il pomeriggio seguente, dopo la celebrazione della Santa Messa, la Santa fa rientro in parrocchia, accompagnata come il giorno precedente da numerosi fedeli e dall’immancabile suono delle launeddas, is bisonas, così gli anziani chiamano l’antico strumento musicale.
La sera del terzo giorno viene celebrata, nel tardo pomeriggio, la Messa solenne seguita dalla processione per le vie del paese. Nel 2019 la processione si è svolta con un importante cambiamento: dopo più di 60 anni dalla sospensione, è stata ripristinata un’antica tradizione che coinvolgeva gli abitanti di Gairo. Il simulacro della Santa, infatti, è stato portato in spalla da alcuni membri del gruppo folk del paese montano.
Ad aprire il corteo sacro numerosi cavalieri del paese e anche dei centri vicini. Sono presenti diversi gruppi folkloristici, compreso quello di Tertenia che nel lontano 1977, al momento della fondazione, scelse di chiamarsi con il nome della martire. Un gran numero di fedeli prende parte al corteo, tra loro tanti gli emigrati che affrontano spesso lunghi viaggi per far rientro al paese e assistere alla festa.
La via principale si anima di tanti venditori, bancarelle traboccanti di torroni, dolciumi, prodotti di artigianato sardo. Abili mani si occupano di abbellire il percorso processionale con vasi di fiori, rami di palme, nastri colorati. Le donne espongono alle finestre i pezzi più belli del proprio corredo: tappeti, tovaglie e lenzuola ricamate a mano. Soprattutto nel centro storico, sovente effettuano un ulteriore atto di omaggio a Sofia, preparando sa ramadura: ricoprono la strada con petali di rosa, rami di menta selvatica e alloro che sprigionano tutto il loro intenso e gradevole profumo.
Rientrati nella chiesa Parrocchiale, in un’atmosfera di grande commozione, si prega con is gocius al suono delle launeddas. Il canto di queste preghiere devozionali segna la fine dei festeggiamenti religiosi.
La sera è tutta per i momenti di convivialità, tra fuochi d’artificio e intrattenimento nei diversi rioni del paese. In piazza Funtanedda, cuore del centro storico, per gli amanti della poesia sarda estemporanea, si esibiscono i più bravi cantadoris de ottava dell’isola. Nella piazza dell’ex scuola materna, invece, per i più giovani e non, si ascolta musica contemporanea.
A causa della pandemia, per il secondo anno consecutivo, in rispetto alle norme anti-Covid tutte le manifestazioni pubbliche sono state sospese e con loro anche il canto de is gocius.
Ma questa strofa basterà soltanto sussurrarla perché la tanto amata Sofia veda le suppliche custodite nei cuori dei suoi fedeli e interceda per loro: “O Sofia nos curvamus a tie, tottu in ammiru, cun isperu e cun regiru sas grassias ti dimandamus e cantu nezessitamus accansa nos amorosa”.

Leggi l’articolo integrale sul numero di Settembre de L’Ogliastra

Autunno - scuola

Autunno: bilanci e riflessioni

di Angelo Sette.
Torna settembre e sarà autunno: ancora una stagione senza connotati né confini, alterata nel ciclo naturale dal violento sfruttamento del territorio, complici le nostre condotte quotidiane di spreco e di incuria.
Torna ora nel tempo, difficile e opportuno, del confronto riparatore con i lasciti di dolore, povertà e ferite della lunga pandemia: tra incertezze e speranze, paure e attese, solidarietà e ribellione.
Si attende un autunno di riscatto economico e, soprattutto, morale e comunitario: operoso nella sistemazione delle macerie e attivo nel recupero di attività, luoghi e frequentazioni, troppo a lungo mortificati, specialmente in ambito formativo e scolastico, le vittime più silenziose e sacrificate della pandemia e della sua gestione, come testimoniato dall’incremento tra i giovani di disagi psicologici, disadattamento sociale e impoverimento cognitivo.
Sarà un settembre di bilanci e di programmi, di riflessioni e di conversioni: affiora l’urgenza di un rafforzamento del legame tra bisogni e libertà individuali ed esigenze e diritti comunitari, e risulta improcrastinabile trovare un equilibrio sostenibile tra uomo e natura, nella consapevolezza del comune destino di salvezza o distruzione.
A settembre riapre la scuola; si dovrà garantire a tutti i costi la presenza in classe per assicurare ai ragazzi quel luogo speciale di relazioni, di conoscenze e di trasformazioni necessarie per la crescita, il benessere e l’adattamento. Il piccolo che abbandona la sicurezza della casa per la scuola materna, il bambino che affronta le prime vere fatiche nella scuola elementare e il ragazzo che si avventura in contesti relazionali e comunicativi sempre più impegnativi e rischiosi, stanno misurando se stessi col mondo per la conquista di un proprio spazio e di una laboriosa e difficile identità. In ambienti, fisici e mentali, capaci di imporre vincoli o offrire possibilità, e soprattutto di assicurare incontri con l’altro, estraneo e diverso, quale termine di confronto nella ricerca di sé. A partire dalla propria eredità, biologica e culturale, marchio intimo dell’unicità di ogni persona, nella sua inconfondibile storia e appartenenza.
Dunque settembre è tempo di futuro. Un futuro possibile solo se condiviso e solidale, da costruire e insegnare, nella fede di possedere collettivamente oggetti, tempo e risorse per essere sostenitori di speranza.
I genitori, solleciti o affaticati, accudenti o trascurati, sono parte attiva di tali vicissitudini, perché sempre fondamentali, significativi e decisivi. E, nella mente dei figli, sempre presenti e coinvolti, nell’obbligato dialogo con essi sul terreno dei bisogni profondi, e ambivalenti, di protezione/autonomia, dipendenza/libertà, stabilità /nomadismo.
Servirà l’esercizio di una genitorialità adulta, salda nel ruolo e aperta alla collaborazione con la scuola, snodo indispensabile di un’educazione integrale, umana ed ecologica, che sappia promuovere valori, conoscenze e regole, generando altresì autostima, creatività e futuro.

LOGO ASSISI

Verso Assisi. Il messaggio dei Vescovi sardi

Fratelli e Sorelle,

con grande gioia vi annunciamo che il 3-4 ottobre prossimo la Sardegna avrà l’onore per la quinta volta di offrire l’olio – secondo una tradizione che si ripete ormai da 82 anni – per alimentare la lampada che arde perennemente ad Assisi dinanzi alla tomba del Patrono d’Italia. L’evento racchiude in sé molteplici significati religiosi, sociali, storici e culturali e vuole stimolare la significativa partecipazione delle nostre comunità insieme all’impegno della Conferenza Episcopale Sarda, la Regione Sardegna e l’ANCI Sardegna.

La Sardegna, secondo alcune testimonianze, ha accolto la presenza dei figli di san Francesco quando il Poverello era ancora in vita, ospitando all’inizio piccole fraternità francescane che rapidamente hanno diffuso nell’isola la spiritualità del Santo di Assisi, suscitando testimonianze di santità che hanno coinvolto religiosi e laici. La santità semplice e umile, vicina alla gente di sant’Ignazio da Laconi, continuata poi nel beato Fra Nicola da Gesturi; la presenza caritatevole di san Salvatore da Horta e la testimonianza martiriale del beato Francesco Zirano, solo per citarne alcuni. A essi si aggiungono le Clarisse, che hanno seguito e seguono l’esempio di santa Chiara di Assisi, la pianticella del Padre Francesco, come ella amava definirsi, e di tanti laici e laiche, fra cui la beata Edvige Carboni, che hanno vissuto e vivono la loro vita cristiana attingendo dalla spiritualità dell’Ordine Francescano Secolare.

Nonostante la distanza storica che ci separa da san Francesco, egli è ancora un santo attuale, un modello di riferimento a cui guardare oggi, come ci ha ricordato più volte Papa Francesco. Attraverso di lui la persona di Gesù ha ripreso vita, come nel suo tempo «ha risuscitato Cristo nel cuore di molti che lo avevano dimenticato» (cfr. FF 470). I grandi temi che occupano la riflessione attuale – dalla cura della casa comune e il rispetto della creazione, all’attenzione ai poveri e alle persone bisognose di cure; da un’economia sostenibile e inclusiva al dialogo con altre religioni impostato sul rispetto e la fratellanza – sono ispirati dalla vita e dalle parole del Poverello di Assisi, senza dimenticare che abbiamo bisogno di ricominciare, col suo aiuto di Patrono, ad amare, ascoltare, onorare, adorare e cantare Dio, vedendolo e servendolo in ogni persona “cun grande umilitate”.

I mesi che ci separano dall’appuntamento di ottobre possono essere per le nostre Chiese un’opportunità di incontro con il Santo di Assisi, occasione di preghiera, riflessione e approfondimento di uno stile di vita che ci viene richiesto non solo dal vangelo ma dalla necessità di affrontare con consapevolezza e scelte coerenti la storia che stiamo vivendo.

L’impegno a offrire il buon olio della nostra terra per alimentare la lampada votiva, sia segno di una preghiera costante a san Francesco, che intercede per noi presso il Signore Gesù, ma anche dell’impegno a rendere sempre visibile e irradiante la nostra fede. Per questo invitiamo tutti a valorizzare il cammino che le Chiese diocesane organizzeranno in preparazione agli appuntamenti del 3-4 ottobre 2021 ad Assisi.

Come Vescovi della Sardegna salutiamo la gente di Assisi, il vescovo, il sindaco, il popolo e le autorità tutte, i frati, le clarisse, il clero, i religiosi e le religiose, i pellegrini e li ringraziamo dell’opportunità che ci è donata.

In questo tempo segnato dalla sofferenza e dalla preoccupazione originata dalla pandemia, chiediamo l’intercessione di san Francesco per avere uno sguardo di fiducia nel futuro e un’attenzione di carità tra noi:

Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
per non spegnere la speranza, ma scrutare il cammino
che si apre a nuove prospettive attingendo
dall’insegnamento di questo tempo difficile.
Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
per lodare e ringraziare il Signore per il dono della vita,
liberandoci dagli idoli del potere e del benessere
a tutti i costi.
Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
per vedere con occhi nuovi l’esistenza
vissuta in fraternità, nella condivisione e nel perdono,
nell’accoglienza e nel dialogo rispettoso verso tutti.
Santo Francesco, chiediamo la tua intercessione
Per imparare a rispettare e amare la natura,
renderci responsabili della casa comune
e rendere grazie a Dio “cum tucte le sue creature”.

A tutti voi, donne e uomini della nostra terra di Sardegna, il saluto francescano:
Il Signore vi dia pace!

ANTONELLO MURA, vescovo di Nuoro e di Lanusei, Presidente
GIUSEPPE BATURI, arcivescovo di Cagliari
GIAN FRANCO SABA, arcivescovo di Sassari
ROBERTO CARBONI, OFMConv, arcivescovo di Oristano e amministratore di Ales – Terralba
SEBASTIANO SANGUINETTI, vescovo di Tempio – Ampurias
MAURO MARIA MORFINO, SDB, vescovo di Alghero – Bosa
GIOVANNI PAOLO ZEDDA, vescovo di Iglesias
CORRADO MELIS, vescovo di Ozieri, Segretario

PREGHIERA DI SAN FRANCESCO DINANZI AL CROCIFISSO
O alto e glorioso Dio,
illumina le tenebre del cuore mio.
Dammi una fede retta, speranza certa,
carità perfetta e umiltà profonda.
Dammi, Signore, senno e discernimento
per compiere la tua vera e santa volontà.

Mammato

Padre per sempre

di Augusta Cabras.

Mario Mammato, è padre di tre figli: Alfonso Maria, Chiara Elena e Riccardo. Nel 2012, Chiara Elena, dopo una malattia, muore a soli 12 anni. È l’esperienza dolorosa di un padre che in Dio, con la preghiera, trova forza e consolazione.

La lingua italiana è ricchissima di parole, espressioni, suoni. Pare che consti di 270.000 unità lessicali, i lessemi appunto, le parole. E parole sono anche le varie forme che i lessemi prendono una volta flessi per genere, numero, tempi verbali. In totale la lingua italiana dispone di circa 2 milioni di parole dicibili e scrivibili. Quante poi ne usiamo noi effettivamente, è un’altra storia.

C’è una parola per descrivere ogni elemento della natura, anche quella più piccola e invisibile, dal micro al macro; per delineare sfumature di sentimento e colore, carattere e circostanza. Ma in mezzo a questi due milioni di parole ne manca una. E la sua assenza spiega forse l’insostenibile, l’inenarrabile, l’abisso più profondo in cui una persona viene scaraventata. È il dolore per la perdita di un figlio o di una figlia.

Nella nostra lingua, così come in altre (non in tutte), una parola che indichi questa esperienza non c’è. Perché non ci sono parole, e se ci sono forse, possono capirle solo le persone che ne condividono la portata. Mario Mammato è padre di tre figli: Alfonso Maria, Chiara Elena e Riccardo. Nel 2012 Chiara Elena muore dopo una malattia sostenuta con grande coraggio e fede, per una bambina che ha poco più di 10 anni. Raccontare la storia di Chiara, per papà Mario, è difficilissimo. Il ricordo si bagna di lacrime che scendono senza sosta, la voce si spezza continuamente, le parole non sono sufficienti perché sopravvivere alla morte di un figlio è l’esperienza più dura a cui un genitore può essere chiamato. «In mezzo a tanto dolore – ricorda – siamo stati sostenuti da tutta la comunità ogliastrina, dalla Chiesa, dalle associazioni, dai sindacati, dalle scuole. Tutti insieme per Chiara. Da soli sarebbe stato impossibile reggere così tanta sofferenza. Anche mia moglie Maria Stella è andata via, a causa di una malattia, tre anni dopo Chiara. Siamo rimasti in tre e non è semplice. Mi salva Dio, la mia fede che nel tempo si è rafforzata, la preghiera costante, i miei figli, la mia famiglia, i ricordi belli vissuti con Chiara e Maria Stella, alcuni segni speciali e la certezza che loro ci siano ancora e che ci rincontreremo là dove comprenderemo i disegni di Dio, ora imperscrutabili».

Chiara, ricorda Mario, era una bambina serena e allegra. Nella sua parrocchia faceva parte del gruppo dei ministranti e con gioia viveva la sua esperienza di fede. «Ricordo quando eravamo ospiti delle suore domenicane a Roma. Chiara era nel letto dell’ospedale. Mentre guardava dalla finestra il verde del giardino bellissimo, spontaneamente disse: «Vieni, vieni mio Gesù, in possesso del mio cuore, tu sei fiamma, tu sei amore, io vivo solo per Te». Una preghiera bellissima, straordinaria, sulle labbra di una bambina con un grande desiderio di vita, impegnata nella lotta contro la malattia, ma completamente affidata a Cristo. «Mi chiedo sempre se sono stato e se sono un buon padre», dice Mario. È la domanda che assilla i genitori nel desiderio costante che i figli siano felici. È l’amore che la suscita. E anche quando la morte porta via i nostri cari, l’amore donato e l’amore ricevuto, permette di sostenerne il peso. Anche quello della perdita di una figlia. Perché nell’amore si è padri per sempre.