In breve:

La forza del diritto contro il diritto della forza

Pillay

di Claudia Carta.
Si chiama Navanethem, ma per tutti è Navi Pillay. Premio Nobel per la pace 2026.
Giurista. La sua storia inizia 85 anni fa a Durban, cittadina – si fa per dire – di oltre tre milioni e mezzo di persone, in Sudafrica. Origini tamil – gruppo etnico originario del sud-est dell’India e del nord-est dello Sri Lanka – quelle della sua famiglia. Nel suo Dna colori, culture, lingue e storie che la rendono subito cittadina del mondo. Aveva 8 anni quando l’orrore della segregazione razziale in Sudafrica iniziava ufficialmente il suo cammino. Ed è proprio durante l’apartheid che intraprende la carriera di avvocato,svolgendo un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti umani, difendendo Nelson Mandela e altri oppositori del regime.

Prima donna non bianca a entrare nell’Alta corte del Sudafrica, è stata magistrato presso la Corte penale internazionale, oltre che presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Nel 2015 entra nella Commissione internazionale contro la pena di morte e, più recentemente, ha presieduto la Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu sui territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. Nel comunicato diffuso il 16 settembre 2025 dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), Navi Pillay presenta le conclusioni del rapporto: le autorità israeliane hanno commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza.

«Il Premio Nobel per la Pace 2026 – si legge nella lunga motivazione dell’assegnazione del Premio – va a una persona che con coraggio eccezionale e integrità ha aperto la strada verso un ordine giuridico globale più completo. Il vincitore di quest’anno ha svolto un ruolo fondamentale nel garantire che crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio vengano perseguiti».

Il commento della giurista è quasi sorpreso: «Perché dovrebbe servire coraggio per dire la verità? Abbiamo interpretato la legge, abbiamo analizzato tutti i fatti, è stata una decisione imparziale».

E invece di coraggio, oggi, ce ne serve tanto. Perché la pace va tutelata attraverso regole condivise e tribunali indipendenti; perché «la pace richiede giustizia» e non esiste pace vera e duratura se atrocità e crimini restano impuniti, se le vittime vengono abbandonate e private di tutela, se il diritto viene applicato in modo diverso a seconda di chi è l’accusato.

«Dinanzi al pericolo di un mondo dominato dalla potenza militare, economica o politica, che finisce per prevalere sulle norme comuni e schiacciarle – prosegue il Comitato – lo Stato di diritto, a livello nazionale e internazionale, costituisce il fondamento della pace e della risoluzione non violenta dei conflitti, perché un mondo privo dello Stato di diritto è ingiusto, irrazionale e disumano».

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