In breve:

L’inclusione: un’esperienza condivisa

Pontis

a cura di Fabiana Carta.

Marco Pontis è pedagogista, formatore e autore, da anni impegnato nel campo dell’inclusione e dell’educazione delle persone con disabilità e bisogni educativi speciali. La sua attività professionale e di ricerca si concentra in particolare sull’autismo, sulla pedagogia speciale e sui percorsi per l’autonomia

Partiamo da lei: che cosa l’ha portata, all’inizio del suo percorso, ad avvicinarsi alla pedagogia speciale e al mondo dell’inclusione?

Mi sono avvicinato alla pedagogia speciale grazie agli insegnamenti preziosi dei professori Andrea Canevaro, Dario Ianes e Sofia Cramerotti durante lo studio universitario perché mi interessava una domanda molto concreta: che cosa può fare l’educazione quando una persona incontra ostacoli alla partecipazione e all’apprendimento? Nel lavoro con le persone e con le famiglie ho capito presto che non basta individuare una difficoltà. Bisogna conoscere la persona, ascoltarne i bisogni, riconoscerne le capacità e costruire intorno a lei condizioni che le permettano di esprimersi al meglio delle sue potenzialità. È una domanda che continua a guidare il mio lavoro: come possiamo creare possibilità, invece di fermarci a descrivere i limiti?

Da oltre vent’anni lavora a contatto con persone con autismo e altre neurodivergenze. Che cosa è cambiato, in questi anni, nel modo in cui le guardiamo e le comprendiamo?

Oggi abbiamo più conoscenze e, soprattutto, ascoltiamo di più le persone autistiche e neurodivergenti. Questo ci aiuta a comprendere esperienze che in passato venivano spesso interpretate soltanto dall’esterno. Sappiamo anche che non esiste un unico modo di essere autistici: bisogni, risorse, modalità comunicative e necessità di supporto possono essere molto diversi da persona a persona. Il cambiamento culturale più importante, per me, è passare dalla domanda: «Come facciamo ad adattare questa persona a ciò che abbiamo già previsto?», alla domanda: «Che cosa possiamo modificare nel contesto perché possa partecipare?». Le conoscenze sono cresciute; ora dobbiamo fare in modo che arrivino nella vita quotidiana, a scuola e fuori.

Quando si parla di inclusione scolastica, spesso si pensa alla presenza dell’alunno in classe. Ma essere presenti significa necessariamente essere inclusi?

No. Un’alunna o un alunno può trascorrere tutta la giornata in classe e sentirsi comunque escluso: se le attività non sono accessibili, se non ha occasioni reali di contribuire al gruppo di lavoro o se le relazioni passano sempre attraverso un adulto. Oggi si parla di convivenza delle unicità umane e di come renderla più fruttuosa possibile per tutti. Essere inclusi significa poter apprendere, comunicare, scegliere, costruire legami e sentirsi parte del gruppo. Per capirlo, dovremmo chiederci non solo: «È in classe?», ma anche: «Che cosa può fare insieme agli altri? Chi lo cerca? La sua presenza cambia davvero la vita della classe? Come possiamo valorizzare le sue abilità e competenze?».

In questi giorni si è tornati a discutere di classi separate per gli alunni con disabilità: da pedagogista e da persona che da anni lavora concretamente sull’inclusione, che cosa pensa di questa proposta? E soprattutto, che cosa ci dice questo dibattito sul modo in cui oggi concepiamo l’inclusione a scuola?

Sono fermamente contrario alle classi separate e alle scuole speciali. Quando una scuola fatica a rispondere a un bisogno, separare l’alunno rischia di trasformare una difficoltà del sistema in una caratteristica della persona. Sarebbe però un errore liquidare le fatiche che insegnanti, famiglie e studenti vivono ogni giorno: servono formazione, continuità educativa, collaborazione tra docenti, figure di supporto e famiglie, tempi e strumenti adeguati. Questo dibattito ci pone davanti a una domanda scomoda: pensiamo che l’inclusione sia compito dell’intera scuola, oppure qualcosa che riguarda soltanto l’alunno con disabilità e chi lo segue? Si possono prevedere momenti individualizzati, spazi tranquilli e attività in piccolo gruppo quando sono utili alla persona. Sono scelte educative da progettare e valutare, non un motivo per costruire percorsi stabilmente separati. Il diritto a stare con gli altri deve accompagnarsi al diritto di partecipare davvero. La persona autistica merita di vivere una vita piena insieme a tutte le altre persone e non in contesti separati, la legislazione e l’esperienza inclusiva in Italia dimostrano che, in contesti preparati ad accogliere e in cui si utilizzano strumenti e buone prassi validate dal punto di vista scientifico e accorgimenti basati sui bisogni specifici della singola persona, è possibile compiere dei percorsi preziosi e fondamentali per l’autonomia e il benessere con risultati concreti e osservabili.

Quanto conta, nell’educazione, la dimensione emotiva? E come si può aiutare un/una ragazzo/a a riconoscere e gestire le proprie emozioni senza trasformare ogni difficoltà in un “problema” da correggere?

Conta moltissimo. Le emozioni influenzano l’attenzione, la disponibilità ad apprendere e il modo in cui entriamo in relazione. Aiutare un ragazzo non significa chiedergli di essere sempre calmo o di reagire nel modo che ci aspettiamo. Significa offrirgli parole, tempi e strumenti per comprendere ciò che prova, senza giudicarlo. Possiamo cominciare da gesti semplici: ascoltare senza interrompere, dare un nome alle emozioni senza imporlo, chiedere di che cosa ha bisogno, rispettare i suoi tempi. A volte occorre anche guardare all’ambiente: un comportamento che definiamo «problematico» può segnalare fatica, sovraccarico o una richiesta che la persona non riesce ancora a esprimere in altro modo. L’obiettivo educativo è comprendere e accompagnare, intervenendo soprattutto sul contesto quando serve.

Che ruolo possono avere i compagni di classe? Quanto può essere importante lavorare sull’inclusione tra pari, e non soltanto sull’intervento dell’adulto?

I compagni hanno un ruolo fondamentale, perché il senso di appartenenza nasce nelle relazioni di ogni giorno: lavorare insieme, invitarsi a partecipare, riconoscere il contributo dell’altro. Gli adulti devono creare le condizioni perché queste relazioni possano svilupparsi, progettando attività cooperative e insegnando a tutta la classe a comunicare e collaborare in modi diversi. Occorre però evitare di assegnare ai compagni il ruolo di piccoli educatori. Sono pari, non sostituti degli educatori. Una classe inclusiva è una comunità in cui ciascuno può dare e ricevere, chiedere aiuto e offrire qualcosa di sé. È lì che l’inclusione comincia a diventare un’esperienza condivisa.

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