In breve:

Fatti

San Cristoforo

San Cristoforo tiene Lotzorai sulle sue spalle

di Don Damien Celeste Randrianandrianina.

Lotzorai, come un po’ tutte le comunità della nostra Diocesi, è particolarmente legata alle proprie tradizioni e ama venerare e festeggiare i suoi numerosi Santi. A partire dalla patrona della parrocchia, Sant’Elena Imperatrice, che si festeggia l’ultima domenica di agosto; Santa Maria in Donigala, nel quartiere omonimo, la domenica successiva all’Assunta; San Sebastiano, l’ultima domenica di maggio; San Tommaso, la prima domenica di luglio presso la chiesetta campestre non lontana dall’abitato; San Francesco d’Assisi e Gesù Bambino di Praga.

In questa occasione, però, vogliamo conoscere meglio un’altra festività cara ai lotzoraesi, San Cristoforo.

Mentre, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, dal 2020 fino a pochi mesi fa erano bandite tutte le manifestazioni, anche religiose, comprese le processioni, nel caso di San Cristoforo non è stato così. Questo, come vedremo più avanti, a motivo della sua storia e della tradizione tramandata da secoli relativamente al suo svolgimento.

Oltre altri patronati della biografia, San Cristoforo è stato sempre venerato come il patrono di quelli che hanno a che fare con il trasporto, come barcaioli, pellegrini, pendolari, viandanti, viaggiatori, facchini, ferrovieri, autieri. Nei tempi moderni il suo culto è stato rilanciato su scala mondiale perché è stato proclamato protettore degli automobilisti.

San Cristoforo si festeggia la prima domenica di agosto. La festa inizia di buon mattino, quando il comitato uscendo per le vie del paese, porta la corona del Santo di casa in casa accompagnato dal suono festoso delle launeddas o della fisarmonica. Al passare della corona, le famiglie tributano l’omaggio al Santo, lasciando un’offerta che viene successivamente depositata in parrocchia per l’organizzazione dei festeggiamenti. Il giro si conclude, infine, con un momento conviviale che vede protagonisti oltre al comitato, tutti gli invitati: un memento di condivisione, di gioia e di incontro in onore del santo.

Il momento più bello e solenne è certamente la celebrazione della Santa Messa che coinvolge tutta la comunità, solitamente alla sera intorno alle 19. Dopo la benedizione finale, ha luogo la processione, diversa da tutte le altre e questo spiega, appunto, il fatto che anche in questi ultimi anni sia stata fatta ugualmente: il simulacro del Santo, infatti, viene caricato su una macchina preparata appositamente e resa bella con drappi e fiori. Il parroco prende posto accanto all’autista sulla stessa auto, mentre tutti i fedeli seguono con la propria, facendo risuonare con i clacson le vie e le piazze lungo il tragitto: partendo da Lotzorai, si arriva alla frazione limitrofa di Tancau per poi far ritorno in paese.

Al rientro presso la chiesa parrocchiale, con il Santo ancora svettante sulla macchina ferma sul sagrato, il parroco dalla scalinata che sovrasta la centralissima via Roma benedice tutte le macchine che hanno partecipato al corteo. La festa si conclude con l’invito al rinfresco dopo la reposizione del Santo, mentre la serata prosegue con i consueti festeggiamenti civili.

Protettore dei viaggiatori

L’immagine più frequente di San Cristoforo raffigura un gigante barbuto che porta su una spalla Gesù Bambino, aiutandolo ad attraversare le acque di un fiume; Gesù Bambino regge sulla punta delle dita il mondo, come se giocasse con una palla. Questa immagine risale a una delle leggende agiografiche più note relative al Santo martirizzato il 25 luglio a Samo, in Licia.

Secondo questa tradizione, il suo vero nome era Reprobo, era un gigante che desiderava mettersi al servizio del re più forte del mondo. Giunto alla corte di un re che si riteneva invincibile, si mise al suo servizio, ma un giorno si accorse che il re, mentre ascoltava un menestrello che cantava una canzone che parlava del diavolo, si faceva il segno della croce. Gli chiese come mai, e il re gli rispose che aveva paura del diavolo, e che ogni volta che lo sentiva nominare si faceva il segno della croce per cercare protezione.

Il gigante si mise allora alla ricerca del diavolo, che giudicava più potente del suo re. Non gli ci volle molto per trovarlo, e si mise a servirlo e a seguirlo. Ma un giorno, passando per una via dove c’era una croce, il diavolo cambiò strada. Reprobo gli chiese per quale motivo l’avesse fatto, e il diavolo fu costretto ad ammettere che su una croce era morto Cristo e che lui davanti alla croce era costretto a fuggire spaventato.

Reprobo allora lo abbandonò e si mise alla ricerca di Gesù Cristo. Un eremita gli suggerì di costruirsi una capanna vicino ad un fiume dalle acque pericolose e di aiutare, grazie alla sua forza e alla sua statura gigantesca, i viandanti ad attraversarlo; certo Cristo ne sarebbe stato felice e forse un giorno si sarebbe manifestato a lui.

Un giorno il gigante buono udì una voce infantile che gli chiedeva aiuto: era un bambino che desiderava passare sull’altra riva. Il gigante se lo caricò sulle spalle e cominciò ad attraversare le acque tumultuose; ma più si inoltrava nel fiume, più il peso di quell’esile fanciullo aumentava, tanto che solo con molta fatica il gigante riuscì a raggiungere la riva opposta. Lì il bambino rivelò la propria identità: era Gesù, e il peso che il gigante aveva sostenuto era quello del mondo intero, salvato dal sangue di Cristo. Questa leggenda, oltre a ispirare l’iconografia occidentale, ha fatto sì che San Cristoforo fosse invocato patrono dei barcaioli, dei pellegrini e dei viandanti.

Le altre feste

San Francesco, la cui festa ricorre il 4 ottobre, è legata alla forte presenza in parrocchia, da tanti anni, delle Terziarie Francescane. Così come cara alle terziarie è anche Santa Elisabetta d’Ungheria, il 17 novembre.

Gesù Bambino di Praga, il 25 gennaio, è solitamente organizzata dall’Azione Cattolica. È usanza fare una di colletta per Gesù bambino, i cui proventi vengono donati alla parrocchia.

San Tommaso viene organizzata da un apposito comitato. Festa religiosa (piccola processione con il Santo intorno al piazzale della chiesa) e momenti conviviali si svolgono tutti nella omonima chiesa campestre.

Anche Santa Maria in Donigala, una tra le feste più sentite, è organizzata dal suo comitato. Tutto si svolge nel quartiere di Donigala.

Per la festa della patrona, Sant’Elena Imperatrice, ogni anno il comitato organizzatore è diverso, così come per San Sebastiano, anche questa particolarmente cara ai lotzoraesi. In quest’ultimo caso, durante la processione si fanno tre momenti di sosta, in luoghi diversi, dedicati all’asta del Santo: un modo originale per effettuare il passaggio di consegne con l’augurio di un buon lavoro al comitato che dovrà organizzarla l’anno successivo.

Golgo

Così nacque la chiesa di San Pietro a Golgo

di Gian Luisa Carracoi.
“Près du cap et de la montagne Monte-Santo” si trova adagiato il borgo di Baunei con i suoi quattrocento abitanti, o poco più, i quali per la maggior parte sono carpentieri. Si narra che questo particolare villaggio sia stato fondato da un cavaliere intorno al X° secolo. Inizia così la bellissima descrizione del paese ogliastrino scritta dal Valery, pseudonimo di Antoine-Claude Pasquin, bibliotecario del re nel palazzo di Versailles e di Trianon. Il suo “Viaggio in Sardegna” occupa il secondo volume di un progetto più corposo, dal titolo “Voyages en Corse, à l’île d’Elbe et en Sardaigne“.
L’illustre bibliotecario continua: «Sur le Monte-Santo est l’église rurale de Saint-Pierre» la cui festa viene celebrata con un grande accorso di fedeli che vivono l’incontro di fede in grande armonia e nel rispetto delle antiche tradizioni.

La chiesa campestre, dedicata all’apostolo Pietro, che l’iconografia rappresenta come colui che con le chiavi apre la porta del cielo, si trova immersa nella meravigliosa natura incontaminata dell’altopiano calcareo a pochi passi dalla voragine di Su Sterru da dove, secondo la leggenda, fuoriusciva il serpente infernale che divorava le vergini del borgo.

La struttura dell’edificio, a navata unica, è molto semplice. Essa è circondata tutt’attorno da una cinta muraria in pietra, all’interno della quale sono ancora presenti i vecchi alloggi per i pellegrini. L’edificio sacro non risulta citato nella Visita Pastorale del Visitador Miguel Catala nella primavera del 1621, ma un prezioso documento archivistico ci attesta che nel 1776 venne sottoscritto un contratto per la sua riedificazione. Il Mestre Battista Musu della città di Cagliari, domiciliato nella villa di Sorgono, e Mestre Antonio Musu, suo figlio, domiciliato nella villa di Bauney, si presentarono davanti al notaio insieme al Reverendo Dottor Pedro Marcello Carta – Rettore della stessa villa -, al sindaco Ignazio Sebastiano Fenude, ai consiglieri Mestre Juan Santas Bargiony, Salvador Marginesu y Marcos Lay Baria e ai Principali della comunità, Marcos Antonio Lay, Juan Calcangiu, Antonio Calcangiu, Juan Santus Sechy, Juan Foddis, Pedro Mereu, Maggiore di Giustizia e Stefano Incollu.

I due maestri muratori si obbligarono a riedificare dalle fondamenta la chiesa in onore del Glorioso San Pietro apostolo in Golgo. Tutti i lavori, secondo gli accordi presi, dovevano essere ultimati entro cinque anni e la chiesa doveva essere consegnata compresa di presbiterio, i muri intonacati con paletta grossa e fina e la copertura di tegole. Si obbligavano anche a risarcire gli eventuali danni che si fossero presentati entro dieci anni dalla consegna. Per questa impresa i Musu avrebbero ricevuto cento scudi sardi a testa, divisi in tre rate: una parte all’inizio dei lavori, un’altra a metà, l’ultima al compimento dell’opera. Essi sottoscrissero tutte le condizioni pattuite. Il Rettore e i principali della villa, a loro volta si presero l’impegno di procurare tutto il materiale utile alla costruzione della chiesa, mentre a carico del solo Rettore sarebbe stata la diaria di quattro soldi per ciascun muratore e per tutto il tempo del loro lavoro.

Come la profondità carsica nell’immaginario collettivo è diventato metafora del peccato, così la chiesa di San Pietro è simbolo forte di redenzione e di sentiero verso il Paradiso.

Famiglia

A braccia aperte senza paura

di Fabiana Carta.

La famiglia Lai di Lanusei ha offerto ospitalità a tre profughe ucraine in fuga dalla guerra: mamma Olenka, la figlia Dara e la nonna Tamara

Esistono due modi per prendere una decisione: uno richiede il soffermarsi a ragionare e scandagliare le intenzioni e le possibilità, l’altro modo è seguire l’istinto. Va’ dove ti porta il cuore, e le scelte di cuore non hanno bisogno di troppi ragionamenti, né sono schiave della paura.

Il 24 marzo scorso, Lanusei ha accolto circa trenta profughi ucraini in fuga dalla guerra. Sono tante le famiglie che hanno offerto ospitalità. Una di queste è la famiglia Lai: papà Roberto, mamma Lucia e i figli Alessia e Mauro. «Il pensiero è venuto in mente sia e me che a mio padre, un pensiero spontaneo e veloce. Ne abbiamo parlato con mia madre, mio fratello e mia cognata: eravamo tutti d’accordo. Così ho contattato i servizi sociali per avere subito informazioni e dare la nostra disponibilità», racconta Alessia.

Il piano terra della loro abitazione, di solito utilizzato per passare dei momenti tutti insieme durante la stagione estiva o per preparare pane e dolci, sembra una sistemazione perfetta. Con qualche accorgimento e l’aggiunta di tre letti, è diventato il rifugio accogliente per mamma Olenka, 32 anni, sua figlia Dara di 4 anni, e per la nonna Tamara, di 60. Una parentesi di normalità, una boccata d’aria che però non annienta le preoccupazioni.

Dopo il grande pranzo offerto ai profughi appena arrivati in paese, organizzato dall’associazione “4 stelle” che si occupa di ristorazione collettiva, aziendale e scolastica, si sono svolti gli incontri con le famiglie ospitanti. Un momento inaspettato, di grande commozione generale. «Io e mia madre siamo andate nella sede della mensa scolastica a prendere le tre persone da accogliere; mio padre, mio fratello e mia cognata sono rimasti ad attenderle a casa – ricorda Alessia –. L’arrivo lì è stato profondamente emozionante: la vista di tutte queste persone, così spaesate e intimorite ci ha fatto realizzare concretamente quello che stava succedendo. Ci ha messo di fronte al dramma: un popolo disperato che sta espatriando. È stato molto toccante, per tutti. Non potevamo sapere cosa avremmo trovato».

Nessuno è preparato o può prepararsi ad affrontare emozioni che ti prendono per il colletto e ti trascinano dentro, le lacrime non si trattengono. Arriva il momento delle presentazioni, quello in cui gli sguardi s’incrociano e l’imbarazzo di Olenka, Dara e Tamara si fa evidente. «Mia madre ha abbracciato tutte e tre, in barba al Covid! Ma ormai aveva capito che da quell’istante sarebbero diventate parte integrante della famiglia e che avremmo condiviso la casa. Il distacco fisico non avrebbe avuto senso».

L’inglese è l’unico canale comunicativo, se non si contano i gesti e gli sguardi, certo. «La prima cosa che ho voluto domandare è chi, fra i loro cari, avessero lasciato in Ucraina, e come stessero», continua Alessia. A Leopoli è rimasto il marito di Olenka, padre della bimba, e a Lutzk – nell’Ucraina nord occidentale – il marito di Tamara e suo figlio.

Dopo il breve tragitto in auto finalmente l’incontro con il resto della famiglia Lai e il cagnolino, che li ha accolti sorprendentemente con una pallina, in segno di gioco e amicizia. «Il gesto del mio cane ha fatto sciogliere l’emozione, li ha fatti rilassare, abbiamo riso tutti insieme. Da un lato eravamo dispiaciuti per loro, preoccupati per quello che stavano vivendo, dall’altro eravamo contenti di accoglierli e di poter dare una mano. Con l’augurio che possano tornare presto nelle loro case», spiega. Per chi ha lasciato tutto, da un giorno all’altro – patria, casa, affetti, la vita quotidiana – è importante pensare che questa sia una situazione momentanea, che tutto tornerà a essere come prima. Per tenere sempre accesa la speranza. Intanto si cerca in tutti i modi di alleggerire, regalare piccoli momenti di fugace serenità, soprattutto se si ha a che fare con i bambini. L’appartamento messo a disposizione è stato addobbato con bandierine, palloncini blu e gialli e tanti giocattoli per Dara. I buoni gesti sono contagiosi. «Si sono movimentati tutti: conoscenti, familiari e amici, chiunque ci conosca. Ognuno di loro ha voluto contribuire regalando giochi o vestiti per la bimba. Tutto il paese ci sta aiutando in qualche modo, a partire dalla pizzeria di fiducia alla macelleria, che ci regala della carne in più. Una solidarietà diffusa».

La convivenza va molto bene, Olenka, Dara e Tamara sono persone molto buone, a modo, dolci, serene, profondamente dignitose. «Fosse per loro non chiederebbero mai niente e anche quando offriamo qualcosa hanno difficoltà ad accettarla. Ogni giorno ci avviciniamo per chiacchierare un po’ e tutte le domeniche li invitiamo a pranzo per stare tutti insieme. È un’occasione per fare delle passeggiate al mare, loro in Ucraina lo vedono ogni paio d’anni. Ci dicono che viviamo in un film, sono affascinate dai paesaggi», racconta Alessia. Un modo per regalare momenti di distrazione, di bellezza, per gli occhi e lo spirito. «Una settimana dopo il loro arrivo, Olenka si è avvicinata per chiedermi: “Come mai avete scelto di accogliere degli estranei?”. Anche a lei sembrava una cosa strana. Ci ho pensato, forse fa parte della cultura della nostra famiglia, degli insegnamenti, dell’educazione.  Mia nonna viveva a fianco del tribunale e ospitava spesso le mamme dei detenuti, degli imputati. In qualche modo fa parte del nostro essere».

La storia della famiglia Lai è la storia di tante famiglie che hanno aperto le loro case e le loro braccia, mettendo da parte la paura. Chi accoglie non solo mette a disposizione uno spazio, soprattutto si fa carico di un bagaglio personale di tristezza, timori, sofferenza, bisogni. Ma – ricordiamo – le famiglie ospitanti non sono mai sole, c’è sempre un contatto diretto con i servizi sociali e le istituzioni. «Vorrei dire alle altre persone che non c’è da avere paura nell’essere accoglienti. È più importante accogliere e aiutare, piuttosto che avere paura. Se tutti pensassimo con più empatia potremmo fare molto di più», conclude Alessia.

Turismo

Turismo religioso: dal convegno di Cagliari prospettive e nuove idee

Dopo la firma del protocollo d’intesa, stipulato il 20 gennaio 2022, l’Assessorato regionale al Turismo e la Conferenza Episcopale Sarda hanno organizzato lo scorso 26 marzo un convegno dal titolo “Identità, Cultura Religiosa e Turismo. Condivisione e prospettive di sviluppo” 

L’evento si è svolto nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna ed è visibile in streaming sul canale Youtube della Facoltà.

In un programma molto fitto di interventi, coordinato dal giornalista Paolo Matta, dopo le comunicazioni dei vescovi della Sardegna, sono state rappresentate a vario titolo numerose realtà isolane nell’ambito del turismo religioso. Ognuna ha mostrato le peculiarità del territorio isolano nelle sue variegate potenzialità e differenze. Il convegno ha mostrato, in generale, un quadro complessivo del lavoro fatto e di quello che resta da fare, in termini di marketing, prospettive e nuove idee. In tutto questo è emerso come centrale il ruolo della Chiesa e della Facoltà Teologica: nella formazione e nell’indicare contenuti e metodi di lavoro, ma anche lo spirito essenziale e il senso del pellegrinaggio e del turismo religioso.

Nella sua conclusione, l’assessore regionale del Turismo, Gianni Chessa, ha sottolineato proprio questo concetto: «Il tema dei cammini religiosi è molto importante perché si richiama alla fede. Certo, come politico considero gli aspetti economici e amministrativi, ma come uomo vedo l’elemento della fede come decisivo e questo grazie al rapporto che dobbiamo avere con la Chiesa». Così anche Mons. Antonello Mura, presidente della Conferenza Episcopale Sarda: «Provo gratitudine per questo incontro che ha già raggiunto un risultato: mettere insieme situazioni e persone diverse. È stato quasi un percorso sinodale: ci siamo ascoltati, con uno sguardo prospettico. Adesso è importante fare un salto di qualità e mi riferisco alla formazione e alle risorse da mettere in campo». Nel corso dei lavori, dopo l’intervento di Renato Tomasi dell’Assessorato regionale al Turismo, che ha illustrato il quadro generale e lo stato dell’arte dei cammini e degli itinerari religiosi nell’Isola, Padre Francesco Maceri, Preside della Facoltà Teologica della Sardegna, ha sottolineato il ruolo della Facoltà e ha ricordato l’esperienza pilota portata avanti nel 2018 nella formazione delle guide turistico-religiose.

Il ruolo dei cammini, dei luoghi di pellegrinaggio e degli itinerari spirituali rappresenta per la Regione Sardegna e per la Conferenza Episcopale Sarda un elemento importante per rilanciare e consolidare la valorizzazione del patrimonio turistico-culturale della Sardegna attraverso la riscoperta delle vie cristiane e identitarie percorse nel tempo dai pellegrini. Tutto questo ha anche lo scopo di promuovere un nuovo processo di crescita umana, solidale e culturale-sociale.

L’incontro è stato anche occasione di confronto tra i vescovi rappresentanti le diverse Diocesi su priorità, esigenze di coinvolgimento ecclesiale e disponibilità dei luoghi di culto. Inoltre, sono stati attivati dei tavoli di lavoro tematici funzionali alla condivisione dello stato dell’arte sullo sviluppo delle iniziative del Turismo culturale-religioso nel territorio isolano.

Festa G

Girasole devota alla Madonna del Monserrato

di Frederic Erminio Todde.

L’8 settembre la Chiesa celebra la nascita di Maria, la madre del Signore. Una data fondamentale per tutti i Girasolesi che onorano la Monserrata Madonna Ogliastra. Di fatto è la festa religiosa più importante e più sentita da tutta la comunità.

Viene celebrata liturgicamente con una Messa solenne e con la processione per il centro storico del piccolo comune. Il corteo con il simulacro della Vergine ricoperta di gioielli si snoda lungo le vie del paese, viene portata in spalla da alcuni volontari, mentre i fedeli seguono il percorso raccolti in preghiera o elevando i canti della tradizione. Partecipano ai riti religiosi anche i cavalieri e i gruppi folkloristici provenienti dagli altri paesi indossando i loro costumi tipici.

Gli anziani ricordano che a “Sa Munserrara”, come viene chiamata in sardo, partecipava tutto il paese, nessuno voleva mancare, giungevano ospiti dall’intera Ogliastra con i carri a buoi che venivano lasciati nella località di S’ortali e sa mendula.

La buona riuscita dei festeggiamenti, religiosi e civili, è da sempre affidata a un comitato composto da solo donne e da un presidente, ruolo che quest’anno è stato affidato a Massimo Mereu.

L’importanza, la devozione, la bellezza della festa e del clima di condivisione e fraternità che la festa della Monserrata ha sempre ricoperto nella comunità di Girasole, si può dedurre anche rileggendo alcuni commenti tratti da una ricerca effettuata dagli alunni della scuola elementare paese nel 1986/87 insieme alla maestra Marisa: «Mi ricordo che i balli si tenevano nella piazza di chiesa, attorno a un albero di acacia oggi non più esistente…»; e ancora: «È stata l’occasione per conoscere Letizia, la donna che poi divenne mia moglie…». Parole che testimoniano di un legame profondo che unisce la popolazione alla Madre di Dio in qualunque momento della vita personale di ciascuno.

Non si può comunque raccontare della festa patronale senza dedicare uno spazio anche alla nostra Chiesa. Da un antico documento della seconda metà del Settecento, realizzato dalla Diocesi di Cagliari, che annovera tutte le chiese di ciascun villaggio, scopriamo che a “Girasol” vi erano ancora presenti sette chiese: «la Vergine di Monserrato, chiesa parrocchiale in cui si conserva il Sacramento; Sant’Antonio, chiesa destinata al culto divino dentro il paese; San Cosimo e San Costantino, chiese destinate al culto divino fuori dal paese; Sant’Alessandro, Sant’Agostino e San Cristoforo, chiese che sono state riconosciute per indecenti».

La parrocchiale intitolata alla Madonna del Monserrato venne edificata in stile gotico aragonese intorno al XVII secolo. Presenta una semplice pianta rettangolare a una sola navata su cui si affacciano le cappelle laterali. Nella parte superiore, domina il grande campanile a vela con tre aperture ogivali dotate di campane poste su due livelli differenti. All’interno della Chiesa, oltre a un antico e pregiato arredo d’altare, sono custodite le interessanti statue di San Sebastiano, Sant’Antioco e San Francesco. Il restauro del 2014 ha portato alla luce degli splendidi affreschi.

Rosario Esposito La Rossa

Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri. A tu per tu con Rosario Esposito La Rossa

di Augusta Cabras.

Rosario, come è nato il vostro progetto culturale?

Il nostro progetto nasce dopo la morte di mio cugino Antonio Landieri, vittima innocente di camorra. Era un ragazzo diversamente abile di 25 anni ucciso per errore a Scampia durante una faida tra clan. Io ho dedicato un libro ad Antonio che si intitola Al di là della neve, pubblicato da una storica casa editrice di Napoli, Marotta&Cafiero Editori, quando avevo 17 anni. Tutto è partito da lì, dal dolore per la perdita di Antonio e dalla lotta per far sì che venisse riconosciuta, alla sua vita ancor prima che alla sua morte, la dignità che meritava.

Da lì è nato il nostro sogno “impossibile” di rendere Scampia luogo di libri e bellezza, di opportunità e cultura, da lì è nata la storia della nostra casa editrice.

Dopo due anni dalla pubblicazione del mio libro, i proprietari della casa editrice Tommaso Marotta e Anna Cafiero hanno deciso di regalare a me e a mia moglie, Maddalena Stornaiuolo il marchio che abbiamo preso da Posillipo, quartiere bene di Napoli, e lo abbiamo portato a Scampia. Da lì, dal 2010 abbiamo iniziato a questa avventura.

Immagino sia stato anche simbolico, portare la casa editrice da Posillipo a Scampia.

Simbolico e reale allo stesso tempo. È stato un segno per la città, ma fisicamente noi abbiamo la sede a Scampia e pubblichiamo a Scampia.

Come è stata accolta dal quartiere, questa nuova realtà?

Inizialmente a questo progetto non ci credevano molte persone. Noi ci abbiamo creduto e con il tempo siamo arrivati a quello che siamo ora. Siamo cresciuti, siamo arrivati a pubblicare autori come Stephen King, Daniel Pennac, Antonio Skármeta e questo ci ha dato credibilità. Inoltre abbiamo aperto la prima libreria dell’area nord di Napoli, La scugnizzeria, che è una libreria per ragazzi.

Ho letto sulle vostre pagine dell’iniziativa “Libro sospeso”. Di che cosa si tratta?

Il libro sospeso, così come il caffè sospeso, ormai entrato nella tradizione napoletana, è il libro che viene acquistato, lasciato in libreria e distribuito ai ragazzi che non possono permettersi l’acquisto. Seminiamo cultura dove per tanti anni le opportunità culturali sono mancate. Dopo anni e anni di narrazione tossica fatta sul nostro territorio, e su Scampia in particolare, è arrivato il momento di raccontare in modo diverso. È il momento di fare cultura e abbiamo bisogno di un ottimo megafono.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Come casa editrice quest’anno pubblicheremo Herta Müller, Don DeLillo, Ian Russell McEwan che per noi sono nomi importantissimi e siamo felicissimi di tutto quello che sta accadendo. Mentre, come libreria cercheremo di aprire nei prossimi mesi quello che abbiamo chiamato “L’Ospedale dei libri”, che è un laboratorio tipografico per ragazzi, dove con caratteri mobili di legno e di piombo di fine ‘800 si riuscirà a stampare, così come stampava proprio Gutenberg. L’obiettivo è di insegnare ai ragazzi la stampa e di farne assaporare la bellezza.

Che meraviglia! In questo modo il vostro legame con la città e con il quartiere si fa ancora più stretto, nel momento in cui riuscite a coinvolgere attivamente i ragazzi e le ragazze…

Sì, il legame è molto stretto. Qui vengono più di ottanta ragazzi e ragazze a fare attività, laboratori di teatro… Abbiamo realizzato una sala teatrale in uno spazio polivalente, la Palestra degli artisti, e qui i ragazzi vengono a fare corsi di recitazione.

Oltre all’attenzione per la dimensione sociale e culturale, svolgete il vostro lavoro con uno sguardo speciale all’ambiente.

Per noi è importantissimo anche questo aspetto. Tutti i nostri libri sono stampati su carta riciclata al 100%. Per realizzare i volumi non è necessario abbattere nessun albero. Il processo di sbiancamento della carta avviene senza cloro e il colore grigio della pagine dei volumi è una tonalità rilassante che fa bene agli occhi e agevola la lettura. Gli inchiostri utilizzati per la stampa sono senza piombo, a base vegetale e acquosa, così come le colle utilizzate per la rilegatura sono senza plastificanti. I volumi della casa editrice sono biodegradabili e rispettano totalmente il protocollo di Kyoto. Stampiamo a Km 0, perché preferiamo stampare da tipografie situate nel Comune di Napoli, piuttosto che affidarci a stamperie low cost. I testi sono Long Life, resistono nel tempo e non ingialliscono, non sono libri a obsolescenza programmata. Grazie a questo sistema, ogni volta che vengono stampate 1000 copie di un volume vengono salvati 7 alberi alti 20 metri, risparmiati oltre 438.200 litri d’acqua (219.100 bottiglie da due litri) ed evitato il consumo di corrente elettrica pari a 4900 kWh.

Siete innovativi e sostenibili e i risultati confermano che questa sia la strada giusta e vincente.

Lo speriamo! Non è facile, ma ci crediamo fortemente.

Da quante persone è composta la vostra impresa sociale?

Siamo in sette, arriviamo da percorsi di formazione differenti e ci siamo ritrovati intorno all’amore per i libri. Siamo un’impresa pizzo free, volevamo dare un altro messaggio forte al nostro territorio.